Fédor Dostoevskij, l'abisso del cuore umano o il rovello di Dio

Inserito in Questioni letterarie.

Fédor Dostoevskij,

l'abisso del cuore umano

o il rovello di Dio

Carmelo Mezzasalma

Nei giorni in cui infuria l'insensata guerra in Ucraina, devastata dai missili e dalle bombe della Russia di Putin, è possibile ricordare il grande scrittore russo nel secondo Centenario della nascita? In verità, il grido di Dostoevskij – non solo vittima, come altri scrittori russi, del "potere", ma anche indagatore del cuore umano in lotta con la trascendenza – chiede di essere ascoltato. Molto al di là delle fosche pagine della storia contemporanea.

Un Centenario un po' controverso?

Quando, il 24 febbraio scorso, la Russia ha invaso l'Ucraina, mettendola a ferro e a fuoco e determinando subito un esodo dolorosissimo di profughi e di vittime innocenti tra i civili ucraini, il nome di Dostoevskij è balzato all'attenzione delle cronache italiane con la strana vicenda della cancellazione, nell'Università Bicocca di Milano, del corso a lui dedicato dallo studioso Paolo Nori. Anche se in seguito ritirata, questa cancellazione improvvisa ha suscitato reazioni indignate sul web, ma anche in sede politica: che senso ha penalizzare in questo modo Dostoevskij? E per di più cosa ha che fare lo scrittore con l'insensata decisione di Putin di invadere la pacifica Ucraina? La polemica, a dire il vero, è durata poco. Ma ciò non significa che non abbia gettato un'ombra sul centenario di Dostoevskij, come anche su tutto quanto riguarda la Russia in questo momento, per cui la prudenza, in un clima arroventato e tragico per le notizie della tremenda guerra in corso, forse suggerirebbe di soprassedere sul ricordo dell'autore di L'Idiota o dei Fratelli Karamazov. Ma sarebbe giusto? Dostoevskij non possiede forse quella natura profetica che, proprio in questi giorni di guerra, è più che mai necessaria per conservare la nostra umanità al riparo di queste pagine fosche anche della storia contemporanea della sua Russia e non solo?
Paolo Nori, intanto, è non solo un ottimo studioso dell'opera dostoevskiana, ma è per suo merito che, proprio in occasione del secondo centenario, abbiamo potuto conoscere la straordinaria biografia "polifonica", curata dallo storico della letteratura russa Pavel Fokin, dal titolo Un certo Dostoevskij e pubblicata dalla Utet (Milano 2021). Sono state, infatti, le sue allieve – Giada Bertoli, Francesca Giordano, Verdiana Neglia, Irene Verzeletti –, iscritte ai corsi di traduzione editoriale narrativa e saggistica alla Iulm di Milano, a tradurre questo testo prezioso che ci restituisce, in quasi tutte le componenti della sua sfaccettata personalità, un Dostoevskij umanissimo e, insomma, non ancora diventato "personaggio". Come succede, da qualche tempo in qua, a troppi scrittori e scrittrici diventati famosi, troppo famosi. E riguardo ai quali, a conti fatti, si finisce per perdere il loro autentico messaggio.
Né, peraltro, andrebbe mai dimenticato che, tra tutti i paesi europei, la Russia è di sicuro quello che ha pagato il prezzo più alto in fatto di vittime della repressione "culturale", mentre la sua storia è costellata di capi, dispotici e dittatoriali, che hanno fatto tacere con la violenza qualsiasi dissenso o voce di verità. Una lista interminabile di scrittori, poeti e artisti. Non solo Dostoevskij o Tolstoj, ma anche Achmatova, Cvetaeva, Mandelstam, Grossman, Pasternak, Brodskij, Bulgakov, Solzenicyn (ma la lista è molto più lunga), per finire con Anna Politkovskaja, vittima sicura del regime di Putin. Così, come ha scritto Fausto Malcovati in La lettura (13 marzo 2022) del «Corriere della Sera», «nessuna cultura ha avuto tanto coraggio, come la cultura russa, di opporsi ai tiranni, ai diktat, ai bavagli». Anche se tutto ciò non è bastato a cambiare quella cultura russa, quella mentalità generale, che ancora oggi, a quel che pare, sembra più che mai vittima dell'orgia del potere. Per dirlo con il titolo di un famoso film degli anni '70 del passato Novecento. E, per restare all'immane tragedia dell'Ucraina di oggi, basterebbe citare lo straziante romanzo di uno dei più grandi scrittori ucraini del Novecento, Ulas Samchuk, che s'intitola Maria. Cronaca di una vita (1933), dedicato al genocidio per fame perpetrato da Stalin proprio in quegli anni (1932-33) contro il popolo ucraino. Finalmente tradotto in italiano, a cura di Carlo Ossola e in una traduzione di Mariia Semegen (Edizioni Clichy, Firenze 2022), anche questo romanzo è lì a dimostrarci quanto il problema del Male e del Dolore, così centrale in Dostoevskij, sia tutt'altro che argomento da salotto televisivo solamente in questi giorni di guerra. E dunque, ancora e sempre, Dostoevskij.

Dostoevskij nostro fratello

Così, infatti, Armando Torno, fondatore e responsabile per oltre un decennio del benemerito supplemento Domenica de «Il Sole 24 Ore», nonché responsabile delle pagine culturali del «Corriere della Sera», ha voluto intitolare il suo contributo al centenario di Dostoevskij (cfr. A. Torno, Dostoevskij nostro fratello, Edizioni Ares, Milano 2021). Ed è un titolo azzeccatissimo. Oltre al fatto che è un vero viaggio nell'anima dello scrittore russo, attraverso le pagine emblematiche e brucianti dei suoi capolavori, ma con uno sguardo non già da specialista erudito, bensì piuttosto attento al "messaggio" esistenziale e spirituale di un autore, venuto da tanto lontano, che però ha rappresentato per tutti noi un pilastro di formazione umana e spirituale come pochi altri. Nostro fratello, appunto. E di più non si potrebbe dire. In quello scandaglio del cuore umano che incontra e si scontra con gli interrogativi cruciali del nostro vivere, del nostro amare, soffrire e del nostro morire. E quindi di un ideale di letteratura, teso tra il cuore umano e il cruciale interrogativo di quella trascendenza che ci abita e che non cessa di tormentarci proprio nelle profondità dell'anima assetata di vita e, più in profondità, della vita di Dio. Dostoevskij, peraltro, nonostante la sua fortuna non effimera ai quattro angoli del mondo, non è affatto uno scrittore facile, come riconosce giustamente lo stesso Armando Torno: non possedeva, in effetti, «la capacità narrativa o la forza epica di Tolstoj, né sapeva calcolare i silenzi o anatomizzare gli sguardi dei personaggi come Cechov, ma la sua opera sfugge da ogni teorizzazione. Anzi, è lui stesso che fa perdere le tracce alle idee che mette in gioco, perché l'unica che sembra lo interessi veramente è quella di Dio. Le azioni umane non sembrano intelligibili senza di Lui» (p. 12).
È un'osservazione quanto mai acuta e soprattutto onesta nei confronti di uno scrittore che, come pochi, è stato attratto dalla drammaticità della vita umana, dalla sua miseria e grandezza, dal suo invincibile egoismo e dalla sua profonda idealità che la incalza e la sostiene. Ed è per questa ragione che ha tormentato le sue stesse pagine sulle quali scriveva e sulle quali ha lasciato le tracce di questo lungo, appassionato, talvolta doloroso e perfino infelice, corpo a corpo con i meandri imprendibili del cuore umano in lotta con sé stesso e alla ricerca di una possibile redenzione. Ma, al contempo, questo cuore, definito lucidamente da Manzoni un vero "guazzabuglio", non si spiegherebbe senza l'assillo, la ferita di Dio, che s'incunea in questo labirinto di passioni e di ragioni per affermare, almeno, la sua ineludibile presenza e la sua chiamata alla vera vita. Nonostante debolezze, fallimenti e catastrofi morali e spirituali dei personaggi messi in campo, mentre sullo sfondo sembrano agire le forze, persuasive e distruttive, di quel nichilismo di cui Dostoevskij intuiva bene la palude su cui sarebbe rimasto incagliato l'uomo moderno e, particolarmente, l'uomo postmoderno. Dopo tutto, afferma ancora Armando Torno: «L'uomo sembra creato non per la felicità dell'ordine e della quiete, ma per una salvezza in Dio, pagata con il male, l'odio, la bassezza, la disperazione, il delitto» (p. 14).
Centro, davvero. Perché Dostoevskij ha vissuto e testimoniato quel "tormento di Dio", quella tragedia silenziosa che si svolge nell'abisso del cuore umano, dal momento che non sarà mai possibile espungerlo o ignorarlo né con ragioni filosofiche, estetiche o morali, né tanto meno per ragioni di comodo. La ferita di Dio ha nel cuore della creatura umana, per così dire, la sua "casa", sembra volerci ripetere Dostoevskij, e all'essere umano non rimane che tener conto di questa presenza, di interrogarla, di non arrendersi mai neppure di fronte al suo "silenzio", dinanzi a quel Male che sembra regolare la storia e le sue alterne vicende. Dostoevskij, dunque, «tormentato da Dio» e «per questo oscilla tra il Cristo che si presenta con l'amore che forse lo ha costretto a rivelarsi e l'ateismo che desidera trovare pace nel mondo delle assenze. L'uomo sulla croce diventa spesso la sua via di fuga dalle incalzanti questioni del nichilismo» (p. 14). Non a caso, Armando Torno ci ricorda che Stalin fu un attento lettore di Dostoevskij attraverso una sua testimonianza diretta e relativa agli anni trascorsi in Russia come corrispondente del «Corriere della Sera»: l'aver potuto esaminare di persona, cioè, la copia dei Karamazov appartenuta proprio al dittatore che ha mandato a morte i testimoni della migliore letteratura russa del suo tempo.
In quella copia non vi sono sottolineature o note, relative alla leggenda del Grande Inquisitore, ma numerosi sono i commenti, annota Armando Torno, alle frasi del monaco Zosima, particolarmente quando parla dei rapporti tra Chiesa e Stato, mentre «sono state sottolineate le parti riguardanti i miracoli, la confessione di omicidio, il relativo tormento» (p. 127). Stalin, quindi, come un lettore di Dostoevskij che mai ci saremmo aspettati senza questa confessione di Torno, dato che è stato, per sua fortuna, l'unico giornalista italiano ad accedere alla biblioteca di Stalin (e al bunker antiatomico che conserva i manoscritti originali di Marx ed Engels), in quei dieci anni trascorsi in Russia. Forse è anche per tutto questo che Dostoevskij nostro fratello è molto più che un saggio sulla grandezza e attualità dell'autore de L'idiota o di Delitto e castigo o degli altri ben noti capolavori fino ai Karamazov. È un viaggio nell'ispirazione e nell'anima creativa di uno scrittore avvicinato grazie alla mediazione di quel grande uomo di cultura e autentico filosofo che era Giovanni Reali – il primo, in anticipo sui tempi, a considerare Dostoevskij filosofo e scrittore di idee –, e poi finalmente raggiunto in una riflessione libera e al contempo appassionata proprio nei luoghi in cui sono nati i suoi romanzi e i suoi scritti più personali. Come il Diario di uno scrittore, i suoi Taccuini di lavoro, le Lettere. Quella Russia, quella cultura e perfino quel paesaggio senza i quali, si direbbe, non sembra possibile capirlo in profondità.
D'altra parte, Armando Torno non è lettore occasionale di Dostoevskij. Conosce bene la letteratura critica che lo riguarda (e lo si capisce anche dalla scrittura, tesa ed essenziale), ma poi procede per il filo rosso della sua interpretazione dalla quale emerge soprattutto uno scrittore che aveva fatto del desiderio di Dio il perno della sua letteratura, il rovello segreto che lo animava. Sebbene sempre sospeso sul bordo di un abisso, tra armonia assoluta e caos pericoloso: "l'ideale della Madonna" e "l'ideale di Sodoma". Dunque, compassione e peccato, pietà e perdizione, paradiso e inferno. La sua stessa Russia, nel bene e nel male, somiglia a questo suo alternarsi tra l'insopprimibile anelito verso la luce e l'oscura tentazione della tenebra. Di sicuro, la fede di Dostoevskij non è mai un possesso definitivo o un comodo appiglio per non affrontare quei lati oscuri dell'anima che, alla fine, portano unicamente a una fede tiepida, quasi senza vita e senza slancio di vita. E forse per questa ragione egli non parla tanto a quei credenti desiderosi, il più delle volte, di prodotti letterari smielati e assolutamente irrilevanti, ma che causano un certo ribrezzo a chiunque sia dotato di una sensibilità estetica in qualche modo sviluppata, bensì a coloro che, educati dalla Sacra Scrittura e dal Gesù dei Vangeli, sanno quanto sia arduo e difficile, ma per questo esaltante, il cammino della vera fede.
Così Dostoevskij, nelle pagine dei Fratelli Karamazov, allora nella vecchia Biblioteca Universale Rizzoli, parlava anche a me, sedicenne, di questo combattimento della fede, sempre nuovo e mai acquattato tra le ombre dell'anima, e da allora uno scrittore mai più abbandonato: «Dio ha proposto degli enigmi. Qui convergono le rive, qui convivono tutte le contraddizioni... Qui il diavolo combatte con Dio, e il campo di battaglia è il cuore dell'uomo». Indimenticabile lettura, sebbene adolescenziale, dei Karamazov, ma dalla quale ancora oggi capisco che vita e scrittura sono saldamente legati e impossibilitati a sciogliersi l'una dall'altra. Come accade anche per la parola di Dio. Che piaccia o no. E a riprova di tutto questo, mi sembra opportuno rievocare una pagina drammatica e illuminante della complessa biografia di Dostoevskij, conosciuta nei dettagli dalla lettura del già citato Un certo Dostoevskij (cfr. pp. 412-418).

Con Vladimir Solovév all'eremo di Optina

Siamo negli anni 1875-1878 ed è in quel periodo che Dostoevskij subisce un grave lutto familiare che lo getterà nella più devastante disperazione: il figlio più piccolo, Aleksej, muore improvvisamente, mentre nulla faceva presagire questa morte (16 maggio 1878). Lo scrittore amava in modo speciale, quasi di un amore morboso (secondo la testimonianza della moglie, Anna Grigor'evna), questo secondo figlio, come se avesse avuto da sempre il presentimento di perderlo assai presto. Oltre tutto, la disperazione era acuita dal fatto che il bambino era morto di epilessia, la malattia dello scrittore e trasmessa al figlio. Ed è proprio in quei giorni, appena un mese dopo la morte di Aleksej, che, su preghiera della moglie di Dostoevskii, Vladimir Solovév, il celebre autore de l'Anticristo, accetterà di portare con sé lo scrittore in visita al celebre eremo di Optina dove risiedeva, allora, un famoso starec di nome O. Amvrosij. La visita all'eremo di Optina, anche se breve, e i colloqui con il monaco Amvrosij ebbero un effetto benefico per l'anima di Dostoevskij che tornerà da quel viaggio pacificato e quasi trasfigurato dall'esperienza in quell'eremo dove Dio era davvero un fatto reale. E quando, poco più tardi (1879), metterà mano alla scrittura dei Fratelli Karamazov, si ricorderà molto di quell'esperienza spirituale, in un momento della sua vita così tragico, trasfigurando quel suo vissuto nel delineare la figura indimenticabile dello starec Zosima e al quale metterà in bocca le espressioni di fede ascoltate dal monaco Amvrosij.
Ancora più interessante è, tuttavia, la testimonianza di un discepolo di Amvrosij, il monaco Varsonofij, che incontrerà più avanti Dostoevskij e di cui ci riferisce il loro colloquio. Lo scrittore, in effetti, in quell'incontro gli confesserà che, prima della visita all'eremo di Optina, «non credeva in nulla». E alla domanda: «Cosa vi ha spinto a tornare alla fede?», la risposta di Dostoevskij sarà inequivocabile circa l'esperienza vissuta in quell'eremo pieno di fede sincera: «Ho visto il paradiso. Ah, quanto è bello là, com'è sereno e gioioso. E i suoi abitanti sono così belli, così pieni di amore. Mi hanno accolto con un affetto straordinario. Non posso dimenticare quello che ho vissuto lì, e da allora sono tornato a Dio» (cfr. Un certo Dostoevskij, pp. 417418). E un'altra testimonianza, questa volta del pubblicista russo E. Pogozev, aggiunge: «Padre Amvrosij colse l'essenza dell'anima rassegnata dello scrittore e di lui disse: "Questo è un penitente"» (ivi). Dostoevskij un penitente, dunque, un'anima alla ricerca di Dio nella sua vita travagliata e carica di grandi dolori e cruciali interrogativi.
A questo proposito, non posso fare a meno di aggiungere, oltre alla suggestiva indagine di Armando Torno, anche quella di due altri contributi non meno preziosi, perché ci confermano nella constatazione profonda che la personalità di Dostoevskij, il suo percorso di vita e il suo patrimonio creativo, hanno davvero plasmato un intero ramo dell'attività spirituale umana (P. Fokin). Grazie anche a quel suo travaglio religioso che egli comunica ai lettori come un pungolo salutare. Il primo è il bellissimo libro di Natalino Valentini, Volti dell'anima russa. Identità culturale e spirituale del cristianesimo slavo-ortodosso (Paoline, Milano 2012), in cui la presenza di Dostoevskij è colta, efficacemente, nell'influsso che sullo scrittore ha esercitato la spiritualità ortodossa, ossia nella percezione della realtà e non solo della sua descrizione. Il libro di Valentini, insuperabile studioso di Pavel Florenskij, pubblicato tanti anni fa, non ha perduto nulla della sua ricchezza di temi e di figure che ci fanno comprendere quanto sconosciuta sia ancora, anche ai cristiani occidentali, la ricchezza di quella cultura e di quella fede, sempre tesa nella nostalgia dell'eterno e nella radicalità profonda del suo ardore interiore. L'altro è il contributo di Simonetta Salvestroni, già docente di letteratura all'Università di Cagliari, intitolato Cristo nei romanzi di Dostoevskij (Edizioni Qiqajon. Comunità di Bose 2021), che si articola in quella domanda, "chi è Cristo" che travaglia molto la vita interiore di alcuni personaggi privilegiati di Dostoevskij, a partire da Delitto e castigo e fino ai Fratelli Karamazov, culmine del suo percorso artistico-spirituale. E senza dimenticare che Simonetta Salvestroni ci aveva già regalato un altro gioiello come Dostoevskij e la Bibbia, pubblicato anch'esso dalla Comunità di Bose nel 2000.
Tutto questo potrebbe confermare quanto Armando Torno scrive a conclusione del suo viaggio nell'eredità che Dostoevskij ha lasciato, tra l'altro, al rapporto tra Oriente e Occidente. Una conclusione che vale la pena di ascoltare: «Ora è giunto il momento di rileggerlo, forse perché più di tanti filosofi egli può verificare che valore abbiano le nostre etiche, fabbricate e fatte sparire a seconda della bisogna, e quali domande è il caso di ripeterci dinanzi a un Dio che preghiamo sempre meno ma che è impossibile uccidere, senza il quale le nostre azioni perdono senso» (pp. 127-128). In questo quadro, realistico e stringente, c'è ancora un'etica per la letteratura, come dimostra Dostoevskij, e ci sono ancora domande nell'esercizio di essa che non siano soltanto pretesti?

Morte della letteratura?

Da più parti, in effetti, si sente ripetere che la letteratura è morta o in via di estinzione. S'intende quella letteratura, quella grande letteratura che, come nel caso di Dostoevskij, ha valicato i confini del suo tempo e della sua stessa esperienza biografico-estetica, divenendo patrimonio di tutti, anche nel difficile e problematico rapporto tra Oriente e Occidente. E, per conseguenza, come si presenta, oggi, il paesaggio letterario e culturale, non solo italiano, che pure celebra questi centenari di artisti e scrittori, quasi fossero i nostri insostituibili padri in fatto di creatività artistica? In realtà, le librerie pullulano di romanzi, provenienti da parti le più disparate, ma si può dire che siano letteratura? Forse ha ragione Giancarlo Pontiggia, appartato ma autentico poeta dei nostri anni, che di recente ha fatto una diagnosi impietosa della situazione letteraria e rispondendo proprio a questa domanda circa la questione della così detta letteratura contemporanea: «Un'imprevedibile fioritura di poesia, nascosta e ombrosa: intorno, le grandi piantagioni dei romanzi, concimate dagli industriosi giardinieri dell'editoria. Un mondo mediatico che si alimenta di frivolezze e di vanità. Intellettuali che corteggiano i bassi istinti delle folle. Un sentimento diffuso di fine imminente» (G. Pontiggia, Nuovi dialoghi sulla poesia (2015-2020), Amos Edizioni, Venezia-Mestre 2022, p. 225). Non si può dar torto a una diagnosi, come questa di Pontiggia, che mette il dito nella piaga: la letteratura, alimentata da sempre dalla forza nascosta della poesia, non ha molto da dire all'uomo pragmatico-tecnologico e narcisista che stiamo formando. Anche con l'illusione dell'intrattenimento "letterario". E che dire del fatto che la letteratura, ammesso che sia ancora tale, ha espunto da sé qualsiasi riferimento alla problematica e all'interrogazione religiosa? Del fatto che, se Dostoevskij scrivesse oggi del "rovello di Dio", non avrebbe nemmeno un'ombra di quella notorietà universale che gode ormai da più di cento anni? Altro che celebrazione di un centenario.
La rivista dell'Università Cattolica di Milano, «Vita e pensiero», nell'ultimo numero dedicato al focus Ucraina-Europa, ha pubblicato un articolo del noto romanziere spagnolo Juan Manuel De Prada che, finalmente, mette a nudo questo rimosso della letteratura, questo scheletro nell'armadio che è l'interrogazione religiosa, questa censura che agisce più che altro come silenziosa emarginazione e sia pure ammantata, come conviene alla buone maniere, di amabile indifferenza o di compatimento compiaciuto per l'ingenuo di turno (cfr. A una letteratura senza Dio si risponde con il dramma, non con opere infantilizzate, in «Avvenire», 14 maggio 2022). Scrive, infatti, De Prada: «La nostra epoca sembra aver elevato a dogma inattaccabile il fatto che la letteratura degna di questo nome deve escludere l'inquietudine religiosa. Ogni opera letteraria che osi sfidare questo comandamento verrà immediatamente considerata antiquata e perfino nefanda». Di per sé, non ci sarebbe altro da aggiungere, se non che il sasso ha finalmente raggiunto lo stagno. Nell'epoca in cui tutte le libertà sembrano garantite, c'è una libertà, quella di vivere un'interrogazione religiosa, che non ha diritto di cittadinanza o di espressione nella nobile e vetusta congrega letteraria, a causa di un dogma che, non proclamato apertamente, tuttavia affligge intelligenze e sensibilità, diciamo, postmoderne.
In questo stato delle cose, lo scrittore del "nostro tempo", se vuole credibilità e un po' di successo, non può mostrare in alcun modo, nella sua letteratura, alcuna inquietudine religiosa. Anzi. Deve mostrarsi un militante sbrigativo dell'ateismo o dell'agnosticismo poiché è assodato, una volta per tutte, che Dio non esiste o è un falso problema. A meno che non lo faccia alla maniera di Borges per il quale, com'è noto, la teologia apparteneva al genere "fantastico". Due secoli di fede cieca nell'ideologia dell'Illuminismo hanno prodotto, negli uomini e nelle donne di cultura – e per conseguenza nelle masse occidentali –, la convinzione che non solo Dio è morto, e in nessun modo è possibile risuscitarlo, per intelligenze evolute e progressiste, ma è di cattivo gusto parlarne in un lavoro creativo, che si tratti di poesia o di narrativa. Si rischia, soprattutto, di essere considerati reazionari, l'epiteto più ingiurioso che oggigiorno si possa rivolgere a un artista. Una lezione che la massa, notoriamente poco incline alla cultura e soprattutto alla letteratura, ha imparato a memoria, senza vera coscienza e conoscenza della posta in gioco. E i giovani sono le prime vittime di questa censura sociale e culturale di dubbia profondità e verità umana. Anni fa, mi è capitato di pubblicare una raccolta di poesie che ho intitolato Diario di preghiere, titolo che avevo raccolto da un bel racconto dell'insospettabile Yukio Mishima e non già dalle Massime eterne, care alla mentalità religiosa borghese. Anche se ormai scomparsa o passata ad altra "mutazione". Ma è bastato quel titolo (e una copertina con allusione a un quadro del Beato Angelico, quel Beato Angelico tanto caro a Elsa Morante!), per far sì che, anche le persone vicine o a me legate da lunga stima – sebbene con lodevoli eccezioni –, considerassero quel libro tutto fuorché poesia. E meno che mai degna di una seria lettura. Ma tant'è. I poeti rischiano sempre e osano sfidare perfino le convenzioni letterarie o culturali che siano, pur di pronunciare una "parola" di verità, una parola del cuore autentico e cioè messo a nudo. E al cuore, come si dice, non si comanda.
Tutto questo per dire, ancora una volta, quanta ragione abbia De Prada nel lamentare che, nella cultura (e nell'editoria) cattolica, ma con lodevoli e bellissime eccezioni, «si sia propagata un'infezione di origine puritana dalle conseguenze nefaste, la quale legittima un'arte infantilizzata che nega il principio della felix culpa e la natura drammatica della vita umana, quella "libertà imperfetta" che caratterizza la lotta dell'uomo in cerca di redenzione». E bisognerebbe aggiungere un'arte melensa e sentimentale che fa scappare mille miglia credenti e non credenti dotati di un minimo di senso estetico oltre che spirituale. La censura sull'interrogazione religiosa ha raggiunto, come si vede, sotterraneamente, e magari in altra veste più soft e accomodante, la cultura cattolica che si rivolge solo ad anime pie. Una situazione, in casa cattolica, ormai dimentica della grande lezione di un Mauriac o di un Bernanos, e un discorso che meriterebbe di sicuro ben altro sviluppo e che è, giocoforza, rimandare.
Per ora, tornando a Dostoevskij e alla sua lezione o eredità, in ambito letterario cattolico, soltanto Flannery O'Connor, la scrittrice americana de Il cielo è dei violenti, ha di sicuro incarnato questa eredità poiché definiva la letteratura – come nelle celebri pagine dei Fratelli Karamazov –, "il territorio del diavolo" ovvero il terreno di lotta tra Dio e il suo "nemico" per la conquista del cuore umano. Una lotta che, talvolta, si risolve in un trionfo, altra volta in una sconfitta e altra volta ancora in un conflitto lacerante, ma con un'infinita gamma di zone in penombra. Quella penombra, tra l'altro, ove si svolge la lotta del combattimento tra una fede tiepida e una fede coraggiosa, capace oltre tutto di irradiare, intorno a sé – come è accaduto a Dostoevskij nell'eremo di Optina –, un misterioso raggio di umanità e di accoglienza per tutti i cercatori di Dio, e ben oltre le amare esperienze del dolore e della perdita di senso della vita. E indicando, magari soltanto con un cenno dell'anima realmente viva, il porto della salvezza di Dio. Gesù conosceva bene il cuore umano, le sue lotte e il suo tormento, tanto da dire ai suoi discepoli: «Perché avete paura, gente di poca fede?» (Mt 8,26). La lotta è, dopo tutto, tra una fede passiva, acquietata nella mediocrità della vita anche religiosa, e una fede ardente, pagata a caro prezzo, come diceva Bonhoeffer. Non a caso, qualcuno ha dato dell'espressione matteana di Gesù una traduzione realmente originale che sarebbe piaciuta molto a Dostoevskij: «Perché siete terrorizzati? Minicredenti!». Punto.