Gianluca Zurra *
(NPG 2021-03-34)
Non ci si educa e non si educa da soli. L’educazione è il risultato dell’azione congiunta di una molteplicità di ambienti e contesti; non è realistico immaginare di prevenire o limitare gli effetti educativi mediati, oggi, da attori spesso incontrollabili.
La prima comunità educante è la famiglia. La sua attività generativa ed educativa è un riflesso dell’opera creatrice del Padre. Alla famiglia spetta il primario diritto e dovere dell’educazione dei figli; con essa sono chiamate a collaborare la Chiesa e tutte le altre agenzie educative e sociali.
È noto il proverbio africano: “per educare un bambino ci vuole un villaggio”. Tutti siamo coinvolti nell’impegno educativo e ne portiamo una responsabilità che non può essere delegata solo ad alcuni. È indispensabile recuperare lo spirito di comunità, oggi potentemente minacciato dall’individualismo. Al sospetto nei confronti di educatori e agenzie educative deve sostituirsi la reciproca fiducia, che consenta di stabilire nuove e fattive alleanze educative: tra le diverse generazioni, tra famiglia e scuola, tra società civile e istituzioni, tra Chiesa e territorio, tra singoli e gruppi.
La pandemia ha evidenziato i limiti di processi in atto da tempo. Uno di questi è l’individualismo, su cui avevamo costruito gran parte della nostra cultura, risultato invece un vicolo cieco: il virus attesta che siamo tutti connessi e che la solidarietà è responsabilità inaggirabile[1].
Ora, per l’educazione è urgente riprendere ciò che avevamo smarrito: l’essere prossimi chiede che l’iniziazione all’età (e alla fede) adulta avvenga tramite una comunità che sa accompagnare.
Il Cristianesimo, annuncio della possibile prossimità tra gli umani, offre il suo contributo riponendo al centro la relazione e il vivere insieme come luoghi decisivi per la crescita di ogni uomo[2].
Il Vangelo come annuncio di prossimità: figli e cittadini
Consideriamo due esperienze umane che rivelano come il risvolto comunitario della vita (e dell’educazione) sia da sempre “tatuato” sulla nostra pelle: nascere e abitare[3].
Nessuno di noi decide di venire al mondo e per interrogarci a proposito della nostra nascita dobbiamo riferirci ad altri e non a noi stessi. Questo semplice dato manifesta la relazione come sorgiva dell’esistere. Essere educati alla vita, dunque, significa rielaborare l’origine filiale che ci struttura, restituendo a ciascuno il compito di saper fare spazio agli altri senza invidia. Una comunità che educa non crea figli unici onnipotenti, ma fratelli che imparano a camminare insieme verso il bene.
Allo stesso modo, fin dal concepimento nessuno di noi è senza una casa: l’utero custodisce e nutre, fino a spingere all’esterno perché si venga alla luce, verso la nuova dimora che è la famiglia e poi il mondo intero. Il corpo stesso manifesta così che la casa non esiste per sequestrare, ma per condurre fuori. Una comunità che educa non crea piccoli omini impauriti, nostalgici del grembo materno, ma costruisce cittadini, in grado di condividere con tutti il comune e complicato mestiere di vivere.
Il Cristianesimo è l’annuncio di come questa prossimità d’origine sia vivibile fino in fondo: il Figlio di Dio, Risorto da morte alla destra del Padre, dona lo Spirito, rivelando il legame filiale come la forma stessa dell’essere di Dio, Trino e non solitario, affezione d’amore e non motore immobile freddo e disumano. E insieme, il Figlio promette un posto per ciascuno, facendo del mondo una casa abitabile: figli e fratelli nell’unico Figlio, guariti dalla violenza invidiosa[4]. Ecco perché l’esperienza cristiana di Dio passa tramite il riconoscimento solidale dell’altro: il principio della fraternità ecclesiale, a servizio della fratellanza universale, è il segno della comunione come nome stesso di Dio e, insieme, dell’origine relazionale di ogni figlio che nasce. Il Vangelo, pertanto, educa alla possibilità di divenire fratelli e cittadini, nonostante tutte le smentite della storia.
Una comunità che genera: da soci a prossimi
A quali condizioni, dunque, la Chiesa agisce come soggetto che educa? Se la relazione e l’apertura costituiscono originariamente l’umano, allora lo spazio ecclesiale non può che porsi al servizio di legami generativi e ospitali, senza cedere a forme di identità chiuse e sterili[5].
Si possono indicare, a riguardo, tre “laboratori” di ascolto dello stile con cui la Parola, il Sacramento e i Ministeri suscitano la Chiesa di Gesù tra gli uomini.
Il registro narrativo: la Parola come incontro
In primo luogo, la Scrittura non si presenta come una serie di dottrine astratte, ma come una narrazione di storie, la cui lettura permette di riconoscere l’agire di Dio dentro la storia umana di ogni tempo e di ogni luogo. É un testo che nasce da un popolo e ritorna ad un popolo, ospitando la ricerca molteplice di chiunque si disponga a leggerlo. Il registro narrativo della Scrittura, dunque, consegna alla Chiesa la sua forma di comunità ospitale, poiché solo nell’accompagnamento delle diverse vicende umane è possibile udire l’eco della rivelazione di Dio nelle cose di tutti i giorni. É così che una comunità educa, non limitandosi a dare istruzioni tecniche sulla vita, ma indicandone il senso lasciandolo emergere, in ascolto della Parola, dalla realtà stessa[6]. In questo modo la Scrittura, evento di incontro e non solo di lettura esteriore, edifica la Chiesa come spazio di ascolto ospitale.
Il registro rituale: il Sacramento come relazione
Un secondo “laboratorio” nasce dall’esperienza sacramentale. La ritualità chiede di superare una spiritualità intimistica e individualistica. Il rito, infatti, media l’incontro con il Signore nella forma della corporeità, del gesto e dei colori, del movimento e del canto, dei luoghi e dei tempi, e riconduce la comunità alla sua sorgente radunandola in assemblea, Corpo reale del Risorto. Prendere sul serio il registro rituale del Sacramento significa dunque riscoprire la celebrazione come educazione pratica alla relazione, in quanto via all’incontro con Dio[7]. In tal senso, ciò che si rivela come il momento più intimo della Chiesa viene a coincidere con la provocazione massima alla sua prossimità verso tutti.
Il principio battesimale: una ministerialità condivisa
Un terzo “laboratorio” riguarda il Ministero, che incrocia il delicato tema del potere. Una comunità educa se suscita e incoraggia una ministerialità condivisa a partire dalla corresponsabilità battesimale. La visione paternalistica e solitaria del potere ministeriale, diseducante oltre che sterile a livello pastorale, deve cedere il passo a processi reali di responsabilità condivise. Soltanto in questa direzione lo spazio ecclesiale diviene luogo che educa alla socialità aperta, al lavoro in équipe, ad una sana abitudine sinodale come stile quotidiano di vita[8].
Concludendo, il Cristianesimo, nel segno ecclesiale della fraternità ospitale, contribuisce al patto educativo rilanciando il “vivere insieme tra diversi” come spazio di iniziazione alla vita (e alla fede). Riattivare il registro narrativo della Scrittura, quello rituale del Sacramento e il principio battesimale della ministerialità significa fare di questo impegno educativo non una premessa al Vangelo, ma una forma di evangelizzazione in atto: nella sua qualità umana, prima ancora che confessionale.
* Assistente centrale del Settore Giovani di Azione Cattolica
NOTE
[1] Per una lettura della pandemia cfr. Aa.Vv., Il mondo dopo la fine del mondo, Laterza, Bari-Roma 2020.
[2] Cfr. Aa.Vv., La comunità cristiana: custode e testimone del senso, Glossa, Milano 2008.
[3] Su questo tema cfr. G.C. Pagazzi, Sentirsi a casa. Abitare il mondo da figli, EDB, Bologna 2010.
[4] Cfr. Gv 14, 1-4.
[5] Lo ricorda Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, ai nn. 101 e 102: è necessario il passaggio da una chiesa di “soci” ad una chiesa di “prossimi”. C’è un abisso tra i due termini: ambedue incrociano la forma della fraternità, ma nel primo caso si tratta di un convenire insieme per interessi personali contro altri, mentre nel secondo si tratta di una comunione che non esclude ma, ospitando chiunque venga incontrato semplicemente come uomo, assume la forma di grembo generativo, evitando la deriva elitaria.
[6] Un esempio di questa modalità di lettura è A. Wènin, Dalla violenza alla speranza, Qiqajon, Magnano 2005.
[7] Tutta l’esperienza sacramentale può essere riletta in questa direzione, come avviene in A. Grillo, Riti che educano. I sette sacramenti, Cittadella, Assisi 2016.
[8] La realtà associativa laicale può essere, in tal senso, un “corpo intermedio” ecclesiale prezioso, come risulta in V. Soncini, Luigi Serenthà. Per una Chiesa gioiosa e coraggiosa, AVE, Roma 2011.

