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    La lingua dell'amicizia

    Franco La Cecla



    L'essenza del linguaggio è bontà, o ancora l'essenza del linguaggio è amicizia e ospitalità [1].
    EMMANUEL LAVINAS

    Caro Geerhard,
    mi permetta di unire il ricordo della sua lotta e vittoria con l'introduzione del nome di battesimo nei nostri rapporti.
    Nonostante tutto il piacere provato per la Sua ultima lettera a cui rispondo ora, ho avvertito un sentimento addirittura doloroso, all'idea che ora non potevamo stare assieme. Le è davvero impossibile?
    Ora - ne sono convinto - c'è fra noi un certo rapporto di uguaglianza che ha la sua tonalità fondamentale nella riconoscenza, ci troviamo nella più profonda situazione della vita che prometterebbe una collaborazione feconda e bella.
    Lettera di Walter Benjamin a Geerhard Scholem, St Moritz, settembre 1917 [2].


    Come cambia il linguaggio quando si diventa amici? Nella lettera di Walter Benjamin a Geerhard (Gershom) Scholem, che inaugura un rapporto epistolare che durerà per tutta la vita di Benjamin (questi è rimasto in Europa, Scholem è emigrato in Israele e tenterà fino all'ultimo di convincere l'amico a raggiungerlo prima che sia troppo tardi), c'è l'incipit del linguaggio nuovo. Benjamin chiama per nome l'altro, invocando una «riconoscenza» che li unisce nell'uguaglianza. Qui riconoscenza sta nel doppio significato, c'è gratitudine per essersi incontrati, ma c'è anche la coscienza di essere in una situazione comune, ci si riconosce come appartenenti a una circostanza - età, identità, affinità, passioni e preoccupazioni e in più uno sguardo comune sulla contemporaneità. «Ti riconosco» suggerisce che qualcosa ci ha portati vicino e adesso mi accorgo «di averti già conosciuto», anche se non è vero biograficamente. Riconosco in te un volto, un'anima, un moto comune che fa di te una «somiglianza» con qualcosa che conoscevo già. E a partire da questo che posso chiamarti per nome, che non è soltanto un dettaglio della tua biografia, no, riconosco te nel tuo nome, per me d'ora in poi il tuo nome non sarà uno dei tanti Geerhard o uno dei tanti Walter, ma mi apparterrà come appartiene a te.
    Montaigne, descrivendo i propri sentimenti per l'amico scomparso, scrive che già senza essersi incontrati i loro nomi si cercavano:

    Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi [5].

    Questo chiamarsi per nome apre un futuro, perché è fecondo di tutte le declinazioni del nostro esserci ritrovati (anche qui l'amicizia inventa un passato, perché nella riconoscenza duplica e sostiene - fa del nostro conoscerci un dato - il presente). Ci si può dare del tu, anche se questo dipende da ogni contesto linguistico. Ci sono lingue in cui l'intimità si sottolinea apostrofandosi con un « vous» o con un «usted», che è carico di un rispetto affettuoso e caldo per l'altra, per l'altro.
    In altre lingue, in altre culture, c'è un nome con cui si viene battezzati solo dagli amici, dall'amica, dall'amico. Può essere una «inciuria», un nickname che gioca con un nostro difetto, oppure un nomignolo legato a qualcosa che ci è accaduto una volta con gli amici. In alcune culture tra amici non ci si può chiamare che con nomi che ci sono stati dati da loro e che non sono gli stessi con cui ci chiamano in famiglia o in occasioni pubbliche.
    Ci si rivolge agli amici con una lingua che diventa un ambito esclusivo, un «intendere» per intendersi. C'è un comune «brodo della vita» dentro cui le nostre parole si immergono. Quando ti chiamo «mi rivolgo a te» davvero, cioè espongo il mio volto a riflettere il tuo. Su questo apparite del volto la mistica ortodossa ha costruito una magnifica parte di sé. Lo ricorda Olivier Clément4, e da un ambito completamente diverso questa epifania viene ripresa da Lévinas [5].
    Il volto dell'altro è l'inalienabile alterità nella sua manifestazione di fronte a noi, adesso, ma allo stesso tempo è il ricordo del fatto che il nostro volto non lo vedremo mai nello stesso modo sorprendente di stupirci. E il ricordo di quanto noi siamo volto per gli altri e per coloro che ci sono vicini.
    Cosa ci si dice tra amici? Di tutto ovviamente, ma l'attività principale è continuare un discorso sul mondo, sul vivere, su cosa avviene intorno. E questo commento che è il campo proprio dell'amicizia, lo spazio comune di una distanza che consente di «vedere meglio», di «assorbire, assumere, comprendere». Gli amici costruiscono un ambito dentro il quale il mondo può essere commentato, diventare oggetto di un'attenzione che è feconda perché allarga la relazione ad abbracciare qualcosa che non riguarda il puro ambito di due io che si incontrano. Gli amici si prendono cura l'uno dell'altro, ma si preoccupano, si prendono cura anche del mondo in cui vivono. Questa non è un'intenzione benevola, ma l'essenza stessa dell'amicizia. Che è una maniera di «installarsi» nel mondo.
    Questo linguaggio, che è presente anche nelle amicizie poco profonde, ovviamente ha a che fare con l'emergenza di una complicità. Gli altri, il mondo là fuori, devono adesso fare i conti con la nostra seppur iniziale, seppur fragile alleanza. Questo linguaggio comune si manifesta con allusioni, usi, scorciatoie, con parole che usiamo solo tra noi per intenderci al volo, a volte è un'invenzione totale, come accade tra i bambini che si inventano codici e lingue segrete. Diventa il discorso che insieme costruiamo e a cui non è immediato fare accedere altri. Rinnova la lingua, la rende da strumento di comunicazione luogo fecondo dove il mondo viene ricreato dalle nostre parole.
    E soprattutto ci consente una separazione salutare da esso, uno stare sullo stesso balcone a osservare, un fermarsi sul bordo a commentare prima di ributtarsi nella mischia, di ricominciare a nuotare.
    Nel dolore ci fa staccare per un momento dall'attrito che la vita e il mondo ci fa, nella gioia ci restituisce la possibilità di essere «più ampi» perché la felicità stessa è difficile goderla da soli. Non vi è mai successo, quando ricevete una buona notizia, che la prima cosa che vi viene voglia di fare è cercare l'amico o l'amica che lei o lui soli sono in grado di gioire con voi? Com'è raro e quanto è fortunato poter avere qualcuno che ha lo stesso vostro singulto di allegria o di tristezza.
    E poi ci sono le costellazioni del «botta e risposta» del «badinage», cazzeggiare, rallier, quel parlare che è
    un gioco in sé, quel giocare sui vari livelli, rovesciare, parlare per enigmi, cambiare il tono, subentrare con un falsetto, sforzare i limiti del dire e del gesticolare.
    Tutto questo in presenza: c'è poi il vasto campo dello scriversi.
    Dice Confucio: «Scrivere serve a raccogliere gli amici».
    E gli fa eco John Donne: «Piú dei baci, sono le lettere che fondono i cuori, | che fanno parlare gli assenti».
    Oggi non ci sono più tanto le lettere, ma la presenza della lingua scritta degli amici è forte, forse è l'unica fonte di libertà di cui possiamo usufruire nei social. Consente come negli epistolari di raccontarci e di farci raccontare, di intessere e rinnovare la complicità, e dà al nostro scrivere una dimensione di distanza ravvicinata (anche se i social ci danno l'illusione di una prossimità che si basa proprio sul continuo rimando di essa). Però nessuno come gli adolescenti sa farne tesoro. Spesso andando oltre le ridicole forme da essi suggerite (si pensi alla povertà degli emoticon, di fronte all'infinita ricchezza di sfumature della complicità o dell'avversità emotiva).

     

    NOTE

    1 E. LÉVINAS, Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 2056, p. 314.
    2 W. BENJAMIN, Lettere 1913-1940, raccolte e presentate da G. Scholem e T. W. Adorno, Einaudi, Torino 1966.
    3 MONTAIGNE, Saggi, pp. 250-51.
    4 O. CLEMENT, L'altro sole [1975], trad. di M. Cassola, Jaca Book, Milano 1977.
    5 LÉVINAS, Totalità e infinito.

     

    (Essere amici, Einaudi 2019, pp.75-79)


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