Inventare il futuro. La testimonianza di Armida Barelli

Inserito in NPG annata 2022.

Paola Bignardi

(NPG 2022-04-50)


La beatificazione di Armida Barelli è un evento di grande significato, in particolare per la Chiesa e per la società italiane. La sua spiritualità, i suoi linguaggi, il suo modo di fare sono quelli tipici del suo tempo, eppure sono percorsi, come linfa sotterranea, da una tensione verso il futuro che molte delle sue scelte hanno indicato e precorso. Penso in particolare a ciò che la Barelli ha fatto per le giovani donne, in un tempo in cui erano semplicemente “angeli del focolare”, con espressione poetica a coprire tante storie di umiliazione, di sfruttamento, di subordinazione.
Con la sua beatificazione, la Chiesa propone un modello cui guardare, in un tempo in cui la promozione della donna nella Chiesa e nella società è un processo tutt’altro che compiuto.

Una vita straordinaria

Armida Barelli nasce a Milano nel 1882, seconda di sei figli. La sua è una famiglia borghese che guarda con sospetto il mondo clericale. Tuttavia Armida frequenta la scuola delle Orsoline e poi il collegio in Svizzera. Qui vive le sue prime esperienze religiose; non una folgorazione ma la scoperta a poco a poco del valore dei passi che conducono verso Dio. E Dio la condusse a scegliere di vivere verginità e apostolato, restando nel mondo.
Profonda è la sua gioia nello scoprire come nella sua vita di laica permaneva la possibilità di una comunione con il Signore: «Mi canta nell’animo l’amore del Signore; in strada dico ogni giorno il Rosario intero e mi pare di essere sola con lui anche in mezzo al frastuono; Dio mi ha investita». Si è colpiti dalla gioia di questa scoperta che è una grande acquisizione per la vita dei laici: la possibilità della comunione con il Signore dentro la vita ordinaria, dentro il frastuono della città, dentro un’esistenza fatta delle cose comuni a tutti, in tram o tra gli impegni, facendo anticamera o incontrando le persone.

Promuovere le donne: la Gioventù Femminile di Azione Cattolica

La grande opera della Barelli fu soprattutto la fondazione della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, L’avventura ha inizio nel ’17, quando il card. Ferrari, arcivescovo di Milano, le propone di impegnarsi per incrementare l’associazionismo cattolico ambrosiano, presente in appena quattro parrocchie della città. Armida, in pochi mesi, favorì la nascita di 90 circoli con 5000 iscritte. Dopo l’eco di quei successi Benedetto XV la nominò vicepresidente delle donne cattoliche, con particolare incarico per il settore giovanile: è il 1918. In ogni diocesi nacque la Gioventù Femminile di Azione Cattolica (GF), che riunì oltre un milione di giovani. Esse venivano formate ad una religiosità consapevole e matura che doveva esprimersi in famiglia e nella società.
L’opera di formazione e di alfabetizzazione religiosa compiuta dalla Barelli attraverso la GF fu veramente straordinaria. Si pensi ai catechismi e ai corsi di esercizi spirituali, che coinvolsero un numero imponente di giovani donne in un’esperienza di formazione spirituale che non poteva non lasciare un’impronta. Nel 1936 si iscrissero alla gara di “cultura religiosa” per giovani donne più di 500 mila socie. Nel 1938 “Squilli di risurrezione”, il giornale che arrivava alle socie, raggiunse 1 milione e 119 mila copie che arrivavano nelle case: una cifra sbalorditiva, soprattutto considerando i tempi.
Nel 1928 la Barelli fondò insieme a padre Gemelli l’Opera della Regalità, impegnata nella promozione del movimento liturgico, attraverso iniziative per convegni e ritiri e la diffusione di un opuscolo settimanale che illustrava i testi della messa. La celebrazione eucaristica, infatti, era in latino e la gente non capiva la Parola di Dio e il senso della liturgia: ben prima del Concilio, dunque, Armida promuove la vita liturgica della comunità cristiana attraverso dei sussidi che, settimana dopo settimana, intendevano porre alla portata di tutti la Parola di Dio e il contenuto della liturgia. Ancora una volta un’azione formativa, mossa dalla necessità di una vita cristiana consapevole, che non fosse fideistica e fondata su un volontarismo vuoto, bensì capace di esprimere ragioni prima di tutto davanti a se stessi.
La Barelli si è adoperata moltissimo per portare le donne fuori dalle mura domestiche in un tempo in cui questo non era abituale; per aiutarle a superare un atteggiamento di sottomissione affidando loro una missione ecclesiale e sociale; per favorire l’emancipazione ecclesiale e sociale della donna attraverso la cultura e la responsabilità: due ambiti in cui ancor oggi nella Chiesa le donne più difficilmente riescono ad essere coinvolte.
Si tratta di iniziative che, tutte, parlano di intraprendenza, di coraggio, del gusto di inventare il futuro.

Promuovere la cultura: l’Università Cattolica

La Barelli intuì anche la necessità di alzare il livello di cultura dell’Italia, sia a livello popolare che a livello di quanti disponevano di una qualche istruzione.
Questa convinzione è il seme da cui nacque la futura Università Cattolica. Quando il desiderio, condiviso con Giuseppe Toniolo e con P. Agostino Gemelli, divenne progetto, Armida cominciò a operare. Lei, che aveva pensato tante volte di scegliere la clausura e la vita contemplativa, che diceva di non amare viaggiare e di avere paura di esporsi in pubblico, cominciò quell’opera straordinaria di incontro con i personaggi più vari del suo tempo alla ricerca dei soldi per fondare e per mantenere in vita l’Università Cattolica. Diventa, dunque, la “cassiera” che fa miracoli: strappa un milione al conte Lombardo per l’acquisto della prima sede; raccoglie i fondi per l’acquisto della sede di Sant’Ambrogio, per ricostruire l’Università bombardata dalla guerra. Tutto questo grazie al contributo di chi poteva avere tanto da dare, ma grazie soprattutto all’”obolo della vedova”, alle piccole cifre di tanta gente comune, attraverso la mobilitazione realizzata dalla Gioventù Femminile.
La Barelli ha espresso il suo impegno apostolico attraverso la cultura a tutti i livelli. L’Università Cattolica è il segno più evidente e più riconoscibile della sua convinzione che la cultura riscatta, emancipa, rende liberi. Una convinzione testimoniata anche dall’immensa azione di formazione popolare che ha compiuto. Si è fatto riferimento a “Squilli di risurrezione”, il giornale che veniva inviato a tutte le socie; ma lo stesso scopo ebbero le “gare di cultura religiosa”, volte a cercare di rendere i cristiani consapevoli della loro fede. La Barelli volle dare impulso alla cultura religiosa per il popolo, in particolare per le donne, molte delle quali erano analfabete o avevano un’istruzione meno che elementare; ella fu mossa dal desiderio della promozione della donna, a partire da quelle organizzate nella GF, per rendere la cultura un fenomeno di massa.

Una donna per questo tempo

La Barelli ha intuito anzitempo che il posto dei laici nella Chiesa non è da gregari alle dipendenze, ma è da persone responsabili, attive, intraprendenti; e questo ha realizzato, senza attendere approvazioni o piani pastorali che dessero alle sue intuizioni un quadro di riferimento o una legittimazione. Il suo è il coraggio di innovare, di osare, di sognare…
Ha trovato nella cultura e in una fede consapevole la chiave per costruire una vita laicale che, prima del Concilio, si configurasse come una presenza attiva nella Chiesa. Quello che ha interpretato e per cui ha operato è un laicato attivo, responsabile, capace di iniziativa e di progetto. Un laicato che ha realizzato iniziative e opere di portata storica, che durano nel tempo. Un laicato senza complessi, che ha chiesto consensi ma non permessi, capace di stare “in piedi” anche di fronte al Papa, benché non si fosse ancora celebrato un Concilio a proclamare l’universale vocazione alla santità e la comune dignità di tutti i battezzati nella Chiesa.
Il messaggio più forte di Armida riguarda la sua storia spirituale e la sua complessa personalità.
La sua spiritualità aveva nel Sacro Cuore la sua icona simbolica: probabilmente fu il modo semplice, immediato, pregnante, comprensibile a tutti, in sintonia con la cultura del tempo, di dire l’amore di Dio. Da qui nasce la preghiera di Armida: «Sacro Cuore di Gesù, mi fido di te». Ad un Dio-amore corrisponde una fede che è abbandono. Comprendiamo, allora, quanto sia moderna questa sintesi spirituale e quanto parli anche al nostro tempo. La fede come abbandono fino all’ultimo momento a un Dio che ama e che in questo mostra la sua natura più vera. Se si ripercorre la vita della Barelli con questa categoria ci si rende conto di come ella sia riuscita a realizzare ogni cosa solo abbandonandosi, anche quando tutto sembrava andare nella direzione opposta.
Il suo programma di vita era centrato sul trinomio “Eucaristia, apostolato, eroismo”, l’eroismo della dimenticanza di sé, nell’azione e nel sacrificio continuo; ciò l’ha portata a trasformare tutta la sua vita – al di là delle forme concrete in cui questo si è espresso – in una vita solare e gioiosa che le veniva dal riferimento francescano e da un coinvolgimento straordinario nella Chiesa, che ha vissuto considerandola come la propria vita.

La morte

La malattia e la morte della Barelli sono il sigillo della sua nascosta esperienza mistica. Venne colpita da una paralisi progressiva che, con il passare del tempo, le tolse dapprima l’uso della parola e poi quello delle mani, con il rischio di una morte terribile per soffocamento. In questa immobilità poteva parlare solo con qualche gesto delle dita, annuire con il capo, comunicare con gli occhi. Il Signore le concesse di morire facendola passare quasi impercettibilmente dal sonno alla morte. Egli accolse la sua preghiera ricorrente: «Sacro Cuore di Gesù, mi fido di te». Questo aveva detto sempre al Signore, anche pensando che le sarebbe piaciuto andare in paradiso il giorno dell’Assunta. E questo desiderio venne esaudito: Armida Barelli morì proprio all’alba del giorno dell’Assunta del 1952.