Disperazione e felicità. L’Anna Karenina di Tolstoj

Disperazione e felicità

L’Anna Karenina di Tolstoj

Guido Sacchi *

Faccio una premessa rapidissima: diciamo, fra tutti questi quattro incontri, questo è quello su cui io ho meno titolo a parlare; in questo senso, che io ho una competenza professionale a parlare di letteratura italiana perché la studio e la insegno; lo stesso per la letteratura latina. Le altre letterature europee le conosco, quale più quale meno per ragioni di studio della letteratura, quella russa è quella che conosco di meno, perché purtroppo non leggo nella lingua originale. Quindi, come dire, sono un po' nella situazione di colui che parla di un libro da dilettante, da lettore come voi, da lettore che lo guarda in un modo diverso semplicemente perché per professione studia i libri, ecco, però su Tolstoj, sulla situazione culturale russa, ecc. davvero so molto di meno che non per Ariosto o per Virgilio. Spero comunque che questa cosa non si riduca ad una serie di esclamazioni “quanto è bella Anna Karenina, quanto è meraviglioso Tolstoj”, ma che comunque qualcosa si riesca a capire.
Allora, Lev Nikolajevic Tolstoj, sempre tre nomi in Russia perché il secondo è il patronimico, cioè il nome del papà che si chiamava Nikolaj, nasce nel 1828 e muore nel 1910, quindi da vegliardo, non vecchissimo, ma insomma vecchio. Come al solito ci interroghiamo su qual è la situazione culturale europea e russa in questo periodo: l'800, il pieno '800 ma insomma tutto il secolo, è la stagione del grande romanzo borghese, è la stagione della grande cultura borghese. In che senso? Nel senso che la cultura europea dei due-tre secoli precedenti era stata la cultura dell'aristocrazia essenzialmente, che però era una classe che era stata spazzata via dalla Rivoluzione francese, la quale invece ha portato sulla scena la borghesia, che è la nuova classe rampante in tutta Europa. Quindi l'800 è il secolo della cultura di questa nuova classe. È, per intenderci, il secolo di Stendhal, di Balzac, poi di Flaubert e di Zola in Francia, poi è il secolo di Jane Austen e di Dickens in Inghilterra, è il secolo di Alessandro Manzoni, di Ippolito Nievo, di Verga, di De Roberto in Italia ed è il secolo anche della grande, immensa fioritura del romanzo russo.
Che cos'è il romanzo nell'800? Ce n'è una definizione molto impressionante che ha dato il più grande, il più importante filosofo dell'800, che è Georg Hegel che era anche un uomo molto colto e appassionato di arte e di letteratura, e che nelle “Lezioni di Estetica” definisce il romanzo “la moderna epopea borghese”. Cioè: il romanzo è per la nostra età in cui la borghesia è, come dire, la classe che muove la storia, quello che l'epopea, cioè il poema epico, l'Iliade, l'Odissea, l'Eneide, erano per quelle età antiche, arcaiche e più rigide. Quindi è la forma letteraria in cui si rispecchia questo mondo della borghesia, è la forma letteraria che meglio lo rappresenta. Questo è evidente se noi pensiamo ad esempio ad una cosa come “La commedia umana” di Balzac, questa enorme serie di romanzi che riempie una decina di volumi, in cui compaiono gli stessi personaggi da un romanzo all'altro e così via, che ha proprio l'ambizione di rappresentare la totalità del mondo sociale. Tutte le classi sociali, tutti i movimenti tra una classe sociale e l'altra e così via. Lo stesso farà Emile Zola, con il ciclo cosiddetto dei Rougon-Macquart e lo stesso vorrà fare poi Verga anche se si ferma prima. Però non è soltanto, come dire, lo specchio in senso positivo della borghesia, cioè la forma in cui la borghesia vede se stessa e ne è contenta, è anche la forma che denuncia i fallimenti, le magagne di questo mondo. Un altro grande critico, teorico del romanzo, ungherese che si chiama Gyorgy Lukacs e che poi è diventato il profeta della critica marxista, da giovane, quando ancora non era marxista, ha scritto un libro bellissimo che si chiama “Teoria del romanzo”, in cui definisce il romanzo “l'epopea”, riprendendo Hegel, “l'epopea di un mondo senza dei”. Che vuol dire? Non c'entra il cristianesimo, non è questo il problema: i greci potevano pensare che gli dei erano intorno a loro e che quindi in qualche modo davano senso alla vita, cioè loro si muovevano in un mondo in cui le cose significavano qualcosa, in cui la loro vita andava verso un fine e loro andavano tranquilli verso questo fine. Il mondo della borghesia e, in qualche modo, anche il nostro mondo, è un mondo in cui gli dei non ci sono più, si sono ritirati nel cielo e il senso della vita non è più presente, va cercato. Però il romanzo è appunto la forma che racconta di come si ricerca questo senso della vita, ma facendone sentire la mancanza, quindi è la forma di una mancanza, la forma di un dramma insomma, di un mondo in cui, sì è vero c'è una grande mobilità sociale, una grande ricchezza, ecc. però la vita è anche povera di senso.
Che cosa succede dal punto di vista sociale e politico? L'abbiamo un po' detto: in Europa Occidentale la trasformazione enorme, epocale è stata innescata dalla Rivoluzione francese e poi dalle altre rivoluzioni che si susseguono nel secolo. Il 1848, il 1870, la Comune di Parigi che sconvolge tutti i borghesi di Europa perché è il primo esperimento di comunismo realizzato, ma soprattutto la Rivoluzione francese cambia le cose in questo senso: anzitutto nel senso che l'aristocrazia viene spazzata via, non perché non esistono più i nobili o perché siano stati tutti fatti fuori come vorrebbe far credere certa propaganda anti Rivoluzione francese, ci sono state anche queste cose ma non è questo il punto. I nobili, anche adesso, hanno un sacco dei possedimenti che avevano nel '400 e nel '500, non è questo il problema, però, come dire, non hanno più quei privilegi che avevano avuto sin dal Medio Evo: un nobile può andare da un popolano e schiaffeggiarlo per strada, un nobile dopo la Rivoluzione francese non lo può più fare perché quel popolano è un cittadino come lui. Voi capite dunque, che il mondo dopo la Rivoluzione francese è già il nostro mondo: a me piace dire che se uno pensa a delle immagini, o a delle opere letterarie, prima della Rivoluzione francese ha l'impressione di leggere qualcosa di antico, che non ci appartiene insomma, che è in qualche modo da recuperare; se leggiamo qualcosa di scritto, di realizzato dopo, abbiamo a che fare già con il nostro mondo, con un mondo che è diverso per ragioni quantitative, c'è più tecnologia, non lo so, ci sono più invenzioni, ecc. ma non per ragioni qualitative.
Cosa succedeva in Russia? In Russia non succedeva niente di tutto questo. In Russia non arriva la Rivoluzione francese, o meglio ci arriva, grazie a Napoleone, ma non con gli effetti che Napoleone aveva avuto nel resto d'Europa: Napoleone non tocca l'assetto della Russia, come invece aveva beneficamente toccato l'assetto d'Italia, della Spagna, ecc. La struttura sociale e politica della Russia è ancora quella del Medio Evo: cioè abbiamo a che fare con un'autocrazia, cioè con una cosa peggio della monarchia assoluta, lo Zar (una curiosità: “zar” è una parola che deriva da “Caesar” intendendo Cesare come Imperatore, perché di fatto lo Zar delle Russie è come se fosse in qualche modo l'erede dell'Imperatore di Costantinopoli che era a sua volta l'erede dell'Imperatore di Roma), lo Zar è padrone della Russia e di tutti i suoi abitanti, ci fa quello che gli pare, è una struttura che si definisce “cesaropapista” un termine che si usa di solito per l'Impero bizantino, cioè è una struttura in cui la chiesa e lo stato non solo non sono divise ma sono l'uno parte dell'altra, cioè la chiesa in qualche modo è come se fosse una burocrazia dello stato, e lo stato è parte della chiesa, quindi tutti i riti dello stato sono ovviamente riti religiosi e la chiesa è strettissimamente legata al potere politico, la chiesa ortodossa naturalmente. La struttura sociale è rigidissima, di una semplicità disarmante: da una parte abbiamo l'aristocrazia dei grandi proprietari terrieri e poi la burocrazia e dall'altra il popolo dei contadini. Basta. Cioè in Russia non esiste una borghesia, per dire. Ad un certo punto arriva un personaggio mezzo matto, che è Pietro il Grande, a fine '600, inizio del '700, che fa costruire San Pietroburgo di cui adesso si celebrano i fasti, con questa idea “io voglio modernizzare la Russia”, modernizzarla sul modello dell'occidente, quindi introdurre un esercito come si fa in Prussia, una burocrazia come hanno in Francia e così via. Questo modo di modernizzare il paese è più o meno lo stesso che adottò poi Stalin negli anni '30, causando milioni di morti, cioè è una modernizzazione forzata, imposta come un cambiamento dall'oggi al domani e che naturalmente proprio non può, non fa in tempo ad entrare nel tessuto della società, o ci entra a prezzi tremendi. Però è un fatto che da quel momento la Russia, che veramente era stata un mondo a parte entra a far parte dell'Europa e l'Europa entra in Russia, cioè nel '700 Caterina la Grande ospita a San Pietroburgo Voltaire che gira tutta l'Europa, da Federico il Grande di Prussia, ecc. Poi i contadini stavano sempre allo stesso modo, intanto Voltaire faceva le sue visite a San Pietroburgo.
Ad un certo punto questa presenza, da un lato di una tradizione culturale antichissima e dall'altro di una novità che è quella della cultura occidentale, pone dei problemi agli intellettuali i quali, verso la metà dell'800, si dividono in due partiti (questa cosa si risente per esempio in Dostoevskij), da una parte i cosiddetti “slavofili”, cioè quelli che dicono no, noi dobbiamo a tutti i costi tutelare la nostra identità che è quella di essere russi, di essere qualcosa di diverso dall'occidente, quindi esaltando alcuni caratteri dell'anima russa, che erano appunto diversi dal razionalismo, dall'individualismo occidentale e così via, dall'altra gli “occidentalisti”, quelli che dicono no, dobbiamo rincorrere l'occidente e portarne il più possibile a casa nostra.
Questa è la situazione in cui si trova a muoversi Tolstoj; per farvi capire, una data molto importante in questo secolo per la storia russa è l'abolizione della schiavitù della gleba, che era una cosa che esisteva in tutta Europa dal Medio Evo, cioè quella regola non scritta per cui il contadino è legato alla terra che lavora. Questa cosa in Italia non esiste più dai tempi dei Comuni, in Francia è stata abolita con la Rivoluzione francese, in Russia la aboliscono, la abolisce lo Zar Alessandro III nel 1861, quando in Italia si riunisce il Parlamento dell'Italia unita, per farvi capire. E naturalmente non cambia niente, perché i contadini sì sono liberi di andare dove gli pare, ma dove vanno? Rimangono lì.Ora dal punto di vista letterario, l'800 è la stagione di un'enorme fioritura narrativa in Russia. Prima c'è la generazione dei “romantici”, quella di Gogol, per esempio. Gogol fu in Italia, abitò a Roma per un lungo periodo e diventò amico di Giuseppe Gioacchino Belli, che è il grande poeta dialettale romano; è il periodo di Puskin, noi non lo conosciamo tanto, perché è stato più poeta che prosatore e l'opera più importante è questo romanzo in versi “Evgenij Onegin” è appunto poesia, quindi noi che non leggiamo il russo in qualche modo siamo un po' tagliati fuori dall'apprezzare questo qui, che però è nelle storie letterarie russe, un po' il Dante della letteratura russa. Poi c'è la generazione dei “realisti”, dei Turgenev, dei Goncarov e dei due mostri Dostoevskij e Tolstoj, i quali sono più o meno contemporanei, Tolstoj è sette anni più giovane di Dostoevskij.
Dal punto di vista letterario chiaramente questi che fanno? Ereditano il romanzo europeo, leggono a più non posso i romanzi, francesi, inglesi, tedeschi, ma lo sviluppano in un modo del tutto originale, cioè ci mettono questa famosa anima russa: ovvero soprattutto, parliamo soprattutto di Tolstoj e di Dostoevskij, una centralità dei problemi morali e religiosi che nel resto d'Europa non esisteva. Nel resto d'Europa prevale l'analisi sociale, invece è come se questi la dessero per scontata, cioè gli viene naturale farla, per cui leggendo “Anna Karenina”, o “Guerra e Pace” noi abbiamo delle descrizioni complete, proprio perfette della società russa. Però non è questo che sta a cuore a Tolstoj, a Tolstoj stanno a cuore dei problemi di ordine del tutto diverso.
Tolstoj è scrittore di un sacco di roba, Tolstoj è il rampollo di una famiglia nobilissima, hanno un sacco di terre, quindi come tutti i rampolli delle famiglie aristocratiche entra nella carriera militare, combatte nella Guerra di Crimea, ecc. ecc. però è uno, come dire, piuttosto esigente con se stesso. I diari di Tolstoj sono impressionanti: questo che scrive della ricerca della perfezione morale, e così via. Ad un certo punto lui decide di lasciare l'esercito e di ritirarsi nella tenuta di famiglia di Jasnaja Poljana, dove si dedica ad una scuola elementare per i contadini, ancora giovane questo, una trentina d'anni, nel frattempo si sposa, ha dei figli, ecc. però comincia a fare questa cosa, cioè riflette su come vivono i contadini, su che cosa di può fare per migliorare le loro condizioni di vita, e riflette sulla differenza fra la cultura della sua classe, che è una cultura di un'aristocrazia occidentalizzata - “Guerra e Pace” comincia in francese, comincia con una conversazione in un salotto di San Pietroburgo e nei salotti di San Pietroburgo si parla francese, come nei salotti di tutta Europa, come nei salotti di Palermo o di Torino o di Madrid - per dire di un'aristocrazia occidentalizzata con cui questi qui non hanno nessun rapporto chiaramente, perché questi sono contadini che vivono a contatto con la loro terra, punto e basta.
Contemporaneamente Tolstoj ha scoperto la sua vocazione letteraria: scrive un sacco di roba, cioè scrive soprattutto tre romanzi, di cui l'ultimo “Resurrezione” è un caso a sé, perché appartiene all'ultimo periodo dell'attività di Tolstoj, di cui parleremo dopo. Scrive un'enorme quantità di racconti, scaglionati lungo tutta la vita, fino agli ultimi giorni della sua vita, ma è soprattutto l'autore di due romanzi: di “Guerra e Pace” e di “Anna Karenina”. “Guerra e Pace” esce in rivista, poi in volume nel 1869, Anna Karenina nove anni dopo nel 1878, per farvi capire nel '78 Verga cominciava a scrivere le prime cose veriste, tre anni dopo sarebbero usciti “I Malavoglia”.
Come si fa a scegliere fra “Guerra e Pace” e “Anna Karenina”? A caso, cioè io ho scelto di parlarvi di “Anna Karenina” perché l'ho letto per ultimo, però insomma qualcosa di “Guerra e Pace” bisogna dire. “Guerra e Pace” a me, vi dico una cosa di impressione di lettura molto banale, cioè leggere “Guerra e Pace” ci vuole il suo tempo naturalmente, ma è come stare al cinema ininterrottamente per due mesi, cioè è un piacere che non dà nessuna altra cosa al mondo. Naturalmente non è come leggere un romanzo di Agatha Christie, però succedono un sacco di cose, ci stanno personaggi, ne capitano di tutti i colori, è un romanzo di una bellezza incomparabile insomma. E' un grande romanzo storico, a cui Tolstoj pensa a lungo, che appunto affronta un periodo cruciale nella storia russa recente, cioè l'invasione da parte di Napoleone. Dagli anni precedenti il 1805, fino al 1812 che è l'anno dell'invasione. Come sapete Napoleone arriva in Russia, conquista anche Mosca, ma rimane fregato, viene vinto dal Generale Inverno, come si diceva all'epoca, viene vinto dal grande Generale Kutuzov che rappresenta l'anima russa e dallo Zar Alessandro I e se ne torna con la coda fra le gambe con l'armata sterminata, decimata, e l'impresa di Russia è l'inizio della fine di Napoleone. Vedremo fra cinque minuti che cosa significa questo per Tolstoj: questo è il grande quadro storico che c'è dietro e per Tolstoj voi capite che questo è come se fosse non l'inizio di tutti i mali, però certo il momento in cui le due civiltà si scontrano. Da una parte l'occidente che arriva con la voglia di conquistare e di civilizzare e dall'altra la madre Russia che resiste.“Guerra e Pace” è soprattutto il romanzo di tre personaggi, ce ne sono a centinaia, ma soprattutto è il romanzo di due famiglie: i Rostov, che sono una famiglia vitale, piena di vita, di giovani e soprattutto di Natasha che è la protagonista e dall'altra la famiglia Bolkonski che invece è una famiglia un po' spenta, c'è un vecchio principe, una principessa figlia un po' triste, il principe Andrej che è tristissimo, è il figlio perché non scopre, non capisce il senso della vita, si vuole ammazzare fino a quando non incontrerà Natasha e poi il terzo personaggio che è amico di tutti e due, e la cui vicenda si intreccia in vario modo con tutti e due ma non vi sto a raccontare le amicizie, i fidanzamenti, le morti, ecc. perché bisogna scoprirle da sé, che è Pierre Bezuchov, che è uno di quei personaggi autobiografici che Tolstoj infila sempre nei romanzi. Quindi, da una parte un grande affresco storico, dall'altro storie umane di tre personaggi che noi seguiamo per due volumi di 800 pagine l'uno. Io qui vorrei fare, a proposito di “Guerra e Pace” e di “Anna Karenina”, come dire, cogliere l'occasione per fare l'elogio della lunghezza dei libri: allora dipende da che cosa uno chiede ai libri. Se bisogna distendersi sotto l'ombrellone va bene qualunque cosa, se però noi ai libri chiediamo qualcosa di più allora le pagine ci vogliono. Come si fa a spiegare il senso della vita, che è quello che Tolstoj vuole fare, e che a suo modo fa, in meno di 800 pagine? Già è tanto che ce l'abbia fatta in 800 pagine! Allora i libri di cui sono piene le nostre librerie, che pretendono di spiegarci il senso della vita con tre o quattro maiuscole in 150 pagine, cioè i non mai abbastanza deprecati Paulo Coelho o Susanna Tamaro, tanto per non fare nomi, sono delle bufale, proprio tecnicamente, perché non c'è proporzione fra l'obiettivo che si danno e la quantità dello spazio che occupano. Un libro importante è anche un libro grosso, non c'è niente da fare, poi può essere più o meno grosso, però come dire questa è una cosa sicura. Quindi è vero che oggi, soprattutto i giovani rifuggono come la peste i libri lunghi, però è chiaro che si perdono qualcosa, questa è una legge quasi matematica.
Che cos'è “Anna Karenina”? “Anna Karenina” è il romanzo di un adulterio. È intitolato ad una donna e già questo rinvia ad un preciso modello occidentale che è “Madame Bovary” di Flaubert. È il romanzo di questa gran dama della società moscovita e sanpietroburghese che è sposata con questo Aleksej Karenin, che è un alto funzionario noiosissimo e che noi francamente detestiamo perché è veramente un personaggio da prendere a schiaffi, che è uno che pensa solo alle forme, questa forma esteriore a cui è improntata tutta la sua vita lo ha costruito anche dentro, quindi lui non riesce ad essere naturale neanche con se stesso. Ha un figlio che adora, ad un certo punto incontra un giovane ufficiale che si chiama Aleksej Vronskj e a poco a poco se ne innamora. Vronskj in realtà stava facendo la corte ad un'altra ragazza che si chiama Kitty e che è la figlia della cognata di Anna Karenina, però va bene le parentele non sono complicatissime se uno ci sta insieme per 800 pagine poi le impara ma è inutile che ve le dica adesso, comunque stava facendo la corte a questa Kitty però si innamora di Anna e quindi la lascia perdere e lei naturalmente ci sta malissimo. Però Kitty conoscerà un altro personaggio di cui è pure innamorata che si chiama Konstantin Levin e con cui vivrà una bellissima storia d'amore e i due si sposeranno.
Allora noi da una parte abbiamo la storia di un matrimonio infelice, e di una relazione adulterina e dall'altra abbiamo una storia d'amore e della ricerca di sé da parte di questo Levin e un matrimonio felice. Questa cosa secondo me non viene detta con la sufficiente chiarezza quando si parla di Anna Karenina, perché sembra sempre che questa seconda storia sia un po' messa lì, sia una storia laterale. In realtà non è così, è proprio un preciso contraltare: si tratta di due storie parallele che anche come numero di pagine si bilanciano bene all'interno del romanzo, per cui alla fine “Anna Karenina” è il romanzo di Anna Karenina, ma è anche il romanzo di questa seconda coppia e questo è fondamentale per capirne il significato, come vedremo. Ad un certo punto Anna confessa il suo amore al marito, perché in una scena memorabile alle corse Vronskj cade e lei ha un moto di orrore davanti a tutti, che naturalmente sconvolge il marito, ma non tanto perché lui capisca che lei ama Vronskj, quanto perché lei ha dato scandalo davanti a tutti facendo capire che lo ama. Quindi lui la porta via in modo molto brutale, lei gli confessa che lo ama e da quel momento decide di lasciarlo. Questo naturalmente è uno scandalo per tutta la società che Anna frequenta, quindi viene messa al bando da tutta questa società, che pure tollerava invece benissimo la relazione adulterina finché la cosa non veniva fuori, i due partono per un viaggio in Europa, hanno una figlia insieme, si ritirano a vivere in campagna nella tenuta di lui. A poco a poco lei si rende conto che lui si è stufato, perché lui è giovane, lei è meno giovane di lui e lei si convince sempre di più che lui non la ama più, però lei ha lasciato il marito, ha lasciato il figlio che è una cosa che la distrugge e la disperazione di Anna monta a poco a poco nelle pagine del romanzo fino al punto tale che non le resterà, davvero capiamo insieme a lei che non le resta nessuna alternativa che il suicidio. Quindi alla fine della settima delle otto parti del romanzo Anna muore, però c'è un'altra parte che è dedicata ovviamente in larga parte alla seconda coppia, la quale ha un bambino, è molto felice, si amano tremendamente e soprattutto c'è questo personaggio, che è un personaggio autobiografico, addirittura sembra che il racconto della scena in cui i due si confessano il loro amore che è molto tenero perché fanno una specie di gioco per cui lui fa indovinare delle lettere, lei capisce la frase che le vuole dire, insomma si parlano in questo modo muto, sia veramente il modo in cui Tolstoj ha confessato il suo amore alla moglie, la quale poi è una donna tremenda però insomma pare che la scena sia veramente autobiografica. Quindi voi capite che rispetto al modello di Madame Bovary c'è qualcosa di diverso: cioè qui anzitutto c'è una bussola morale, cioè Anna sa sempre che sta facendo qualcosa di sbagliato, è questo che la ammazza, che la distrugge; e poi c'è il contrappeso invece di un esempio positivo. Cioè le stesse cose, le stesse esperienze possono andare bene: se uno ci mette degli ingredienti diversi.
Allora per capire i romanzi di Tolstoj bisogna dire qualcosa della sua posizione morale che si va chiarendo a poco a poco. Essenziale è la centralità della natura: cioè la natura è per Tolstoj la depositaria della verità e della legge morale. Ma la natura intesa non soltanto come mondo naturale, vegetale e animale, ma come il mondo umano più vicino al mondo naturale. Cioè, quale? I contadini. I contadini sono quelli meno viziati dalla cultura, dal razionalismo e così via; sono quelli più vicini alla natura, perciò sono quelli più veri e sono quelli nei quali va cercata la legge morale vera, che loro succhiano dalla terra, per così dire. La loro vita è buona perché loro fanno il bene così, gli viene naturale farlo. Di fatto è la stessa forza che permette a Kutuzov di vincere Napoleone; è la forza della Russia contro l'Europa corrotta. Questa legge della natura si scopre essere uguale alla legge del Vangelo che è un Vangelo però interpretato in un modo molto personale. E' un Vangelo razionalizzato, cioè un Vangelo senza Resurrezione, senza miracoli; è un Vangelo ridotto al messaggio, come dire, alle parole dette e all'esempio di Cristo. Quindi scoprire il Vangelo significa scoprire la natura e scoprire la Russia. Questa qui diventa per Tolstoj una vera religione personale che ha anche un certo successo, poi Tolstoj ha anche il physique du rôle da profeta, però la cosa comincia a dare sempre più fastidio alle autorità ecclesiastiche russe, che alla fine lo scomunicano nel 1901. Anche se Tolstoj veniva coperto di onori pubblici, veniva fatto accademico, veniva letto e rappresentato a corte, lo Zar lo amava molto e così via. Però il Sinodo della chiesa russa lo scomunica e lui se ne frega perché tanto lui con la chiesa già da tempo ha smesso di averci a che fare, perché non sono i riti che gli interessano.
In Anna Karenina c'è Levin che assiste ad una messa, non capisce cosa succede, noi vediamo questa messa come se tutti facessero dei gesti senza senso ed è più o meno l'idea che Tolstoj sempre più si veniva facendo della religione positiva. Quindi Tolstoj a poco a poco si farà sempre più appunto profeta di queste idee, scriverà testi di propaganda, scriverà un catechismo per i bambini, scriverà testi di esegesi evangelica e così via, che circolano moltissimo in tutta Europa e riduce di molto, dopo aver scritto “Anna Karenina”, riduce di molto la produzione letteraria, non del tutto, cioè continuerà a scrivere, “La morte di Ivan Ilic” che è un altro capolavoro, è un lungo racconto, è di molto posteriore ad “Anna Karenina”. Però a questo punto lo scopo della sua vita non è più cercare il successo nella letteratura, lo scopo della sua vita è vivere secondo il Vangelo e fare in modo che questa cosa venga conosciuta da tutti.Anna Karenina muore perché, in sostanza, viola questa sacra legge della natura, si abbandona al desiderio. Il romanzo, stranamente e gravemente, nella edizione Einaudi non c'è questa epigrafe, però porta una epigrafe, credo dal Libro dei Proverbi, che dice “mia è la vendetta”, come se il romanzo volesse rappresentare la vendetta divina su chi sbaglia, però questa è una cosa importante, è un'indicazione precisa sul valore che Tolstoj vuole dare al romanzo, perché poi c'è qualcuno su cui la vendetta divina non cade invece, perché non ha sbagliato.
Il giudizio morale però in Tolstoj che c'è sempre ed è sempre categorico non esclude in Tolstoj, questa è una delle ragioni della sua grandezza, una specie di ecumenismo; cioè in fondo in fondo tutti quanti sono buoni, la vita è bene e quindi tutti sono buoni. Per cui questo che vuol dire nei romanzi? Vuol dire appunto che ci stanno dei personaggi che noi avremmo il diritto di odiare, come in tutti i romanzi, ci stanno dei personaggi che figurano per essere i buoni del romanzo, e degli altri che sono dei cattivi, quindi noi giustamente non li sopportiamo. Tolstoj però da una parte ce li presenta come cattivi, dall'altra però ci mostra che in fondo in fondo anche loro sono dei poveracci. Questo Karenin, il marito di Anna è così, c'è una scena emblematica in “Guerra e Pace”, il principe Andrej è stato ferito in battaglia e si ritrova a fianco, nel lettino a fianco al suo nell'ospedale da campo, Anatolij Kuraghin. Chi è Anatolij Kuraghin? Per farvi capire nel film, quello classico con Audrey Hepburn e Mel Ferrer, è quello interpretato da Vittorio Gassman, cioè il bellone, fighetto, cioè Anatolij Kuraghin è quello che seduce Natasha dopo che lei si è fidanzata con Andrej e lei fa la fujtina con lui. Quindi Andrej, per carità, non ne vuole più sapere niente. Va in battaglia, viene ferito e vede accanto a sé questo! Allora noi in quel momento vorremmo che Anatolij Kuraghin crepasse davanti ad Andrej, perché questo sarebbe, come dire, la giustizia del romanzo. E invece Tolstoj ci fa vedere tutto il dolore umanissimo di questo povero Cristo, per cui noi alla fine diciamo “vabbé, però, in fondo in fondo anche Anatolij Kuraghin lo possiamo salvare”. Tutto sommato questa che, detta così fa un po' ridere, però voi capite che è una scelta morale precisa nella presentazione dei personaggi e quindi nell'idea che Tolstoj ci dà del mondo.
È un po' il rovescio esatto di quello che invece fa Dostoevskij: che, lo vedremo speriamo in futuro, invece cerca di dimostrare come anche i santi, in fondo in fondo, abbiano qualcosa da nascondere. Ora è venuto finalmente il momento di sentire il primo brano recitato da Angiola Baggi. Il primo brano è il capitolo finale della parte settima, cioè il suicidio di Anna. Anna ha litigato per l'ultima volta con Vronskj, se ne è andata, è partita, gli ha scritto un biglietto, tutti il capitolo è giocato su quello che tecnicamente si chiama “il discorso indiretto libero” di lei, cioè sulla registrazione dei suoi pensieri in presa diretta e quali sono questi suoi pensieri? Lei è disperata, perché la sua vita sta crollando intorno a lei, allora questa è un'esperienza molto comune, che capita purtroppo di fare anche a noi, vede nero intorno a sé, tutto ciò che vede è brutto, è mostruoso, è deforme, perché è lei che si sente brutta, mostruosa e deforme. Ad un certo punto vede davanti a sé, sale sul treno vede davanti a sé una coppia di marito e moglie che palesemente si detestano, perché lei a questo punto ha uno sguardo acutissimo per cui capisce immediatamente la natura delle persone, si detestano ma insomma fanno finta di niente, quello che lei non ha accettato di fare, ad un certo punto, arrivata alla stazione, scende dal treno, riceve una risposta al biglietto, che è una risposta un po' menefreghista da parte di lui, e allora capisce quello che deve fare, cioè ammazzarsi e, come al solito in questi momenti estremi, gli si presenta confusamente una rivelazione del bene che poteva essere e non è stato e tutto il male invece che è stato.
Volevo dire soltanto una cosa: che naturalmente noi leggiamo, come al solito, dei brani; nel caso di un romanzo come “Anna Karenina” la scelta dei brani, il taglio dei brani, è un sacrificio più doloroso, perché un conto è arrivare al suicidio di Anna dopo 600 pagine che lei è stata con noi e noi abbiamo seguito i suoi pensieri passo passo, un conto è leggere queste cinque pagine, quindi io non posso pretendere di rendervi tutto ciò che c'è prima. Quindi per forza c'è una perdita maggiore di quello che ci poteva essere nel caso di Virgilio, il che non esclude che il brano sia di una tale intensità e bellezza che comunque è un capolavoro da leggere anche a sé…
Questo atteggiamento di cui abbiamo già parlato, questo atteggiamento ecumenico di Tolstoj, è che se tutto è bene in qualche modo, tutto ha diritto ad esprimersi, tutto ha diritto ad avere voce, a parlare. Che cosa significa questo in un romanzo? Questo si traduce tecnicamente in quello che gli studiosi chiamano “un problema di punto di vista”, cioè quando noi leggiamo un romanzo, magari non ce ne accorgiamo, però da una parte abbiamo una persona che racconta, una voce narrante, in questo caso è Tolstoj il narratore, che ci dice delle cose. Poi ci sono i personaggi, allora il narratore ci dice delle cose però assumendo il punto di vista di questo o di quel personaggio. Nel capitolo che abbiamo appena ascoltato la voce è quella di Tolstoj, molto spesso, ma il punto di vista è sempre quello di Anna.
Ecco in Tolstoj tutto ha diritto al punto di vista. Ad esempio ci sono capitoli in cui noi vediamo le cose con gli occhi del figlio di Anna, del bambino; questo è molto raro in un romanzo dell'800, a parte De Amicis, ma insomma sono casi a parte, sono “libri per ragazzi”, quindi è una cosa diversa. Qui invece il bambino che è parte in causa, perché viene lasciato, abbandonato dalla mamma, gli viene detto che la mamma è morta e così via, ecco noi vediamo le cose anche del suo punto di vista. Questo arricchisce moltissimo il nostro sguardo su tutta la vicenda: ad un certo punto, quando ancora la mamma non l'ha lasciato, all'inizio della relazione, lui vede Vronskj venire in casa e vede che la madre lo adora e si dice “Vabbé, ma perché io non devo amare questo qui, visto che mamma gli vuole tanto bene”, mentre invece tutti gli altri di casa lo guardano con sospetto e con diffidenza, lui non capisce questa cosa. Naturalmente è straordinario che Tolstoj abbia pensato a che cosa poteva pensare un bambino in una situazione del genere e, non so se è quello che penserebbe un bambino in una situazione del genere, però certamente è molto verosimile, potrebbe esserlo. Ma ha diritto ad un punto di vista anche un cane: cioè c'è Levin che va a fare una partita di caccia con la sua cagna Laska e ad un certo punto noi sentiamo i pensieri di Laska! Che dice “vabbé, tu vuoi che io vada a prendere questa cosa, vabbé ci vado, lo so che non c'è niente, però io ci vado per farti contento” e Laska va, rovista un po' nel cespuglio, poi torna indietro. Questa cosa non viene fatta senza un significato: ha per l'appunto il senso di far partecipare ogni cosa che vive alla esistenza del romanzo, non a caso il cane assume il suo punto di vista nel caso di Levin che è colui che scoprirà per l'appunto che il senso della vita, come l'ha scoperto Tolstoj, è nella natura. Questa è un'altra ragione della grandezza del romanzo. L'ultima ragione sta nell'ulteriore suo messaggio morale-religioso che è contenuto nel finale che è stato molto criticato per esempio dalla critica marxista, come una cosa appiccicaticcia, una specie di predicozzo finale, ecc. e che è invece, secondo me, non solo un grande pezzo di narrativa, ma proprio delle pagine di un vero maestro di spiritualità, delle pagine che hanno molto da insegnare dal punto di vista dell'esperienza religiosa in generale, in quanto tale. Perché? Perché il finale del romanzo riguarda appunto Levin e Kitty. Levin sta bene, è felice, però lui, questo benedetto senso della vita ancora non l'ha trovato. Lui è cresciuto da agnostico, da razionalista ed è arrivato dunque alla conclusione che o il senso della vita sta nelle favolette che gli raccontavano da bambino, ma in cui non può più credere, oppure non esiste e quindi tanto vale morire; lui non vuole morire perché è contento, perché ama la moglie, perché ha un bambino, ecc. però gli manca qualcosa. Ad un certo punto ha una rivelazione che assomiglia molto ad una conversione: sta passeggiando nei campi mentre i suoi mugik (in russo vuol dire contadino) i suoi contadini stanno mietendo e lui si mette a chiacchierare con i contadini e lui gli dice: “Ma voi come fate a sopportare un lavoro del genere?” e loro con la massima semplicità gli dicono “Vabbè ma noi lo facciamo, perché è giusto così, perché è il volere di Dio”. Lui scappa via, inorridito, però ci comincia a pensare: il problema non è tanto il volere di Dio, i contadini, come dire, la religione dei contadini non è quella di Tolstoj, la religione dei contadini è chiaramente il cristianesimo ortodosso tradizionale, io non so se i contadini di Tolstoj abbiano mai capito questo che voleva, però certamente lui pensava ad una cosa diversa. Il problema è che i contadini gli fanno capire questo: che si può non vivere per se stessi, ma anzi che il bene sta nel vivere per qualcosa d'altro, nel vivere per gli altri, nel vivere per una ragione superiore. Allora Levin ad un certo punto capisce che questa cosa è talmente semplice da fare, perché non costa fatica, perché la soluzione è a portata di mano, è intorno a noi, sta nella vita stessa che noi facciamo, che si sente pervaso da una gioia immensa e si chiede “Ma, sarà mica la fede?”. Questa domanda non ha risposta, naturalmente Levin non può rispondere sì, perché non è la fede che lui aveva da bambino, perché è una fede diversa, è la fede del Tolstoj maturo. Dopo di che, dopo questa scoperta, lui è tutto contento, torna a casa dove ha ospiti, c'è il fratello, c'è un amico, c'è Kitty col bambino, la servitù, ecc. e trova modo di mettersi a chiacchierare, trova modo di litigare col fratello, cioè ripiomba all'improvviso nella piatta banalità, nella normalità della vita comune e la enorme scoperta del senso della vita sembra scomparsa, cioè sembra che la conversione che è il momento accecante di un istante, non sia mai esistito, perché la normalità lo offusca. Questa è una cosa che mi è capitato, come dire, di discuterci tante volte in duecento convegni di spiritualità, ecc. e Tolstoj lo affronta con lo strumento della narrazione.
Ad un certo punto però lui sente che non tutto è perduto perché di fatto la scoperta che lui ha fatto ormai è dentro di sé, allora ad un certo punto viene chiamato nella stanza dove c'è il bambino che fa il bagno, si chiede “Ma perché mai mi chiamano, mi chiamano soltanto per le cose importanti “. La cosa importante è che il bambino ha cominciato a riconoscere, ride quando vede il viso della madre, gli fa i versi, allora questa scena tenerissima di intimità familiare, lui in realtà non riesce ad amare questo bambino perché prevalgono i sentimenti della compassione, cioè i sentimenti di un razionalista che vede questo esserino indifeso. Invece ad un certo punto lui capisce che di fatto non è quella la verità, la verità è questa: che la vita è bene e che il bene si trova nella vita, la legge morale è questa. E che non importa, come dire, la soluzione non sta nell'essere santi e nel vivere da mistici abbeverandosi continuamente a questa rivelazione accecante, che lui continuerà a rompersi le scatole, a stufarsi, a faticare appresso ai contadini, a litigare con il fratello, ad annoiarsi quando ascolta l'amico, ma ormai questa nuova certezza nessuno gliela può più togliere.
Secondo me la grande scoperta del romanzo è anche proprio questa: cioè che la scoperta del senso della vita da parte del coprotagonista del romanzo affronta una prova decisiva che è la vita quotidiana. La vita quotidiana, che ammazza qualunque anelito di assoluto, in realtà in questo caso non lo ammazza, cioè è possibile vivere questa grande scoperta anche nella vita quotidiana. Questo per Tolstoj significa, dal punto di vista letterario, una cosa: per l'appunto questa scoperta che Levin fa alla fine del romanzo, Tolstoj l'ha fatta prima di cominciare a scrivere il romanzo, ed è proprio per questo, proprio perché lui pensa che la vita quotidiana sia questo che può rappresentarla in questo modo, che può dare una voce al cane, al bambino, che può considerare buono anche Anatolj Kuraghin e così via. È per questo che ogni scemenza della vita quotidiana ha per Tolstoj un significato assoluto. Ma è anche un grande insegnamento morale e religioso, cioè appunto la scoperta che non bisogna contare tanto sui momenti di esaltazione, quanto sulla possibilità di abbeverarsi a questi momenti nella banalità faticosa della vita quotidiana. In questi capitoli finali, che ora ascolteremo, si vede benissimo una cosa, che è una di quelle che saltano subito agli occhi quando si legge Tolstoj, cioè Tolstoj è uno che fa un uso smodato dei massimi sistemi, cioè se lui deve parlare del bene, del male, della vita, della morte, lo fa così, non è che lo fa per vie simboliche, no, no. Il principe Andrej passa per il bosco e vede quell'albero mezzo secco, si ferma e dice “Ma la vita sarà questo?”. Basta, questo è il momento in cui il personaggio si interroga sulla vita. Allora questa cosa è una capacità che di fatto ha solo lui: perché qualunque altro romanziere, o romanzieri molto meno ferrati, quando usano questi paroloni, stonano, steccano, perché sono paroloni pericolosi da usare, perché se non c'è dietro qualcosa che li sostiene fanno ridere. Invece quando questi personaggi si pongono queste grandi domande, noi sentiamo da tutta la rappresentazione che lui ci ha dato della sua vita, quindi il problema è che Tolstoj è un grande realista, è uno che sa rappresentare i personaggi come persone viventi, in questo caso noi sentiamo che le loro domande sono veramente quelle domande che loro si pongono e allora non stonano, non ci sembrano spropositate o sproporzionate e quei paroloni ci sembrano gli unici appropriati in quella situazione. Adesso ascoltiamo per l'appunto gli ultimi due capitoli di “Anna Karenina”, cioè quelli in cui Levin, dopo la scoperta della normalità, fa la sua riflessione finale insieme agli affetti con il bambino e così via.

* Terza conferenza del prof. Guido Sacchi nel ciclo “Perché leggere i classici?”, tenuta presso l'Areopago il 30 maggio 2003
N.B. Il testo, trascritto dalla viva voce dell'autore, conserva il carattere di testo parlato. Sono già on-line le prime due conferenze su Virgilio ed Ariosto, come la conferenza dell'anno precedente su Dante.

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