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    Per una spiritualità del quotidiano

    Luciano Manicardi


     

    1. Il quotidiano: perché?

    Perché riflettere sul quotidiano? Perché nulla esiste fuori di esso: tutto avviene nel quotidiano, anche lo straordinario, che ci viene rivelato dall'ordinario e non esisterebbe senza di esso. E poi perché ciò che è familiare non per questo è conosciuto. Il quotidiano ci avvolge e, poiché vi siamo immersi, siamo portati a non prestarci attenzione. «Vivendo non ci vediamo vivere» scrive Ernst Bloch. [1] «Gli aspetti per noi più importanti delle cose sono nascosti dalla loro semplicità e quotidianità. Non ce ne accorgiamo, perché li abbiamo sempre davanti agli occhi». [2] E così rischiamo di fallire il quotidiano, di mancarlo, e di non imparare da esso. Il rischio è di darlo per scontato. E allora solo le crisi, irrompendo nella vita, hanno il potere di destarci dal sonno in cui eravamo immersi e rivelarci la preziosità del quotidiano. La crisi del Coronavirus ci ha mostrato il carattere non scontato delle nostre azioni quotidiane più elementari: camminare, lavorare, incontrarsi, abbracciare, darsi la mano, perfino respirare. Perché dunque riflettere sul quotidiano? Per uscire dall'abitudine che ci porta a ignorare l'abituale; per riscoprire la preziosità di ciò che non ci stupisce più. Il quotidiano noi «non lo interroghiamo, non ci interroga, non ci sembra costituire un problema, lo viviamo senza pensarci, come se non contenesse né domande né risposte, come se non trasportasse nessuna informazione. Non è neanche più un condizionamento, è l'anestesia. Dormiamo la nostra vita di un sonno senza sogni. Ma dov'è la nostra vita? Dov'è il nostro corpo? Dov'è il nostro spazio?». [3] «Tutto qui?», ci porta a dire il quotidiano. Eppure, «anche in un cucchiaino da caffè si rispecchia il sole», [4] tanto che dobbiamo chiederci: esistono cose «banali»? O la banalità non risiede piuttosto in chi nutre tali giudizi? Scrive magistralmente Rilke nelle sue Lettere a un giovane poeta: «Se la sua vita quotidiana le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da chiamarne per nome gli aspetti preziosi; per colui che crea, infatti, non c'è povertà, e nessun luogo è povero o insignificante». [5] La quotidianità rischia di restare sconosciuta o conosciuta male, svalutata rispetto alle cose ritenute grandi e importanti. Eppure, è nel quotidiano che noi realizziamo la nostra umanità, ci costruiamo come persone, edifichiamo le relazioni che danno senso, sapore e fondamento al nostro vivere: amicizie, amori, una famiglia. Ovvero, le piccole cose del quotidiano non sono poi così piccole. Perché dunque riflettere sul quotidiano? Perché, scrive Maurice Blanchot, è «la cosa più difficile da scoprire». [6] Perché il quotidiano «sfugge» – ripete ancora Blanchot –, si sottrae alla nostra coscienza a motivo della noia, della ripetitività, della consuetudine, perché ci riduce alla condizione di uomo qualunque, che fa ciò che fanno tanti altri; il quotidiano sfugge alla grande storia e potrebbe apparire come la stagnazione che impedisce di librarsi, il freno che blocca la corsa, l'anonimato che spegne l'originalità. [7] Perché allora, e infine, riflettere sul quotidiano? Per porci finalmente una domanda, anzi, le tante domande che normalmente evitiamo. Abbiamo coscienza del quotidiano? Lo vediamo? Sappiamo dirlo e descriverlo? Come si riflette in noi l'abituale? I muri in mezzo a cui viviamo, i negozi che frequentiamo, le vie che percorriamo, gli oggetti che usiamo: possibile che ciò con cui più abbiamo a che fare ogni giorno non eserciti su di noi un'influenza? Possibile che lo possiamo tralasciare senza preoccuparcene? In verità, le «cose» di ogni giorno parlano di noi, di quel che siamo. Dove le «cose» non sono semplicemente gli oggetti, ma coprono l'ambito del materiale e dell'immateriale, del visibile e dell'invisibile, sono l'esterno che influenza l'interno e l'interno che si riflette sull'esterno, sono il dialogo ininterrotto che i sensi stabiliscono con il mondo e con cui il mondo tocca la nostra anima attraverso i sensi. Il quotidiano ha dunque una valenza antropologica, ma anche spirituale. E deve interpellare anche il cristiano. Non possiamo forse intendere riferito al quotidiano, alla piccolezza dell'ordinario, l'espressione evangelica che parla di chi è «fedele nel poco» (Mt 25,21.23) e riceverà autorità su molto?

    2. Il quotidiano, il vangelo, Gesù

    Per il cristiano il quotidiano è il luogo del culto esistenziale. Karl Rahner afferma che il quotidiano è «lo spazio della fede, la scuola della sobrietà, l'esercizio della pazienza, il salutare smascheramento delle parole pesanti e degli ideali fittizi, l'occasione silenziosa per amare ed essere fedeli in modo autentico, la prova dell'obiettività, che è il seme della sapienza più alta». [8] Dunque, il quotidiano, interpellando la nostra umanità, interpella anche la nostra fede.
    Il rapporto quotidianità-vangelo ci suggerisce di assumere un punto di vista altro sul vangelo stesso. Una spiritualità del quotidiano non può che nutrirsi di un approccio al vangelo che interroghi la prassi di umanità di Gesù, che lo consideri nel rapporto con le cose e le attività di ogni giorno, con le realtà elementari del vivere, realtà da cui Gesù non era esentato ma in cui noi normalmente non lo pensiamo. Anche Gesù ha vissuto nel e del quotidiano. E in questo quotidiano ha nutrito la sua fede, ha pregato e riconosciuto la presenza di Dio. E ha illuminato il presente guardandolo con l'occhio del domani, ovvero, del regno di Dio: si pensi alle beatitudini (Mt 5,1-12). Gesù ha camminato, ha mangiato e bevuto, ha partecipato a banchetti nuziali, ha dormito, ha incontrato la realtà del lavoro e dei rapporti famigliari e sociali, ha intrattenuto conversazioni e relazioni, ha parlato e fatto silenzio. Gesù ha osservato il granello di senapa e la massaia che fa la pasta, il seminatore e il mietitore, il pescatore che getta le reti in mare e che lava le reti dopo la pesca, ha soggiornato in una casa, ha avuto degli amici, ha osservato corvi e volpi, passeri e cani, gigli e anemoni dei campi e, come appare dalle parabole, ha fatto della sua osservazione del quotidiano la base del suo insegnamento. Ha annunciato il regno di Dio non con discorsi astrattamente teologici, ma parlando di una chioccia che raduna i pulcini sotto le ali e di un uomo che ammannisce un banchetto per le nozze del figlio, ha osservato i movimenti e i colori delle nuvole in cielo per dedurne i cambiamenti del tempo, ha tastato i rami del fico, e, sentendone la tenerezza, ne ha dedotto la vicinanza dell'estate.
    Se il quotidiano parla di Dio, Gesù ha detto Dio parlando del quotidiano.
    Se ha detto «amate i vostri nemici», «fate questo in memoria di me», «pregate per non entrare in tentazione», ha anche detto «guardate gli uccelli del cielo», «dalla pianta di fico imparate la parabola». Il suo linguaggio era narrativo e sapienziale, popolare, intriso di aforismi e proverbi e sgorgato dall'esperienza quotidiana: «se il sale perde il sapore con che cosa lo si renderà salato?» (Mt 5,13); «non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio» (Mt 5,14); «dov'è il tuo tesoro lì è anche il tuo cuore» (Mt 6,21); «chi chiede riceve, chi cerca trova, a chi bussa verrà aperto» (Mt 7,8); «si raccolgono forse uve dalle spine o fichi dai cardi?» (Mt 7,16). Si potrebbe continuare a lungo, ma l'insegnamento è chiaro: l'umanità di Gesù è stata plasmata dal confronto con il quotidiano, un quotidiano colto sempre come riflesso e annuncio del regno. Oggi un approccio spirituale cristiano al quotidiano può essere nutrito dall'assiduità (quotidiana) con il vangelo guidata dalla domanda: come vive Gesù? Come parla? Come incontra le persone? Come le cura? Come ama? Come declina la sua umanità?
    Tuttavia, se Gesù ha valorizzato la realtà quotidiana come luogo teologico, egli ha anche messo in guardia dall'assolutizzazione di essa e delle realtà penultime. Gesù ha indicato il rischio di fare delle occupazioni quotidiane l'orizzonte saturante dell'esistenza. Il quotidiano può infatti diventare la preparazione della catastrofe esistenziale. Così Gesù si esprime in un discorso escatologico: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo» (Mt 24,37-39). Prima di annegare nel diluvio, la generazione di Noè è annegata nella propria incoscienza, nell'inconsapevolezza di ciò che si stava preparando. La versione lucana dell'episodio aggiunge la dimensione del lavoro al quadro del quotidiano della generazione di Noè: «mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano» (Lc 17,28). Ovviamente, mangiare e bere, sposarsi e fare figli, commerciare e lavorare la terra, così come tutto ciò che costituisce l'ossatura della vita quotidiana, non è per nulla riprovevole. Tuttavia, il testo interpella sulla possibilità di vivere senza sapere perché, di vivere annegando nella quotidianità. Infatti, non è nella profondità che si annega, ma nella superficialità. [9] Un approccio spirituale cristiano al quotidiano non può che essere escatologico: la prospettiva del regno che viene illumina l'oggi valorizzandolo nella sua preziosità infinita e relativizzandolo per impedire le derive idolatriche.
    Certo, nei vangeli noi non abbiamo la descrizione in presa diretta del quotidiano di Gesù. Quello è inattingibile. I vangeli presentano dei racconti, non dei fatti, ma dai racconti possiamo risalire alle modalità con cui Gesù vive il quotidiano facendone il luogo in cui Dio stesso è presente e gli parla. Se il quotidiano parla di Dio, Dio parla nel quotidiano. In questo atteggiamento di Gesù noi troviamo il fondamento per un approccio spirituale cristiano al quotidiano.

    3. Di cosa è fatto il quotidiano?

    Per parlare del quotidiano occorre vederlo e nominarlo, e noi abbiamo già notato come esso sfugga, sia poco visibile e riconoscibile. Il quotidiano è la vita come normalmente non la vediamo. Ciò che lo rivela, infatti, è anche ciò che lo nasconde. Per esempio, la ripetitività. Tutto ciò che è vitale dev'essere ripetuto quotidianamente, ma ciò che è ripetuto viene anche eseguito meccanicamente, senza pensarci. Il quotidiano è intessuto di una quantità di gesti memorizzati e quasi automatici che sono sopportabili proprio per non dover essere pensati e decisi: il rito mattutino della colazione, il percorso del pendolare per andare e tornare dal lavoro, i gesti sempre identici della commessa nel supermercato, ecc. Molti sono i nemici del quotidiano, o almeno le difficoltà che esso presenta a tanti contemporanei: l'abitudinarietà, la routine, la noia che ingenerano la tentazione della fuga.
    Il quotidiano poi, costituito da una serie di atti «umani» elementari come mangiare, dormire, lavorare, riposare, parlare, ecc., comprende anche gesti come prepararsi un caffè, fare una passeggiata, contemplare le stelle, fare cucina, uscire sul balcone, leggere un giornale o un libro, salutare chi si incontra, conversare con un conoscente, giocare con il proprio cane, ridere o piangere, scherzare, arrabbiarsi, comprare un vestito, andare in un negozio... E dovremmo aggiungere il quotidiano contemporaneo, ovvero gli elementi che rendono il nostro quotidiano differente dal quotidiano di chi visse anni o decenni fa: guardare la televisione, prendere un aereo, navigare in internet, telefonare con un cellulare, usare uno smartphone, un iPad, interagire con Alexa Voice Service, ecc. Siamo di fronte alla tecnologizzazione del quotidiano, al quotidiano alla prova del web e dell'algoritmo. Potremmo dire con una boutade: non c'è più il quotidiano di una volta!
    Un approccio spirituale al quotidiano implica che ci poniamo qualche domanda: che cosa facciamo del quotidiano? O meglio, che cosa facciamo di noi attraverso il quotidiano? Ma più spesso dobbiamo porci la domanda, sempre tardiva: che cosa ha fatto di noi il quotidiano? Che cosa ci ha resi? E nella non-vigilanza, nell'accumulare ore di vita incoscienti di sé che si nasconde la banalità del male e si costruisce la rovina di un'esistenza personale.

    4. Il rapporto con il tempo

    La quotidianità ha a che fare anzitutto con il tempo, con il suo scorrere giorno dopo giorno. Ha a che fare con la durata, con la difficile impresa di non lasciarsi andare nel giorno dopo giorno. La quotidianità ci interpella sul modo in cui viviamo il tempo. Ci chiede se e come sappiamo vivere i tempi dell'attesa, o se per noi questi sono sempre e solo «tempi morti», sottratti a una vita che sarebbe caratterizzata essenzialmente dal fare. Ci interpella sulla perseveranza, sulla fedeltà, sull'equilibrio che riusciamo (o no) a stabilire fra memoria e proiezione al futuro. A volte le nostre vite inaridiscono nella paralisi rimanendo ostaggio del passato, oppure si consumano in fughe in avanti e nelle illusioni che le accompagnano. La sottolineatura evangelica dell'oggi, categoria cronologica che si carica di valenze cristologiche e teologiche, conduce, sul piano spirituale, a un apprezzamento del momento presente e all'adesione alla realtà. Di fronte all'angoscia di un passato che non passa e a un futuro che impaurisce, la sapienza biblica suggerisce di cogliere il momento presente come frammento in cui possiamo vivere il tutto che dà senso all'intera nostra vita. È vano affannarsi per il domani, infatti «a ciascun giorno basta il suo affanno» (Mt 6,34): occorre piuttosto accogliere realisticamente ogni giorno con il suo portato di peso e di grazia e, come scrive Bonhoeffer, viverlo «come se fosse l'ultimo e vivere però nella fede e nella responsabilità come se ci fosse ancora molto futuro davanti a noi». [10]
    In particolare, accogliere l'inizio di ogni giorno e le realtà quotidiane con il rendimento di grazie (1Tm 4,4: metà eucharistías) è operazione spirituale semplice ma efficace per accogliere come un dono e per 'vivere evangelicamente ogni giornata. E il vangelo (si veda la parabola di Mc 4,26-29 che tratta dell'efficacia del non agire) suggerisce la valorizzazione dell'antica virtù dell'otium. L'otium non è pigrizia, ma lavoro interiore, costruzione del saldo fondamento su cui si può reggere una vita. Otium significa ritrovare il tempo, abitare finalmente il tempo, lasciare che il tempo sia. Che sia: assolutamente, incontaminato, non determinato, non funzionale. «È tempo che sia tempo», è la folgorante illuminazione di Paul Celan. [11] E nell'arte di vivere interiormente il tempo risiede il segreto per vivere spiritualmente il quotidiano, arrivando a conoscere «la bellezza di tutte le ore del giorno, come se ognuna fosse già una piccola eternità». [12] Il tempo apparirà allora il vero tempio, il luogo dove è possibile fare dell'esistere una celebrazione del quotidiano. Siamo invitati all'arte di soffermarci sulle cose, di contemplare. Ma alla base di un rapporto spirituale sano con il quotidiano, il vangelo pone l'esigenza della vigilanza.

    5. La vigilanza

    La vigilanza, dimensione spirituale centrale nel NT (Mc 13,37; Mt 24,42-44.45-50; 25,1-13; Lc 21,34-36; 1Cor 16,13; Col 4,2; lTs 5,6; 1Pt 5,8; ecc.), è l'atteggiamento di tensione interiore per discernere la presenza del Signore nell'opacità del reale. Nel suo essere tesa al Signore, essa diviene attenzione al tempo e alla storia, al corpo e alla parola, a sé e agli altri, in una parola, a tutto, e plasma una persona che aderisce alla realtà, che non dà nulla per scontato, che fugge la superficialità e da tutto si lascia interpellare e stupire. La persona vigilante è lucida, critica, temperante, presente a se stessa e agli altri, a tutto ciò che vive. Non stupisce che un padre del deserto, abba Pomen, abbia potuto affermare che «non abbiamo bisogno di null'altro che di uno spirito vigilante». [13]

    5.1. Alcuni passi evangelici illuminano aspetti diversi della vigilanza
    - «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo che è partito, dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate, dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!» (Mc 13,33-37). Non abbiamo potere sul tempo, non conosciamo il giorno della venuta del Signore e nemmeno quando la nostra vita finirà: «Chi può aggiungere un'ora sola alla sua vita?» (Lc 12,25). Come il Signore verrà come un ladro, così la morte giunge improvvisa: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita» (Lc 12,20). Della vigilanza fa parte la consapevolezza di dover morire. Il quotidiano ci insegna la lezione dei limiti e del limite per eccellenza che è la morte. La Regola di Benedetto chiede al monaco di «avere ogni giorno presente davanti agli occhi l'imminenza della propria morte» (RB IV,47). L'arte di integrare la prospettiva della propria morte nella vita non è esercizio macabro, ma sapiente ascesi in vista di vivere meglio. È la vigilanza che crea la qualità cristiana della persona nel momento stesso in cui ne plasma la profondità e lucidità umane.
    - «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso» (Lc 21,34). Vigilanza è anche sobrietà, moderazione, misura. Il quotidiano ci minaccia con il rischio dell'appesantimento del cuore, del suo indurimento, del suo divenire cinico, insensibile, calloso. Vigilanza è allora attiva lotta contro gli eccessi del cibo e del bere che appesantiscono non solo il corpo, ma anche l'animo, contro la sonnolenza e l'ubriachezza, contro il sonno come fuga dalla vita e contro l'ubriachezza come evasione dalla lucidità, stordimento. Una tentazione contemporanea è la fuga da sé, connessa alla crescente fatica di reggere il peso di un quotidiano sentito come sempre più complesso. [14] La vigilanza chiede temperanza: i tre termini usati in Lc 21,34 evocano gli ambiti della sessualità, che può essere luogo di uso e di abuso invece che di tenerezza e verità dell'incontro; del mangiare e del bere, che possono divenire non occasione di convivialità e di gioia condivisa, ma di abbrutimento e di volgarità.
    - Infine, la vigilanza si deve esercitare nei confronti degli affanni della vita. Potremmo tradurre con «angosce esistenziali». La preoccupazione smodata per il proprio io, per la propria salute, per il proprio corpo, per la propria riuscita: ci si lascia prendere dalla preoccupazione per sé e non si vede più la realtà, ma solo sé stessi. Oppure, sono le troppe e soverchianti sofferenze che ci gettano nella confusione, ci fanno entrare in uno stato di annebbiamento mentale in cui non siamo più padroni della nostra vita. E allora si rende drammaticamente vero nella nostra esistenza il verso del poeta Thomas Stearns Eliot che dice: «Dov'è la Vita che abbiamo perduto vivendo?». [15] La non-vigilanza ci porta a esistere senza vivere, a perdere la vita vivendo.
    Insomma, vigilanza è atteggiamento che comporta un lavoro, uno sforzo, una lotta. È lotta contro la vertigine, contro l'ebbrezza della fuoriuscita da sé nella via dell'eccesso; è sforzo di non essere dissipati, è adesione alla realtà che insegna l'umiltà, è fatica di stare svegli, di avere gli occhi ben aperti. Essere pronti è un contrassegno della persona vigilante: sono pronte le vergini che hanno con sé le lampade con l'olio e possono accogliere lo sposo (Mt 25,10). Vigilanza è dunque anche prudenza, senso del limite, accortezza. Di certo, una spiritualità del quotidiano esige sia la valorizzazione dei sensi che il loro affinamento e la loro purificazione.

    6. Un tramonto: maestro di vita

    Vivere spiritualmente il quotidiano significa coglierlo come invito a entrare nella propria interiorità e inventare pratiche illuminate dal senso e abitate dalla gratuità. Così può essere unificata la molteplicità stessa del quotidiano: il quotidiano del lavoro, della vita in famiglia, dei rapporti sociali, del rapporto con la natura... L'incipit di un libro di Emanuele Trevi esprime con nitore un approccio «spirituale» a un fenomeno naturale quotidiano: il tramonto.
    «Si può recensire un tramonto? Questa sera di dicembre, affilata dalla tramontana, ha appena finito di eseguire una sua geniale serie di variazioni sui temi del rosso-porpora e del lilla. Apparentemente, nessuno qui intorno sembrerebbe essersi meritato un tale principesco dispendio di bellezza. Perlomeno, di fronte a questi virtuosismi dell'apparenza, io mi sento un poco abusivo». [16]
    Capacità di vedere e di stupirsi di ciò che si vede, senso di gratuità, riflesso interiore del paesaggio esteriore, dialogo con il mondo esterno, risposta a ciò che si è visto, coinvolgimento personale: tutti elementi che entrano nella configurazione di una postura spirituale nei confronti di un dato di quotidianità. E che ci rinviano alla creatività.

    7. La creatività

    La creatività è una modalità di rapportarsi al mondo possibile a ogni uomo [17] e che consiste nella capacità di vedere, ascoltare e rispondere. Dove capacità di vedere e ascoltare significa adesione alla realtà e consapevolezza. Il rapporto con il quotidiano ci pone la domanda se siamo davvero capaci di vedere e di ascoltare (Gesù rimprovera i discepoli che guardano e non vedono, hanno orecchie e non ascoltano: Mc 8,18), se siamo capaci di rispondere a ciò che ci circonda e ci parla. Il creativo si muove nel mondo come ci si addentra in un dialogo incessante con tutto e con tutti. Nella creatività tutto parla e niente è scontato. Di essa fanno parte la capacità di stupore e di concentrazione, il rispetto della propria originalità e l'accettazione dei conflitti. In sintesi, la creatività è disposizione della persona a nascere a se stessa ogni giorno. Ha scritto Eric Fromm: «Essere creativi significa considerare tutto il processo vitale come un processo della nascita e non interpretare ogni fase della vita come una fase finale. Molti muoiono senza essere nati completamente. Creatività significa aver portato a termine la propria nascita prima di morire». [18] Il quotidiano è il luogo di questa nostra nascita.


    NOTE

    1 E. BLOCH, Spirito dell'utopia, La Nuova Italia, Firenze 21993, p. 13.
    2 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1967, p. 70.
    3 G. PEREC, L'infra-ordinario, Bollati Boringhieri, Torino1994, p. 12.
    4 S. GIEDION, L'era della meccanizzazione, Feltrinelli, Milano 1967, p. 12.
    5 Cito dalla traduzione presente in R.M. RILKE, Lettere a un giovane, Qiqajon, Bose 2015, p. 30.
    6 M. BLANCHOT, L'infinito intrattenimento. Scritti sull'«insensato gioco di scrivere», Einaudi, Torino 21977, p. 321.
    7 BLANCHOT, L'infinito intrattenimento, pp. 321-331.
    8 K. RAHNER, Cose d'ogni giorno, Queriniana, Brescia 42016, pp. 6-7.
    9 Più estesamente su questo aspetto: L. MANICARDI, Abitare: sé stessi e con gli altri, Qiqajon, Bose 2019, pp. 19-23.
    10 D. BONHOEFFER, Resistenza e resa, Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1988, p. 72.
    11 P. CELAN, Poesie, Arnoldo Mondadori, Milano 1998, p. 59 (è la poesia Corona).
    12 JEAN GUITTON, Prefazione a J. H. NEWMAN, Les Bénedictins, Paris 1980, citato in C. NYS-MAZURE, Celebrazione del quotidiano, Servitium, Sotto il Monte 2006, p. 11.
    13 Poemen 135, in Vita e detti dei padri del deserto, vol. 2, Città Nuova, Roma 1975, pp. 116-117.
    14 D. LE BRETON, Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea, Raffaello Cortina, Milano 2016.
    15 T.S. ELIOT, La Roccia. Un libro di parole, Edizioni Biblioteca di via Senato, Milano 2004, p. 27.
    16 E. TREVI, Istruzioni per l'uso del lupo. Lettera sulla critica, Elliot, Roma 2012, p. 17.
    17 Cf. E. FROMM, «L'atteggiamento creativo», in H.H. ANDERSON (a cura di), La creatività e le sue prospettive, La Scuola, Brescia 1972, pp. 67-78.
    18 FROMM, L'atteggiamento creativo, in op. cit., p. 77.

    (FONTE: Orientamenti Pastorali 5/2023, Dossier "La spiritualità del quotidiano", pp. 27-36)

     


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