L'Eneide di Virgilio:

la fatica della civiltà

Guido Sacchi

Come definire un classico?

Prima di parlare dell'argomento di questa sera, che è in particolare l'Eneide di Virgilio, avevo pensato di fare un'introduzione, spero non molto lunga, ad un problema, diciamo così, teorico.
Cioè, noi abbiamo intitolato la serie dei nostri incontri “Perché leggere i classici?” e allora è giusto porsi la domanda “che cos'è un classico”? A questa domanda, noi, più o meno tutti, diamo una risposta intuitiva, empirica, cioè tutti sappiamo, sapremmo dire, tutti abbiamo qualcosa in mente quando parliamo di classico, però poi dare una definizione è più complicato. Allora io direi che ci sono due criteri per definire un classico, e questo vale per la letteratura, ma varrebbe per le arti figurative, per la musica altrettanto bene: uno è il valore, il valore oggettivo per così dire, e l'altro è la tradizione. Spiego: il classico è ciò che è bello. Ciò che è bello in modo indiscutibile, ciò che è talmente bello che nessuno può dire che non è bello. Secondo criterio: il classico è ciò che tutti ritengono tale, ciò che la storia ha decretato come importante, come vero, come fondamentale per un certo gruppo di persone. Allora voi capite, in realtà se noi riflettessimo a cosa noi pensiamo quando pensiamo ai classici, andremmo poi sempre a finire a questi due criteri. Però voi vi rendete subito conto che sono due criteri un po' traballanti entrambi: sono due criteri traballanti oggi, nel 2003, non lo sono stati per tremila anni. Perché? Perché oggi, dopo due secoli e mezzo di riflessione filosofica, è molto difficile, se non impossibile, parlare di un bello oggettivo. Ossia, nel medioevo tutti sapevano che la bellezza è un attributo di Dio. Quindi se io dico che il creato è bello, so che cosa significa questa affermazione, perchè significa che il creato in qualche modo partecipa di quella caratteristica che è una caratteristica di Dio e se è una caratteristica di Dio vuol dire che è oggettiva, che esiste, non è che a me piace una cosa a te ne piace un'altra. No. La bellezza è un fatto che esiste fuori di noi.
Ora, oggi, non è più così e non tanto perché noi non crediamo più che la bellezza è un attributo di Dio, (noi ci crediamo ancora), ma perché i filosofi, Kant soprattutto ma non solo lui, hanno dimostrato che non è così facile definire un oggetto come bello in modo che questo sia indiscutibile. Kant era un illuminista e gli illuministi hanno insegnato a dubitare di tutto, anche dell'idea che la bellezza sia un qualcosa che esiste fuori di noi. Il risultato, voi vi rendete conto, il contrario dell'oggettività è la soggettività, cioè si finisce nell'estremo opposto: ovvero non esiste più un criterio per stabilire che cosa è bello per tutti. Qualcosa sarà bello per me e non lo sarà per gli altri, quindi oggi è possibile che qualcuno dica che la volta della Cappella Sistina non è bella, prima sarebbe stata un'affermazione semplicemente incomprensibile.
D'altra parte voi capite anche che i due criteri che abbiamo detto, cioè il valore oggettivo, quello di cui parlavo ora, e la tradizione, cioè il fatto che il tempo ha consacrato queste opere, le ha rese intoccabili tendono a coincidere. Che vuol dire ? Vuol dire che quando noi pensiamo ad una tradizione, ad una serie di testi che sono importanti per la nostra storia, e ci chiediamo perché proprio questi testi sono importanti per la nostra storia, ci rispondiamo: perché sono belli, perché sono i testi più belli della nostra storia, quindi questi testi stanno nella nostra tradizione perché sono i testi migliori, migliori per natura; e quindi voi vedete che il criterio del valore e quello della tradizione finiscono col fondersi. Quindi se cade uno, fatalmente si porta dietro anche l'altro.
Il criterio della tradizione in più è stato molto criticato soprattutto in epoca più recente, diciamo negli ultimi trenta, quaranta anni, e questa critica è molto interessante perché davvero ci porta a cercare di capire questa riflessione sui classici, che è una riflessione che è stata fatta soprattutto negli Stati Uniti ma non solo, questa riflessione sui classici ci rivela delle questioni di grande attualità. La riflessione recente ha riguardato il Canone: il canone è più o meno quello che indicavamo come tradizione. Cioè in una storia, nella storia di un paese, di una religione, esiste una serie di testi che sono ritenuti essenziali. Noi parliamo di Canone delle Sacre Scritture, infatti. Ma quando si è cominciato a parlare di Canone delle Sacre Scritture, già si parlava da tempo, già i critici letterari greci da molti secoli avevano parlato del Canone degli oratori, dicendo che prima c'era Demostene che era il più bravo, poi c'era Eschine e così via, del Canone dei poeti drammatici, del Canone dei poeti comici, del Canone dei poeti lirici e così via. Una serie di liste che indicano gli autori essenziali in un certo ambito. Allora, il Canone per come lo abbiamo presentato, sarebbe una serie di testi che nei secoli si sono scelti da soli, la storia li ha scelti, e li avrebbe scelti perché per natura questi testi sono i migliori che la nostra storia abbia prodotto.
Due cose sono importanti in questa definizione, una cosa in particolare, cioè il fatto che il canone in questa considerazione tradizionale, normale, è un fatto naturale, non è qualcosa che qualcuno ha scelto: perché Dante è importante per la tradizione italiana? Ma perché è Dante. Non è che qualcuno ha detto: chi ci mettiamo nel canone? Ci mettiamo Dante, non Guido Cavalcanti. No, Dante è Dante, Guido Cavalcanti sta fuori dal canone, questo non si discute.
Ora mi sembrava carino farvi vedere un esempio molto concreto di canone, per farvi vedere che in effetti le cose non stanno proprio così. Allora il canone che vi faccio vedere è tratto dal programma che bisognava preparare per il concorso della scuola, il concorso a cattedre, per Italiano, per il programma di Italiano. Questo programma è stato allegato al bando di concorso, e il bando di concorso esce, come avviene sempre in questi casi, sulla Gazzetta Ufficiale. Allora questo è un canone che ha il massimo dell'ufficialità, è un canone che ha sotto il timbro della Repubblica Italiana.
Cioè la Repubblica dice: noi stiamo scegliendo quelli che vanno ad insegnare italiano nelle scuole, noi vogliamo che questi signori conoscano ed insegnino alle generazioni future alcuni autori. Poi si dice che in realtà bisogna conoscerli tutti, però certi autori sono nominati, altri no. Ve li leggo; allora dice “riservando maggiore spazio ai secoli XIX e XX, devono comunque essere oggetto di studio: Dante, Petrarca, Boccaccio” e fin qui, le tre corone cosiddette; “Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Tasso”. Questi sono i quattro autori del '500. Dante, Petrarca e Boccaccio sono autori del '200-'300; se la matematica non è un'opinione, manca un secolo, cioè non c'è nessun autore del '400, che non è stato un secolo da buttar via per la storia italiana, cioè mancano, a fare due nomi, Angelo Poliziano, che è stato amico di Lorenzo il Magnifico ed è stato il più grande umanista del '400, e Matteo Maria Boiardo, cioè quello che ha scritto l'Orlando Innamorato, cioè che ha inventato il poema cavalleresco in Italia. Tanto per farvi capire, Don Chisciotte legge anche l'Orlando Innamorato un secolo e mezzo dopo. Questi autori non compaiono.
Anche fra gli autori del '500, Ariosto, Machiavelli, Guicciardini, Tasso, va bene, nessuno li discute, ma io capisco qualcosa del '500 italiano se non so niente del Cortegiano di Baldassar Castiglione ? Molto difficile. Capisco qualcosa se non conosco chi è Pietro Bembo ? Molto difficile. Di queste cose poi magari riparleremo. Già questi nomi sono meno ovvi, cioè nel senso che è verosimile che anche voi li conosciate di meno, però vi assicuro che dal punto di vista storico, non sono meno importanti di Francesco Guicciardini.
“Galilei”, Galileo Galilei è l'unico autore del '600. Ma il '600 è un secolo schifoso e quindi andiamo avanti. “Goldoni, Parini, Alfieri”, il '700. L'800 va più o meno da sé, nel senso che è quello su cui la scuola italiana si è più esercitata. “Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Carducci”. Carducci, cioè non c'è Angelo Poliziano ma noi mettiamo ancora oggi nel canone “la pargoletta mano”. “Carducci, Pascoli e D'Annunzio” e poi il '900 che è molto interessante. “Pirandello, Svevo, Ungaretti, Montale, Saba”, i tre grandi poeti di inizio secolo, “Quasimodo, Pavese, Vittoriani” e qui il canone finisce. Ora Quasimodo ha vinto il Nobel, ma se voi andate in una qualunque Università italiana oggi e chiedete se Quasimodo è un poeta importante per il '900, nessuno, nessuno avrà la faccia tosta di rispondervi sì, cioè Quasimodo è un poeta secondario. Pavese e Vittorini sono due autori che erano importanti negli anni '50, cioè quando c'era il dibattito sul neorealismo, ecc. diciamo negli anni della cosiddetta egemonia culturale della sinistra. Ma oggi anche a sinistra nessuno si sogna più di dire che Vittorini sia uno scrittore fondamentale. Cioè in questo canone non c'è Carlo Emilio Gadda che è il più grande prosatore italiano del '900. Cioè va benissimo, cioè bisogna leggere “Conversazione in Sicilia” che è un libro di una bruttezza allucinante, ma si può anche non leggere “Il Pasticciaccio” di Gadda.
Allora io non dico queste cose per mettere a confronto i miei gusti o diciamo i gusti dell'accademia di oggi con i gusti del Ministero, ma per farvi capire che quello che si presenta come un canone ufficiale e quindi che dovrebbe essere indiscusso e indiscutibile è discutibilissimo, cioè è frutto di scelte. Carducci sta qui non soltanto per nostalgia dei vecchi signori del Ministero, ma perchè è frutto di una cultura, che è quella crociata, di cui ancora non ci siamo liberati. Non è che uno si deve liberare a tutti i costi di Benedetto Croce, meglio Benedetto Croce di tanta altra roba, però per dire che dipende da una scelta fatta in base a certi presupposti culturali. Quasimodo, Pavese e Vittorini, pure, come ho cercato di dirvi.
Che conclusione ne traiamo? Ne traiamo che il canone non è affatto un oggetto di natura ma è un prodotto di cultura, cioè è un frutto di scelte fatte dagli uomini. Naturalmente queste scelte si possono fare per molti motivi. Pietro Bembo, che è questo signore veneziano che è morto cardinale ed è sepolto in Santa Maria Sopra Minerva, se vi interessa per turismo, e che è il fondatore del petrarchismo del '500, è uno che dice: bisogna imitare Petrarca e Boccaccio, non Dante. Quindi lui fa delle scelte, seleziona, si fa il suo canone con alcuni autori e non ce ne mette altri perché a lui andavano bene quelli. Nell'800 Francesco De Sanctis mette prima Dante e poi parecchi chilometri sotto Petrarca e Boccaccio. Francesco De Sanctis non è un nome a caso, perché, come uno dei primi ministri della Pubblica Istruzione in Italia, è quello che ha dovuto inventarsi i programmi della scuola dell'Italia unita e lo ha fatto anche scrivendo la “ Storia della Letteratura Italiana” , che è una specie di autobiografia della nazione. Noi non siamo mai stati un paese unito, ma abbiamo sempre avuto una letteratura unita, questo lo si dimentica, ma l'Italia, nella sua letteratura, è sempre stata unita. Francesco De Sanctis ben lo sapeva e quindi fondava l'identità nazionale su questo canone che lui costruiva. Ora oggi naturalmente i problemi nostri non sono quelli di De Sanctis, quindi il canone lo si fa in modo ancora diverso, e così via.
Allora questa cosa che sembra così banale da osservare, da notare, non lo è affatto. In realtà è difficile da dimostrare una cosa del genere ed è per questo che gli americani soprattutto c'hanno discusso molto. Voi pensate che negli Stati Uniti, stabilire un canone significa questo: significa che gli studenti che studiano letteratura all'università, vanno all'università, al college e studiano un certo numero di testi, piuttosto limitato, di tutte le letterature occidentali, quindi, greca e latina, e poi italiana, inglese, francese, tedesca, spagnola, russa e americana, naturalmente. Questo si intende con tradizione occidentale. Allora chi c'è in questo canone? Ci sarà naturalmente la Genesi, un paio di libri della Bibbia, ci sarà Dante, ci sarà l'Amleto di Shakespeare e varie altre cose. Però, siccome è molto facile prevedere che gli studenti americani non conoscano molto altro oltre questa roba, perché le scuole americane fanno parecchio schifo, parlare del canone negli Stati Uniti, significa fare una scelta politica, cioè significa discutere di che cosa insegniamo a questa gente. E gli studenti degli Stati Uniti, una classe degli Stati Uniti, non è composta come le nostre classi; mi raccontavano i miei amici professori che vanno spesso ad insegnare negli Stati Uniti e loro raccontano dell'impressione che gli fa di parlare di Manzoni davanti ad una classe in cui ci stanno il 30% di ragazzi di colore, un altro 15 di asiatici, un altro 15 di latino americani e poi un po' di bianchi, e voi capite che in questo contesto non è così ovvio che Shakespeare sia così indiscutibile.
Allora la riflessione americana è arrivata a questa conclusione, ci sono poi delle premesse filosofiche ma non stiamo qui a dirle: il canone è un prodotto di cultura, ma di quale cultura? È, come è ovvio se ci pensiamo, sempre il prodotto della cultura dominante in un certo paese e in un certo periodo. È ovvio che Francesco De Sanctis, come Ministro della Pubblica Istruzione, proponeva il suo canone di uomo borghese che non teneva conto, per esempio dei dialetti e così via. È ovvio che il canone in cui c'è la Genesi, Dante, Shakespeare e via discorrendo è un canone fatto da bianchi e non da neri; che il canone in cui ci stanno tutti questi signori, i cui nomi, come direbbe Benigni, finiscono tutti con la o, è un canone fatto da uomini, da maschi e non da femmine. Allora questo significa che il canone è il prodotto di una cultura dominante e questo che conseguenza ha: che taglia fuori tutti quelli che dominanti non sono, cioè i neri, le donne e tutta una serie di minoranze, che possono essere gli omosessuali e così via. Questo, secondo me è il nucleo duro, importante, della riflessione americana ed è vero. Cioè quando noi pensiamo a quello che noi siamo abituati a considerare normale, ci dobbiamo dire che non è così normale, che in realtà ha alle spalle una storia, che è una storia che ha lasciato del sangue per terra , che è una storia per cui i maschi si sono potuti permettere di fare il loro canone senza metterci le donne, perchè le donne stavano sempre in casa ed erano i maschi quelli che facevano gli scrittori e poi diventavano famosi.
A questo punto gli americani fanno un altro passo, cioè dicono: allora no, noi dobbiamo riformare il canone e ci dobbiamo rimettere i neri, le donne, gli omosessuali e così via. E qui cominciano i problemi, nel senso che tutti, come dire siamo d'accordo sulla questione teorica così enunciata, però non è detto che esistano, che siano esistite nella storia delle scrittrici donne più importanti di Guglielmo Shakespeare, non è detto. Non c'è una donna che ha scritto una cosa come Re Lear. Questa è una cosa molto triste, perché vuol dire che le donne stavano in casa, le menavano, non le facevano studiare , ecc. ecc. però sta di fatto che non ci sta. Allora se noi andiamo a cercare negli archivi la peggio schifezza, scritta dalla suora del '500 perché era femmina e togliamo l'Amleto e ci mettiamo la schifezza, abbiamo un canone che non è più un canone ma è una cosa ridicola, ovviamente. E lo stesso vale anche, adesso ho fatto un esempio estremo, ma non è tanto estremo, e lo stesso vale se togliamo Dante e ci mettiamo il grande romanziere africano. Perché? Perché è molto ovvio che il grande romanziere africano sia grande anche perché ha letto la Divina Commedia, quindi è giusto che nel canone ci sia Dante, perché a Dante ha attinto anche il grande romanziere africano, ma il grande romanziere africano non ha nella storia lo stesso posto che ha Dante.
Quindi, come dire, il canone è ingiusto, perché è un prodotto di cultura e non di natura, però è molto difficile farlo diventare giusto a colpi di riforme di questo genere, cioè ne vengono fuori dei mostri e questa è la tendenza mostruosa che sta ampiamente verificandosi negli Stati Uniti in questo momento. Voi capite quanto ci sia di attuale in questo discorso, cioè c'è dietro il rapporto di gerarchia fra le culture, quale cultura è meglio dell'altra. Allora è chiaro che io credo che sia giusto dire che non è che la cultura bianca sia di per sé meglio della cultura nera, però che sia altrettanto giusto affermare che per ragioni che ci addolorano tutti ma che sono non meno vere storicamente, la cultura bianca è stata più importante della cultura nera e quindi come dire, in questo modo, io la faccio un po' ecumenica, salvo capra e cavoli, la discussione è molto più violenta di così, però in questo modo è la storia che fa la giustizia. Cioè si può pensare ad un canone che recuperi la sua obiettività, sulla base dell'importanza che i testi hanno avuto nella storia e questa importanza non la diciamo noi, la dice la storia stessa. Certi testi sono stati dimenticati, certi altri no, certi autori sono diventati famosi, certi altri no. Naturalmente un canone fatto in questo modo conterrà anche molta paccottiglia, cioè conterrà la Gerusalemme Liberata, che è un poema in cui si piangono calde lacrime perché è bello e commovente, ma conterrà anche Le prose della volgar lingua, di Pietro Bembo che sono un libro di grammatica e che ci si vuole tagliare le vene ogni pagina per quanto sono noiose, ma sono tutte e due importanti alla stessa stregua.
Questa è una possibile soluzione, mi piaceva dirla, porla in questo modo anche perché questo è un problema di cui avevamo parlato, così en passant, anche con Don Andrea, quando avevamo fatto gli incontri a proposito dell'islam, cioè, come dire, sul problema della gerarchia fra le culture: in nessun canone occidentale c'è mai stato il Corano, del resto dubito che in qualunque canone islamico ci sia mai stato Shakespeare, o la Bibbia, però non c'è mai stato il Corano, ma Dante, la Divina Commedia senza Averroé non l'avrebbe mai scritta. Allora, di nuovo, se noi adottiamo una posizione di questo genere ci rendiamo conto che, certo è una posizione che rifiuta un po' di scegliere, però è anche difficile scegliere in questa condizione. Io non mi sentirei di riaffermare un canone di bianchi, di uomini, di non so cos'altro, perché quelli sono i migliori. No, non sono i migliori, sono quelli che nella storia hanno contato di più, poi questo può essere un bene o un male.
Concludo dicendo come abbiamo impostato i nostri incontri. Abbiamo pensato di fare questo primo ciclo di quattro incontri: a seconda di come va si può pensare di fare altri cicli. Sono quattro gli incontri perché il primo è dedicato ad un autore antico. Naturalmente non ho detto una cosa ovvia, cioè che quando si parla di classici si parla dei latini e dei greci, dei greci e dei latini soprattutto, perché loro sono quelli da sempre considerati belli e perfetti, anche perché di secoli ne sono passati talmente tanti che della “monnezza” ce ne siamo liberati in tempo. Siamo certi che tutti i greci e i latini che possediamo siano autori di testi davvero belli, tanto è vero che quando si parla di filologia classica, di laurea in lettere classiche si parla di questo, di chi studia queste cose. Quindi il primo incontro è dedicato ad un autore classico, il secondo ad un autore del medioevo e del rinascimento, intendendo questi termini in modo molto ampio , il terzo ad un autore del '7-'800, cioè dell'età della cultura della grande borghesia europea, e l'ultimo ad un autore del '900. In queste scelte, come è stata fatta la scelta, è stata fatta in base agli autori che mi piacevano. Naturalmente, vi diciamo questo, vi garantiamo che in questa scelta non ci sono degli autori schifosi solo perché piacciono a me, però avrebbero potuto esserci altri autori molto importanti, sui quali ho preferito soprassedere. Cioè, se io devo parlare di un autore del '900, preferisco parlare di Marcel Proust che non di James Joyce, il cui Ulisse è un libro importantissimo ma che fa venire l'orticaria a leggerlo.
Secondo punto, di nuovo, io cercherò di presentare queste opere dal punto di vista storico e quindi metto tra parentesi, per così dire, non so se faccio bene, qui Don Andrea mi dà uno scappellotto, però metto tra parentesi il mio essere cristiano. In che senso: non è esatto, però come dire, ci sono sempre diversi pericoli, quando un intellettuale cristiano si mette a trattare di queste cose, perché c'è un dato di fatto: che la cultura, a partire dal '700, per la crescente cattiveria degli uomini: ha messo sempre di più il cristianesimo in un angolino, quindi sempre di più sono gli autori importanti o importantissimi, per i quali il cristianesimo non ha contato molto o non ha contato per niente nella loro esperienza. Allora a questo punto noi che facciamo? Ci sono diverse possibilità, tutte sperimentate dagli intellettuali cattolici: uno, non ne tengo conto, cioè il più grande poeta italiano del '900 chi è, Montale? Montale era cristiano? No, chi se ne importa. Naturalmente questo vuol dire che io non leggerò mai “ La Bufera e altro ”, peggio per voi. Secondo: si cercano gli echi cristiani in questi autori. Che ci sono, che ci sono, perché noi siamo cresciuti in Italia, siamo cresciuti in Europa, cioè in posti dove ci stanno i campanili ad ogni angolo di strada, quindi gli echi cristiani sono molto facili da trovare; altro è dimostrare che veramente il cristianesimo abbia contato qualcosa per lo scrivere poesia di Eugenio Montale e così via.
Ultima possibilità: stravolgere le gerarchie. Cioè prendere un qualunque pinco pallino che è molto cristiano, come scrittore fa schifo, però metterlo al posto di Eugenio Montale perché è cristiano. Ora, secondo me tutti e tre questi atteggiamenti sono sbagliati e quindi è molto più giusto cercare di capire questi autori per come loro hanno pensato, e in questo modo si scopre che valore hanno dal punto di vista umano, culturale, storico e sicuramente insegnano qualcosa a noi non solo come persone, ma anche come cristiani, anche se non andavano a messa.
Ultimo, provo a rispondere in modo molto personale alla domanda “Perché leggere i classici?”. Perché oggi noi viviamo in un tempo il cui pericolo più grande è la scemenza, è la stupidità, è la riduzione di tutto quanto a luogo comune; il veicolo maggiore di questo è la televisione, ma non soltanto. Qualunque problema grande diventa una stupidaggine, diventa una frase del Maurizio Costanzo Show, diventa un episodio di Uomini e donne e così via. Allora si ha sempre la certezza che quando si leggono questi libri grandi, si trovano delle cose serie, si trovano delle cose profonde, non banali, che insegnano e che fanno crescere. I classici sono sempre libri dopo aver letto i quali si guarda il mondo in modo diverso, che ti aprono un pezzetto d'occhio in più, e questo è l'invito alla lettura che faccio. A questo punto, trenta secondi di pausa e passiamo a Virgilio.
Rinviamo gli eventuali interventi, domande a dopo, perché come sapete questa sera non ci sono solo io, ma c'è, molto più piacevole di me, le letture della Signora Angiola Baggi e quindi è a questo che vogliamo lasciare spazio.

L'Eneide di Virgilio

Dunque Publio Virgilio Marone, ha tre nomi come tutti gli antichi romani, lo chiameremo Virgilio. Publio Virgilio Marone nasce a Mantova nel 70 a.C., la prima domanda che ci facciamo, quindi, è cercare di capire che cosa succedeva quando Virgilio andava a scuola, quando diventava grande e quando cominciava a scrivere, quindi nel 70, nel 50, nel 40 a. C. Succedevano delle cose molto brutte a Roma, ossia Roma era ancora una repubblica, lo era da circa cinque secoli, ma una repubblica sempre più in crisi, perché? Perché le istituzioni di questa repubblica erano state pensate quando Roma era piccola così, c'aveva Ostia, c'aveva Vejo, c'aveva Albalonga da governare. Ma nel primo secolo a. C., quando vive Virgilio, Roma è padrona di tutto il Mediterraneo, direttamente o indirettamente, cioè, sostanzialmente di tutto il mondo conosciuto. Èpadrona della Grecia, dell'Africa settentrionale, dell'Asia Minore, non ha l'Egitto, ma è come se ce l'avesse, della Gallia, naturalmente, Asterix e via discorrendo. Questo significa però che è molto difficile governare il mondo con le istituzioni fatte per una cittadina. Questo vuol dire per esempio che se Gneo Pompeo va, conquista la Siria e torna facendo il trionfo a Roma, e in questo trionfo porta in Senato, su un piatto d'argento, la provincia di Siria, che significa un sacco di soldi e lui l'ha conquistata tutto da solo, beh voi capite che Gneo Pompeo fa il trionfo, si rimette a sedere fra i suoi colleghi senatori, però permettete che ha un'importanza diversa dai suoi colleghi senatori che stavano a Roma a girarsi i pollici?
Questo è in soldoni il problema delle grandi personalità, che diventano sempre più un problema, sono sempre meno gestibili a Roma, cioè riscappa fuori in ogni momento il pericolo che a qualcuno non gli salti in testa di diventare re, cosa che i romani assolutamente non possono sentire neanche nominare. È fatale che ad un certo punto comincia un periodo di guerre civili, molto brutto: prima Mario e Silla, poi Cesare e Pompeo. Cesare ha preso la Gallia, Pompeo ha preso un sacco di altra roba e si scontrano. Vince Cesare, il quale diventa dittatore a vita: Cesare non è il primo imperatore, era dittatore a vita e essere dittatore era una carica regolare, cioè era una carica che dava il Senato a certi personaggi, solo che lui era a vita. Lo ammazzano. Seconda guerra civile, prima contro chi ammazza Cesare poi fra i due suoi eredi designati, cioè il suo generale Marcantonio e suo nipote e figlio adottivo, cioè Gaio Giulio Cesare Ottaviano, perché era figlio della sorella Ottavia. Marcantonio commette un errore, cioè si allea con Cleopatra, regina d'Egitto, e quindi Ottaviano ha buon gioco a presentare Marcantonio come un traditore e come un alleato dei barbari, e quindi tutto il Senato, tutta la classe dirigente romana si mette con lui. C'è una grande battaglia che cambia la storia di Roma, la battaglia di Azio nel 31 a. C., vicino alla Grecia, in cui Ottaviano vince, Cleopatra si ammazza con i serpentelli, Marcantonio muore e Ottaviano rimane il padrone di Roma, in più Roma ha anche l'Egitto che scusate se è poco.
Augusto, scusate, Ottaviano a cui poi verrà dato il titolo onorifico di Augusto, che significa più o meno “colui che accresce e che fa diventare potente Roma”, non è imperatore neanche lui. Se voi aveste chiesto ad un romano “chi è Augusto?”, lui avrebbe detto: è il Principe. Che vuol dire? Questa cosa è importante perché la furbata di Augusto sta nell'aver cambiato il meccanismo del potere senza cambiare le istituzioni. Cioè lui non fa altro che riunire in sé una serie enorme di cariche istituzionali: per esempio lui si prende la carica di censore a vita; il censore era un magistrato che aveva il compito di vigilare sulla moralità pubblica, e lui era censore a vita. Questo vuol dire che lui poteva dire come bisognava comportarsi a Roma, non solo, ma che se i signori senatori facevano qualche scappatella o si scopriva qualche scandaletto, il censore aveva l'obbligo e il compito di prendere il senatore e di buttarlo fuori dal Senato a calci. Ora non era detto che le scappatelle fossero vere per buttare fuori i senatori dal Senato. Chi aveva la carica di censore a vita poteva farlo. Quindi Augusto è uno che sfruttando nient'altro che le istituzioni della repubblica diventa il padrone di Roma. Non solo, ma che cosa dà in cambio ai romani? La pace, la pax augusta , fine delle guerre civili e inizio di un lungo periodo di pace e prosperità, celebrato da uno dei monumenti più belli di Roma antica, cioè l'Ara Pacis Augustae, l'Ara della Pace Augusta. L'Ara Pacis.
Questa è la situazione quando Virgilio comincia a scrivere. Virgilio studia a Napoli, deve essere passato per la Villa dei Papiri di Ercolano, più o meno, perché per quello che ne sappiamo potrebbe aver conosciuto il filosofo epicureo che ha insegnato anche lì, e ad un certo punto fa l'incontro decisivo della sua vita: incontra Mecenate. Questo Mecenate era un signore, era un nobile , un aristocratico, però di origini etrusche ed era un amico, diciamo era l'amico del cuore di Augusto, ma era un altro furbone, cioè era uno che non aveva mai voluto una carica pubblica, nessuna. Lui non era nessuno: era l'amico di Augusto, ma in questa veste lui mette insieme, fa il talent scout, e mette insieme intorno a sè un gruppo che è impressionante, perché intorno a Mecenate girano una serie di geni, la cui grandezza, il cui numero non si era mai più visto dai tempi dell'Atene di Pericle. Nel giro di quaranta anni a Roma escono una serie di capolavori da rimanere a bocca aperta. Mecenate prende questi, gli dà di che vivere, li introduce all'amicizia con Augusto, fa da mediatore fra gli intellettuali e il principe e in questo modo che risultato ha, che gli intellettuali, che fanno? Lodano Augusto, in continuazione e voi capite, in una situazione in cui, non è che Augusto fosse imperatore perché aveva la corona in testa e quindi nessuno poteva dirgli niente, Augusto era un magistrato come tutti gli altri, c'erano i senatori che avevano il diritto in Senato di pronunciare delle orazioni contro di lui, perché Roma formalmente era una repubblica, in questa situazione il consenso di tutti quanti, soprattutto di chi contava, era molto importante e questo si faceva anche con le opere letterarie. Quaranta opere letterarie che cantano le lodi di Augusto qualcosa vorranno dire.
Virgilio si fa conoscere con un'opera piccolina, sono dieci componimenti e si chiamano Le Bucoliche, di una bellezza incomparabile. Sono dei componimenti in cui i protagonisti sono dei pastori, fintissimi, che cantano, invece di badare alle pecore, cantano e lodano Augusto. Dopodichè compone le Georgiche, che sono un poema che vorrebbe insegnare a coltivare i campi. Finto. Lo scopo di questo poema è scrivere dei versi e lodare Augusto. A questo punto Augusto gli dice: “Virgilio mio, tu capisci, sei il poeta più grande di Roma, è ora che tu mi scrivi il poema classico di cui tutti noi abbiamo bisogno, un poema nazionale, a noi serve un poema che racconti la storia di Roma, e per favore anche la storia mia!” Ora Roma viveva in questo periodo con un enorme complesso di inferiorità, aveva sempre vissuto ma in questo periodo ancor di più, nei confronti della cultura greca. La frase celebre che si cita sempre e che è una frase di Orazio, amico di Virgilio ed altro enorme poeta di questo periodo è “Graecia capta (la Grecia catturata, conquistata) ferum victorem cepit (conquistò il vincitore selvaggio, burino diremmo noi)”. Cioè i greci benché conquistati e inferiori politicamente, militarmente, erano enormemente superiori dal punto di vista culturale. A Roma non c'era un Eschilo, non c'era un Euripide e non c'era un Platone, non c'era un Demostene. Già Cicerone ci aveva pensato e aveva provato a fare qualcosa da par suo. Però mancava un'opera veramente indiscutibile e allora ci si mette Virgilio. Naturalmente, devo scrivere un poema, devo scrivere un poema epico, con chi me la prendo? Con Omero. Cioè lo scopo è rifare i poemi omerici romani. E nasce l'Eneide. L'Eneide quindi è un libro attesissimo, mentre Virgilio la scriveva; Virgilio muore nel 19, non la finisce, tanto è vero che se voi sfogliate il testo latino vedete dei versi fatti a metà, che Virgilio doveva proprio completare e aveva ordinato ai suoi amici “Bruciatela!”, Augusto ha detto “Non vi azzardate, la date a me ed io la pubblico così com'è!”. L'Eneide era attesa e viene da subito riconosciuta come il classico che tutti desideravano, diventa quindi immediatamente un'opera indiscutibile, perfetta, in cui tutta Roma si riconosce e riconosce la propria storia, vedremo perché.
Come è fatta l'Eneide? Brevissimo riassunto: a monte c'è la storia della guerra di Troia. Allora non stiamo a raccontare tutta la storia della guerra di Troia: c'è questa guerra, i greci vogliono prendere Troia, perchè Paride, che è figlio del re di Troia che è Priamo, ha rapito Elena che è la moglie di Menelao che è un re greco. Dieci anni di guerra, niente, alla fine Ettore, che è il guerriero più forte dei troiani, figlio di Priamo, viene ammazzato da Achille che è il guerriero più forte fra i greci. A questo punto Troia è senza più difensori, c'è lo stratagemma del cavallo e con questa finzione, con questa brutta invenzione i greci riescono a penetrare dentro Troia e a fare un'orrenda strage. Poi se ne tornano a casa e fanno tutti una brutta fine: Ulisse, Agamennone ammazzato dalla moglie, per carità, tutte brutte fini, però scappa anche un troiano il quale è Enea, si porta dietro il babbo Anchise e il figlioletto Ascanio, non la moglie perché provvidenzialmente gli muore nell'incendio di Troia. A questo punto cominciano tutte le peregrinazioni di Enea, che ricalcano, guarda caso, in parte le peregrinazioni di Ulisse. Andiamo per ordine: come si apre l'Eneide? C'è un proemio iniziale ed Enea arriva sulle coste della Tunisia, diremmo noi, dove trova una signora che si chiama Didone, che sta fondando una città che si chiama Cartagine. Didone, regina di Cartagine, lo ospita, bello com'è Enea se ne innamora e gli chiede “Raccontaci la tua storia”. Enea racconterà, nel secondo e nel terzo libro dell'Eneide, prima la caduta di Troia e poi i suoi viaggi. Questi viaggi, vi dicevo, ripercorrono in parte quelli di Ulisse, cioè ad un certo punto Enea incontra Polifemo ancora incavolato per la storia di Ulisse che l'ha accecato. Dopodichè però, finito questo racconto, c'è una storia d'amore fra Enea e Didone, storia d'amore che andrà a finire male, vedremo più avanti perché, Enea deve ripartire, Didone si ammazza, Enea riparte perché sa, tutti glielo dicono, e tutti chi? tutti gli dei, glielo dice Giove, glielo dice Mercurio, glielo dice la mamma che è Venere, che lui deve arrivare in Italia, perché lì i suoi discendenti fonderanno Roma e perché lì suo figlio cambierà nome, si chiamerà Julo, Julio, Julo e da lì nascerà una famiglia a caso, cioè la gens Giulia che è quella di Cesare e di Ottaviano.
Alla fine arrivano in Italia, Enea tanto per avere un' idea più chiara, scende agli inferi, guidato dalla Sibilla Cumana , e vede il padre Anchise nel frattempo è morto, quindi sta agli inferi, lo accoglie agli inferi, e gli dice “Enea, guarda qui queste anime che andranno sulla terra nel futuro, tutte queste sono la storia di Roma, quindi tu ti rendi conto che ti devi sbrigare, devi andare, fondare questa città, perché questo è il meraviglioso futuro di Roma”.
Le cose non sono così semplici, perché non è che l'Italia è vuota, ci sono gli italici e gli italici non hanno nessunissima intenzione di accogliere i troiani e di fargli fare quello che vogliono. Scoppia quindi una guerra, Enea si allea diciamo con gli etruschi e dall'altra parte ci sono i latini che hanno il loro eroe in Turno. L'oggetto della contesa è ancora una volta una donna, Lavinia, che è la promessa sposa di Turno però quando arriva Enea il padre la ripromette ad Enea. Lotte, lotte a non finire, muore un sacco di gente, terribili dolori da una parte e dall'altra, alla fine duello risolutivo finale fra Enea e Turno, ovviamente muore Turno. L'Eneide si conclude all'ultimo verso con l'anima di Turno che fugge indignata fra le ombre. Basta, non sappiamo come andrà a finire la storia, ma se non lo abbiamo capito fino a questo punto, siamo cretini.
Voi capite da questo riassunto che l'Eneide è fatta così, sono sei libri più sei libri: sei libri di Odissea e sei libri di Iliade, ed ecco trovata la soluzione. In un poema che è lungo un quarto dell'Iliade e dell'Odissea messi insieme, Virgilio ha rifatto tutti e due i poemi omerici ed ha creato un poema nazionale che sta alla pari con l'Iliade e con l'Odissea.
Vi presento il primo brano: naturalmente io, nella presentazione dei brani, cerco di dire non solo che cosa ascolteremo ma anche perché abbiamo scelto questi brani, e sono testi che vorrebbero far capire, dovrebbero essere significativi e permettere di capire un po' il senso di tutta l'opera . I due libri più belli dell'Eneide sono il secondo e il quarto, i due brani che leggeremo sono dal secondo e dal quarto. Il primo brano è tratto dal secondo libro che è quello del racconto fatto da Enea alla cena di Didone della ultima notte di Troia. Allora la cosa più impressionante di questo racconto, è un libro proprio angosciante, spaventoso da questo punto di vista, è lo scatenamento della violenza, cioè quello a cui noi assistiamo, non solo l'inganno del cavallo, ecc. è da un lato la scemenza dei troiani che non si rendono conto di niente, sono accecati, perché è arrivata l'ultima ora di Troia, gli dei vogliono che Troia finisca, cada e quindi loro, non so, il cavallo salendo a Troia, si muove e dentro tintinnano le armi dei guerrieri, nessuno sente niente. Enea raccontando fa notare questa cosa, perché lui a posteriori se ne è reso conto. Dall'altra noi assistiamo ad un massacro, ad un massacro, ci vengono raccontate una serie di scene di mattanza e più i personaggi sono noti, conosciuti, venerabili, e più questa cosa è impressionante, sconvolgente. Allora la domanda è: ma percHé Virgilio deve perdere un libro di dodici, che è tanto, del suo poema per raccontarci la fine di Troia che tutto sommato è un antefatto, e con questo enorme scatenamento di violenza? Perché? La risposta è: anzitutto che Enea, troiano scamperà a questa strage, e che Roma è la discendente di Troia. Allora la storia di Roma sarà una specie di rivincita dei troiani sui greci, e noi ci ricordiamo che dietro c'è quel complesso di inferiorità della cultura latina nei confronti di quella greca. Allora, primo punto, bisogna chiarire bene la storia di Troia e quello che hanno fatto i greci ai troiani. Secondo, però c'è un altri discorso: Enea parte da Troia con la coda fra le gambe, vinto, sconfitto, senza una casa, con i tetti in fiamme alle sue spalle, con il padre a cavacecio e con le statue dei Penati sotto braccio, alla ricerca di una terra che non sa qual è, quindi in una situazione di miseria, però diventerà il vincitore in Italia, diventerà colui che può mettere un piede sulla testa di Turno ed ammazzarlo. Enea sarà vincitore, ma è stato vinto in questo modo e i greci a loro volta sono stati vincitori, ma sono stati vinti in altre situazioni.
Virgilio tende sempre a mostrare le due facce della medaglia, non c'è mai uno che ha ragione ed uno che ha torto in Virgilio, uno che vince sempre e uno che perde sempre; chi vince perderà in altre occasioni, o ha perso in altre occasioni, e chi perde è lo stesso, il che vuol dire però che vincere e perdere sono azioni che si fanno con consapevolezze diverse, gli sconfitti meritano sempre la nostra pietà. Voi capite che in un poema nato per celebrare la gloria di Roma, perché l'Eneide è nata per questo, questa è già una scelta niente male, perché vuol dire che Virgilio non si rassegna a celebrare solo la gloria di Roma, vuole celebrare la gloria di Roma, però, però farci vedere anche qualcos'altro. La fine di Troia è una macchia nel passato di Enea, è un dolore grandissimo che lui si porta dietro, che lui deve riscattare, però è la sua sconfitta iniziale, allora perché raccontarla? Perché Enea è anche colui che ha sofferto, per fondare Roma bisognava che Troia finisse in quel modo orrendo che noi ascolteremo. La scena che leggeremo è forse la più sconcertante, cioè quella in cui, ricordate alla fine dell'Iliade, morto Ettore, Priamo, il vecchio re, si reca da Achille, colui che ha ammazzato il figlio, e gli chiede per piacere se gli ridà il corpo del figlio ed Achille ha pietà di lui, si abbracciano e gli ridà il corpo di Ettore. Stavolta Achille è morto (quando cade Troia anche Achille è morto nel frattempo), il figlio di Achille, Pirro, si ritrova davanti Priamo, prima gli ammazza un figlio davanti e poi ammazzerà anche lui non mostrando più la pietà che aveva mostrato suo padre, anzi insultandolo. A questo punto io lascio la parola ad Angiola Baggi.

Lettura dell'attrice Angiola Baggi
Eneide., libro II, vv. 431-568: traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi

Questo è un brano che tutte le volte che lo leggo o lo sento leggere sono sempre sulla soglia delle lacrime, è veramente un capolavoro incredibile! E però vi sarete resi conto che è quello che vi dicevo: è uno scatenamento di violenza che forse nemmeno ci aspetteremmo da un autore che noi consideriamo così classico, così perfetto, così olimpico, invece Priamo che scivola nel sangue del figlio giovane gli è stato sgozzato sotto gli occhi, insomma è una scena niente male.
Adesso io vorrei direttamente presentarvi la seconda lettura, perché il brano tratto dal quarto libro è davvero uno snodo talmente importante in tutta l'opera che se noi capiamo bene qual è il significato di questo brano abbiamo buone speranze di aver capito l'Eneide. Di che cosa si tratta? Enea e Didone si sono innamorati reciprocamente, e si sono sposati. Quindi Enea che già era naufrago, non sapeva dove andare perché ancora non aveva ben idea di quale fosse la sua destinazione finale, se ne sta tranquillo a Cartagine e fa il principe consorte, felice, innamorato e tranquillo. A questo punto intervengono gli dei, non un dio così, il padre degli dei, Giove, che ha a cuore non tanto la vita di Enea, quanto tutto quello di cui sarà padre, cioè Roma. Giove vede questa situazione e dice “Così non va” e incarica Mercurio, il suo messaggero, di scendere da Enea e di rimproverarlo. Mercurio scende da Enea e gli dice “Enea, tu stai dimenticando i tuoi doveri, e quali sono questi doveri? Non di stare qui a darti buon tempo con Didone, ma di recarti in Italia e di pensare al futuro di questa nuova Troia che dovrà sorgere in Italia.” Questo è il volere degli dei. Allora Enea non è un eroe tipo Achille, diciamo tutto d'un pezzo, Enea è dispiaciuto, da una parte è spaventato di questo rimprovero che gli viene direttamente da Giove, secondo, lui con Didone ci sta bene, la ama, lui per quel che ne capiamo, da quel che ci dice Virgilio, poteva aver pensato di aver finito il suo viaggio e di restare lì per sempre insieme alla donna di cui si era innamorato. Ma Enea è Enea, è il pius Aeneas, cioè colui che prima di tutto rispetta la volontà degli dei e quindi mette tra parentesi i suoi desideri personali, prende e parte. Cerca di non farglielo sapere, naturalmente lei se ne accorge e gli fa una scenata. Lui risponde con la verità “Guarda, Didone, a me dispiace ma questa è la volontà degli dei!” Didone risponde ancora più infuriata, che a lei della volontà degli dei non gliene importa niente, anzi non ci crede. Didone risponde in un modo ironico, dicendo “Ma figuriamoci se gli dei stanno a pensare a te e a quello che devi fare! Gli dei se ne stanno tranquilli in cielo e pensano ai fatti loro”. Questo era più o meno quello che dicevano i filosofi epicurei , (Virgilio era stato epicureo in gioventù), non lo era più a questa data, i quali dicevano che gli dei facevano i fatti loro, invece no, gli dei hanno a cuore le sorti degli uomini, guidano la storia.
Naturalmente la scenata di Didone non ferma Enea, che parte, e Didone, dopo essersi infuriata come possono le donne abbandonate, si ammazza. Ci sarà un epilogo ancora più tremendo di questa storia, nel sesto libro quando Virgilio scende agli inferi, dove incontra Didone e le richiede perdono di averla fatta morire in quel modo, ma Didone, che è tornata e si è ricongiunta al suo primo marito che era morto, è come se dicesse “Lui sì che mi amava veramente!”, non gli risponde, gli passa davanti senza dirgli una parola. Che è una scena agghiacciante.
Allora la storia d'amore di Enea e Didone non è solo una storia d'amore. Nei poemi epici non è normale che ci siano le storie d'amore, questo tanto per chiarire, e non è normale che siano così importanti, perché qui veramente, come dire, cambia la storia. Da una parte sicuramente hanno ragione gli dei, perché il futuro lo dimostra, Enea andrà in Italia e effettivamente si realizzerà quello che loro hanno promesso. Però ha ragione pure Didone, questo è il problema centrale. Cioè noi lettori dell'Eneide, questo Virgilio lo sapeva, questo è tutto calcolo di chi scrive, noi lettori da una parte ci dobbiamo mettere dalla parte di Giove, perché è Giove, e Giove non si discute, noi lettori romani. Però noi lettori, che leggiamo i lamenti di Didone, leggiamo del suo suicidio e leggiamo anche del dolore di Enea che se ne va, beh ci commuoviamo e questo non è previsto. In un poema in cui conta soltanto la volontà degli dei e la provvidenza che guida la storia di Roma, noi ce ne dovremmo fregare di quello che fa Didone, invece no, Didone soffre e noi soffriamo con lei.
Allora, dietro questa storia c'è appunto il fine, lo scopo, del poema che è quello che dicevo prima scherzando sull'invito di Augusto a Virgilio a scrivere, che è quello di fare una specie di filosofia della storia. Perché Roma è così potente? Perché Roma domina il mondo? Risposta: perché lo vogliono gli dei. È la risposta più semplice, ma bisogna dimostrarla. Virgilio a suo modo ci riesce, incominciando dall'inizio, dimostrando che tutta la storia che ha portato alla fondazione di Roma è stata guidata passo passo dagli interventi degli dei. Ad un certo punto nel sesto libro, quello stesso in cui Enea incontra Didone, vi dicevo incontra anche Anchise, il padre. Il padre gli mostra il futuro di Roma, e ad un certo punto gli dice, un gruppetto di versi molto famosi e molto importanti, che sono un po' il messaggio politico dell'Eneide, lui gli dice “Questo è il futuro di Roma, mettitelo in testa. Lascia che gli altri popoli pensino a trovare le cause delle cose, perché si muovono le stelle, lascia che siano bravi a fare le statue di bronzo, tu romano, ricordati di fare queste cose: portare la pace nel mondo, imporre delle regole a questa pace”, e poi il verso famoso “Parcere subiectis et debellare superbos” (risparmiare, avere pietà di chi si sottomette e sterminare i superbi, chi ti resiste). Allora, questo che vuol dire? La prima parte: lascia che siano gli altri popoli…, è lo schiaffo morale ai greci, cioè “lascia che i greci abbiano Platone, Fidia, Prassitele, ecc. tu pensa a queste cose; il tuo compito storico, romano, è questo qui.”. E qual è? È quello di conquistare il mondo. Ma voi capite che questa è una teologia dell'imperialismo: cioè l'impero romano non poteva ricevere che una fondazione migliore. Tanto è vero che pochi decenni dopo, quando gli intellettuali romani cominciavano ad essere sempre meno contenti che ci fosse un impero, ci fu chi scrisse un poema contro l'Eneide, per dimostrare che l'impero di Roma non era guidato dagli dei manco per niente, ma anzi era guidato da potenze infernali, demoniache, cattivissime. La soluzione di Virgilio però è quella che prevale sempre.
Se però noi avessimo solo questo nell'Eneide, l'Eneide non sarebbe l'Eneide ma sarebbe una specie di pamphlet politico, sarebbe un comunicato di Bush. Invece Virgilio ci mostra sempre appunto il rovescio della medaglia ed è per questo che il poema è così grande. Virgilio come dire non si vende l'anima ad Augusto, questo è molto importante da dire, di solito si dice sempre “Sì ma questi sono poeti cortigiani!”. Questa è un'espressione stupida, perché i poeti sono stati cortigiani fino alla metà dell'800 e vorrei sapere chi al posto loro avrebbe fatto diversamente, questi dovevano pur mangiare in qualche modo. Allora se trovavano qualcuno che gli dava da mangiare e loro intanto potevano scrivere, beh tanto di guadagnato. In più Virgilio aveva motivi di riconoscenza personale per Augusto, perché dalla pace di Augusto lui aveva per esempio riacquistato le terre della sua famiglia che gli erano state confiscate durante la guerra civile. Quindi, per dire che il legame che c'era fra i due era sincero. Virgilio non è uno stipendiato che più viene pagato e più loda, questo sarebbe sciocco pensarlo. In ogni caso Virgilio non è nemmeno uno che celebra le glorie di Roma e basta. Virgilio celebra le glorie di Roma ma insieme ci mostra che queste glorie, che questi successi, questo impero, pagano un prezzo e questo prezzo sono le morti, sono i dolori, sono il suicidio di Didone, sono il dolore di Enea che se ne deve andare, sono tutte queste ferite sanguinanti. È giusto fondare Roma, è voluto dagli dei, è il compito storico dei romani e così via, ma ricordiamoci sempre, (per questo che avevo pensato come sottotitolo di questo incontro “La fatica della civiltà”) che per fare queste cose grandi, che Virgilio non discute, perché Virgilio non è un no-global, uno che non crede all'impero romano e non crede alla missione storica di Roma, ci mancherebbe altro, Virgilio che ne è il profeta, ne è il profeta convinto. Quindi Virgilio, che crede nell'Impero Romano, crede veramente che Giove abbia voluto questa missione storica di Roma, però ci dice contemporaneamente “Cari ragazzi, ricordiamoci sempre che contemporaneamente queste cose si pagano” cioè non passano senza lacrime e sangue.
Da una parte quindi noi abbiamo l'epica, dall'altra il sentimento, che è la grande novità che Virgilio introduce e che è la cifra specifica del suo poema, ci sono un sacco di morti commoventi nell'Eneide. Nell'Iliade si ammazza con molta più facilità d'animo, diciamo.
Vi voglio proporre, per concludere, (il brano che noi leggeremo è precisamente questo, che noi leggeremo, anzi che leggerà Angiola Baggi, è questo dell'invito di Mercurio ad Enea e del dialogo con Didone). Volevo proporvi per concludere un parallelo che vi sembrerà forse pazzesco ma secondo me non lo è: Virgilio capisce nel primo secolo avanti Cristo, una cosa che avrebbe dimostrato con altri strumenti ed in altro modo Sigmund Freud, nel 1929. Nel '29 Freud scrive un saggio, ma in realtà queste cose si trovano un po' dappertutto nella sua opera, che si intitola “Il disagio della civiltà” e cerca di rispondere a questa domanda: noi abbiamo una società moderna molto progredita, tecnologia, un sacco di belle cose, però stiamo male, siamo stressati, siamo pieni di nevrosi, così, com'è, come mai? La risposta che si dà Freud è che l'uomo di per sé non è che, come dire, nasce in società con gli altri uomini, l'uomo vorrebbe, l'uomo quando è bambino e quando è primitivo, diciamo, pensa solo a se stesso, è nel regno del cosiddetto “principio di piacere”, quindi vuole quello che lo fa star bene. Ad un certo punto però le cose che gli stanno intorno e gli altri che gli stanno intorno, la mamma per esempio che non sta sempre lì a dargli il seno per allattarlo, come lui vorrebbe magari, gli insegnano che non c'è soltanto il “principio di piacere”, ma c'è anche il “principio di realtà”, che le cose possono essere diverse da come uno le vuole. Allora questo vuol dire che ad un certo punto l'uomo impara che deve rinunciare a delle cose: deve rinunciare quindi a lasciare libero sfogo ai suoi desideri sessuali, per esempio, e quindi una serie di tabù sessuali vanno a delimitare quello che l'uomo può fare e non può fare, e che non può ammazzare chi gli capita a tiro. Una serie di tabù che riguardano l'aggressività dell'uomo: questa serie di divieti fanno la civiltà. Non c'è civiltà senza queste cose: non è che l'uomo starebbe meglio se non avesse questi divieti; non è che Freud è un celebratore dello stato di natura, anzi lo dimostra, che lo stato di natura è uno stato animale, uno stato ferino, o quasi, quindi la civiltà è una bellissima cosa, però ricordiamoci sempre che per avere la civiltà noi dobbiamo rinunciare al paradiso perduto, al mondo in cui noi facevamo quello che ci pareva. Questa, che è una grande verità, in realtà Virgilio, come dire, la scopre nel suo piccolo o nel suo grande nella storia di Roma, e la dimostra fra le altre cose con la storia d'amore di Enea e Didone, che va a finir male perché, purtroppo, per fare le cose grandi nella storia bisogna che qualcuno stia male e soffra.
Io qui finisco e ascoltiamo di nuovo Angiola Baggi.

Lettura dell'attrice Angiola Baggi
Eneide, libro IV, vv. 259-392.

* Conferenza del prof. Guido Sacchi nel ciclo “Perché leggere i classici?”, tenuta presso L'Areopago il 9 maggio 2003.
Il testo, trascritto dalla viva voce dell'autore, conserva il carattere di testo parlato. Seguiranno, a breve, le trascrizioni e la successiva messa a disposizione on-line, dei tre successivi incontri su Ariosto, Tolstoj e Proust.

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