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    Nostalgia del cielo


    ASSETATI D’ETERNO. La nostalgia di Dio nell’arte moderna e contemporanea /2

    Maria Rattà

    (NPG 2022-07-76)


     

    Perché bramo Dio? si chiude con questa domanda inquietante una lirica del poeta italiano Ungaretti. Una domanda universale, che dà voce ai mille quesiti di ogni uomo che si ritrova, prima o poi, a incontrarsi/scontrarsi con il desiderio di assoluto e di infinito che lo inabita.
    In questo punto interrogativo si riversano tutte le paure dell’essere umano dinanzi alla possibilità di un mondo sovraumano, del desiderio dell’Altro che sta Oltre, in una dimensione sconosciuta ai sensi materiali. Un contrasto così forte che Ungaretti lo esprime senza mezzi termini fin dal titolo: Dannazione.
    Dannazione. Parola forte che riassume la lotta, il tormento della nostalgia: arriverò mai a quello di cui sento, in fondo, la mancanza? Ed è reale ciò che mi manca? È dunque una benedizione o una condanna sperimentare la nostalgia del divino? È una sentenza di morte in vita, aspettando ciò che non esiste, oppure una benedizione che fa aprire gli occhi in questa vita sulla vera vita? La risposta (che per il poeta arriverà poi con la conversione) presuppone, secondo la declinazione ungarettiana, una domanda di Dio che è domanda di cielo: Chiuso fra cose mortali / (Anche il cielo stellato finirà). Sono i versi iniziali che precedono l’interrogativo in chiusura e tracciano un vero e proprio itinerario nella mappa della nostalgia del divino. Come si può credere che esista un Cielo che non avrà fine, un Cielo-Paradiso le cui luci brilleranno per sempre, squarciando il buio più pesto, quando ci vediamo come in un inferno, “chiusi”, “condannati” fra cose che ci parlano tutte di sofferenza, termine ultimo e, in sintesi, di morte?
    In queste poche righe Ungaretti condensa molti concetti, ma uno su tutti, ossia l’ancestrale collegamento fra il cielo, quale metafora del Cielo divino, e la terra quale mondo degli uomini assetati, bisognosi di appoggiarsi a una creatura differente, che sia altro da sé: un dio più grande, più buono, più potente di tutta l’umanità. Questa connessione è evidente fin dalla preistoria anche nel modo umano di pregare, con le braccia rivolte al cielo, una modalità di cui si trovano tracce artistiche in alcune incisioni rupestri della Val Camonica. A dimostrare che fin dall’antichità il cielo è considerato la dimora degli dei, e nella sua immensità, nella sua luce, nella sua capacità molteplice di influenzare la terra (basti pensare agli agenti atmosferici) esso si identifica con l’Essere supremo (cfr. Christian Cannuyer, Dio è nei cieli?, Sito internet della Documentazione Interdisciplinare di Scienza&Fede, https://disf.org/dio-nei-cieli). Nemmeno la Bibbia, espressione della fede del popolo ebreo prima e dei cristiani poi, si sottrae a questa identificazione: quel cielo che Dio ha creato e che testimonia la sua gloria, Dio lo abita anche. Di più: Dio stesso con la sua luce squarcia le tenebre della creazione, irrompendo nel mondo materiale. Il pittore russo Aivazovsky, non a caso, presenta il Creatore come un personaggio di luce che tutto crea, tutto domina, tutto illumina. Sono tele in cui si evidenzia come la nostalgia del divino sia, in fondo, la nostalgia di ciò che porta calore e luce (amore) nelle vite umane, dissipando il buio delle paure, le nuvole delle incertezze, delle sofferenze e delle fragilità; calmando e illuminando le tempeste che ci agitano e ci fanno temere per la nostra stessa incolumità.
    Di luce che squarcia le tenebre parla anche il tramonto, uno dei momenti privilegiati del cielo per il nostalgico e per l’arte che parla di nostalgia. Già la parola stessa dice tutto, nella sua etimologia: andare oltre i monti, oltre ciò che è puramente visibile, per cogliere l’invisibile. E proprio Tramonto si intitola un’altra poesia di Ungaretti, i cui versi recitano: Il carnato del cielo / sveglia oasi / al nomade d’amore. L’uomo nostalgico è in viaggio, preso da un nomadismo d’amore che lo spinge a guardare il cielo come fosse un volto, un incarnato colorato, contemplandolo dalla terra e trovandovi un’oasi. Perché in sostanza il tramonto – ogni tramonto – ci spinge a guardare alla fine come alla possibilità/speranza di qualcosa di nuovo. Nel tramonto, infatti, come nell’esperienza della vita, si uniscono la fine e l’inizio, in un passaggio di continuità fra un giorno che si conclude e la notte che sopraggiunge, passaggio necessario perché un altro giorno possa arrivare.
    In questa ricerca siamo tutti coinvolti, che ce ne rendiamo conto o meno. Lo sottolinea il pittore Caspar D. Friedrich nel suo quadro intitolato Il tramonto, anche conosciuto come I fratelli. I due protagonisti, visti di spalle, nell’aspetto simili a viaggiatori, e probabilmente fratelli, sono fermi a contemplare il calar del sole. Anche noi, come osservatori, siamo lì con loro, collocati idealmente, grazie al punto di osservazione, qualche passo indietro, partecipando dal di dentro alla scena. Perché tutti siamo fratelli, figli di uno stesso Padre, in cammino verso di Lui, verso il cielo come Paradiso, Regno di Dio.
    Davanti al cielo nel suo affascinante divenire, nella sua alternanza di luce e buio, l’uomo si interroga sulla Verità, e anche quando rimane chiuso in una sorta di scetticismo, la speranza non sembra del tutto abolita, come sottolinea il cantautore Grignani in conclusione della sua Solo cielo: «Perché credo che sia solo cielo / quello che vedo lassù / Nessun Dio, niente mistero / solo cielo e niente più / Eppure, oltre al tempo / qualcos'altro ci sarà / Non voglio immaginare / tutto qua». L’uomo, in effetti, porta dentro di sé un’ancestrale e insopprimibile «nostalgia delle stelle», secondo la definizione dello scrittore greco Nikos Kazantzakis. E il cielo stellato è paradigma per eccellenza della nostalgia di Dio anche nella Scrittura, come ben sottolinea il Salmo 8,4-5: «Quando vedo i tuoi cieli, / opera delle tue dita, / la luna e le stelle che tu hai fissato, / che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi, / il figlio dell'uomo, perché te ne curi?». Così anche le tele dei grandi pittori si riempiono di cieli stellati, come in Van Gogh, che nel periodo (uno dei più difficili della sua vita) in cui dipinge varie versioni della Notte stellata, scrive al fratello: «Quando sono colto dal mio “terribile bisogno di religione”, vado fuori di notte a dipingere le stelle […] e sogno sempre un quadro così, come un gruppo di amici vivi». D’altronde nel Cielo brillano le costellazioni dei santi, con in testa Maria, la stella del mare che guida la Chiesa – e ogni credente – verso Dio. Proprio come la si vede in mosaico della basilica di Notre Dame de La Garde (Marsiglia): astro luminoso sul mare in tempesta, a orientare la Chiesa – quale barca di Pietro – in cammino verso suo Figlio Gesù.
    In questo viaggio nostalgico verso Dio non siamo dunque soli: ci accompagnano Gesù, Colui che discese dal Cielo e al Cielo fece ritorno promettendo di rimanere sempre con noi, e sua Madre Maria, la Vergine alla quale, con le parole di un’antica preghiera, ci rivolgiamo con fiducia, dicendole: Ave, stella del mare, / madre gloriosa di Dio, / vergine sempre, Maria, / porta felice del cielo. / […] Veglia sul nostro cammino, / fa' che vediamo il tuo Figlio, / pieni di gioia nel cielo».

     


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