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    Una doppia intervista per rilanciare il cammino


    DOVE SIAMO ARRIVATI.
    Terza parte del dossier "Accoglienza dei giovani migranti e rinnovamento della comunità ecclesiale"

    A cura di Rossano Sala

    (NPG 2022-07-39)


    Dopo esserci immersi in un’esperienza viva di accoglienza concreta dei giovani migranti, proviamo ora a riflettere pastoralmente su ciò che abbiamo ascoltato. “Pensare l’agire” è esattamente il compito della teologia pastorale. Se ciò non avvenisse, saremo sempre a rischio di “agire senza pensare”, cosa veramente grave che ci lascia in balia dell’emozione del momento, con tutti i rischi del caso.
    Desideriamo riflettere però dal vivo, intervistando don Vincenzo Salerno (salesiano di don Bosco e Direttore della comunità di Gorizia) e Antonio (Antonio Vizza, coordinatore Comunità MSNA di Udine), che hanno assunto la regia del cammino qui narrato e che da molti anni animano con passione pastorale e intelligenza pedagogica esperienze di frontiera con i giovani più emarginati.

    Come premessa al dialogo, ci apriamo con chiarezza e verità all’esperienza da voi vissuta (assieme agli altri operatori e agli stessi giovani) e raccontata e da voi vissuta: sia le positività e le diverse fioriture che continuamente riscontrate, sia le cose che non vanno, gli interrogativi aperti e le criticità. Solo uno sguardo onesto e sincero e una sana verifico possono permettere di migliorare il servizio verso i più piccoli e i più poveri, di cui i minori stranieri non accompagnati sono la categoria privilegiata. Proprio come afferma quella espressione diventata cultura e prassi in tante associazioni, e nel nostro ambito salesiano: “dare di più a chi ha ricevuto di meno”. Oggi più che mai.

    - In che modo la comunità civile, quella che vive nel territorio locale, ha deciso di aprirsi a questo nuovo settore, come ne è stata rinnovata o almeno interrogata, se non sconvolta?

    È difficile dare una risposta a questa domanda, perché non ci sono scelte consapevoli che la comunità civile ha compiuto, come ad esempio quando si è aperto il fronte europeo per la guerra ucraina (e anche in questo caso le scelte di solidarietà e di sostegno sono state ridotte nel tempo). Nel caso dell’emergenza migratoria si è ‘dovuto’ fronteggiare l’emergenza, e se da una parte la politica ha dovuto attuare scelte ‘obbligate’ che destinassero fondi per la gestione straordinaria e ordinaria dei flussi migratori in Italia, dall’altra parte non c’è stato a livello civile, sociale, culturale un tentativo di comprendere in una forma diffusa e articolata quello che stava diventando qualcosa che andava a cambiare la fisionomia di un territorio.
    Piuttosto, più di qualcuno ha visto nella scelta di campo dei salesiani un’operazione squisitamente economica (guadagnare con gli MSNA) a discapito della missione più propriamente salesiana. Politici, televisioni, giornali, gente comune hanno più volte puntato il dito contro questo tipo di opera educativa, soprattutto a Gorizia dove i salesiani per tanti anni avevano svolto un prezioso lavoro educativo nel mondo della scuola. Ciò è avvenuto anche a Udine: fare una semplice gita al parco può diventare faticosa, ma c’è anche chi si chiede cosa facciamo e da dove veniamo.
    Probabilmente, è a partire da queste contraddizioni, da questi duri giudizi, da un lavoro quotidiano ma credibile che si costruiscono forme di ‘vita nuova’ (intese in senso civile, sociale e culturale non solo interreligioso); dialoghi con le istituzioni che aprono a tavoli di pensiero e di scelte che costruiscono un welfare più al passo con i tempi; incontri con le diverse realtà del territorio (Caritas, Unicef, Croce Rossa, associazioni di volontariato locali, San Vincenzo, associazioni di quartiere) con le quali si crea un tessuto sociale più forte e collaborativo per costruire un mondo più umano e solidale. Quindi uscire, incontrare le persone, dare loro voce, conoscerle è ciò che sconvolge le vite ed è ciò che in questi anni si è visto negli occhi di ragazzi curiosi ma impauriti: riscoprire la cosa più semplice, che si impara da bambini, ma ormai dimenticata, che siamo tutti uguali e che si comprende solo ciò che si conosce, perché poi a tutti noi del Piccolo Principe piacciono tanto le frasi sul colore del grano, ma se vediamo quattro pakistani cambiamo sempre marciapiede.

    - Come si è inserito tutto questo cammino in una progettualità della Chiesa locale e territorio e in che modo essa ne è stata “toccata”? Si riesce davvero a “fare squadra” a livello ecclesiale sull’attenzione ai giovani migranti? In che modo i responsabili ecclesiali si sono fatti vivi e collaborativi con voi?

    Nella realtà goriziana fin da subito c’è stata una stretta collaborazione con la pastorale giovanile diocesana nella figura di don Nicola Ban, l’incaricato diocesano. Diversi sono stati gli incontri con giovani della città e della Diocesi che a vario titolo (anche nella forma del volontariato) si sono avvicinati alla realtà del San Luigi. Alcuni seminaristi hanno prestato servizio in mezzo ai MSNA sia nelle ricreazioni, sia nell’insegnamento dell’italiano.
    Sicuramente grande valore ha la collaborazione a livello di animazione giovanile cittadina dove nei vari GREST, campiscuola, gruppi e oratori alcuni degli MSNA si sono inseriti dando una mano nel servizio ai più piccoli e creando belle amicizie con gli adolescenti del posto.
    A Udine si respira meno il rapporto con la Diocesi, anche se c’è: c’è collaborazione e stima reciproca con la Caritas e la mensa dei poveri.

    - Quest’opera di accoglienza è anche parte di una progettualità salesiana. In che modo l’Ispettoria salesiana del Triveneto e in genere l’Italia salesiana accompagnano questa vostra esperienza? Vi sentite anche voi accompagnati e sostenuti nel vostro impegno?

    Sicuramente con i tavoli del settore sociale c’è spazio. Ormai anche le comunità per MSNA sono parte integrante da qualche anno. Il fatto che ci sia un riferimento nazionale salesiano, con il servizio offerto da “Salesiani per il Sociale” ci permette di conoscere le altre realtà sul territorio nazionale e poter così confrontare il proprio vissuto e condividere nuove pratiche educative per migliorare il proprio servizio in mezzo ai ragazzi che quotidianamente incontriamo.
    I referenti ispettoriali visitano le case e conoscono le persone e i ragazzi, sono parte di un pensiero condiviso e curano che lo stile salesiano sia preservato e custodito. Tutto si cerca di fare in comunione con il cammino ispettoriale, nell’ottica di uno scambio dei doni: ogni settore della missione salesiana (scuola e formazione professionale, oratorio e parrocchie, opere sociali) ha sempre delle virtuosità da condividere e altri dinamismi da ricevere. La nostra scommessa è che il servizio specifico di accoglienza di MSNA aiuti tutti a rendersi sensibili a queste situazioni, crescendo nella capacità di sentire simpatia e vicinanza verso ciò che questi giovani stanno vivendo.

    - Una domanda importante è sul vostro “stile educativo”. Dal punto di vista culturale, pedagogico e religioso quali risorse del “sistema preventivo” salesiano sono state rivalutate in questi cammini? Don Bosco parlava di “ragione, religione e amorevolezza”: ci potete dire come oggi esse sono tradotte in questo lavoro di ascolto, accoglienza e integrazione?

    Il fatto di avere a che fare con giovani che per il 99,99% dei casi vengono da un’altra esperienza religiosa ci interroga proprio sul rispetto reciproco delle nostre diverse tradizioni credenti. Io sono cristiano e loro sono per lo più musulmani. Mi è capitato [dice don Vincenzo] un venerdì santo di parlare con un ragazzo afgano di cosa stesse succedendo quel giorno, del valore di quel giorno per noi; non ho trovato in quel dialogo dinamiche molto diverse da quelle che incontro con i giovani italiani di oggi. Le loro domande sono domande sia curiose sia scettiche (sicuramente nella mentalità di un ragazzo mediorientale c’è un senso di Dio più radicato che in quella di un ragazzo occidentale), sia interessate sia distratte, sia disponibili sia prevenute. Per cui sai che l’onere del dialogo è prima di tutto dalla parte dell’educatore che deve imparare a far nascere nel ragazzo un desiderio di conoscere: attraverso le esperienze, la conoscenza (si fanno gite anche per vedere il territorio circostante e conoscere un po’ di storia del posto).
    A Udine [dice invece Antonio] da 7 anni facciamo la “buona notte” di don Bosco: ogni educatore a suo modo con i suoi pensieri, un momento semplice in cui io recito l’Ave Maria e poi lascio spazio a loro che in rigoroso silenzio dedicano qualche secondo alla loro famiglia, agli amici o a chi non c’è più. Non ho mai avuto rimostranze e proteste, c’è stato sempre rispetto reciproco, e quando le strade si dividono ci salutiamo sempre in un momento di assemblea con tutta l’équipe, gli consegniamo una immaginetta di don Bosco, perché con ogni probabilità lo incontreranno nuovamente nel loro tragitto di vita. Quasi sempre salutano con un “grazie, casa don Bosco”, e anche dopo anni i ragazzi mandano foto di uscite assieme in montagna, al mare o in momenti conviviali di quotidianità.
    Crediamo fortemente, soprattutto, che la nostra testimonianza di accoglienza sia vitale, se non altro per il messaggio universale che suscita e che si fa largo piano piano nel cuore di tanti ragazzi: ognuno di noi è prezioso davanti a Dio e non esiste ruolo o posizione che metta in discussione questo.

    - Andiamo ora sul lavoro di rete. C’è stato scambio e arricchimento con le istituzioni civili e statali che si dedicano all’accoglienza dei migranti? Quali cose sono positive e quali le criticità rilevate in questo confronto e collaborazione?

    Lo scambio e l’arricchimento con le istituzioni civili e statali – come accennavamo prima – c’è. Ed è inevitabilmente condizionato da mille variabili: dalle scelte politiche, dalle questioni di bilancio, dall’opinione pubblica, dalle priorità. Per cui sui tavoli di lavoro ci si siede sempre con il desiderio di collaborare – anche perché le istituzioni statali sono di fatto i nostri “datori di lavoro” –, per cui è giusto ed è corretto comprendere dove tira il vento o in che direzione si muoveranno le scelte programmatiche per il futuro prossimo.
    Dall’altra parte ci sono le persone – perché poi le istituzioni sono comunque fatte di persone – con le quali si costruiscono rapporti di stima e di fiducia che si basano sul lavoro che edifichi insieme, sull’obiettivo che ti dai insieme. Sognare insieme un mondo sempre più umano, più collaborativo, più solidale e più giusto crediamo che sia il compito di ogni “onesto cittadino”.
    Una criticità non trascurabile è il non vedere riconosciuta la nostra specificità: l’attenzione alla persona, alla sua formazione, l’istruzione, l’alfabetizzazione, il lavoro sull’integrazione con il territorio, ecc. sono temi per lo più secondari in un sistema di accoglienza in cui i criteri delle convenzioni con i comuni puntano per lo più sul soddisfacimento dei beni primari e l’accudimento igienico-sanitario (importantissimo, sia chiaro), ma che tendenzialmente limita il potenziale enorme delle strutture di accoglienza, tenendo l’asticella bassa e favorendo il dilagare dei “servizi alla persona” piuttosto dei “servizi per la persona”.
    È evidente che per noi, come appartenenti al carisma salesiano, non ci sono solo le povertà economiche, sociali e culturali dei giovani: ci sono anche quelle affettive, morali e spirituali. Abbiamo un’idea integrale di uomo, fatto di corpo, anima e spirito.

    - Se doveste ora tirare le somme: quali sono i grandi risultati ottenuti e quali le evidenze problematiche da affrontare per il futuro, in vista di una migliore qualificazione di questi cammini di integrazione?

    I grandi risultati è aver trasformato un’opera nata per l’emergenza in un’opera educativa, avergli dato una identità salesiana per nulla scontato nel settore delle comunità di accoglienza. Nel dossier si trovano meglio articolato il modo in cui gli ingranaggi sono stati sistemati.
    Per quello che riguarda il problema più grande – se di problema si tratta (perché non conosci mai fino in fondo il progetto di vita di moltissimi dei ragazzi che arrivano da noi) – è il passaggio dalla minore alla maggiore età. È un grandissimo salto, in un attimo questi ragazzi acquistano tutti i doveri da cui fino a prima erano tutelati, e non sempre sono in grado di uscire dall’“ovile” in cui sono stati per 7-8 mesi. Non sempre se ne rendono conto, perché pensano che la vita precedente (spesso molto difficile) gli abbia dato le competenze per reggere alla vita nel nostro mondo, ma purtroppo per molti non è così.
    Forse questo è il grande problema: aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro onestamente, a trovare una casa, a pagare le bollette, a fare la spesa, ad evitare lo sfruttamento e gli abusi che hanno già vissuto durante il loro viaggio ma che ogni probabilità gli si ripresenterà davanti. D’altra parte questi sono i disperati di oggi, con il peso dei debiti da saldare e la famiglia (o quello che ne rimane) da accudire a distanza. Quello che noi desideriamo, e che i ragazzi sentono giusto per loro, nella maggior parte dei casi non ha compimento.
    Noi occidentali abbiamo maturato una cultura dei “diritti umani” e abbiamo la possibilità di scegliere. Pensiamo che questo sia patrimonio di tutti. Non è così: a contatto con questi ragazzi ci accorgiamo che sia i diritti umani che la possibilità di scelta sono purtroppo solo un privilegio tutto nostro.

    - A vostro parere in quale modo questa esperienza rinnova, amplia e qualifica l’idea di educazione nei primi decenni di questo nuovo millennio tanto promettente quanto problematico, segnato da una globalizzazione senza misericordia?

    In questi anni abbiamo tentato un inserimento lavorativo di molti ragazzi per dar loro un’opportunità onesta. Molti li abbiamo aiutati trovando con loro lavori stagionali, cercando datori di lavoro collaborativi, che non guardassero solo al guadagno, ma anche al bene e alla formazione professionale dei ragazzi. Il mondo del lavoro – soprattutto quello stagionale – è molto esigente e poco protettivo per chi non ha competenze da spendere, e molti tentano di approfittare proponendo salari bassissimi con turni di lavoro molto faticosi. Per noi diventa importante creare una rete di conoscenze di imprenditori che sposino l’idea del “rispetto del lavoro”, di un lavoro cioè che sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità.
    Sogniamo che siano gli imprenditori stessi che possano – in collaborazione con noi e con le istituzioni – far nascere corsi di formazione di base per pizzaioli, per camerieri, per aiuto-cuochi, ecc. in modo che questi ragazzi possano uscire con competenze e possano ‘valere’ qualcosa nel mondo del lavoro e non essere più invisibili e, quindi, sfruttati.
    In seconda battuta è evidente constatare come le nostre realtà siano l’anticamera della marginalità futura. Spesso questi ragazzi non sono solo gli ultimi del nostro tempo, ma saranno i genitori degli ultimi del futuro, abbiamo capito che disinvestendo sull’integrazione ma soprattutto sul dialogo si scava un divario enorme che pagheremo nel prossimo futuro, con divisioni interne e fenomeni di razzismo e contro-razzismo. Aprire alle comunità di accoglienza e ai ragazzi stranieri in genere, gli oratori, le attività parrocchiali, i centri diurni, i centri di formazione professionali, i corsi brevi di professionalizzazione, le iniziative culturali sono a nostro avviso gli orizzonti minimi per una educazione “responsabile” del prossimo decennio.

    - Una parola sugli operatori/educatori e il loro apprendimento sul campo. Quali sono le principali virtù che un educatore deve far fiorire per essere all’altezza di questo compito, e quali invece i “vizi” da evitare assolutamente? Che cammini formativi suggerite?

    La più importante delle virtù che un educatore deve imparare a far fiorire dentro di sé è lo spirito collaborativo, il lavoro di équipe. Al giorno d’oggi il lavoro educativo è così complesso e il rischio di finire in burnout così facile che se non si impara a lavorare in équipe “si salta” in poco tempo. Pensare di essere educatori da soli è un vero e proprio suicidio.
    Il cammino formativo che suggeriamo è il lavoro in équipe, cioè il vivere in una “comunità di apprendimento”, dove le pratiche educative non sono il frutto della genialità del singolo ma del discernimento del gruppo educativo che sa entrare in empatia con chi è chiamato ad educare. Non c’è un potere da esercitare, non c’è una genialità da distillare, ma una comunità da costruire in comunione tra educatori e ragazzi. Una comunità di buone pratiche dove si cresce insieme camminando insieme.
    L’équipe può essere una potenza di fuoco enorme a far girare da sola una comunità educativa, pur con le sue imperfezioni e i suoi confronti appassionati, con leggerezza ironica mantenendo la sua solidità granitica da moschettieri, ma grazie a Dio anche con la sua insicurezza e la sua fragilità che ne fanno cosa preziosa da custodire, curare. La motivazione passa per il coinvolgimento di ognuno. Anche il lasciar fare è generativo, è una fucina di idee e iniziative, non tutte perfette ma degne di essere sperimentate per il bene di tutti.

    - Vi faccio ora una domanda più globale, più di sguardo mondiale. A partire dal vostro osservatorio locale, dove vi arrivano continuamente ragazzi di diversi paesi del mondo, che idea di siete fatti della situazione sociale, culturale e religioso internazionale? Che convinzioni avete maturato rispetto al mondo in cui siamo chiamati a vivere, come si augura Papa Francesco, “Fratelli tutti”?

    Il fatto che il 40% della popolazione mondiale viva in un determinato spazio territoriale e che questo spazio non abbia le condizioni sociali, economiche e culturali sufficienti per vivere sempre una vita dignitosa pone il mondo di fronte ad una domanda, e cioè su che stile di vita vogliamo impostare per le nuove generazioni. La logica del ‘dentro’ e del ‘fuori’ che divide il mondo occidentale dal resto del pianeta non può più sussistere.
    Ogni ragazzo arriva con mediamente almeno 10.000 dollari di debito, alle volte senza neanche un vestito di ricambio, un telefono cellulare più o meno decente che testimonia il desiderio di riscatto di una popolazione che nell’era della globalizzazione ha perfettamente chiaro cosa ci sia nell’altra metà del mondo. Quel telefono è una finestra immaginaria che vogliono far diventare reale, hanno una spinta che a noi manca, eppur nulla ci manca. Forse dovremmo cominciare con il togliere, ripulire, sistemare, fare ordine, allora forse ci sarebbero più chiare anche molte dinamiche che ci coinvolgono nella riflessione su questo tema.

    - Infine una doppia domanda, però a livello personale.
    La prima per Antonio. Nel tuo impegno di educatore e coordinatore che cosa ti spinge a rinnovare il tuo impegno per questi giovani? In che modo si esprime la tua “laicità” nel lavoro educativo? Quali sono le fonti spirituali e interiori del tuo operare?

    Essere laici nel mondo sociale è una sfida continua, il prendersi cura delle persone da stipendiato ti pone dinanzi una tentazione continua, il “sedersi” perché “tanto poi lo stipendio lo prendi lo stesso”. Allora il nostro lavoro deve necessariamente avere degli spazi di trascendenza personali, perché il “prendersi cura” non lo puoi scrivere su un contratto di lavoro, non è una mansione che si esegue e basta, piuttosto è un esercizio continuo che deve trasformarsi in habitus, cioè in uno stile ordinario di vita. Sento la necessità di tendermi verso l’altro, di imparare a custodire e far crescere gli altri per custodire e far fiorire me stesso, perché alla fine sono le nostre povertà che si incontrano. Personalmente mi piace ricordarmi che “il mondo è un cattivo pagatore”, facendo così memoria che lo sguardo d’amore va sostenuto, anche quando viene scambiato per debolezza, buonismo, o semplicemente perché non è di moda. Cercare di sostenerlo soprattutto nelle situazioni e nelle decisioni difficili.

    - La seconda per don Vincenzo. Sei salesiano da trent’anni. Sei felice del tuo cammino di servitore di questi ragazzi per amore di Gesù? Che cosa hai da rimproverarti, che cosa rifaresti meglio e come intendi affrontare gli anni che verranno?

    Mi rimprovero intimamente il tempo perso. Don Bosco mi ha indicato la strada da Da mihi animas, coetera tolle. E tutte le volte che non tengo il cuore su questo desiderio fondamentale che Don Bosco mi ha messo dentro e mi ha insegnato a coltivare, le mie azioni, i miei pensieri, le mie decisioni mi portano a fine giornata a non essere contento di quello che ho fatto e di come l’ho fatto. Avere la pazienza di ricentrare il mio animo sulla capacità di incontrare ragazzi, di sopportare qualunque fatica per offrirgli un luogo e uno spazio di amicizia, di aiuto e di percezione della presenza del Signore nella loro vita mi pare la maniera migliore di spendere la mia vita.
    Avrei fatto bene a crescere nella pazienza, nella preghiera e in una maggiore capacità di passare del tempo con i ragazzi, cosa faticosa perché richiede grandi energie di amore e rinuncia a tante cose che sembrano importanti: quando passo il tempo con i ragazzi mi accorgo che don Bosco ha ragione e che la cosa più importante è l’amicizia con loro, l’ascolto della loro vita, la possibilità di riflettere insieme e di dialogare sulle cose importanti e su un rapporto buono e sincero con il Signore.
    Credo che la cosa più grande che un salesiano possa donare ai ragazzi sia l’Oratorio di Don Bosco. Quando escono dalla comunità e varcano il cancello dell’oratorio è fatta, scatta la magia dei gesti gratuiti, che non sono dovuti perché il welfare li garantisce… Lì in oratorio trovano ancora noi, ma non più nella veste solo professionale di chi sta facendo un lavoro. Lì ci siamo gratis, e così possono finalmente scoprire anche perché e come ci sono educatori che lavorano in comunità con lo stile di Don Bosco.
    Si, ho un grande desiderio per i prossimi anni: realizzare vicino alla comunità dove ospitiamo i ragazzi che provengono da terre lontane (dall’Asia all’Africa) un oratorio ricco di iniziative che piacciono a Don Bosco, dove poter invitare i ragazzi di tutti i paesi del mondo a stare insieme nel gioco, nel canto, nei campi scuola, nella preghiera, nell’amicizia solidale. Ho visto che quando possiamo offrire a questi ragazzi la possibilità di vivere in oratorio o nei campi scuola, al di là dalla religione o dalla cultura, l’ambiente e lo stile di Don Bosco è per loro affascinante e irresistibile, sviluppa gioia e fraternità – indipendentemente che siano residenti o migranti – buona convivenza e scelte


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