La gioventù:

una generazione in(de)finita

Ilvio Diamanti *

Da oltre due anni viviamo una vita diversa, in un mondo (e un modo) diverso. In un tempo diverso.
Come se, intorno a noi, fosse buio. Incombesse la notte. E non sappiamo quando finirà. Quando tornerà il giorno. Quando il sole ri-sorgerà. Gran parte degli italiani, comunque, non sa immaginare cosa avverrà, fra un anno. Se e quando tornerà il giorno e ri-sorgerà il sole. Perché la “nostra vita”, il nostro mondo, sono oscurati dal Virus. Dal Covid. Che riprende “vita” ogni volta che ci illudiamo sia superato. Mentre, da qualche mese, il nostro sguardo è oscurato dalla guerra in Ucraina. Si tratta di una situazione che abbiamo in-seguito e descritto in tempo reale, in modo continuo. Nel corso di questo tempo, che abbiamo definito “sospeso”. Un “tempo senza tempo”. Perché non sappiamo quando – e se – finirà. E, ormai, non ricordiamo quando è cominciato. Infatti, è difficile rammentare il mondo di prima.
Immaginare le luce all’orizzonte. Tuttavia, continuiamo il nostro viaggio. E cerchiamo dovunque e comunque un segno, un disegno, per “orizzontarci”.
Nell’Europa – e nell’Italia – dell’insicurezza. Delle paure. Come facciamo da anni. Questa è, infatti, la XIV edizione dell’Osservatorio curato da Demos, per la Fondazione Unipolis, dedicato ai temi e agli aspetti della Sicurezza. O meglio, dell’In-Sicurezza.
Una ricerca condotta in alcuni fra i più importanti Paesi Europei. Da molto tempo. Tanto più se pensiamo che, in precedenza, per la precisione, fin dal 2000, Demos aveva collaborato alla realizzazione di un rapporto analogo, dedicato ai problemi e all’incertezza in Europa, con la Fondazione Nord Est.

Gli stranieri, il virus, la guerra. Da una paura all'altra

Oggi, però, la questione dell’insicurezza appare ancora più evidente, rispetto al passato. E più “inquietante”. Perché, come si è detto, negli ultimi anni abbiamo attraversato – e stiamo attraversando – il “Tempo del Virus”. Un’epoca che ci ha allontanato (gli uni) dagli altri, allentando i legami personali e socia- li. E ha cambiato il nostro rapporto con le istituzioni, con la politica e la democrazia. Tuttavia, se la paura del Virus, negli ultimi mesi, sembra meno pesante, è perché, nel frattempo, abbiamo assistito (letteralmente: in diretta) all’irruzione della guerra. All’invasione russa in Ucraina. Cioè, non molto lontano dai nostri confini. E ciò ha alimentato il nostro senso di in-sicurezza. Siamo, quindi, passati da una paura all’altra. In pochi mesi. E, a maggior ragione, in pochi anni. A questo proposito, è sufficiente guardare quanto appaia limitata, oggi, la preoccupazione nei confronti dell’immigrazione. E della criminalità. “Gli stranieri”, in particolare. Nel passato recente, erano fra i temi di maggiore impatto, nella percezione sociale, davano un volto alle nostre paure. Mentre, oggi, coinvolgono e inquietano frazioni più limitate di cittadini, non solo in Italia. Si tratta, comunque, di questioni latenti, sempre all’ordine del giorno.
Di cui si continua a parlare. E potrebbero tornare al centro dell’attenzione pubblica. Perché toccano la sensibilità popolare. Com’è avvenuto per molti anni.
In questa fase, però, i problemi che generano maggiore inquietudine riguardano, in primo luogo, la condizione economica. In secondo luogo, come si è detto, l’impatto della guerra. Due questioni che appaiono strettamente inter-connesse. Perché la guerra genera e moltiplica le difficoltà del mercato.
E rende precaria la condizione economica, personale e sociale. Come si osserva e si percepisce, anzitutto, in Polonia. Ai confini dell’Ucraina, in prossimità della Russia. Le aree critiche, in questa fase.
L’emergenza economica, comunque, ha praticamente raddoppiato la sua incidenza sul sentimento dei cittadini. Oggi coinvolge circa il 40% delle persone che risiedono nei Paesi “analizzati”. Una tendenza evidente dovunque. Tanto più negli stati che hanno particolare rilievo (non solo) e presenza sui mercati. Come la Germania, la Francia e, soprattutto, il Regno Unito. Dove la Brexit, evidentemente, non è servita a migliorare il clima d’opinione. Semmai, ha prodotto reazioni opposte. Anche in Italia, peraltro risulta esplicita e larga l’insoddisfazione generata dall’aumento dei prezzi e dal costo della vita. Cresciuti sensibilmente. E in modo improvviso.
Le tensioni in Europa, per altro verso, hanno favorito la fiducia nei confronti della UE. L’Unione Europea. Anzi, hanno dimostrato come la costruzione incompiuta dell’Unione Europea sia un problema.
Un limite. Tanto più quando dentro all’Europa “possibile” si aprono crisi e conflitti.
Le paure e le tensioni hanno saldato il rapporto dei cittadini anche con le altre istituzioni di governo.
Soprattutto in Italia, che rimane, tuttavia, il Paese dove la distanza fra i cittadini e le istituzioni è più ampia. Tuttavia, le “paure” globali (e locali) hanno rafforzato la domanda di “protezione”, di “sicurezza”. E di “autorità”. Di conseguenza, hanno “stretto” (in parte, “costretto”) il legame con le autorità pubbliche e di governo. In questo quadro appare evidente la specificità delle generazioni più giovani, che sono “globali” per vocazione. E per “necessità”.
Visto che vedono (e lamentano) il proprio futuro.
In patria, “frenato”, spesso: bloccato, dalle generazioni precedenti. Adulti e anziani. Un orientamento particolarmente marcato ed esplicito in Italia. Dove i più giovani si vedono in difficoltà, per questa ragione. E guardano altrove. Ritengono necessario, cioè, “emigrare”. Andare all’estero. Per avere un futuro.

La fatica di diventare adulti

La vera “questione” sollevata e sottolineata da questa indagine è il “futuro dei giovani”. Quasi una tautologia. Perché i giovani sono il futuro. E se ritengono utile “fuggire”, insieme a loro, si eclissa anche il nostro futuro. Mentre noi ci abituiamo – e rassegniamo – alla vecchiaia. Che diviene una condizione “normale”. Non un segno di declino della nostra biografia. Certo la vecchiaia non è una malattia. Non è una anomalia. Va affrontata e vissuta. Perché è parte della nostra vita. Ma non va neppure dissimulata.
Negata. Come non dobbiamo “nascondere” il tempo che passa. Insieme agli anni. Come invece avviene.
Si tratta di un aspetto significativo e determinante, ben di-mostrato da questa ricerca. Soprattutto se riflettiamo su cosa sia la gioventù e chi siano i giovani, secondo l’opinione pubblica. In Europa. E, soprattutto, in Italia. Secondo gli italiani.
D’altronde, come mostrano le statistiche di Eurostat, l’età media della popolazione europea (nel 2021) è di circa 44 anni. Ed è, quindi, salita di 2,5 anni rispetto al 2011. Ma in Italia è di oltre 47 anni e mezzo. Circa 4 in più, nell’ultimo decennio. E ciò fa del nostro Paese il più vecchio d’Europa. Dove, peraltro, l’invecchiamento è una tendenza comune. Nel 2020, in Europa, il 21% della popolazione aveva 65 anni e più, rispetto al 16% del 2001, con un aumento di 5 punti percentuali. D’altra parte, la quota dei più giovani (da 0 a 19 anni) nell’UE era del 20% nel 2020, con una diminuzione di 3 punti percentuali rispetto 2001. L’Italia, peraltro, si conferma il Paese più anziano (e vecchio).
Questi dati contribuiscono a spiegare le opinioni raccolte nel sondaggio dell’Osservatorio Demos-Fondazione Unipolis.
Risulta, infatti, evidente e diffusa la “tendenza”, ma forse si potrebbe dire: “tentazione”, a spostare in avanti della giovinezza. A dirsi “giovani” più a lungo.
Tanto più quando (e quanto più) si invecchia.
Anche per questo gli europei e gli italiani, in particolare, non si rassegnano. E, mentre allungano il tempo della giovinezza, spostano sempre più in avanti la soglia dell’età anziana. Nei Paesi europei considerati nella ricerca, infatti, ci si definisce giovani fino a 40 anni. In Italia si va oltre i 50. Per la precisione: 51. Al tempo stesso, la soglia della vecchiaia si alza.
E si allontana. Comincia a 68 anni, secondo le persone intervistate, nell’insieme dei Paesi analizzati.
Ma, nell’opinione degli italiani, sale a 74 anni. Così, ci sentiamo, o meglio, ci diciamo “giovani” mentre allontaniamo l’età anziana. E la vecchiaia. Un po’ dovunque, in Europa. Ma soprattutto nel nostro Paese.
Di conseguenza, rinunciamo a divenire “adulti”. Perché tra giovinezza e vecchiaia lo spazio si stringe.

Locali e globali: i giovani del nostro tempo

Questa gioventù in(de)finita, cioè: senza limiti precisi, ha effetti di segno diverso. In primo luogo, sulla prospettiva e sullo sguardo verso il mondo e verso il futuro. I giovani, infatti, si sentono (e intendono stare) saldamente radicati sul territorio. Nella loro città e nella loro realtà locale. Dove hanno famiglia e legami sociali. E ciò permette loro di non sentirsi spaesati. Ma sono, al tempo stesso, proiettati nel mondo, verso l’Europa. Molto più della popolazione anziana. Dalla quale si sentono frenati e vincolati.
Per certi versi, “immobilizzati”. In quanto svantaggiati nella “mobilità” sociale. Nelle opportunità di carriera. Soprattutto le donne.
Lo sguardo “globale”, tuttavia, determina insicurezza. E favorisce l’impegno e la domanda verso questioni importanti, come la tutela dell’ambiente, il contrasto nei confronti del riscaldamento globale.
Problemi che i giovani hanno denunciato e dovranno affrontare (e pagare) più degli altri.
In Italia, questa tendenza appare, nuovamente, più accentuata.
A conferma dell’immagine evocata da Marc Lazar, alcuni anni fa, quando parlò dell’Italia come un “Laboratorio Europeo”. Dove si anticipano e si sperimentano modelli e cambiamenti che, in seguito, si riproducono e diffondono nel resto d’Europa.
I giovani, in particolare, sono il “Laboratorio della società”. Infatti, ne anticipano e delineano i mutamenti. Il futuro. Perché i giovani “sono” il futuro. Per questa ragione, è giusto guardare i dati di questa ricerca condotta dall’Osservatorio Europeo di Demos-Fond - Unipolis con attenzione. E qualche preoccupazione.
Questo Osservatorio sulla Sicurezza, infatti, fa emergere molti segni di In-Sicurezza. In tutti i Paesi. Ma, soprattutto, in Italia. Dove, più che altrove, le età della vita – e la gioventù, in particolare – appaiono difficili da “de-finire”. De-limitare. E ciò proietta l’immagine di una gioventù in-finita, senza limiti.
Mentre la vecchiaia avanza. E noi fatichiamo ad accettarla. Così, de-limitiamo il futuro. Dei giovani. E di tutti noi.
Con il rischio di perdere di vista l’orizzonte. E dimenticare il passato.

Ci siamo interrogati sulla percezione di insicurezza che attraversa le nuove generazioni, oggetto di una iniquità sostanziale in materia di accesso agli elementi progettuali della vita. Abbiamo voluto indagare la giustizia intergenerazionale ascoltando tutti, ma potenziando la voce dei giovani affinché potesse essere significativa la misurazione delle differenze. Ne abbiamo trovate molte meno di quelle che ci aspettavamo, ed in alcuni casi addirittura ribaltate con il campione complessivo che si dimostra più preoccupato dei giovani. Caso emblematico è da questo punto di vista il tema ambientale verso il quale l’urgenza è percepita in modo significativo da tutti, senza significative differenze d’età, come ci si sarebbe potuti aspettare e, soprattutto per i giovani italiani, non esiste per tutti la traduzione della preoccupazione in impegni a comportamenti attivi, che sembrano, anzi, essere più appannaggio degli adulti. A confermare questa interpretazione vi è la convinta attribuzione di responsabilità allo Stato che dovrebbe, per i giovani, aumentare la spesa pubblica.
Anche per quanto riguarda il diritto alla libera espressione e l’uso dei social dalla generazione nativa digitale ci si aspettava probabilmente maggiore forza nel reclamare il diritto alla pubblicazione, mentre invece ritroviamo che le fake news inquietano la metà dei giovani come gli altri cittadini, e che per questo si è disponibili a rinunciare a parte della libertà d’espressione. Questo è un segnale importante per il normatore che è ancora molto timido ad entrare su rete e piattaforme mentre sarebbe urgente definire modelli di gestione dello spazio virtuale che rispettino l’etica e criteri di governance e trasparenza avanzati per dare concretezza a quell’interpretazione che vede nel digitale uno strumento abilitante fondamentale per lo sviluppo sostenibile.
Tra le disuguaglianze che ci preoccupavano di più c’era sicuramente quella di accesso al lavoro e alle misure di welfare collegate. In questo caso la percezione di ingiustizia generazionale è forte, soprattutto nel nostro Paese, e attraversa tutte le questioni che ci siamo posti, con l’affermazione plateale, soprattutto per italiani e polacchi, che solo l’estero rappresenti una promessa di successo. Non possiamo esimerci da interrogarci su come costruire un nuovo progetto di futuro che non metta in conflitto le generazioni per l’accesso al lavoro, un diritto primario sancito dalla Costituzione, e al contempo sappia valorizzare esperienze, talenti e competenze delle quattro generazioni che si trovano oggi a condividere i luoghi di lavoro. Interessante è la consapevolezza diffusa sulla necessità di adottare comportamenti individuali proattivi per affrontare il mancato accesso alla pensione. In realtà, non assistiamo a comportamenti conseguenti: nonostante da anni si denunci con forza l’insostenibilità del sistema pensionistico, sono pochi gli italiani, e ancor meno i giovani, che hanno sottoscritto pensioni integrative quasi ad indicare che in realtà attorno al tema del futuro dei giovani ci sia molta preoccupazione, ma poca azione.
Azione che probabilmente ci si attende dall’Europa, nel confronto della quale i giovani hanno un alto senso di fiducia. Questo è fondamentale se pensiamo che solo attraverso una dimensione continentale potremo essere in grado di costruire risposte adeguate ai megatrend che attraversano la nostra epoca e declinare davvero gli impegni per lo sviluppo sostenibile assunti con determinazione e lungimiranza dalla Commissione negli ultimi anni.
Una maggiore fiducia che è soprattutto verso l’Europa ma anche verso le altre Istituzioni a mostrare un ottimismo di massima che si delinea lungo tutta l’indagine in cui la generazione, soprattutto dei giovanissimi, non sembra porsi in modo conflittuale ma piuttosto affidarsi ad una guida che noi adulti dovremo essere in grado di svolgere con giudizio e spirito di sacrificio collettivo.

Pierluigi Stefanini
Presidente Fondazione Unipolis

Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa
Ricerca di Demos & Pi e Fondazione Unipolis
XIV edizione - giugno 2022
Documento completo su https://www.agcom.it/