Narrare il mondo: la letteratura

Narrare il mondo:

la letteratura

Erri De Luca

Incontro con i giovani


De Luca: Buongiorno, mi chiamo Erri De Luca, sono nato a Napoli nel 1950, cioè sono nato in mezzo al secolo e in mezzo al Mediterraneo. Faccio lo scrittore, che è una delle tante attività che uno può fare, fra le tante attività di fortuna che uno può fare nella propria vita, una delle tante di quelle, tra quelle che ho fatto. Non sono professore, non sono dottore. Faccio lo scrittore. Voi dite qui a Roma: "Ci sei o ci fai" a uno che avete di fronte per capire che tipo è. Beh, "io ci faccio", il mio mestiere è fare lo scrittore, per ora, fino a che qualche editore acquista i libri. Ho scritto una paginetta, una mezza paginetta, per introdurre questa nostra discussione di oggi e gli amici della televisione l'hanno corredata di bellissime immagini. È bello vedere delle proprie cose semplici, scritte, diventare così interessanti perché ci si mettono intorno delle immagini. Adesso la vediamo.

- Si visiona la scheda:

DE LUCA: Ognuno di noi è una folla e chi narra ha voce o scrive storie riassume dentro di sé un piccolo chiasso di presenza. Ognuno di noi è un se stesso pieno di persone. Con gli anni ci si rassegna a essere un'identità sola, rispondere di sé solo con un nome, ma per disturbo di crescita o per virtù, chi narra conserva intimità con la propria consistenza numerosa. Un bel libro, dello scrittore si chiama Una solitudine molto rumorosa. È il titolo che descrive anche lo stato del narratore.
DE LUCA: C'è un momento nella vita di una persona analfabeta o di chi non ha mai letto un libro, in cui viene l'urgenza di fare una poesia, narrare - che non è un bisogno primario, anzi, è meno che secondario -, diventa a volte un impulso perfino più forte.
DE LUCA: Lasciare detto, scritto qualcosa dietro di sé. Hanno provato questo desiderio decisivo, per esempio, i giovani di tutte le trincee del mondo. Se non è capitato già, è ben possibile che a qualcuno di voi, ragazzi, spunterà l'urgenza di mettere un'avventura, una pena, un'allegria, una speranza assoluta per iscritto.
VOCE (d'uomo): Mamma, sono felice di rivederti.
DE LUCA: E se uno avrà ascoltato un anziano narrare storie o avrà letto qualche libro si troverà a usare parole più precise, più sue. Così aggiungerà al mondo un'altra narrazione che, come tutte le altre, sia eccelsa e che, modesta, sarà non necessaria, eppure indispensabile.

- Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTESSA: Buongiorno, senta, io volevo chiederLe una cosa. Dunque, vorrei parlare della lettura orale dei testi, che, per anni, è stata, diciamo, una delle assi portanti della letteratura, della lettura di opere d'arte. Adesso noi, forse molti di noi, abbiamo avuto modo di sperimentarla lo stesso, però comunque non è la forma più diffusa. Volevo chiederLe se si possono recuperare le sensazioni che questo tipo di esperienza può offrire anche attraverso la lettura individuale e silenziosa.
De Luca: Beh, secondo me no. La letteratura orale, il racconto che prevede la presenza di qualcuno in faccia, che ascolti e che abbia voglia di stare a sentire, questa usanza che precede le letterature - le precede perché la letteratura, poi, alla fine, è la stesura definitiva di un racconto orale che è cresciuto , e in genere si scrive qualcosa, per esempio, è successo per i Testi Sacri, ma anche per i testi delle letterature antiche -, si scrive quando si comincia a perdere la memoria. La scrittura è come una specie di risarcimento o di trattenimento di quello che si sta disperdendo nel passaggio delle generazioni. Ci sono delle generazioni che cominciano a dimenticare, allora si sente la necessità di trattenere, di mettere per iscritto. Ecco è una riduzione della tradizione orale. La stesura definitiva di un testo, nasconde, cancella tutta la grandiosa stesura orale precedente, la riduce a un solo formato. Dunque la letteratura, quella che a noi ci piace leggere, eccetera, è il prodotto finale, finito e ridotto di una grandissima attività di trasmissione orale, quella che io ho avuto la fortuna di incassare nella mia infanzia perché allora succedeva che si parlava di più, si stavano ad ascoltare le storie di famiglia. Per esempio, nel mio caso, le storie di famiglia, a Napoli, negli anni Cinquanta, erano quella dei bombardamenti. Napoli ha incassato un centinaio di bombardamenti, quindi le fughe, le corse, gli allarmi eccetera, le storie dei fantasmi, perché Napoli è abitata dai fantasmi, era abitata dai fantasmi come un castello scozzese, ogni famiglia ne aveva uno e poi qualche altra storia di guapperie.
STUDENTESSA: Ma questa è una posizione un po' socratica, ma questo fatto della memoria, cioè nella mia esperienza ho letto dei libri che parlavano, dei libri che si potevano vedere. Cioè mi è capitato qualche volta. E io non so a che cosa era attribuibile questa sensazione. Però sinceramente mi è capitato, ecco perché ho posto questa domanda.
Tu leggevi dei libri e avevi l'impressione visiva di quello che vedevi.
STUDENTESSA: Sì, visiva.
Sì. Beh questa è una sensazione forte, che dipende dal valore del libro da una parte e poi dalla intensità di lettura, cioè dal bisogno di ascolto che in quel momento fa aprire un libro, cioè dalla propria debolezza o dalla propria tensione. Quando si è malati, per esempio, ecco, si ascoltano più volentieri i libri.
STUDENTESSA: Per tutta la durata del libro, fra lettore e narratore si instaura una specie di complicità, diciamo, cioè si contribuisce insieme a creare un universo fantastico. Ma nel momento in cui questo libro viene chiuso, questi luoghi, persone, che si sono immaginate, rimangono, in un certo senso, come fantasmi, come presenze, che secondo me sono benefiche nel caso che questa persona riesca a sentire la differenza fra mondo reale e mondo fantastico e ad accettarla, ma invece sono malefiche nel caso che questa persona non voglia accettare questa diversità, nel senso che vorrebbe che la realtà fosse fantastica, fosse popolata di draghi, hobbit, creature fantastiche. Secondo Lei quest'ultima categoria di persone è destinata a disadattamento nella nostra realtà?
Un po' sì, ma è anche destinata a racimolare e a raccogliere di più dai libri. È anche capace di pescare più profondamente dentro a un libro e trattenere di più. È meno adatta forse a uscire di casa e a prendere l'autobus e a timbrare il biglietto, però è sicuramente più adatta a rimpinzarsi di meraviglie che ci sono, che possono essere nei libri.
STUDENTESSA: Sì però nella vita reale sono destinate all'infelicità, secondo me.
All'infelicità? No, non sarei così punitivo nei confronti della sensibilità. La sensibilità permette anche di acciuffare il bello sotto altre specie, sotto specie evidenti, non solo il più sensibile alle cose cattive ma anche alle buone. Quindi riesce a estrarre felicità anche da delle cose piccole.
STUDENTESSA: Riguardo la chiassosa presenza, di cui si parlava nell'introduzione, Lei dice che lo scrittore continua a conviverci e chi non scrive crescendo invece rinuncia e si, diciamo, mantiene una sola di queste presenze. E le altre? Le dimentica? O riemergono, comunque, in un qualche momento, forse proprio nel momento in cui viene l'istinto di scrivere.
Io credo che riemergano nel sogno intanto, perché la nostra folla non si fa eliminare facilmente. La folla che sta dentro a ognuno di noi, non viene spazzata via dal fatto che lentamente uno si abitua a una sola persona dentro di sé, risponde di sé con una sola identità. Però quelli che non trafficano con le storie, che non se le scrivono, che non si tengono compagnia con le storie, che non le leggono anche, perché anche leggere è un modo per partecipare di una folla, di stare nei panni di tanti che in quel momento compaiono nella storia, chi non segue questa inclinazione di leggere o di scrivere, si riduce a una riduzione della propria folla, la riduce. Ecco io ho un sistema, una tecnica, per capire se una persona si è ridotta a un'identità oppure è ancora una folla. Quando uno si presenta e dice: "Io sono", e dice il suo nome - ecco, nel mio caso, "Erri De Luca", oppure dice: "Io mi chiamo Erri De Luca" -, ecco, se uno coincide, arriva al punto di coincidere con il proprio nome, essere il nome, quello è diventato uno che si è appiattito su quella singolarità, sull'identità, sull'individualità. Se uno rimane lontano dal proprio nome, lo usa solamente come nome di chiamata, sì "Io mi chiamo Erri De Luca", ma non sono, non ci sono Erri De Luca, non mi limito, non mi faccio appiattire da un nome, da un solo nome, da un dettaglio anagrafico, ecco, allora io ho questo sistema per capire se si è una folla o si è uno solo, se ho davanti una folla o uno solo.
STUDENTESSA: Ma questo non voler limitarsi a una sola identità non è anche un po' restare ancorati a quello che è il mondo dell'infanzia, in cui non bisogna appunto avere un'unica identità da presentare a tutti?
Il modo dell'infanzia è un mondo ricchissimo. Il mondo degli adulti è un mondo di riduzione delle possibilità. Noi nell'infanzia siamo molto più pieni di possibilità di quanto poi riusciamo davvero ad applicare da adulti, da grandi. Quindi il mondo dell'infanzia per me è una miniera, è la riserva generale delle risorse e delle possibilità. Quindi rimanere attaccato a quel mondo, se io potessi dire questo di me, sarei felice. Purtroppo non succede, non mi succede, non riesco ad essere così fedele, oppure così dipendente da quel mondo. Quel mondo mi si è inaridito per forza, per necessità nel corso del tempo. Però insomma se qualcuno mi dicesse appunto che sono rimasto attaccato all'infanzia, beh, credo che questo per me questo è un grande complimento. L'infanzia è il posto dove - qui abbiamo un libro di fiabe -, è il mondo dove l'infinita possibilità dei racconti vengono accolti come merce ordinaria, merce comune. La fantasia è la possibilità, diventa immediatamente cosa concreta nella testa di un bambino, ha una capacità di applicazione, la fantasia, nella testa di un bambino, che noi abbiamo necessariamente smarrito nel corso del tempo. Quindi, sì, son d'accordo anche con il lato peggiorativo di questa riduzione, anche col fatto di dire: "Sì sei ancora, sei rimasto ancora un bambino, legato alla folla dell'infanzia. Mentre invece il mondo adulto è essere una cosa sola, essere una sola faccia, avere una sola faccia. Secondo me avere una sola faccia è triste.
STUDENTE: Spesso nei grandi classici abbiamo pagine e pagine di descrizioni, magari anche minuziose, né credo di leggere in vari autori contemporanei, ho notato insomma che sono, la descrizione cala tantissimo, al massimo c'è qualche riferimento a qualche oggetto o comunque sono molto più incisivi, molto più rapidi o almeno di autori giovanili contemporanei. Volevo chiederLe se secondo Lei questa è una perdita oppure è funzionale ad un altro tipo di linguaggio.
Beh, può essere tutte e due le cose. Le perdite possono essere funzionali. Io la considero una perdita, non funzionale, la considero una perdita che non funziona. Considero la possibilità, la precisione, la ricchezza del racconto di una volta, ancora fino a tutto l'Ottocento, una grande possibilità di espansione del mezzo letterario, che noi abbiamo ridotto in questo, in questo secolo. Ma la povertà... , insomma con la povertà si vive, si vive bene, ci si adatta ai piccoli mezzi di cui si dispone. Credo che disponiamo di una lingua più piccola e di una capacità di ascolto più piccola di quella che si aveva una volta. Ma ce la facciamo lo stesso. Giochiamo con altre cose anche, voi giocate con altre cose, con il computer. Io non ci sono, non son capace. Ma, per tornare alla, a quella storia della tradizione orale, ecco, noi abbiamo, c'è qui un filmato che riguarda l'attività che svolgevano i cantastorie. I cantastorie facevano ..., non avevano un testo che leggevano, ma andavano a mente, portavano dei quadri, dei disegni, delle figure e li indicavano e in piazza raccontavano le storie che in quel momento interessavano. Adesso possiamo dare un'occhiata a questo gioco...

- Si visiona un'ulteriore scheda:
PRESENTATORE: Paternò, Sicilia. Ciccio Busacca, uno dei più noti cantastorie, sta narrando la vita di Salvatore Giuliano.
PRESENTATORE: Mette con ordine una frase dopo l'altra, una parola dopo l'altra, come facevano, secondo un canovaccio antico, i contadini del Sud.
CANTASTORIE: Il 4 luglio del 1951, si sentiva correre una voce di bocca in bocca: "Hanno ucciso a Salvatore Giuliano"
PRESENTATORE: Busacca alimenta una leggenda, recupera la memoria storica, tramanda, inconsapevolmente una cultura.
BUSACCA: ... della madre, dei parenti. Ci furono gridi, ci furono spaventi, ci fu una vera scena straziante...

- Fine della scheda, riprende la discussione.

De Luca: Pensavo alle tradizioni orali. Mi è venuta in mete questa cosa: l'importanza che aveva una volta nelle civiltà del Mediterraneo l'ospite. L'ospite era importante era da accogliere fin da lontano, insomma. Abramo quando vede spuntare delle persone da lontano gli va loro incontro, in mezzo al deserto, li introduce in casa, lava loro i piedi, offre da mangiare, eccetera. Questa importanza dell'ospitalità è dovuta secondo me anche al fatto che l'ospite raccontava storie, portava notizie del lontano, delle avventure che succedevano da un'altra parte. L'ospite era prezioso perché era un arricchitore del patrimonio dei racconti, lo moltiplicava, dava altro argomento di intrattenimento nelle serate. Perché il problema - il problema, insomma -, il modo di stare insieme si vede alla sera, quando è finita la giornata di lavoro. Se uno si isola e se ne sta davanti al televisore sicuramente si fa raccontare delle storie ed è un modo piacevole per passare, per passare il proprio tempo. Però la possibilità di una volta era quello di passarlo insieme quel tempo, di raccontarsele insieme quelle storie, di stare tutti intorno e di passarsi la parola. E molto spesso quelle storie che si raccontano sono piene di interruzioni, sono piene anche le storie, il racconto della Bibbia, è pieno di piccole digressioni, di piccole cose che non c'entrano in quel momento, ma che hanno a che vedere col fatto che in quel momento probabilmente qualcuno interviene e dice una cosa, un'obiezione. E allora il raccontatore si ferma, discute quella obiezione e la supera. Ma intanto quella obiezione fa parte del racconto, rimane scritta. Voglio raccontare una storia de Il libro di Jona. Il testo: Jona finisce in bocca a una balena, viene inghiottito da una balena, perché si rifiuta di obbedire a un ordine di Dio, rimane lì un po' di giorni, poi, a un certo momento, il testo dice: "E lo vomitò all'asciutto". Usa questa espressione strana e un po' cruda. Che bisogno c'era di dire: "Lo vomitò". Perché questa frase così brutale? Perché, credo io, qualcuno del pubblico, mentre delle persone intorno, mentre sentivano raccontare questa storia, avrà detto: "Ma quello è un pesce, da che parte è uscito Jona?". Ci sono due possibilità, no? Allora lì il testo assorbe la obiezione e la precisa in quel modo, e la risolve in quel modo: "E lo vomitò all'asciutto". Ecco questo secondo me è il modo di ..., le storie si arricchiscono dell'incredulo, dell'obiezione dell'incredulo, di quello che si oppone, di quello che chiede spiegazione, di quello che è arrivato dopo e non ha capito e dice: "Scusa?", del sordo, di quello che ... Insomma era una coralità che rendeva la storia viva. Oggi abbiamo solamente una stesura definitiva. Borges, uno scrittore argentino, diceva che le stesure definitive appartengono o alla religione o alla stanchezza. In questo caso insomma tutte le nostre storie, scritte da noi, appartengono alla stanchezza, cioè al fatto che nessuno, che uno non riesce più ad aggiungere qualche cosa e la considera definitiva la stesura. Io che faccio questa attività e non rileggo, non rileggo le cose che scrivo, però, però insomma il mio compito è quello, nei confronti di me stesso, di essere contento, a distanza della stesura definitiva. Ecco, se io sono contento a distanza del fatto che non ci posso aggiungere niente a quelle cose che ho scritto, beh, allora sono a posto con me stesso insomma, con il mestiere che ho fatto. Se io dovessi vedere una pagina e dire: "Guarda questa pagina come l'ho scritta male!", o ci manca qualcosa, oppure ..., ecco questo mi darebbe molto fastidio, e probabilmente mi farebbe interrompere la professione, insomma, questo mestiere che mi sono inventato. Prima dicevo: "ci sei o ci fai, no?". Bene "Ci fai" quando cominci a guadagnarci, quando diventa un mestiere. Io fino a che non ho pubblicato il mio primo libretto, che mi è successo a 39 anni, quasi a 40 anni, beh, allora prima mi sentivo sì scrittore, scrivevo le mie storie, me le tenevo dentro, le ricopiavo, ci ritornavo sopra. Allora sì che mi sentivo scrittore. Da quando - è tutta roba pubblica, è pubblico - "ci faccio", faccio lo scrittore. Questa è la differenza fondamentale per me.
STUDENTESSA: Senta, lei ha definito Dio il più grande personaggio letterario di tutti i tempi; sono rimasta molto colpita da questa affermazione. Insomma mi chiedevo, secondo Lei, quanto il personaggio letterario interagisce con il lettore e soprattutto quali sono i grandi personaggi letterari, presenti nel nostro immaginario collettivo?
Beh, siccome sono un non credente, ma un pratico, sono un lettore assiduo delle cose dell'Antico Testamento, mi piace leggere quelle storie continuamente, lo faccio tutti i giorni, ecco, da non credente, senza voler togliere nulla alla sacralità di quel testo, Dio è almeno il più grande personaggio della storia ..., dei libri, di tutti i libri, il creatore stesso del libro. L'intera storia è una specie di sua autobiografia, insomma, o di una sua applicazione della sua intenzione di scrivere. Bene e quali sono le grandi figure che ci rimangono impresse? Ma guarda io posso parlare solamente per me, perché ognuno reagisce a un libro in una maniera diversa. Insomma un libro è semplicemente la metà dell'opera. Chi scrive un libro fa la metà del lavoro. L'altra metà la fa chi lo prende quel libro e lo legge, lo butta, lo consuma, lo assorbe, ci litiga, ci va a dormire sopra, ci si addormenta. Insomma il lettore compie il libro, lo finisce il libro, come se fosse un semilavorato e alla fine della lettura di ogni singolo lettore, quel libro è un'opera compiuta, è un fatto compiuto, perché è avvenuto l'incontro o scontro o la rinuncia o la rissa tra le due parti. Io sono molto più lettore che scrittore naturalmente, ho letto molto di più di quanto abbia scritto, per fortuna. Dunque il mio modo di avere a che fare coi libri è sempre stato accidentale, Me li son trovati sempre in mezzo ai piedi. Vivevo nella stanza dei libri di mio padre e quindi stavano sempre in mezzo ai piedi. Non ho un rispetto per i libri, non ho un particolare rispetto per i libri. I libri sono, rispondono a questa domanda: "Chi porta chi?". Se io devo portare il peso di un libro, dopo tutto il peso che ho portato durante la mia giornata, quel libro lo lascio cadere. Se, dopo tutto quello che ho portato di peso nella mia giornata, quel libro è lui che porta, mi sostiene, mi solleva, mi tiene il fiato per aria, per almeno il tempo in cui io lo leggo, allora quel libro funziona, ha un incontro con me, se è lui che porta me, se è la sua leggerezza o la sua potenza che si assorbe e si carica il mio peso, il peso della mia giornata. Questa è la domanda, allora: "Chi porta chi?". Chi porta libri di cui io posso dire che mi hanno portato, ce ne sono stati pochi. Insomma appartengono alla mia intimità e non li voglio dire.
STUDENTESSA: Ma secondo Lei il valore di un libro è puramente soggettivo? Non esistono dei criteri per determinare un buon libro o un cattivo libro?
Ce ne sono, i critici li adoperano, eccetera. Però il libro è principalmente un incontro tra quel pezzo, quel semilavorato e la vita di chi lo legge e l'avventura privata della persona che lo incontra. È un incontro il libro. Allora gli incontri possono essere riusciti o non riusciti, a prescindere dal valore del libro. Ti può anche appassionare un mediocre libro di genere, un romanzo d'appendice, e trovare, essere inerte nei confronti di un grande libro, che ne so, nei confronti di un libro di Joyce. Il problema è l'incontro e non dipende... , è anche una questione di gusti, ma è una questione di quello che ti sta succedendo in quel momento e quello, come avviene, come si mischia col libro. Io mi trovavo a Napoli, per esempio, nell'autunno dell'80, facevo l'operaio scaricatore, dopo il terremoto, in un cantiere della ricostruzione - Napoli è una città tutta per strada, insomma, eravamo... , tutte le persone stavano fuori strada - e anche i libri erano fuori strada, erano per terra, si vendevano sui marciapiedi e io ho preso a calci un libro, l'ho raccolto, l'ho acquistato per pochi soldi. Quel libro è diventato la mia intimità in quell'anno, in quei mesi in cui l'ho consumato, in quell'anno in cui ho vissuto a Napoli nel cantiere della ricostruzione. Quel libro è diventato il mio compagno. Dunque questo è l'incontro. Poi ci sono tantissimi criteri, c'è l'estetica. Insomma sono state scritte tantissime cose, ma quello che conta è quello che ci fai tu con quello, con quella confezione.
STUDENTESSA: Scusi, volevo porLe un'altra domanda. Volevo chiederLe tre cose: se si può imparare a scrivere, se si può imparare a raccontare e se chi sa scrivere sa anche raccontare.
Mah, vediamo un po'. Che problemaccio! Chi sa scrivere sa anche raccontare? Chi sa scrivere è uno che va bene agli scritti, non è detto che debba andare bene anche agli orali. Anzi, di solito, chi si specializza nella scrittura è uno che tentenna con gli orali, è uno che ha dei problemi di comunicazione a voce, o comunque di comunicazione con gli altri. Almeno a me è capitato così, insomma. Io ho cominciato a scrivere per clausura, per istinto di clausura e per opposizione, per difesa, per cattivo carattere, insomma, perché ero chiuso. Si può imparare a scrivere? Secondo me si può, certo si può imparare a scrivere. Non so in che modo, però si possono... , si possono... , ci si può impadronire della lingua italiana, frequentandola molto, leggendo per esempio. Se uno legge molto riesce ad avere in bocca delle parole sue e non delle parole di tutti, parole di gergo, parole che stanno sulla bocca di tutti. Riesce a trovare delle parole sue e a trattenerle e avere un proprio linguaggio. Ma per scrivere, secondo me, l'unico, l'unico talento della scrittura è l'ostinazione. Se uno riesce, si ficca lì dentro e scrive tanto, e scrive a lungo nella propria vita e ci cresce con la scrittura e diventa, se la tiene come compagnia della propria vita, senza badare al valore di quello che sta facendo, semplicemente come compagnia - si racconta delle storie, si tiene compagnia così -, bene, alla lunga, questa attività, questa intimità diventa, ti dà un risultato insomma, ti dà una tua felicità. Per me, ecco, scrivere è questo: è mangiarmi il frutto e lasciare da fuori solo la buccia. La mia scrittura finale è la buccia, nel frutto che mi sono mangiato, perché io, mentre scrivo, sono felice, anche se scrivo delle storie ,che mi fanno in quel momento sobbalzare o commuovere, mentre io scrivo in quel momento sono felice e il frutto me lo sono mangiato. Resta la buccia. La buccia per esser buona, per essere buona anche per qualcun altro deve essere una buccia infinitamente sbucciata, lo devi aver fatto tantissimo.
STUDENTESSA: Internet è piena di circoli letterari, di siti in cui è possibile inviare i propri, i propri scritti. È possibile un nuovo mezzo per diffondere la propria scrittura, a metà fra l'astratto del racconto a voce e il concreto della materialità del libro?
Ma questa è una domanda che può riguardare, può interessare qualche editore, che ha bisogno di capire se il mercato del libro può avere un altro sbocco insomma, un'altra forma. Io sono affezionato a quel formato lì, ci sono cresciuto in mezzo, insomma, sono nato proprio dentro una stanza di libri, ho respirato la polvere, insomma, ho goduto di quell'atmosfera isolante. Quindi io sono fisicamente legato a questa confezione, che probabilmente andrà in disuso, anche perché consuma troppa carta, troppi alberi.
STUDENTESSA: Comunque è significativo che, durante tutti questi secoli, i mezzi di comunicazione sono cambiati completamente, invece il libro, bene o male, è rimasto invariato. Sarà forse, non lo so, proprio questa forma che ispira a quest'incontro, fra scrittore e lettore.
Sì questo è, questo oggetto è stato il punto di incontro. Per me scrivere una storia, insomma il libro, è una specie di fermoposta. Io scrivo delle pagine che finiscono presso uno scaffale e lì qualcuno va a quello scaffale, mi fa la grazia di andare a prendere proprio le mie pagine e magari, a distanza di tempo, mi scrive una lettera, mi raggiunge in qualche modo per dire che quella pagina o quel rigo gli era sembrato scritto per sé, trattenuto per sé insomma, che lo riguardasse personalmente. Ecco, anch'io cerco nei libri, la pagina o la lettera, la cartolina che è stata scritta per me. Il libro può essere molto bello, però, ecco, se io non sono anch'io parte de L'idiota di Dostoevskij, se no sono anch'io dentro una porzione di quella vicenda, non riesco a gustarla. Quindi, ecco il libro è questo posto, questo scambio misterioso, dove uno scrive lettere a nessuno e riceve ogni tanto, dal fondo della spedizione, un cenno di risposta, di simpatia, che è un cenno molto più bello e molto più grande del mio, perché il mio è disperso, non so a chi va a finire, invece il suo è mirato. La risposta è mirata, vuole proprio acciuffarmi per restituirmi un cenno dello scambio avvenuto. Questo è bello insomma, è l'unico, grande vantaggio per me, il vero premio per il mestiere di scrittore,
STUDENTESSA: Ma, secondo Lei, ha senso scrivere, se non si ha poi un lettore? Scrivere unicamente per se stessi?
Per me ha avuto senso. Eccome se ne ha avuto! Mi ci sono tenuto compagnia per anni. È stata la mia intimità, la mia allegria, il mio modo di vedermi crescere, di diventare amico della lingua italiana, diventare un cliente affezionato, appassionarmi a questa lingua, che è una gran bella lingua. Dunque per me ha avuto senso, perché poi sono cominciate le pubblicazioni, cosa che è successa molto dopo. Avevo già tutti i pacchetti pronti poi nel cassetto, quando li ho licenziati, sono andati via poi, uno dietro l'altro. Eran già tutti lì. Però per me aveva senso scrivere senza lettori, in quel momento. Perché poi, anche quando si scrive, almeno a me capita così, di farfugliare, scrivo farfugliando, perché mi serve la parola, ma mi serve di sentire il suono della frase che sto facendo, ma anche perché ho l'impressione di avere intorno a me - non vi spaventate - un po' di assenti, di quelli che non ci sono più, a cui sto rivolgendo in quel momento, sto raccontando quella storia. E scrivo sempre storie con la mia prima persona, con l’io narrante e non di un terzo, perché sto sempre parlando di fatti miei. A Napoli si dice: '"Fatti i fatti tuoi'". Ecco, io in scrittura faccio, eseguo, obbedisco, perché racconto i fatti miei a qualcuno che in quel momento è lì. Se qualcuno dovesse dire:" Perché scrivi? Per i posteri?" Ma io non li conosco i posteri. Mi piacerebbe frequentare tanti posteri e tante epoche successive, ma non li conoscerò, non gli stringerò la mano, però per i presenti - insomma è un problema degli editori - io in quel momento scrivo per quelli che mi sono intorno, questa cerchia di assenti a cui faccio sapere i fatti miei, insomma, gli riracconto i fatti miei, che non hanno più saputo.
STUDENTESSA: Quindi il lettore c'è comunque, anche se non reale e in carne ed ossa.
In quel momento c'è una piccola folla di persone che partecipano di quello che sto facendo e intervengono anche. C'è, per esempio..., penso a mio padre, che aveva una pernacchia clamorosa, sapeva fare delle pernacchie da tenore, e mi ha, in questo modo, insegnato il pudore. A forza di pernacchie e non di schiaffi, mi ha insegnato il pudore. Se tu fai un cosa sbruffona, non ti meriti uno schiaffo, ti meriti una pernacchia, impari dalle pernacchie. Ecco, allora io sento ogni tanto, mentre scrivo, la pernacchia di mio padre e metto a posto le cose, lo stacco, eccetera.
STUDENTE: Mi sembra di percepire una sorta di contraddizione nel rapporto tra autore e lettore, perché inizialmente lei diceva che prima era scrittore, si sentiva scrittore perché scriveva per se stesso, adesso fa lo scrittore perché scrive per gli altri. Però dice anche che il narrare storie, il raccontare è una parte molto importante della vita, nella vita di una persona, perché lo arricchisce. Io non capisco bene qual è, diciamo, questo rapporto, se sia poi positivo scrivere per se stessi o invece scrivere per gli altri.
Beh, adesso scrivere per gli altri, in questo momento, posso dire solo che scrivo, che le cose che scrivo vengono acquistate da un editore, quindi questo mi permette di passare dalla definizione di "essere uno scrittore", con me stesso, insomma a farlo come professione pubblica. Scrivo per gli altri, nel senso che le cose che scrivo, sono sempre le stesse, sempre le stesse storie, pescate dentro di me o nei miei paraggi insomma, finiscono in giro, finiscono, vengono spudoratamente messe a stampa. Dunque il passaggio per me è semplicemente un passaggio anagrafico, insomma. Cambio, cambia la mia ragione sociale di persona. Invece di essere, sentirmi scrittore, ci faccio. Ma non cambia, nelle cose che scrivo, non cambia niente, non è cambiato niente.
STUDENTE: Ma l'importante è scrivere per se stessi, non tanto far partecipi gli altri allora?
Beh, gli altri arrivano dopo, arrivano sempre dopo. Non sono in quel momento lì. Ecco, voi in questo momento siete qua e io voglio fare partecipi voi di questa ..., mi piace parlare di questo, perché mi sembra di trasmetterlo immediatamente, non ho bisogno di scrivere niente in questo momento. Non mi metterei a scrivere queste cose insomma, mi piace dirle. Però gli altri nella scrittura arrivano talmente tanto dopo - ecco per esempio adesso, tra poco, esce un libro che io ho scritto, ma l'ho scritto, magari due anni fa -, arrivano talmente dopo rispetto al momento in cui l'ho fatto, alla felicità che mi ha dato farlo, che insomma, poi diventa uno scambio epistolare.
STUDENTE: Secondo Lei la letteratura deve proporsi delle finalità didattiche, catartiche anche, oppure deve essere fine a se stessa, oppure è proprio l'arte per l'arte ad avere un valore educativo?
La letteratura permette degli incontri, può far avvenire degli incontri riusciti tra uno scrittore remoto e un lettore vicino. Quindi io credo che rimanga, anche nei grandiosi libri della letteratura, la letteratura rimanga un intrattenimento. Non gli dò dei compiti, non gli affido, non pretendo da un libro che mi migliori, che mi santifichi, può succedere, può succedere. Ma se questo succede in buona parte dipende da me.
STUDENTE: Quindi, ad esempio pensando al mondo ellenico, Lei cioè preferisce tra i tre tragici - Eschilo, Sofocle, Euripide -, a loro preferisce, ad esempio, un Callimaco e la letteratura ellenistica, mettiamo?
Ah, vuoi vedere se ho fatto gli studi classici? Sì .
STUDENTE: Sì, va bene, visto che lo sto studiando proprio in questi giorni.
Pure io, pure io ho fatto studi classici, ma molti, milioni di anni fa. Ho fatto il Liceo Classico anche io. Che mi piaceva? Beh a noi ci fecero tradurre l'Alcesti di Euripide. A me piaceva di più la freddezza di Eschilo, mi piaceva di più la sua distanza, la rigidità, insomma. Però questi erano gusti di allora e non li ho più riassaggiati, non li ho più rifrequentati, quindi non saprei dire. Meglio di tutti i poeti, cioè se la letteratura è degna del nome di arte, lo si deve alla poesia, ai poeti, più che ai narratori che ai romanzieri. L'arte sta nella poesia. In questo secolo i poeti sono stati per me i russi, Rilke da solo tra i tedeschi, ma i russi. Come letteratura d'insieme la letteratura di questo secolo è stata russa. E questo secolo che è stato un secolo di massacri si è espresso in poesia. Tutti i secoli duri, difficili, tragici, preferiscono, si consegnano, consegnano il meglio di sé alla poesia e non alla storia scritta, alla narrativa. Non ho passato l'esame del Liceo però. Me la sono cavata con poco.
STUDENTESSA: Mi scusi, prima una semplice curiosità. Volevo semplicemente sapere il libro che porta nella Sua tasca. Che cos'è?
Ah, il libro che porto nella mia tasca è un libro che ho scritto di recente, che non nomino perché sono retinente alla pubblicità e che mi serve perché, come congedo finale da voi, perché vi leggo un pezzettino da lì.
STUDENTESSA: Grazie. E poi volevo sapere se Lei presentandosi risponde: "Io mi chiamo Erri De Luca".
Sì, sì. Proprio così, sempre, anche al telefono.
STUDENTESSA: Se risponde così. se uno le chiedesse: "Chi è lei", cosa risponderebbe?
Questa è una vera invasione di campo. Questo penetra nella mia intimità, su quello che io sono. Non rispondo di questo. Insomma non rispondo di questo in pubblico insomma, magari a quattr'occhi o dopo che ho bevuto molto, non so.
RAGAZZA; Mi scusi, Lei prima parlava di scrivere per se stessi e scrivere per gli altri. Intendeva in maniera più o meno uguale? Cioè Lei ha detto: sono stato uno scrittore e sono diventato... , l'ho fatto, lo son diventato per mestiere. Ma non è forse vero che, quando uno scrive per se stesso, scrive in una maniera più immediata, nel senso, la solita frase: mi capisco da solo, quindi non ho bisogno di spiegarmi bene. Mentre, scrivendo per gli altri, deve in qualche modo usare un linguaggio che sia comprensibile, che sia, in qualche modo, più, non so, cambiato - tra virgolette -, più lavorato, non so.
È vero. A me non succede così, se quando ... Ormai scrivo delle storie, non mi scrivo un diario, non mi scrivo ... o scrivo anche molte lettere, mi capita, di scrivere molte lettere. L'importanza per me è sempre la chiarezza e la capacità di una storia di essere importante per me. Cioè se questa storia mi avvince allora io la devo esprimere nel miglior modo possibile, non la posso, non me la posso sbrigare male, con questa storia che mi avvinse. Se non ci riesco poi butto tutto.
STUDENTESSA: Quindi questa è una cosa che Lei, a prescindere, fa comunque per se stesso?
Sì, lo esigo dal tempo che impiego, quello, perché quello è il tempo migliore della mia giornata. Esigo che quel tempo che io impiego sia degno dello sforzo che io ci applico su. Voglio che sia scritto bene quello che scrivo, sono esigente con me stesso, anche se devo scrivere una lettera di poche righe a una persona che non conosco.
STUDENTESSA: Quindi questo comunque è un suo modo personale, nel senso che, di solito, uno scrittore comunque si pone il problema dell'apparire, quindi, in qualche modo, ha paura di essere frainteso. Voglio dire, quando uno scrive si mette in gioco, no?
Altro che!
STUDENTESSA: Perché comunque mostra quello che è.
Uno spudorato.
STUDENTESSA: Esatto. Quindi, niente, volevo soltanto sapere se per Lei era comunque una cosa spontanea, mentre per altri scrittori, diciamo secondo me la maggior parte, diventa un problema questo.
In non faccio nessuna differenza tra una lettera che scrivo per una persona che non conosco, una pagina di un libro che sto mettendo insieme o un piccolo commento di articolo per un giornale. Per me l'impegno è quello di essere il più possibile esauriente con me stesso, di cavarci, di spremerci il sugo o quello che ho. Non mi semplifico il lavoro. Perché mi piace.
STUDENTESSA: Io volevo chiedere, rispetto a questa cosa, perché allora vale la pena mettersi così tanto in gioco, rischiare di essere fraintesi, di essere non capiti e quindi pubblicare comunque ciò che si scrive. Cioè, perché secondo Lei vale la pena, poi, di pubblicare?
Ma intanto perché a me ha permesso di passare da una vita di operaio a una vita di non operaio, di uno che sta facendo intanto lo scrittore. Prima, per un bel periodo, facevo tutte e due le cose. Adesso, da un po' di tempo, faccio solamente quest'altra cosa. Quindi per me vale la pena insomma, è valsa la pena. Senza avere niente contro il mestiere di operaio, l'ho fatto per diciotto anni, è un mestiere che mi ha dato da vivere dignitosamente, a cui sono molto affezionato, però, al di là di questo insomma, pubblicare ti permette di ricevere delle risposte da delle persone che non conosci, incontrare delle persone che non conosci, come in questo caso mi succede a me, la fortuna di potere parlare e di essere ascoltato da delle persone come voi. Quando mai mi poteva capitare nella vita di essere ascoltato quando, mentre andavo su e giù per gli autobus o per i cantieri, essere ascoltato da qualcuno. E nemmeno avevo voglia di essere ascoltato. Me ne stavo pure abbastanza e prevalentemente zitto. Oppure ricevere una lettera da qualcuno che non conosci e che ti vuole rintracciare per dirti che cosa ha trovato in una pagina che tu hai scritto. Insomma ci sono delle ..., non lo sapevo prima che era così, che era così bello il risultato. Non lo sapevo prima. Però insomma, se qualcuno ci vuol provare, io lo incoraggerei. Lo incoraggerei ad avere questa possibilità, a raggiungere questa possibilità, questa occasione, questa fortuna.
STUDENTESSA: Volevo chiederLe: prima ha detto che più che la prosa, la poesia è arte. Volevo chiederLe appunto perché, dov'è il confine la distinzione tra le due e, se non sconfiniamo troppo, cos'è l'arte per Lei?
Beh non mi butterei a fare un'idea estetica insomma, però secondo me la poesia non è una espressione della propria personalità, una libera espressione dell'individualità, ma è una specie di soppressione dell'individualità, in cui il poeta parla, diventa una specie di riassunto di tutti, dove le voci del mondo, attraverso di lui, usandolo come strumento, emettono un suono, un suono unico, che lui solo possiede, che lui solo può emettere e di cui non è nemmeno interamente responsabile, in cui la sua vocazione è quella di essere un ponte, un passaggio verso.
STUDENTESSA: Visto che parla di vocazione quindi Lei non considera poesia quella civile? Non considera poeta il poeta vate?
Il poeta vate? Non so chi è il poeta vate, scusa.
STUDENTESSA: Quello appunto che fa poesia civile o poesia educativa o didascalica o...
Io ne conosco pochi, amo pochi poeti, una decina ed erano persone che non ..., non si mettevano a ...., non avevano l'aria di chi predicava qualcosa insomma, di chi stesse a raccontare le cose perché gli altri le imparassero. Era una specie ..., era qualcuno su cui una scrittura, che veniva da fuori insomma, dagli altri, si imprimeva - non si esprimeva -, era un specie di annullamento della propria personalità. Il poeta è il più infelice della specie che scrive, è quello che non ha altro che quello, che quella sua vocazione improvvisa, non perpetua, quel suo destino di essere.... Come succede per i profeti, insomma. I profeti vengono invasi da una voce da fuori, che viene da fuori e che li utilizza come strumento e loro la possono solo registrare, la possono solo trasmettere. Ecco così è il poeta, un accidente della specie, un servo della vocazione, non uno che sviluppa la propria personalità, ma uno che la sospende, accetta di sospenderla. Dunque ce ne sono stati di poeti in questo secolo. E questo è stato un secolo poetico. però di vati io non ne ho amati, poeti vati non ne ho amati. Non li conosco insomma, non darei questa definizione a nessuno di questi che ho amato.
STUDENTESSA: Mi scusi, secondo Lei, scrittori si nasce o si diventa?
Dunque io credo che si diventi a forza di fare, a forza di scrivere. Io credo che l'unico talento sia la ossessione e il volersi rinchiudere, rinchiudere tutto il mondo, tutta la propria espressione solo in quella cosa lì, in una limitazione, in una ostinazione. Si diventa. Io però attribuisco il fatto, parlo per esperienza di altri e non sto dicendo che io sono diventato scrittore. Non mi ci sento diventato.
STUDENTESSA: Allora, prima Fabrizia Le ha chiesto chi è veramente Erri De Luca. E Lei ha preferito non rispondere. Non pensa che questa forte difesa della propria intimità scenda in contraddizione poi con lo scrivere come il raccontarsi e mettersi in discussione?
Sì c'è una spudoratezza dello scrivere, del pubblicare e del raccontare le proprie storie, che è in contraddizione con il riserbo. Sicuramente è in contraddizione. Ma, appunto, io ammetto di essere spudorato fino a quel punto, fino a quel punto, fino alla domanda: "Cosa ci fai?". Perché quella è pubblica. Insomma alla domanda: "Cosa sei?", ho bisogno di stare da solo insomma o di berci su. Adesso, per chiudere, vi voglio leggere una paginetta, da un libro che naturalmente avevo scritto io. Non dico né il nome del libro né l'editore. L'autore sono io. Zig zag si chiama questa paginetta.
"Una sera del 1987 il poeta russo Josif Brodskij si ritrovò in una bella sala del Municipio di Stoccolma a pronunciare il suo discorso di accettazione. Gli era toccato il Premio Nobel, a meno di cinquant'anni, nel pieno del suo esilio. In fondo al suo breve intervento disse: "È maledettamente lunga la strada per arrivare da Pietroburgo a Stoccolma, ma, dopo tutto, per uno che fa il mio mestiere, l'idea che una linea retta rappresenti la distanza più breve tra due punti ha perduto da un pezzo la sua attrattiva". Questo pensiero può essere utile a dei giovani che da un loro perpetuo punto di partenza non vedono l'ora di essere già arrivati a qualche traguardo, a qualche preziosa stazione della loro giusta ambizione. Cercano la linea retta, la più breve, mossi dall'impazienza dell'età e persuasi da un'idea lineare dei tragitti. Non è così. Tra quei due punti, scorre la vita, che è una continua digressione, un imperterrito divagare, che ha bisogno di ostacoli, rinunce, buona sorte, anche disgrazia per compiersi. Solo da un arbitrario punto di arrivo si può credere a un percorso, dare questo nome all'intrico dei propri giorni. Stoccolma non è il capolinea di Pietroburgo, ma solo un'occasione per voltarsi indietro. Dal guazzabuglio del passato emerge allora non la linea tratteggiata di un disegno, ma la forza posseduta dal punto di partenza, l'energia contenuta nella premessa. Allora da un arbitrario punto di arrivo: un letto d'ospedale, una cella di prigione o una cena, al Municipio di Stoccolma, pretesto per voltarsi indietro, ognuno può riconoscere la saggezza di un destino, che divaga sempre e per compiersi non insegue rotta, ma deriva.".
Grazie.