Etty e la bellezza

 

Approfittiamo di un dossier di NPG sul tema dei giovani e la bellezza (aprile-maggio 2022) per continuare nelle nostre spigolature del Diario di Etty Hillesum su questo tema che torna per lei come ritornello, come se l'aggettivo "bello" fosse la parola di accesso e di comprensione alla realtà e alla vita. Ma non è un semplice aggettivo descrittivo, di facile e superficiale uso, bensì una sensazione profonda che esprime non solo l'aspetto sensibile ma diremmo anche "metafisico" e di teologico, nel collegare tutta la realtà con il senso dell'esistere e la presenza dialogante di Dio. Non vogliamo tentare di filosofeggiare, offriamo solo alcuni brani estrapolati, soltanto come citazione che inviti a un personale accostarsi al Diario stesso e all'esperienza di Etty. Lo sappiamo che avremmo dovuto citare le date e le pagine per un lavoro migliore e forse più utile... ma a volte i lavori sono fatti con urgenti scadenze... e allora meglio l'ìmperfezione che il niente!



Me ne sono resa conto solo stamattina, ripensando a una piccola passeggiata intorno all'IJsclub qualche sera fa. Era il crepuscolo: tenere sfumature nel cielo, misteriose sagome delle case, gli alberi vivi con il trasparente intreccio dei loro rami, in una parola: incantevole. Mi ricordo benissimo di come “sentivo” una volta. Trovavo tutto talmente bello che mi faceva male al cuore. Allora la bellezza mi faceva soffrire e non sapevo che farmene di quel dolore. Sentivo il bisogno di scrivere o di far poesie, ma le parole non mi volevano mai venire. E mi sentivo terribilmente infelice. In fondo io mi ubriacavo di un paesaggio simile, e poi mi ritrovavo del tutto esaurita. Mi costava un'enorme quantità di energie. Ora chiamerei questo comportamento “onanismo”.
Ma quella sera, solo pochi giorni fa, ho reagito diversamente. Ho accettato con gioia la bellezza di questo mondo di Dio, malgrado tutto. Ho goduto altrettanto intensamente di quel paesaggio tacito e misterioso nel crepuscolo, ma in modo, per così dire, “oggettivo”. Non volevo più “possederlo”. Sono tornata a casa rinvigorita, al mio lavoro. E quel paesaggio è rimasto presente sullo sfondo come un abito che rivesta la mia anima - tanto per dirla con paroloni -, ma non mi impicciava più, non era più “onanismo”.

Etty, vorrei chiederti di non guardarti più allo specchio, piccola sciocca! Dev'essere terribile essere molto belli, perché non ci si prende la briga di guardare oltre, nel proprio mondo interiore, accecati da un'abbagliante apparenza. D'altronde anche gli altri reagiscono solo alla bellezza esteriore, mentre dentro si rischia di avvizzire del tutto.
Il tempo che passo davanti allo specchio, colpita all'improvviso da un'espressione divertente o affascinante o interessante su questa mia faccia in realtà non particolarmente graziosa, potrei di certo impiegarlo meglio. Mi irrita terribilmente tutto questo narcisismo.
Talvolta mi trovo davvero bella, ma ciò è dovuto in gran parte alla debole illuminazione del bagno; in quei momenti non riesco a staccarmi dalla mia immagine e comincio a fare smorfie davanti allo specchio, piego la testa in diverse angolature dinnanzi ai miei sguardi rapiti: la mia fantasia preferita è poi quella di immaginarmi in una grande sala, seduta a un tavolo di fronte a una moltitudine, mentre tutti gli astanti mi guardano e mi giudicano bella.
Dici sempre di volerti dimenticare totalmente, ragazza mia, ma finché sarai tanto piena di vanità e fantasie, non avrai fatto molti progressi nel dimenticare te stessa.
Persino mentre lavoro, sento l'improvviso bisogno di vedere la mia faccia; e allora mi tolgo gli occhiali e mi specchio nelle lenti. A volte è proprio un atteggiamento compulsivo. Ne sono davvero molto scontenta, perché mi accorgo di quanto io stessa stia ancora ostacolando il mio sviluppo. E non è d'aiuto neanche se mi costringo a non compiacermi nell'osservare il mio volto. Una sorta di indifferenza per l'aspetto esteriore deve nascere da dentro, dovrei smettere di interessarmi a come appaio, e vivere in maniera “più interiore”. Anche con gli altri, faccio ancora troppa attenzione all'apparenza, chiedendomi se qualcuno sia “bello” oppure no. Alla fine ciò che conta è l'anima dell'uomo o la sua essenza o comunque la si voglia chiamare, cioè quello che traspare dal di dentro.

Anche la bellezza è qualcosa che si deve essere capaci di sopportare.

Jopie nella brughiera, seduto sotto il gran cielo stellato, mentre parlavamo della nostalgia: io non ho nostalgia, io mi sento a casa. Ho imparato tanto da quel discorso. Si è “a casa”. Si è a casa sotto il cielo. Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi.
Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso: le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto.
Dobbiamo essere la nostra propria patria.
Ci ho messo due sere per potergli confidare questa cosa così intima, la cosa più intima che ci sia. E volevo tanto dirgliela, quasi per fargli un regalo. Sai, sono uscita di notte dalla mia baracca. È stato così bello, sai. E poi mi sono, sì mi sono... oh è stato così bello. E solo la sera seguente sono riuscita a dirglielo: mi sono inginocchiata davanti alla vasta brughiera. Lui è rimasto completamente senza fiato, in silenzio, poi ha detto: Quanto sei bella.
Il dottore ha naturalmente torto. Una volta una cosa simile avrebbe potuto rendermi insicura, ora ho imparato a guardare attraverso le persone e le parole con la mia intelligenza. “Lei vive troppo con lo spirito. Lei non si lascia andare abbastanza. Lei non vive le cose elementari della vita”. Avrei quasi voluto chiedergli: Dovrei forse coricarmi con lei su questo divano? Non sarebbe sembrata un'osservazione molto sottile, ma il suo monologo andava in quella direzione. E ancora: “Lei non vive abbastanza nella realtà”. Più tardi avevo pensato: è un ragionamento sbagliato. La realtà, appunto. La realtà è che in molti luoghi di questa terra ci sono uomini e donne che non possono stare insieme. Gli uomini sono al fronte. I campi. Le prigioni. Le separazioni. Questa è la realtà che si deve affrontare. E ci si dovrebbe allora rinchiudere nei desideri inutili, e commettere il peccato di Onan? Perché non si potrebbe trasformare quell'amore che non si può scaricare sull'uno o sull'altro sesso in una forza che torni a profitto della comunità degli uomini, e che forse si potrebbe anche chiamare amore? E se ci si adopera in questo senso, non si poggia proprio sul terreno della realtà? Una realtà meno tangibile di un uomo e una donna in un letto: ma non esistono forse altri tipi di realtà? C'è qualcosa d'infantile, quasi di sottosviluppato in un ometto attempato che di questi tempi, mio Dio, proprio di questi tempi, si mette a parlare di “lasciarsi andare”. Mi piacerebbe saper raccontare in modo nitido quello che lui intendeva veramente.
“L'esistenza di un punto di vista estetico che pensava di catturare la bellezza vi ha tratto in inganno e ha chiamato alla ribalta artisti che consideravano loro compito creare la bellezza. E non è inutile ripetere ancora una volta che la bellezza non si può "fare". Nessuno ha mai fatto la bellezza”.

S. dice che l'amore per tutti gli uomini è superiore all'amore per un uomo solo: perché l'amore per il singolo è una forma di amore di sé.
S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni: anch'io mi porto dentro questo grande amore per tutta l'umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercare il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l'umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell'arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l'uomo e non l'umanità.
Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po' stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. È tipico che io voglia essere sempre desiderata dall'uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere, mentre si tratta di una dinamica oltremodo primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose - ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l'uomo ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo.
Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé.

Sono le sette e mezzo di mattina. Mi sono tagliata le unghie dei piedi, ho bevuto un bicchiere di vero cacao Van Houten e mangiato una fetta di pane imburrato con miele, il tutto con quel che si dice “abbandono”. Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamattina non dava risposte.
Non importa molto, del resto, non c'erano vere domande da fare, c'è solo una gran fiducia e riconoscenza che la vita sia tanto bella, e perciò questo è un momento storico: non perché tra poco io devo andare con S. alla Gestapo, ma perché trovo la vita ugualmente bella e piena di prospettive per il futuro, qualunque cosa accada. Purché io possa entrare con lui.

Adesso è tutto tornato a posto. Continuiamo a crescere, viviamo di nuovo di tutte le sorgenti e non solo di quelle della passione e la vita è buona e bella, anche se fredda.

E alla fine di ogni giornata sento il bisogno di dire: la vita è davvero bella. Davvero, mi sto facendo una mia opinione su questa vita - un'opinione che so persino difendere davanti agli altri, e questo dice non poco sulla ragazzina timida che sono sempre stata.

E giovedì sera c'era di nuovo la guerra dietro la mia finestra, e io la osservavo dal letto. Nella stanza accanto, Bernard stava ascoltando Bach; e quella voce suonava dapprima tanto energica e luminosa, e poi improvvisamente aeroplani, colpi antiaereo, spari, bombe, più fragorosi di quanto non accadesse da molto tempo. Sembrava che tutto si svolgesse vicino a casa. E d'un tratto ho acquisito la chiarissima consapevolezza di quante case, in tutto il mondo, ogni giorno crollano sulle persone. E Bach proseguiva coraggiosamente, ma era ormai una vocina molto debole. E io, sdraiata sul letto, mi sentivo in uno stato d'animo strano. Lievi luci di esplosioni lungo il tronco spoglio e minaccioso davanti alla mia finestra. Scalpitio. Ho pensato: a ogni istante una scheggia di granata può attraversare questa finestra. È possibile. Ed è anche possibile che si debba patire molto dolore. E tuttavia mi sentivo in uno stato d'animo pacifico e grato, là nel mio letto. E accettavo, con una sensazione di maturità e rassegnazione, tutte le catastrofi e le sofferenze che ancora mi aspettavano. E credevo fermamente che avrei comunque continuato a ritenere la vita bella, sempre, nonostante tutto. Tutte le catastrofi vengono da noi stessi. Perché c'è la guerra? Forse perché ogni tanto ho l'inclinazione a trattare in malo modo il prossimo. Perché io e il mio vicino e noi tutti non abbiamo abbastanza amore nel profondo, eppure possiamo sconfiggere la guerra e persino tutte le sue escrescenze interiori, ogni giorno, ogni istante, sprigionando l'amore che abbiamo dentro, in modo da concedergli una chance di vivere. E credo che non sarò mai capace di odiare qualcuno per via di quella che viene chiamata la sua “cattiveria”, mi odierei per questo, anche se “odio” è una parola troppo grossa qui. Non si può mai essere abbastanza elastici in quello che si esige dagli altri né abbastanza intransigenti nelle richieste che si fanno a se stessi. E credo che sia per questo motivo che oggi io non ho paura, perché tutto quello che mi succede mi è così vicino, perché nasce - per quanto mostruose siano le dimensioni che esso prende a volte - dagli uomini ed è sempre da ricondurre a qualcosa di umano. È questa la ragione per cui molti eventi non mi spaventano, perché io continuo a pensare che originino dall'uomo, da ogni individuo, da me stessa, il che rende tutto comprensibile; quegli eventi non degenerano mai in misfatti isolati, totalmente avulsi dagli individui.
Già, quegli alberi: a volte, di notte, i loro rami si abbassavano sotto il peso dei frutti delle stelle, mentre ora sono minacciosi pugnali eretti contro il cielo chiaro di primavera. E nella loro nuova forma, nel nuovo paesaggio, sono di nuovo indicibilmente belli.
Mi ricordo una sera lungo un canale di Amsterdam, una sera da sogno d'estate, ormai molto tempo fa. Visioni: città rase al suolo; città che affondavano e nuove città che sorgevano, e pensavo tra me e me: bombardate pure fino alla fine queste nostre città, ma noi costruiremo un mondo nuovo e anche quello svanirà e tuttavia la vita è bella, sempre nuovamente bella. Era una sorta di visione: città che collassavano in abissi e altre che si ergevano e così avanti nei secoli, e la vita che è così bella.
E anche il paesaggio di Rotterdam violata: ecco un nuovo paesaggio, bizzarro, con il suo proprio fascino, di cui ci si potrebbe innamorare un'altra volta. Noi, esseri umani, causiamo situazioni spaventose, ma dato che esse nascono da noi stessi riusciamo di volta in volta a riadattarci. Appena cambieremo e non potremo più adattarci alla nuova situazione, quando non potremo più sopportare interiormente tutte le diverse circostanze, solo allora le tragedie finiranno. Aeroplani che atterrano in fiamme hanno ancora un certo potere sensazionale per noi - sono scene altamente godibili persino da un punto di vista estetico -, eppure noi sappiamo, nel profondo del nostro essere, che nel frattempo persone muoiono bruciate vive e finché sarà ancora così, finché non tutto in noi stessi si ribellerà e riusciremo ancora a trovare forme di adattamento, fino ad allora tutti gli orrori andranno avanti.
Questo significa che io non sono mai addolorata, non mi ribello mai, accetto tutto e amo sempre la vita in qualunque circostanza? No, non è così. Credo di vivere tutte le sciagure e le ribellioni che un essere umano può sperimentare e di conoscerle, ma non vi rimango ancorata, non prolungo momenti simili. Essi mi attraversano, come la vita stessa, in forma di un ampio flusso secolare: quei momenti si sciolgono nel flusso, e la vita va avanti. E così tutte le energie rimangono in me, completamente a disposizione: io non ancoro le mie energie a una singola tristezza passeggera o a una ribellione.
E infine: alla tristezza del mondo non bisognerebbe offrire, di tanto in tanto, un piccolo rifugio? E un bel giorno dirò forse a Ilse Blumenthal: “Sì, la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri, e lei è una madre, sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima, non devi fuggirlo ma sopportarlo come una persona adulta. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso, in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Devi lasciare a questo dolore tutto lo spazio possibile in te stessa e concedere a esso l'asilo che gli è destinato, e forse, così facendo, il dolore nel mondo diminuirà, se tutti sopportiamo, onestamente e lealmente e in maniera responsabile, ciò che ci viene assegnato. Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all'odio e ai piani di vendetta - da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be', allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio.

Alle sette, quando la mia sveglia ha squillato e ho aperto gli occhi, la mattina era distesa, ampia come la vita, dentro la mia cameretta e dietro la finestra. La città era là sotto, potevo accorgermene dal rumore del tram; in lontananza si udiva il canto dei soldati. Ma tutto ciò che io vedevo erano nuvole e le cime fluttuanti degli alberi, raccolti in un largo cerchio attorno alla mia finestra, e poi c'è quell'unico albero che è soltanto mio. Stanotte una stella solitaria danzava attorno al suo tronco. Solo cielo e verde dietro la mia finestra e sotto, di tanto in tanto, piccoli rumori della città. Farò in modo di non diventare imprudente. Ieri pomeriggio lo sono quasi diventata, dopo il gelsomino. E non è certo finita lì, non mi sono limitata al gelsomino. Sulla strada verso casa sua, mi sono imbattuta in rose rosso scuro che si arrampicavano sul muro di un'abitazione, una delle tante di una lunga fila, e volevo immediatamente cedere il mio cuore instabile a quelle rose, e poi, all'improvviso, ho visto molte violette lungo il muretto basso di un giardino. E più tardi ho chiesto a S.: Non è quasi empio continuare a credere così tanto in Dio di questi tempi? E non è frivolo, gli ho chiesto ancora, continuare a trovare la vita così bella?

A volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d'animo più elevato e pieno di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c'è qualcosa che non ti abbandonerà mai più.

Ecco, ora si mette un coperchio sul chiasso di questa giornata, e questa sera, con tutta la pace e la concentrazione che sono in me, è mia. Una rosa tea gialla sta sulla mia scrivania, tra due vasetti di viole. L'ora dell'“amaro” è passata. S. chiedeva, del tutto esausto: Come resistono i Levie ogni sera, io non resisto più, mi sento a pezzi. E ora lascio dietro di me tutte le dicerie e tutte le realtà, ora si studia e si legge, per tutta una sera. E io, come sto? Nessuna delle preoccupazioni e delle minacce di questa giornata m'è rimasta attaccata, sto qui seduta alla mia scrivania così “vergine” e appena nata, così disposta a studiare, come se nel mondo non succedesse niente. Tutto m'è completamente caduto di dosso, nulla ha lasciato una traccia, mi sento così “ricettiva” come non mai. La prossima settimana probabilmente tutti gli olandesi saranno chiamati al controllo. Di minuto in minuto desideri, necessità e legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà, sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella e piena di significato, e che non è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora. Abbiamo ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i nostri talenti, dovremo ancora imparare a far buon uso di queste nostre possibilità. È come se in ogni momento altri pesi mi cadano di dosso, come se tutti i confini che oggi ci sono tra persone e popoli non esistano più; in certi momenti è proprio come se la vita mi fosse divenuta trasparente e così anche il cuore umano, e io vedo, vedo e capisco sempre di più, e dentro di me sono sempre, sempre più in pace, e c'è in me una fiducia in Dio che in un primo tempo quasi mi spaventava per la sua crescita veloce, ma che sempre più diventa parte di me. E ora al lavoro.

Se sopravviverò a questo tempo e se allora dirò: la vita è bella e ricca di significato, bisognerà pur credermi.

Forse è stato tutto un po' troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto Tu mi abbia dato da sostenere, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta. Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto. Ti sono così riconoscente perché hai scelto proprio il mio cuore, di questi tempi, per fargli sopportare tutto quanto. Forse è un bene che mi sia ammalata, non ho ancora accettato questo fatto e mi sento un po' intontita e smarrita e abbandonata; ma sto anche cercando in tutti i modi di mettere insieme un po' di pazienza, sento bene che per una situazione così nuova ci vorrà una pazienza del tutto nuova. Riprenderò la vecchia, collaudata abitudine e di tanto in tanto discorrerò un pochino con me stessa su queste righine blu. Parlerò con Te, mio Dio. Posso? Poiché le persone scompaiono, non mi resta altro che il desiderio di parlare con Te. Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio. Ma ora avrò bisogno di molta pazienza e riflessione e sarà molto difficile. E dovrò far tutto da sola. La parte migliore e più nobile del mio amico, dell'uomo che Ti ha risvegliato in me, è già presso di Te. È solo più rimasto un vecchio consunto e infantile in quelle due camerette, là dove ho vissuto le gioie più grandi e più profonde della mia vita. Ho sostato accanto al suo letto e mi sono trovata davanti ai Tuoi massimi enigmi, mio Dio. Dammi ancora una vita intera per poter capire tutto quanto.
Mentre scrivo queste cose sento che è un bene che io debba rimaner qui. D'un tratto mi rendo conto di aver vissuto così intensamente, in due mesi ho consumato le riserve di una vita intera. Forse ho esagerato a forza di vivere interiormente? Non ho esagerato se ora ascolto il Tuo avvertimento.

Sono ammalata, non ci posso far niente. Più tardi raccoglierò tutte le lacrime e le paure, laggiù. In fondo lo faccio già in questo letto. Forse è per questo che ho la febbre e il capogiro? Non voglio essere il cronista di orrori. Ce ne saranno abbastanza. E neanche di fatti sensazionali. Ancora stamattina ho detto a Jopie: eppure arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti “orrori” e dire ugualmente che la vita è bella. E ora eccomi coricata in un angolino con febbre e capogiro, e non posso far nulla. Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d'acqua fresca, ho pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d'acqua ad alcuni di loro.