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    La fenomenologia del perdono

    Antonio Mastantuono *


    Tema non solamente etico ed intrinseco alla fede cristiana, il perdono è stato oggetto di riflessione, specie negli ultimi decenni, anche da parte di filosofi e psicologi, che ne hanno indagato, oltre alla dimensione personale, la valenza sociopolitica. In molti autori l’atto del perdono assume il valore di un vero e proprio «principio sovversivo» rispetto alle geometrie concettuali di gran parte della nostra tradizione teoretica. In questa, il perdono è visto essenzialmente come una virtù individuale, consistente nella gratuita remissione di una colpa, e come rinuncia alla punizione del colpevole da parte di chi è stato personalmente offeso. Nella riflessione più recente la realtà del perdono si concretizza in un incipit vita nova personale almeno virtualmente relazionale, il cui darsi apre l’orizzonte di una peculiare logica di interazione. Ne deriva «una definizione positiva del perdono, inteso come libero atto di amore – o comunque di rispetto attivo – di chi riammette alla relazione con sé il proprio offensore, riconoscendogli una dignità che supera il male compiuto…».[1] Non si perdona, allora, in ossequio ad un principio etico, come se si desse esecuzione ad un precetto, ma in forza di un atto libero ed indeducibile, esperienza non completamente intelligibile, che attinge in ultima analisi alle ragioni profonde dell’amore.
    In un mondo, come il nostro, dominato dalla violenza e da forme di conflittualità sempre più esasperate e violente, oltre che dalla funzionalizzazione e dalla massificazione dei rapporti umani, è naturale che rinasca la nostalgia di relazioni umane vere, costruite sul dialogo e sulla comprensione reciproca. Se la riconciliazione non viene ridotta né a un’intesa sul piano ideologico né a sterile compromesso, ma viene concepita come una comunione di persone che, conservando le loro specificità, si accolgono senza alcun calcolo, sembra di poter dire che essa si fondi, in ultima analisi, sul perdono. L’atto del perdono riveste una grande funzione sociale e religiosa: rompe la logica del male, frantuma il cerchio del diritto nel quale rischiano di chiudersi la giustizia e la riconciliazione, introduce un principio nuovo e creatore. Perdonare diventa allora una virtù stimolante, tanto difficile quanto confortante, tanto encomiabile quanto necessaria. Perdonare non è un gesto di routine diffusa, non è costume di tutti i giorni: è più che altro un fiore nascosto, originale, che fiorisce ogni volta sul terreno del dolore e del superamento di sé; perdonare è il gesto che ci colloca nel meglio del nostro essere.

    Dinamica del perdono

    Un approccio al tema del perdono non può prescindere da una disamina delle sue componenti antropologiche e psicologiche. Se da un lato il perdonare si condensa nel gesto unico di un momento, dall’altro esso è sempre il frutto di un itinerario, complesso e articolato, che coinvolge la persona umana nell’insieme delle sue dinamiche. Se perdonare significa una vittoria sulle proprie paure, una strada per riappacificarsi con il passato e rendersi disponibili e aperti al presente, una via verso la libertà, è evidente che non può essere pensato che come un processo dinamico. Perdonare gli altri, ma anche se stessi, significa crescere, avere coraggio, amare. Riconoscere che il male ha un’origine, un volto, anche se spesso ciò comporta fatica, è condizione essenziale per avviare il processo del perdono. Quando si perdona non si dimentica il male ricevuto, come se dimenticare fosse parte integrante del perdono allo stesso modo in cui le corde fanno parte di un violino. Se si dimentica, non si perdona affatto. Non si può perdonare qualcosa che si è dimenticato. Abbiamo invece bisogno di perdonare proprio perché non abbiamo dimenticato il male subito. Perdonare significa ricordare il passato per assimilarlo e farne parte della propria storia. Significa anche concretizzare una forma d’amore, un amore che accetta l’altro così com’è. Il perdono, così, include spesso anche il recupero di un rapporto sociale con l’offensore. L’accettazione mutua rende possibile la riconciliazione. Questa accettazione è basata sulla capacità di entrambe le parti di accogliere se stessi e il fatto del rapporto infranto. Esse hanno bisogno di riconoscere la serietà del distacco mentre, allo stesso tempo, rinunciano al desiderio di punizione e di autogiustificazione.
    Perdonare non è facile: è un lavoro difficile, che richiede tutte le energie e il tempo di chi perdona. La non disponibilità a perdonare deriva da un egoismo umano fondamentale che impedisce la generosità del perdono, ma anche da ostacoli connessi alla forza di volontà della persona offesa, in attesa di perdono. La richiesta di perdono è un atto necessario nella dinamica del perdono, ma a volte non può realizzarsi per una serie di difficoltà riconducibili a due ordini: uno emotivo e psicologico, l’altro che oseremo chiamare metafisico. L’offensore non riesce a staccarsi da ciò che è stato commesso, perché lo mantiene in una falsa attualità: l’offesa ritorna nel presente sotto forma di un ricordo doloroso o disonorevole. La seconda difficoltà nasce dall’intuizione, giusta, del carattere irreversibile del male commesso: rimarrà sempre il fatto che questo male è stato commesso. L’offensore sembra scoprire che il suo errore ha colpito più ampiamente del bersaglio mirato, che la sua offesa ha ferito, al di là della vittima, qualcosa della ricchezza dell’essere. Egli comincia a interpretare il suo errore come responsabilità di un impoverimento dell’esistente; che lo formuli chiaramente o che si trovi allo stadio della percezione confusa, il male commesso gli viene rivelato da questo perdono incompiuto nei suoi effetti: ferendo la sua vittima, egli ha toccato e ferito la dimensione assoluta, la posta assoluta inscritta in essa.

    Perdono tra oblio e scusa

    Perché il perdono possa essere colto nella sua vera realtà, occorre affrontare due questioni preliminari che possono aiutare a «purificarne» la nozione: non è perdono autentico, infatti, né l’oblio, il sem­plice dimenticare, né la scusa, il ritenere l’altro non con­sapevole dell’offesa compiuta. Entrare nella profondità del perdono implica accettare il prevalere della logica della sovrabbondanza che soggiace all’amore e al dono, rispetto alla logica dell’equivalenza che ispira la giustizia. Al perdono, infatti, appartengono sia il ricordare che il di­menticare; per quanto apparentemente inconciliabili, re­stano due figure necessarie per fare e disfare il mondo. Ma a quale memoria e a quale oblio deve far riferimen­to l’esperienza del perdono? Il vero perdono implica la memoria e questa in un du­plice significato. Innanzitutto, nel senso che esso è un at­to positivo grazie al quale la vittima ricorda il male ri­cevuto e decide di non tenerne conto nelle sue relazio­ni con il colpevole. È necessario ricordare la colpa per perdonarla e trascenderla. Chi non ricorda, infatti, non potrà porre il gesto autentico del perdono. Spesso il tempo viene invocato come medicina doloris, agendo come sedativo e analgesico. Ma esso non può essere invocato come forma del perdono, anzi ne diventa una caricatura, presentan­dosi sotto forme diverse e non sempre facilmente indi­viduabili.
    Ma possono l’oblio, l’usura del tempo equivalere al per­dono? Possono prenderne il posto? L’usura temporale non può giustificare il perdono. Es­sa, infatti, impedisce l’atto stesso del perdono, la sua realizzazione, riducendolo a un’amnesia. L’usura compie la sua opera interminabilmente, a mano a mano che il ri­cordo si allontana nella nebbia del passato, a mano a ma­no che la vecchia infrazione sfuma all’orizzonte, passando attraverso tutte le gradazioni di una attenuazione scala­re. La continuità temporale rosicchia e consuma giorno per giorno la sostanza del ricordo.

    Integrazione

    L’usura, che è un annichilimento ritardato, può pren­dere anche un’altra forma: raramente il passato scom­pare senza lasciare tracce. La colpa commessa, l’offesa subita pos­sono diventare, una volta assimilate, invisibili ingredienti della nostra esperienza di vita. Il figlio prodigo, penti­to, avendo concluso il circuito delle avventure e delle tri­bolazioni, rientrato in casa, non ha apparentemente nes­sun elemento di differenziazione con il figlio rimasto in casa e, tuttavia, lo distingue per sempre un non so che d’invisibile. Quello che è tornato e quello che non è mai partito non sono al medesimo punto, bensì vengono se­parati da un indelebile passato. L’uomo dimentico, sul quale l’of­fesa scivola senza lasciar traccia, non sa nemmeno che cosa deve perdonare; colui che porta rancore, che conserva astio­samente il ricordo del male, sa cosa deve perdonare e a chi, ma non vuole farlo.

    Scusa

    Se l’oblio, l’usura e l’integrazione invitano a riconci­liarsi con la storia affidando al lento fluire del tempo il compito di lenire le offese, la scusa fonda il suo esiste­re sulla negazione stessa del peccato. Il perdono in tal caso si ri­duce alla semplice constatazione che non c’è mai stata offesa e che l’idea di una malvagità radicale è un miraggio completamente illusorio. Questo tentativo di vanificare l’esistenza del pecca­to e, più in generale, del male è antico quanto la ri­flessione filosofica. Socrate lo pensava quando affer­mava che «nulla è malvagio volontariamente», ridu­cendo, così, anche l’errore dell’atto a un difetto di ra­gionamento. Egli non credeva alla malvagità, ma a uno stordimento del colpevole, dovuto al suo carat­tere superficiale. In tale visione il peccatore, in realtà, è soltanto un sog­getto che opera una sorta di confusione, ritenendo, per ignoranza, bene ciò che in realtà è male, rendendosi in tal modo responsabile di un’azione irreparabile. Malva­gio è, invece, colui che, pur conoscendo il male in quan­to tale, opera per esso una scelta consapevole. Solo una persona malata potrebbe fare una scelta di questo tipo. L’essere umano ama il be­ne e vuole il bene. Solo l’ignoranza può fornire la soluzione di questo dilemma. La scusa, dunque, non è equiparabile al perdono vero; es­sa non riunisce in se stessa i caratteri distintivi del per­dono. La scusa, infatti, non è né un avvenimento, né un rapporto personale con l’altro, né tanto meno un dono gratuito. Essa non conosce l’istante improvvi­so del perdono, è frutto di uno sforzo dell’intelletto, di un processo, forse laborioso, che l’istante del perdono, invece, esclude. La scusa è ben più facile, meno dolorosa, meno co­stosa del sacrificio straziante chiamato perdono.
    Infine, la scusa intellettiva, non essendo né un avve­nimento né un rapporto con l’altro, non è nemmeno un gesto gratuito. Riconoscere il niente del peccato non vuol dire fare un dono né fare un’elemosina a un peccatore, in quanto non esistono peccatori.

    Conclusione

    Messi in guardia contro ogni forma spuria di perdono, resta solo da guardare a esso come a un rapporto interpersonale, segnato dall’incertezza e dal rischio, capace di inaugurare l’era della riconciliazione, un incipit vita nova, un accogliere l’altro nella consapevolezza che chi ci è dinanzi è e resta un colpevole. Senza dimenticare o anestetizzare il male, il perdono diventa impegno per permettere all’irreversibilità e alla morte di fare spazio alla nascita e alla possibilità che tutto riesca a ricominciare…perché non si è ancora fatta sera sul mondo!

    NOTA

    [1] R.Mancini, Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione, Cittadella, Assisi 1996, 146.

    * Pastoralista, vicepresidente di Orientamenti Pastorali


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