Scuola, i numeri da cambiare

L'Italia nel confronto internazionale

Report Fondazione Rocca/Treellle


 

Giovedì 17 novembre 2022, alla presenza del Ministro dell’Istruzione e di diverse altre autorità della politica, della cultura, dell’imprenditoria, il volume “Scuola, i numeri da cambiare. L’Italia nel confronto internazionale“, curato dalla Fondazione Rocca in collaborazione con l’Associazione Treellle. Di seguito riportiamo l’Introduzione. Il quadro generale che viene rappresentato presenta molte criticità. La scuola italiana versa in uno stato di immobilismo, il livello degli apprendimenti risulta al di sotto della media europea e, a partire dalla scuola secondaria di primo grado, si rileva un peggioramento costante. Ad aggravare la situazione si aggiunge la grande varietà territoriale interna, riflesso di uno storico squilibrio tra Nord e Sud del nostro Paese dove, nell’ultimo anno, circa la metà dei maturandi non rivela competenze sufficienti in Italiano e Matematica. A questi esiti contribuisce una gestione poco efficace delle risorse scolastiche, a partire da quelle umane. Rispetto ad altri Paesi, infatti, a parità di studenti l’Italia presenta il numero più alto di insegnanti e con l’età media più elevata, il peggior trattamento economico e uno sviluppo di carriera praticamente nullo. È inevitabile che questo insieme di fattori si riversi sulla qualità della didattica.

 

Introduzione

Sono trascorsi circa dieci anni da quando, nel 2012, la Fondazione Rocca e l’Associazione TreeLLLe hanno pubblicato la prima edizione de I numeri da cambiare – L’Italia nel confronto internazionale. Il rapporto prendeva in considerazione dati relativi al mondo della scuola, dell’università e della ricerca nell’arco temporale 2000-2009, con l’obiettivo di verificare l’efficacia ed efficienza del sistema nazionale rispetto ai Paesi avanzati dell’Occidente. Alla base della ricerca, e dello stesso titolo programmatico, c’era appunto la scelta di lasciar parlare i numeri, in modo da agevolare nel lettore una precisa consapevolezza rispetto al posizionamento del nostro sistema di istruzione.
Nel nostro Paese, dove il dibattito sull’istruzione è da sempre orientato dal peso dei decisori politici di turno e degli studiosi di riferimento, questo metodo data-driven è scarsamente praticato, nonostante l’approccio di tipo quantitativo – come ben insegnano le ricerche OCSE – si sia dimostrato un ottimo strumento a servizio dell’analisi qualitativa: le evidenze quantitative, stimolando la ricerca di dati non ancora disponibili ma necessari, sono infatti in grado di orientare le attività di monitoraggio e di conseguenza le decisioni politiche e organizzative. Così, anche in questa nuova edizione del rapporto, pur rimanendo invariati gli obiettivi di fondo, si è scelto di procedere con la stessa metodologia.
L’intenzione iniziale era quella di riproporre l’indagine a dieci anni esatti da quella precedente, prendendo in esame l’arco temporale 2010-2019; in diversi casi tuttavia, per limiti oggettivi dovuti all’indisponibilità di dati internazionali, è stato necessario fermarsi al 2018. È questo l’ultimo anno in cui la scuola ha funzionato, per così dire, secondo consuetudine: dalla fine del 2019, con l’irrompere sulla scena mondiale della pandemia da COVID-19, niente è più stato come prima. Nella scuola, in particolare, l’emergenza sanitaria ha favorito l’emersione di problematiche relativamente nuove; e l’urgenza di renderne conto ha determinato la decisione di restringere il campo di questa nuova ricerca alla sola istruzione scolastica di base (dalla scuola primaria a quella secondaria di secondo grado).
L’impiego dei numeri si rivela quanto mai utile rispetto al dibattito sulla scuola, mettendolo al riparo dal rischio di facili generalizzazioni e da percezioni che rimangono necessariamente parziali. Quando si parla di scuola è necessario tener presente che si tratta della più grande organizzazione del Paese, composta da centinaia di migliaia di insegnanti, milioni di studenti e decine di migliaia di edifici: un ambiente mutevole per natura e segnato, come si vedrà, da profonde discrepanze.
I dati qui esposti sembrano così restituire un quadro nazionale sostanzialmente immutato rispetto a dieci anni fa, riconfermando le stesse preoccupazioni di allora. La nostra scuola sembra versare in uno stato di totale immobilismo, con implicazioni allarmanti anche in termini di capitale umano, e molti indicatori continuano a non essere all’altezza delle sfide culturali ed economiche che il sistema Paese e il mondo della ricerca e della produzione devono fronteggiare sul piano internazionale.
I primi dati allarmanti risaltano già nella sezione di apertura della nostra indagine, che analizza gli esiti degli apprendimenti nella scuola italiana alla luce del confronto internazionale. Le comparazioni proposte rispetto all’andamento nel tempo mostrano che, anche quando siamo andati incontro a un miglioramento dei nostri numeri, gli altri Paesi hanno fatto altrettanto e a volte più velocemente.
Nello specifico, se i risultati della scuola primaria si attestano sulla media europea, a partire dalla scuola secondaria di primo grado si assiste ormai da anni a un costante peggioramento. Il paradosso è che, se nel giro di pochi anni si assisterà a una significativa diminuzione di studenti, al contrario il numero di insegnanti è in aumento, nonostante le difficoltà da sempre connesse a questa professione nel nostro Paese: una sorta di percorso a ostacoli che comincia dalle procedure di reclutamento e che non porta nemmeno a un’effettiva progressione di carriera. Si coglie facilmente quanto queste dinamiche rischino di minare la qualità dell’insegnamento e di riflesso, naturalmente, dell’apprendimento, su cui peraltro già grava una gestione poco efficace dello spazio didattico.
Nell’ambito di un modello costruito per veicolare un “sapere insegnato”, di tipo trasmissivo, l’assoluta prevalenza della lezione frontale rimane infatti un ostacolo a una progettazione innovativa degli spazi di apprendimento (per seguire una lezione è sufficiente un’aula), con l’aggravante di un patrimonio scolastico che risulta datato sia in termini strutturali che architettonici. Tutto questo parla di un modello desueto che evidentemente è entrato in crisi perché non ha più ragione di esistere. La scuola, come rileva anche l’OCSE, sta perdendo il suo primato nella diffusione delle conoscenze e insieme la sua funzione di ascensore sociale e oggi fa sempre più fatica a garantire un livello di preparazione adeguato all’ingresso nel mondo del lavoro.
L’analisi fondata sul dato medio nazionale, tuttavia, rende percettibili solo in parte gli squilibri interni – e talvolta macroscopici – di natura territoriale, socio-economica e culturale. Per questo motivo, si è scelto di approfondire alcune specificità del contesto italiano. Nella seconda parte del primo capitolo vengono utilizzati i dati delle indagini INVALSI in cui emerge innanzitutto una marcata iperpolarizzazione tra Nord e Sud del Paese, che insorge nel segmento secondario di primo grado e cresce in modo significativo nel grado scolastico successivo. Nell’ultimo anno di scuola secondaria superiore i risultati conseguiti denunciano livelli di competenza allarmanti cui fanno eco quelli della popolazione adulta, ben al di sotto degli standard europei.
A fronte di queste considerazioni si aggiungono nuove criticità dovute al decremento demografico che porterà, nei prossimi dieci anni, alla perdita di centinaia di migliaia di studenti nei diversi livelli scolastici. Ai cattivi esiti della nostra scuola contribuiscono difficoltà cronicizzate che continuano a produrre un impatto sulla capacità di gestione delle risorse umane, infrastrutturali e finanziarie. Questo dà da pensare, considerato che, come dimostrano i dati, il nostro impegno di spesa nell’istruzione è in linea con la media europea, anche se a fronte di un numero superiore di insegnanti e di un rapporto insegnanti-studenti più basso. I risultati non possono essere quindi imputati semplicisticamente a un insufficiente impegno finanziario, visti anche gli investimenti importanti realizzati negli ultimi anni grazie ai fondi europei, soprattutto nel Sud, che comunque non si sono rivelati incisivi in termini di risultati. Il problema di fondo sembra derivare non tanto dalla mancanza di risorse, quanto piuttosto dall’incapacità di progettarne una migliore allocazione; si tratta quindi di intervenire su una realtà complessa con una visione d’insieme che vada al di là delle singole criticità. Le problematiche messe in luce evidenziano come le diverse dimensioni analizzate siano strettamente connesse tra loro e come sia necessario ripensare al sistema scolastico e al modello educativo nel complesso.
Oggi il PNRR si pone come un’occasione storica per farlo. Tra le misure previste, il concorso di idee per la progettazione di scuole innovative è un’opportunità da non perdere per rinnovare il nostro patrimonio scolastico, realizzando ambienti funzionali a un nuovo modello scolastico che sia finalmente centrato sulle necessità degli studenti invece che degli insegnanti. In questa direzione l’intervento trainante dovrà essere realizzato sul piano didattico prima che su quello architettonico. E questa stessa opportunità potrà rappresentare un valido sostegno anche per investire, oltre che sulla formazione insegnanti, sulle tecnologie per l’apprendimento delle discipline STEM, chiave per il futuro della ricerca e dell’innovazione.
Se il PNRR rappresenta l’orizzonte più foriero di opportunità per il cambiamento, va detto che nell’immediato c’è già qualcosa che si muove nella giusta direzione. È il caso degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), un sistema che sfida il modello scolastico tradizionale ponendosi nel panorama formativo come una sorta di anomalia virtuosa. Gli strascichi del dibattito novecentesco sulla formazione secondaria e terziaria – polarizzato tra la necessità di una formazione orientata alle competenze professionalizzanti e quella di una formazione non strettamente funzionale al mondo del lavoro – hanno avuto un peso determinante sulla “licealizzazione” dell’istruzione tecnica e professionale. Questa condizione si continua a scontare in termini di esperienze laboratoriali e di conseguente difficoltà di accesso al mondo della produzione e dei servizi. Oggi le imprese impegnate nello sviluppo dell’industria 4.0 sono investite da rapidi quanto profondi processi di trasformazione e necessitano competenze, apprendimenti maturati sul campo e soprattutto di quella contaminazione di saperi formali e informali che la scuola appare sempre di più inadeguata a realizzare. Così, in un momento in cui i tradizionali profili in uscita dalle scuole non corrispondono più alle richieste del mondo produttivo, gli ITS riescono invece a viaggiare stabilmente sopra l’80% di successo occupazionale, come confermano i dati di monitoraggio messi a disposizione da INDIRE.
La ricetta di questo successo consiste in un’autonomia che riesce a garantire grande flessibilità nella progettazione educativa attraverso anche l’impiego di nuove metodologie didattiche. È così che in soli dieci anni gli ITS si sono rapidamente imposti all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici, che di recente hanno varato un’importante legge di riforma del sistema. Ma i segnali positivi non si fermano agli ITS. Molti sono i movimenti di innovazione della scuola che nascono dal basso, come “Avanguardie Educative”, che arriva ormai a coinvolgere quasi il 20% di tutte le istituzioni scolastiche, “Senza Zaino”, molto diffusa nelle scuole primarie, e le reti degli istituti tecnici e professionali che cercano di colmare il divario col mondo del lavoro, utilizzando gli stretti margini concessi dalla legge sull’autonomia di venti anni fa.
Sono questi vettori di innovazione in grado di agire cambiamenti reali, ed è pertanto necessario mettersi in ascolto di queste voci anche per indirizzare al meglio i fondi del PNRR e migliorare la capacità di intervento sulle scuole più deboli. Il nostro panorama scolastico, pur con tutte le sue criticità, non sembra dunque mancare di nicchie di eccellenza, fermo restando però che prima vanno sistematicamente rilevate e poi promosse, incentivandone l’emulazione. È da queste che bisogna ripartire, fiduciosi nella capacità di autorigenerazione della scuola. E questa, tutto sommato, è una ragione per chiudere questo lavoro con una nota di relativo ottimismo.

 

Fondazione Rocca/Treellle, Scuola, I numeri da cambiare. L’Italia nel confronto internazionale, 2022