Movimento giovanile salesiano

e spiritualità giovanile salesiana

Riccardo Tonelli


 

Oggetto di questa riflessione sono due distinte realtà: il "Movimento giovanile salesiano" (MGS) e la "Spiritualità giovanile salesiana" (SGS).
Il MGS, come indica il sostantivo, si colloca nella logica associazionistica. Esso è un'aggregazione non strutturata (un "movimento", appunto) di soggetti che convergono attorno ad un insieme di ideali e valori comuni. Riguarda soprattutto gli adolescenti e i giovani che, a titoli diversi, fanno riferimento al carisma di don Bosco, vissuto e testimoniato nella Famiglia Salesiana [1].
La SGS propone un modello di esistenza cristiana, ispirato al carisma di don Bosco, che si pone accanto ad altre spiritualità di tipo carismatico. Originato quasi "dal basso", attraverso una trama di fatti e di persone, intuizioni e approfondimenti, esperienze e progetti, ha trovato riscontro e risonanza anche a livello ufficiale, fino a raggiungere una sua espressione nei documenti delle due Congregazioni (i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice) [2].
MGS e SGS sono però progressivamente diventate quasi una stessa realtà: la SGS rappresenta l'insieme dei valori attorno a cui si costituisce il nucleo portante del MGS [3].

I. I PRIMI PASSI DELLA SGS

La ricerca sulla SGS è maturata nel clima ecclesiale tipico della fine degli anni Settanta e dell'inizio degli Ottanta. Ha percorso però direzioni di sviluppo abbastanza originali. Qualcuno ha persino avanzato il dubbio che si trattasse più di un progetto rinnovato di educazione dei giovani alla fede che di una vera esperienza di spiritualità, tanto sono state prese le distanze, in modo esplicito e riflesso, da alcuni orientamenti tipici dei modelli elitari di spiritualità, quelli, per esempio, tendenti verso esperienze monastiche o a carattere carismatico.
Tra i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice la domanda di spiritualità è stata interpretata soprattutto come riscoperta, urgente, di uno stile di vita cristiana "popolare", per restituire ai giovani, disposti a vivere nella sequela del Signore Gesù, un quadro teologico che permettesse di essere giovani profondamente impegnati, restando giovani di questo tempo.
Nata dalla preoccupazione di saldare il pericoloso distacco della fede dalla vita, la ricerca sulla spiritualità ha preso quindi la via di una appassionata ricerca di qualità nuova di vita cristiana quotidiana.
Le preoccupazioni e gli orientamenti dei primi passi della ricerca sono molto qualificanti. Solo riandando ad essi è possibile cogliere il significato della proposta e interpretare le ragioni della sua fortuna e diffusione.

1. La questione di fondo: giovani o cristiani?

Il cristiano che ha preso sul serio il cambio di prospettiva operato dal Concilio si rende conto di condividere di fatto l'esistenza di tutti. Non possiede nulla che lo autorizzi a considerarsi un estraneo o un arrivato nella mischia della vita quotidiana. Sa che le difficoltà possono essere superate solo nell'impegno e nella solidarietà. Conosce il nome concreto degli eventi, lieti o tristi, che attraversano la sua esistenza.
È davvero, fino in fondo, uomo con tutti gli altri uomini.
Eppure sa di vivere nella fede in Gesù Cristo come in un altro mondo. Coerente con questa coscienza credente, compie gesti che lo sottraggono alle logiche del mondo comune.
C'è in lui la percezione sofferta come di una doppia appartenenza: si sente cittadino di una città che deve rendere sempre più abitabile, per dimorarci con gioia e con trepidazione e sa di essere a casa solo nella città futura.
Il cristiano tradizionale esprimeva così il suo problema: perché interessarsi della vita quotidiana dal momento che è la vita eterna quella che conta? E cercava motivazioni che lo ancorassero di più alla sua terra.
Il cristiano che ha appreso le esigenze della autonomia e della responsabilità, è spesso spinto a capovolgere i termini della sua domanda: perché la vita eterna, se è quella quotidiana che più conta?
È facile accorgersi che non c'è solo un cambio di prospettiva. La vita quotidiana, posta al centro, trascina con sé tematiche che sono molto lontane da quelle su cui è stata scritta per tanto tempo la spiritualità cristiana: il problema di contenuto diventa subito problema di metodo.

2. Il modello procedurale

La ricerca sulla SGS ha preso l'avvio da questa provocazione. Molti di noi avevano l'impressione che la diffusa crisi di spiritualità era dovuta anche al fatto che troppi progetti tradizionali non riescono a riconciliare in modo soddisfacente il conflitto tra vita quotidiana e vita nello Spirito. Anzi, spesso, ne sono proprio all'origine per i modelli di vita cristiana suggeriti.
Un interrogativo rimbalzava, insistente e drammatico, tra gli educatori e i giovani più sensibili: se decidiamo di consegnare la nostra vita al progetto evangelico, che fine farà la nostra vita quotidiana e quella voglia di felicità che la riempie?
Difficili erano le prospettive di soluzione. Sembrava che le possibilità fossero solo la ripetizione passiva o il rifiuto deciso: riprendere il passato, per vivere una matura esperienza cristiana o buttare tutto fuori dalla vita, cercando modelli alternativi.
Ha offerto una chiave preziosa di soluzione la coscienza di quel processo di inculturazione della fede che ha accompagnato da sempre il cammino della vita cristiana.
La più matura tradizione ecclesiale comprende infatti l'iniziazione cristiana in un doppio convergente movimento: la traditio e la redditio. A colui che chiede di vivere nella fede, la comunità propone un progetto che essa ha ricevuto. L'iniziato però risponde in pieno esercizio della sua soggettività: riconsegna quello che gli è stato offerto, dopo averlo riscritto in novità nella parola eloquente della sua esistenza, perché solo così risuona come decisione di vita e di fede, autentica e responsabile.
L'operazione non riguarda solo la comunità ecclesiale e colui che chiede di vivere da credente. Se leggiamo il processo ín prospettiva diacronica, c'è una traditio e una redditio che lega comunità a comunità nello scorrere del tempo. La comunità ecclesiale attuale "restituisce" la fede che ha ricevuto dalla tradizione, riespressa dentro la cultura che la segna intensamente.
Il trapasso culturale che ha investito la nostra cultura non chiede solo interventi più raffinati per controllarlo; sollecita prima di tutto ad inventare un modo nuovo di essere uomini e cristiani che permetta di restare profondamente di questo tempo e decisamente consegnati alla verità di se stessi e al progetto d'amore che Dio ha su di noi.
Da questa prospettiva ermeneutica è stato riscoperto don Bosco, la sua prassi di vita, le raccomandazioni che ci ha consegnato. Per scegliere nel vasto pluralismo di modelli, urgevano infatti criteri: la fedeltà all'esperienza carismatica di don Bosco ha fornito un prezioso principio di discernimento. Non si trattava di ripetere don Bosco, ma di esprimere le sue intuizioni in modo rinnovato, accogliendo la cultura attuale e giudicandola dal suo vissuto e viceversa. Potevamo così immaginare una fedeltà a don Bosco che non fosse semplice ripetizione, ma che diventasse invenzione verso il futuro, profondamente radicata nella sua memoria.
In tutta l'operazione è stato dono prezioso e stimolatore il dettato della Lettera pontificia Juvenum patris, accolta come interessante espressione di sintesi di questa ricercata qualità salesiana, anche nella spiritualità: «Nella Chiesa e nel mondo la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in Giovanni Bosco, è una pedagogia realistica alla santità. Urge recuperare il vero concetto di "santità", come componente della vita di ogni credente. L'originalità e l'audacia della proposta di una "santità giovanile" è intrinseca all'arte educativa di questo grande Santo, che può essere giustamente definito "maestro di spiritualità giovanile". Il suo particolare segreto fu quello di non deludere le aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro) e insieme portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella "vita di grazia", cioè nell'amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici» (Juvenum patris, 16).

3. L'esito: la Spiritualità giovanile salesiana

Le intuizioni che stavano alla base della ricerca hanno trovato immediatamente un consenso notevole, molto più largo di quello sperato e programmato. Davvero si è realizzata una convergenza, inedita nella storia recente delle nostre Congregazioni.
Molti giovani si sono sentiti ben interpretati e hanno condiviso con entusiasmo il cammino. Molti Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice hanno riscoperto una dimensione dimenticata della loro vocazione: animatori della fede dei giovani, potevamo esprimere il nostro servizio solo all'interno di una condivisione profonda e appassionata.
Una formula ha permesso di esprimere tutto questo: "Spiritualità giovanile salesiana".
"Spiritualità" (e il termine corrispettivo "santità", utilizzato meno frequentemente) dice la qualità fondamentale del credente, impegnato a ricostruire la sua personalità di "uomo nuovo", ricomprendendosi nello Spirito, all'interno del progetto di Dio.
La ricerca sulla spiritualità non diventa quindi una verifica di cose da fare o da evitare, non riguarda aspetti aggiuntivi nel quadro di una esistenza cristiana. Investe, invece, la globalità quotidiana della vita di un credente. È ricerca su cosa significhi vivere da cristiano, oggi.
La qualifica "giovanile" esprime l'orizzonte ermeneutico in cui realizzare la ricerca sulla spiritualità. Rappresenta quindi la sua qualità: in qualche modo dice la novità più interessante.
Da una parte i giovani sono riconosciuti soggetto a pieno titolo della vita cristiana, rifiutando quelle visioni parziali che affidano la piena titolarità solo all'adulto e pensano alla giovinezza come ad un momento propedeutico e transitorio, rispetto ad una maturità che è piena e autentica solo quando è portata a compimento. Si fa strada, anche in questo ambito, l'idea interessante di una maturità "relativa": proporzionata cioè alle capacità reali del soggetto.
"Giovanile" dice anche il riconoscimento del contributo che la cultura e i giovani, in quanto giovani di oggi, possono dare alla ricomprensione della spiritualità. Nella loro sensibilità ad alcuni valori, nuovi rispetto a quelli tradizionali, possono offrire un orizzonte da cui ripensare i contenuti fondamentali della vita cristiana.
L'accento sul "giovanile" (chiaro e insistito in tutto il percorso della spiritualità) richiama quindi soggetto e contenuti, nella stessa intensità.
L'altro qualificativo importante è la connotazione "salesiana". Nasce, in modo esplicito, dalla consapevolezza di poterci collocare con un contributo originale, all'interno della complessa situazione scatenata dall'attuale pluralismo, a partire dalla riscoperta di don Bosco e di Madre Mazzarello, la cofondatrice dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

II. LA PROPOSTA DELLA SGS

Nei suoi primi passi la proposta della SGS era costituita soprattutto da intuizioni, espresse nei periodici incontri, organizzati per elaborarla e diffonderla. Presto però si è avvertita l'urgenza di preparare una specie di documento di base della SGS. Doveva servire a raccogliere il progetto nella sua completezza e complessità, per consegnare una proposta precisa ed elaborata. Era forte la preoccupazione di non lasciare scoperte dimensioni irrinunciabili della esistenza cristiana o di recuperarle tutte senza la necessaria rivisitazione.
Le due Istituzioni religiose responsabili (Congregazione salesiana e Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice) hanno colto, a livello di Organismi di governo, quanto fosse prezioso quello che stava emergendo dal vissuto, a diffusione mondiale, e si sono giustamente impegnate in un lavoro di discernimento. Il tema è stato affrontato nei rispettivi Capitoli, accolto e rilanciato con l'autorevolezza conseguente. Ed è stata elaborata, con una procedura di largo coinvolgimento, una specie di sintesi, da mettere direttamente nelle mani dei giovani più sensibili [4].
Per dare il tono giovanile alla proposta è stato curato il linguaggio e l'aspetto grafico. La SGS ha trovato così una sua formulazione. Su questi materiali posso offrire una rapida sintesi dei nuclei portanti del progetto.

1. L'evento dell'Incarnazione come radice fondamentale

Per molti modelli tradizionali di spiritualità, la storia, la vita, il mondo sono collocati nella "profanità". Profano è già giudizio di valore. Significa lontano dal sacro; quindi lontano dalla salvezza di Dio.
La storia risulta così divisa in due blocchi, che si fronteggiano e si escludono a vicenda. Da una parte c'è il mondo della salvezza; dall'altra quello del peccato. Il mondo del peccato è il nostro mondo quotidiano. Il mondo della salvezza è quello che Dio attua attraverso interventi progressivi: i sacramenti, i luoghi e i tempi sacri.
L'uomo spirituale fa una scelta coraggiosa. Abbandona il mondo profano che lo disturba nella sua esistenza spirituale e lo tiene lontano dalla salvezza, e accede progressivamente al sacro. Riscatta così il profano, immergendosi nel sacro.
La riscoperta conciliare dell'evento dell'Incarnazione ha aiutato i cristiani a superare questa distinzione rigida tra mondo di Dio e mondo dell'uomo. Ha restituito all'uomo la consapevolezza di una solidarietà insperata con il suo Dio.
In Gesù di Nazareth, infatti, nella verità più piena e definitiva, Dio e l'uomo sono diventati ormai radicalmente "vicini". Sono così intimamente vicini da essere in Gesù una realtà personale, unica e irrepetibile.
L'Incarnazione capovolge quindi l'atteggiamento di fondo di ogni esperienza religiosa: la discesa di Dio nella casa dell'uomo precede e fonda ogni suo desiderio di risalire verso Dio.
Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice hanno da sempre messo l'evento dell'Incarnazione al centro del loro progetto apostolico. L'hanno fatto alla scuola delle straordinarie intuizioni pastorali di don Bosco. E l'hanno riconquistato in modo riflesso e attento, quando la Chiesa del Concilio ha proposto nell'Incarnazione il criterio orientatore della svolta di rinnovamento impressa all'esperienza cristiana.
La ricerca di una spiritualità giovanile non poteva che procedere da questa preziosa consapevolezza.

2. La vita quotidiana come mediazione

A chi comprende la realtà in questo modo, viene spontaneo chiedersi quale sia in concreto questa mediazione, che rende Dio vicino e presente.
La mediazione fondamentale è Gesù di Nazareth, nella grazia della sua umanità. È infatti Gesù di Nazareth, quell'uomo che ha un tempo e una storia, una casa, degli amici e dei nemici, l'evento dove Dio si è fatto volto e parola e dove l'umanità è stata trascinata alle sue capacità espressive più impensabili, fino a risultare parola e volto del Dio ineffabile.
La mediazione è quindi l'umanità dell'uomo. In modo sovrano e inimitabile lo diciamo per Gesù di Nazareth. In lui e nella distanza di realizzazione che ci separa da lui, lo diciamo, con gioia trepidante, di ogni uomo, di ciascuno di noi.
L'umanità dell'uomo non è un intreccio confuso di azioni, distese nel tempo senza reciproco collegamento. Se così fosse, la "mediazione" non potrebbe essere considerata come dono da riconoscere e da accogliere nella responsabilità. Si tratterebbe di qualcosa da considerare come estraneo rispetto alla libertà e alla responsabilità personale. Essa è invece una trama di esperienze, profondamente e reciprocamente collegate, di cui possiamo affermare la irrinunciabile paternità personale. È la "vita quotidiana": l'insieme delle esperienze che l'uomo produce, entrando in relazione con gli altri, nella storia di tutti, una trama, tessuta giorno dopo giorno, in cui diciamo chi siamo e come ci sogniamo.
La vita, nella sua quotidianità, è la piccola nostra mediazione, che ci immerge nella grande mediazione di Gesù. Questa vita è il luogo dove Dio si fa presente ad ogni uomo, di una presenza tanto intima e profonda da essere più presente a me di me stesso.
Nella nostra vita quotidiana viviamo nello Spirito. Siamo uomini spirituali se sappiamo riconoscere questa presenza e l'accogliamo nella responsabilità.
Prende consistenza così uno degli orientamenti più caratteristici della SGS: il riferimento, costante e concreto, alla vita quotidiana. Per antonomasia, il modello si definisce "una spiritualità della vita quotidiana". Ed è interessante constatare quanto l'affermazione sia carica della esplicita consapevolezza di esprimere un tratto particolarmente "salesiano", profondamente innovativo rispetto ai modelli tradizionali.

3. Vivere di fede

Il cristiano che contempla stupito le cose meravigliose che Dio ha compiuto per lui in Gesù Cristo, si chiede quale risposta possa esprimere adeguatamente il suo profondo desiderio di Dio e la sua gratitudine nel vedersi tanto incredibilmente amato.
I modelli tradizionali di spiritualità indicavano, a chiari segni, l'esigenza di "corrispondere" a tanto amore, attraverso una vita vissuta come espressione di amore. Questa risposta si intreccia generalmente su tre elementi: l'impegno etico per "meritare" l'incontro con Dio, il culto (preghiera, liturgia e sacramenti, devozioni) e, per i più impegnati, la mistica contemplativa.
Una meditazione più attenta delle fonti della nostra esperienza cristiana ha spinto invece il modello di SGS verso un movimento personale che sta prima degli elementi ricordati, li fonda e, in parte almeno, li ridimensiona. La risposta dell'uomo a Dio non può percorrere il sentiero presuntuoso di un patto bilaterale, come se all'amore di Dio, davvero incredibile, potessimo dare riscontro aumentando la qualità del nostro impegno.
La risposta dell'uomo è la fede, accogliente e obbediente: l'accoglienza dell'amore di Dio come fondazione della propria esistenza e l'obbedienza nella propria vita alla ragione di questo amore.
Vivere di fede è leggere l'esistenza quotidiana dalla prospettiva del mistero che essa si porta dentro. In questo sguardo penetrante, il credente accoglie l'amore di Dio come il fondamento della propria esistenza.
Vivere nella fede non è quindi accettare qualcosa, ma accettare Qualcuno, rinunciare ad abitare noi stessi per lasciarsi abitare da Dio. Questa relazione non è solo un rapporto affettivo; è soprattutto la condivisione di una causa: la fede si fa obbedienza al progetto di Dio, manifestato nella vita di Gesù.
La fede è vivere per il Regno di Dio.

4. La dimensione vocazionale

La scelta di mettere la vita quotidiana al centro è davvero esigente: si parte dalla vita, la si comprende nella sua dimensione misteriosa dentro il progetto di Dio che è Gesù Cristo, e si ritorna subito alla vita, per farla "nuova" in ogni protagonista, "piena e abbondante" in tutti. Per questo l'impegno vocazionale è la dimensione fondamentale della SGS.
Tre direzioni la caratterizzano.

4.1. La dimensione vocazionale, comune ad ogni credente
Il primo àmbito di ricerca è determinato dalla ricomprensione del significato di ogni vocazione, all'interno del progetto della SGS.
Gesù descrive l'esistenza "vocazionale" con l'invito ad assumere l'atteggiamento del "servo": «Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: Siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Lc 17, 10). L'invito va compreso bene: suggerisce lo stile caratteristico di ogni vocazione cristiana per il Regno di Dio.
Soprattutto nei testi evangelici, quando viene caratterizzato il rapporto tra Dio e l'uomo, si distingue chiaramente tra lo schiavo e il servo. L'esperienza della schiavitù è del mondo pagano: l'uomo in stato di schiavitù è collocato al livello degli animali e delle cose. Per il popolo ebraico invece il servo è un uomo, libero e responsabile, membro della famiglia, capace persino di risultare il confidente e l'erede del padrone (Gen 24, 2; 15, 3).
Il servo tiene in ordine la casa, imbandisce la mensa, organizza le feste, assicura tutte le condizioni perché la vita e la gioia possano esplodere in pienezza. Certo, il servizio è duro e richiede fatica e disponibilità. Richiede capacità di decentrarsi sugli altri, facendosi attenti ai loro bisogni e alle loro richieste.
Il primo grande servitore è Gesù di Nazareth. Nella fatica della croce ha imbandito la festa della vita, perché tutti – e soprattutto i più poveri – possano essere in festa. La sua esistenza è stata il servizio totale per la festa di tutti.
Chi vuole la vita, si pone come lui al servizio della vita, con la coscienza che la vita è il grande dono dí Dio. Nella festa della vita tutti sono perciò "soltanto servi".

4.2. Il cammino verso la radicalità vocazionale
La SGS non si accontenta di sollecitare i giovani verso la comune scelta vocazionale. All'interno di questo orientamento e come sua espressione più radicale, devono trovare spazio, felice e concreto, le vocazioni religiose e sacerdotali.
La vocazione cristiana è unica; i sentieri per realizzarla sono molti e differenti.
Uno di questi rappresenta una modalità così speciale, nell'esperienza cristiana, che spesso quando si parla di "vocazione" si pensa quasi esclusivamente ad esso: le vocazioni di speciale consacrazione, in particolare quelle finalizzate al sacerdozio o alla vita religiosa.
Vocazione è costruire vita e speranza, là dove si constata morte e disperazione, perché questo è il Regno di Dio. Questa consapevolezza porta a constatare la qualità vocazionale esemplare, presente nella vocazione di speciale consacrazione. La radicalità in cui si esprime serve ad affermare in modo perento-rio l'iniziativa fontale di Dio e la centralità cristologica di ogni impegno vocazionale.
Colui che si impegna per la vita con una decisione tanto radicale da mettere Dio sopra ogni cosa e da celebrare quotidianamente la sua potenza, ricorda a tutti una esigenza che deve percorrere la vocazione di tutti.
Le vocazioni di speciale consacrazione sono perciò un dono ecclesiale alla vocazione di ogni uomo e di ogni credente.

4.3. La dimensione professionale e politica di ogni impegno vocazionale
Per ogni persona con i piedi per terra lo spazio di presenza e di promozione della vita (l'esercizio quindi della sua vocazione) è la professione. Lo è per scelta e lo deve diventare per la crescente consapevolezza di quanto non siano mai neutrali le professioni e il loro esercizio rispetto alla promozione della vita.
Oggi ci sono difficoltà strutturali che sembrano insormontabili: disoccupazione e occupazioni precarie e funzionali. Riaffiorano ogni tanto modelli vocazionali legati a spiritualità disincarnate, timorose, tutte proiettate a controllare lo spessore quotidiano della vita e dell'impegno.
La SGS sta seriamente misurandosi con questo stato di cose, anche per parlare di santità e di impegno vocazionale in termini concreti e per suggerire una continua progressiva riconciliazione interiore proprio attorno alla prassi e alle sue risonanze politiche.
Nella SGS l'impegno "politico" è vissuto con una chiara, insistita risonanza educativa: nell'educazione si riconosce una forza trasformatrice incidente e tipicamente salesiana.
In questa logica, che salda vocazione cristiana e dimensione politica attorno all'impegno nell'educazione, si parla ormai da molte parti di "scelta dell'animazione".

5. La devozione a Maria

Per la SGS Maria ha un nome preciso: è l'Ausiliatrice. Per don Bosco questo significava la certezza di un aiuto speciale soprattutto di fronte a preoccupazioni di tipo fisico, quelle in cui una mamma si fa in quattro per soccorrere il figlio che ama. La SGS invita ad affidarsi a Maria soprattutto quando ci sentiamo incerti sul senso della nostra esistenza. Maria, l'Ausiliatrice, ci indica la via da percorrere e ci infonde speranza e consolazione. Abbiamo bisogno di un aiuto sicuro e incoraggiante al livello, tanto difficile, del senso della vita e della speranza. Maria è Ausiliatrice perché ci mostra il volto di un cristiano riuscito e impegnato, lei che è il più bel ritratto di cristiano.
Questa convinzione ha aiutato la SGS a riscoprire Maria e a rilanciare il grande amore a Maria che la Famiglia salesiana ha ereditato da don Bosco e da Madre Mazzarello.

6. L'impegno etico

La SGS ha superato quel rapporto stretto tra fede e coerenza etica che sembrava ridurre la vita cristiana ad un patto bilaterale tra Dio e l'uomo.
Ci si rende conto però che non possiamo accontentarci di confessare la fede nel Dio che riempie la nostra vita, ma dobbiamo vivere questa stessa vita in modo corretto, come richiedono i suoi comandamenti, le disposizioni della Chiesa, le leggi dell'uomo e le responsabilità personali. Solo così l'esperienza di fede diventa anche esperienza etica.
In un tempo di larga soggettivizzazione e di esasperato relativismo la SGS è impegnata nella definizione di un pacchetto di atteggiamenti, capaci di costituire il ritratto di un giovane cristiano per l'oggi, per non lasciare questa impresa ad alto rischio alla spontaneità, ma anche per non ridurre il cristiano alla fotocopia di stili di vita troppo debitori di altre culture.

7. La dimensione festosa della vita cristiana

Nella proposta della SGS e nelle esperienze che l'hanno sostenuta e diffusa si insiste molto sulla dimensione comunitaria, impegnativa e festosa della vita cristiana. È una scelta importante, coraggiosa e sicuramente molto evangelica.
Troppi giovani vivono all'insegna dell'esteriorità e del conformismo: l'hanno nel sangue perché respirano queste dimensioni nella cultura in cui vivono.
Per questo, la SGS insiste sulla necessità di dedicare riflessione ed esperienza sul recupero di una interiorità matura e pensosa. Essa è la qualità dell'impegno, della festa, della solidarietà comunitaria. Senza interiorità, sotto la pressione del clima che ci circonda, troppi giovani possono correre il rischio di vivere la spiritualità in termini esteriori o, peggio, facendo convivere nella propria vita logiche e atteggiamenti che di evangelico hanno davvero poco.
Questa è l'interiorità nell'esperienza della SGS: spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige.

8. Pregare per invocare e lodare

La SGS propone un modello di preghiera radicato nella convinzione del valore sacramentale della vita quotidiana. Nella preghiera il cristiano parla a Dio, facendo la fatica di comprendere nel mistero di Dio la sua esperienza e la storia degli uomini. Si contempla, immerso in un amore che tutto l'avvolge, per possedersi nella verità. Non può dire quello che ha scoperto di sé con le parole controllate con cui si esprime nel ritmo della esistenza quotidiana. Ha bisogno di parole intessute di silenzio, di espressioni pronunciate nel vortice dell'amore, della fantasia scatenata in cui si sono espressi alcuni santi. Qualche volta le proprie parole non bastano più. E si è contenti di fare proprie le parole, solenni e austere, dei salmi, della liturgia, dei padri della nostra fede.
La preghiera fatta con stile salesiano è la preghiera del buon cristiano, semplice e popolare, affonda le sue radici nella vita ed è capace d'incidere sul quotidiano, d'esprimere il senso della festa e di coinvolgere i giovani nella gioia dell'incontro con Gesù attraverso l'esperienza dello Spirito.
Sappiamo che tutta la nostra vita è una grande preghiera: dipende dal modo in cui la viviamo e dalla passione per il regno di Dio di cui la colmiamo. Abbiamo però bisogno di momenti speciali di preghiera. Li ricuperiamo nel ritmo affannoso delle nostre giornate perché abbiamo bisogno di spazi di silenzio e di tranquillità, in cui godere intensamente la presenza di Dio.
Non facciamo della preghiera qualcosa di magico. Spesso le responsabilità sono tutte nostre e non le vogliamo rilanciare su Dio, aspettandoci da lui quello che non c'impegniamo noi a realizzare. Sappiamo però che è un padre buono, che dona il pane quotidiano ai suoi figli, e dona l'acqua ai campi dei buoni e dei malvagi. Per questo, con fiducia di bambini nelle braccia della mamma, affidiamo a Dio anche i nostri progetti e i nostri sogni.

III. IL MOVIMENTO GIOVANILE SALESIANO

L'esperienza educativa salesiana ha sempre affidato al gruppo una funzione speciale. Le caratteristiche rispecchiavano alcune esigenze tipiche dei modelli associativi:
– una netta separazione tra ragazzi e ragazze, favorita dal fatto che i Salesiani si occupavano dei ragazzi e le Figlie di Maria Ausiliatrice delle ragazze;
– una forte differenziazione tra i diversi gruppi sulla misura dell'impegno e delle responsabilità formative di cui erano caricati: la tradizione associativa delle "compagnie" (un modello di esperienza gruppale, che ripeteva gli schemi associativi tradizionali anche quando utilizzava espressioni di gergo) prevedeva livelli progressivi di proposte, in modo che la stessa appartenenza potesse differenziarsi sul livello di maturazione cristiana dei giovani stessi;
– una forte centralizzazione, per permettere all'équipe dei responsabili di promuovere valori e impegni, campagne e sussidiazioni, attività e progetti.
Nella tradizione salesiana era presente anche un associazionismo istituzionale, legato ai vincoli di appartenenza alla Famiglia salesiana (per esempio: i cooperatori e gli ex allievi, con forte attenzione anche alla fascia giovanile).
Tutto questo è entrato in crisi tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta. Come è capitato per altre esperienze associative ecclesiali, non è subentrato il vuoto. Sono invece sorti una miriade di gruppi spontanei, soprattutto nelle istituzioni educative meno strutturate (gli "oratori", secondo la formula e la tradizione salesiana), con una vita intensa anche se breve. Si sono riconvertite le esperienze associative legate ad interessi (sportivo, turistico, sociale, culturale), verso esperienze nuove (superamento della separazione tra ragazzi e ragazze, vincoli con i vertici più legati alle esigenze organizzative che a quelle formative, ridisegnamento della mappa associativa sullo schema degli interessi).
Il panorama descritto preoccupava certamente non poco coloro che erano abituati a riconoscere un rapporto stretto tra le figure istituzionali, i centri di elaborazione e di lancio dei valori e il processo educativo e pastorale. I tentativi messi in atto per riorganizzare la mappa associativa tradizionale e per riallacciare i canali di trasmissione dei valori non hanno sortito gli effetti sperati. Le resistenze stavano dalla parte dei gruppi di base, poco disposti a rinunciare allo spontaneismo acquisito, anche per il clima culturale dominante. Non poche attraversavano il rapporto tra associazioni segnate da finalità molto diverse: non era facile trovare punti di incontro valoriali tra quelle legate alla gestione degli interessi giovanili e quelle impegnate sul fronte formativo.
Ancora una volta, il vissuto ha travolto le difficoltà concettuali.
La proposta e l'esperienza della SGS hanno suggerito un punto ideale di convergenza. Il modello teologico su cui si costruisce sollecita a riconoscere la diversità. Propone un incontro su dimensioni carismatiche comuni. Assicura quel minimo di scambi, orizzontali e verticali, capaci di restituire un volto unitario ad una mappa associativa variegata.
La constatazione più bella è stata sperimentata dalla scoperta del servizio reciproco, verso una meta che non consiste nell'uscire dal proprio ambito vitale per accedere a quello altrui, considerato superiore al proprio (come capitava nell'associazionismo tradizionale), ma nell'accogliere il dono dell'altro (gruppo o persona) per vivere più intensamente e autenticamente la propria esperienza.
L'insieme di questi dati e l'esperienza che li ha sostenuti è diventato presto il "Movimento giovanile salesiano", punto di convergenza, di sostegno e di rilancio della SGS.

1. Cosa è il MGS

Il MGS è una proposta educativa dei giovani e per i giovani, maturata nell'ambito del carisma salesiano. Fanno parte del MGS giovani e adulti, laici e consacrati, singoli e gruppi, che condividono la SGS. Esso rappresenta quindi una proposta originale: permette la convergenza a livello personale e di gruppo, non rappresenta mai un'appartenenza esclusiva o totalizzante, perché rispetta ed esige le altre normali appartenenze associative, prevede livelli diversi di condivisione, assicura un processo di continua maturazione, il cui esito è una presenza più intensa, rinnovata nelle motivazioni, persino "vocazionale" (in senso stretto), nei gruppi normali di appartenenza. Lo ricorda, in termini ufficiali, anche il documento conclusivo del Capitolo generale XXIII dei Salesiani, prendendo atto della sensibilità esistente e reagendo verso tendenze che volevano trasformare il movimento in una nuova associazione: «Il MGS è una realtà aperta,
a cerchi concentrici, che unisce molti giovani: dai più lontani per i quali la spiritualità è un riferimento appena percepito attraverso un ambiente in cui si sentono accolti, a quelli che in modo consapevole ed esplicito fanno propria la proposta salesiana. Questi ultimi costituiscono il nucleo animatore di tutto il movimento. È dunque un movimento educativo originale» [5].
Ad esso fa eco un intervento autorevole del Rettore Maggiore dei Salesiani, che rilancia la figura ideale del MGS e ricorda le condizioni che ne assicurano l'appartenenza: «Fanno parte del MGS quanti lavorano per la gioventù, dentro e fuori delle strutture salesiane, nella Chiesa e nelle istituzioni civili, ed esprimono coscientemente un qualche tratto dello spirito e dello stile educativo salesiano. Non ci vogliono tessere. Va riconosciuto, a chiare lettere, che questa realtà molteplice e differenziata trova la sua unità ed energia di sviluppo nel riferimento a don Bosco e nella condivisione della sua spiritualità e pedagogia, secondo i contesti e le possibilità di ciascuno. Il Movimento vive dunque con alcune idee-forza che guidano in maniera convergente coloro che vi partecipano, sia in forma diretta che indiretta» [6].
Queste idee-forza sono appunto i nuclei portanti della SGS, quelli ricordati nelle pagine precedenti.

2. Le grandi tappe del MGS

La nascita e la crescita del MGS si sono caratterizzate attraverso un processo "dal basso", che spesso ha sorpreso e anticipato gli stessi responsabili della pastorale giovanile salesiana. La proposta e l'esperienza della SGS hanno suscitato consenso e entusiasmo tra molti giovani. Essi spontaneamente hanno riconosciuto i profondi legami reciproci proprio perché condividevano un progetto comune. Un poco alla volta, da molte parti dell'Italia e del mondo salesiano, ci si è chiesto perché non formalizzare quello che veniva vissuto già in modo forte, esprimendo con formule la realtà condivisa.
Alcune tappe di questo lungo cammino sono particolarmente significative. Meritano un ricordo, anche perché possono suggerire una procedura consolidata e ripetibile.
Il primo momento ufficiale del MGS è costituito dal "Confronto internazionale 88": in occasione del centenario della morte di don Bosco qualche migliaio di giovani, provenienti da tutto il mondo salesiano, si sono dati appuntamento a TorinoValdocco per ricordare don Bosco e confrontarsi con la sua proposta. In quell'occasione la SGS è stata presentata, vissuta e celebrata con una forza tale, da fare di quell'incontro la nascita ufficiale del MGS.
Nel 1992 si è realizzato il secondo confronto (questa volta a livello europeo): hanno partecipato i giovani che già avvertivano il significato del MGS e ne vivevano l'appartenenza. L'incontro con giovani provenienti da contesti diversissimi ha rilanciato il movimento e ha sollecitato a promuoverne la progressiva presa di coscienza.
Si sono succeduti incontri, con scadenza annuale, di giovani del MGS a livello regionale e dei più sensibili e impegnati a livello nazionale, per studiare le proposte da rilanciare a tutti i giovani degli ambienti educativi salesiani.
Nel gennaio 1999 è stata realizzata la prima assemblea nazionale del MGS per un confronto, a livello nazionale, delle varie esperienze locali e regionali e per stilare una specie di carta comune di consenso. La consapevolezza di quanto sia urgente, anche per un "movimento" come vuole restare il MGS, un minimo di struttura organizzativa, in vista del collegamento e della gestione autonoma dei momenti di incontro, ha portato anche alla stesura di una ipotesi di base di "organismi di coordinamento".
In occasione delle diverse giornate mondiali della gioventù, cui i giovani del MGS hanno partecipato uniti ai vari organismi diocesani, si è sempre previsto un pomeriggio di incontro a livello di MGS, per celebrare la comune appartenenza.

3. La figura attuale del MGS

Il MGS si è progressivamente dato una sua fisionomia, in cui la dimensione movimentistica delle origini riesce ad esprimersi all'interno di un minimo di strutturazione organizzativa.
La già citata assemblea generale del MGS del 1999 propone alcuni riferimenti, dal cui insieme è possibile ritagliare la fi gura attuale del MGS.
Dal documento conclusivo riporto le note che si riferiscono alle mete e quelle relative alla organizzazione. Esse dicono adeguatamente che cosa è oggi il MGS.

4. Le mete

Il MGS è l'espressione di tutte le esperienze della SGS. Il MGS parte dal mondo giovanile per creare una società migliore attraverso l'educazione e l'educazione alla fede.
È importante dunque che i gruppi e le associazioni che si riconoscono nella spiritualità e nella pedagogia di don Bosco promuovano:
– un cammino di formazione spirituale e pedagogica per tutti;
– la comunicazione tra i gruppi, creando punti di riferimento e di coordinamento, pur mantenendo la loro autonomia organizzativa;
– la collaborazione con tutti coloro a cui stanno a cuore i problemi della vita dei giovani;
– la partecipazione alla vita della Chiesa locale, nelle comunità parrocchiali e nelle Diocesi, contribuendo con l'esperienza specifica del Movimento;
– l'inserimento nelle realtà territoriali, promuovendo proposte e progetti a servizio della comunità;
– la pubblicizzazione, anche attraverso l'uso di un logo comune, della sigla MGS in tutte quelle manifestazioni, esperienze, iniziative che si ispirano alla SGS.

5. La struttura organizzativa

Il MGS si esprime a tre livelli: locale, regionale, nazionale.
– Il livello locale. Esso è fondamentale e insostituibile. È a questo livello che il giovane vive la SGS nella quotidianità e nella continuità del suo cammino, ed è sempre a livello locale che i gruppi e le associazioni realizzano primariamente le loro iniziative e i loro cammini formativi.
– Il livello territoriale-regionale. È a questo livello che si possono realizzare iniziative rilevanti e significative, in cui si dà la possibilità ai giovani di superare i confini della propria realtà locale e si fa gustare la gioia di "sentirsi in tanti" a condividere gli stessi valori della SGS.
– Il livello nazionale. Sempre più si sente la necessità di crescere assieme come MGS in Italia, per offrire orientamenti comuni e prospettive di futuro e per essere assieme più significativi e propositivi nella Chiesa e nella società.

CONCLUSIONE

Il progetto che progressivamente ha preso consistenza, nel largo movimento di riscoperta di uno stile di vita cristiana, è davvero già una profonda e intensa esperienza di spiritualità.
Un grande lavoro resta ancora da fare per la SGS e, più in generale, per una comprensione teologica del vissuto cristiano. La riconciliazione tra vita quotidiana e vita nello Spirito non è l'esito di ricette sapienti; è una nuova esperienza, evocata e sostenuta dal vissuto di chi l'ha già tentata.
Il vissuto carismatico che l'ha generato può essere così rilanciato come dono per la vita di tutti, e dei più poveri soprattutto, anche per verificare una delle scelte di fondo del nostro progetto di SGS: «Si rivolge a tutti i giovani perché fatta su misura dei più poveri, ma allo stesso tempo capace di indicare mete a quelli che progrediscono di più» 8, perché possano servire meglio il cammino lento e faticoso degli ultimi.

 

NOTE

1 Don Bosco, «oltre la Società di San Francesco di Sales, fondò l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e l'Associazione dei Cooperatori salesiani» (Costituzioni salesiane, 5). Questi gruppi e altri, nati in seguito, formano la Famiglia salesiana (cfr. ibid.) (Documento capitolare CG 24, Salesiani e Laici. Comunione e condivisione nello Spirito e nella Missione di Don Bosco, 48).
2 Il Capitolo generale XXIII dei Salesiani e il Capitolo XX delle Figlie di Maria Ausiliatrice hanno dedicato un'attenzione speciale alla SGS, ratificando e rilanciando il cammino intrapreso. Esito di questo riconoscimento e dell'invito ad approfondire la proposta è stata la pubblicazione di un documento, edito dai Dicasteri di pastorale giovanile SDB e FMA e frutto di un lavoro di consultazione larghissimo a livello della base delle due Congregazioni: Spiritualità giovanile salesiana. Un dono dello Spirito alla Famiglia salesiana per la vita e la speranza di tutti, Roma 1996.
3 SGS e MGS possiedono oggi una diffusione a raggio mondiale (con particolare intensità nell'area italiana e in quella di lingua spagnola, Spagna e America Latina). La mia riflessione concentra l'attenzione all'àmbito italiano che di questa esperienza carismatica è stato spesso il punto di riferimento e di lancio.
4 Mi riferisco al già citato documento Spiritualità giovanile salesiana. Un dono dello Spirito alla Famiglia salesiana per la vita e la speranza di tutti.
5 Atti del Capitolo Generale XXIII dei Salesiani, 276.
6 Dalla lettera del Rettore Maggiore don J. VECCHI, La Famiglia salesiana compie venticinque anni, 1° gennaio 1997.
7 Il documento è riportato nell'organo di collegamento del MGS «Spazio animatori», trimestrale a cura del coordinamento PG di FMA e SDB, Via Marsala 42, 00185 Roma.
8 DICASTERO DI PASTORALE GIOVANILE, La proposta associativa salesiana. Sintesi di una esperienza in cammino, Roma 1985, 39.


NOTA BIBLIOGRAFICA

CENTRO SALESIANO PASTORALE GIOVANILE, Itinerari di educazione alla fede. Una proposta pedagogico-pastorale, Elle Di Ci, Leumann (To) 1995.
DICASTERO DELLA PASTORALE GIOVANILE DELLA CONGREGAZIONE SALESIANA, La pastorale vocazionale nella pastorale giovanile, Editrice SDB, Roma 1992.
ID., L'Europa interpella il carisma salesiano. L'esperienza religiosa in una situazione pluriculturale, ivi, 1994.
ID., Pastorale vocazionale (Barcellona-Africa), Dicastero di Pastorale giovanile, Roma 1998.
MIDALI M.-TONELLI R. (edd.), Chiesa e giovani. Dialogo per un itinerario a Cristo, LAS, Roma 1982.
TONELLI R., Pastorale giovanile e animazione. Una collaborazione per la vita e la speranza, Elle Di Ci, Leumann (To) 1986.
ID., Una spiritualità per la vita quotidiana, ivi, 1987.
ID., Ritratto di un giovane cristiano, in «Note di pastorale giovanile», 1989, 8, pp. 1-88.
ID., L'avventura di diventare cristiani adulti, ivi, 1994.
ID., Educhiamo i giovani a vivere da cristiani adulti, ivi, 2000. VECCHI J. E., Dire Dio ai giovani, ivi, 1999.
VECCHI J. E., Spiritualità salesiana. Temi fondamentali, ivi, 2001.


(FONTE: Luciano Caimi (ed.), Spiritualità dei movimenti giovanili, Edizioni Studium Roma, 2005, pp. 129-151)