Cecilia Costa
(NPG 2021-03-64)
Nell’attuale contesto storico[1] si sta consumando “un’alterazione di stato della società”, dovuta alla molteplicità di fenomeni tra loro interdipendenti che vanno dall’individualismo allo smantellamento degli assetti normativo-valoriali. Infatti, la modernizzazione, la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica, oltre a favorire la comunicazione “come motore della relazionalità” e la dilatazione del sé soggettivo, hanno portato alla sconfessione di ogni sistema stabile e alla rottura dell’equilibrio socialee al potenziamento della dialettica tra individuo e società.
Inoltre, per comprendere le odierne trasformazioni c’è da rilevare che la categoria del consumo non appartiene più all’esclusivo ambito economico, ma invade tutti gli spazi del sociale, le sfere del vissuto individuale e dell’immaginario, perché consumando l’attore sociale “non solo fissa una serie di classificazioni culturali, comunica la propria posizione sociale, ma costruisce anche se stesso”. Il mutamento culturale attiva anche processi in contro-tendenza, a cominciare da una diffusa enfasi emozionale, che smentiscono le tesi di un tramonto degli aspetti irrazionali del vissuto.
Il progressivo configurarsi di una religione dell’individuo (direbbe Durkheim), l’esponenziale emozionalità e il consumo sono la causa e l’esito di differenti dinamiche, tra le quali: la crisi di legittimità del quadro istituzionale; l’alto grado di liquidità della composizione culturale e biografica; nonché l’ambivalente attrazione della mentalità post-moderna sia verso liturgie tecnologico-digitali sia verso l’irrazionale, l’immaginario e, perfino, il magico. Infatti, soprattutto l’immaginario si è fatto pervasivo, creando uno strano connubio tra realtà e narrazione irreale, per non parlare della sovrapposizione che si sta consolidando, soprattutto nel mondo giovanile, tra lo spazio sociale concreto e l’astratto cyberspazio.
In ragione della complessità culturale contemporanea e del fatto che il virtuale, l’irreale, il fantastico e l’immaginario sono alla ribalta nella nostra stagione di “umanesimo appannato”, i sociologi sono sollecitati a superare i propri definiti territori disciplinari e a sconfinare in altri ambiti del sapere per poter “guardare al di là di ciò che appare”, per interpretare zone d’ombra del sociale e dell’individuale e per arrivare a scandagliare ciò che Adorno definiva “la sacra irrazionalità della cultura”. In tale prospettiva interpretativa, risulta utile avvalersi sociologicamente della sfera dell’immaginario, che può favorire una rilevazione trasversale e di “profondità” dei vari fenomeni, perché non è solo appannaggio delle creazioni artistiche, dei miti, della letteratura o delle favole, ma informa di sé il quotidiano e le prassi razionali. Naturalmente, non si vuole rinnegare il classico paradigma teorico-metodologico delle scienze sociali, però la problematicità delle variabili odierne non consente di rimanere concentrati solo sui dati visibili, controllabili, trascurando di rilevare dei fattori che non riescono ad emergere con l’utilizzo esclusivo di una modellistica deduttiva, sequenziale e statistica. Sulla scia di queste considerazioni, per la lettura di alcune fiction televisive americane, si è adottato un approccio qualitativo, perché si sono voluti rilevare aspetti e modi poco visibili di “guardare e rappresentare il mondo”.
Alcune serie televisive americane: Le regole del delitto perfetto, Transparent e Breaking bad
In generale, nel molteplice orizzonte narrativo del fantastico, − che va dall’arte ai film e alle fiction −, si può scoprire ciò che nella realtà viene “rimosso o traslato”, innovato o preservato. Per esempio, l’immaginario a cavallo tra Ottocento e Novecento ha rivelato molti dei fermenti socio-culturali, fideistico-valoriali, di quei periodi. In molte produzioni letterarie, musicali, pittoriche, filosofiche, di quei secoli, infatti, si colgono le stabilità, le rimozioni, le problematiche di quelle specifiche epoche, ma anche i prodromi di nuovi travagli culturali.
In ugual misura, come per le stagioni storiche precedenti, l’analisi delle fiction televisive di oltre oceano rende possibile individuare le permanenze, le attuali dinamiche culturali e, in un’ottica anche comparativa, le differenze con il passato che in sintesi potrebbero essere le seguenti: gli immaginari tradizionali rappresentavano un saldo paradigma simbolico-valoriale e avevano un’unità narrativa. Nelle fiction prese in considerazione in queste pagine, − Le regole del delitto perfetto, Transparent e Breaking bad −, invece, tutto si racconta in modo disorganico, a volte contradditorio e all’insegna di un oblio degli orizzonti di significato. Per inciso, questa frammentazione narrativa non solo ha una visibilità nelle fiction ma anche nei social di nuova generazione (per esempio in Instagram), perché all’interno delle loro dimensioni virtuali si assemblano parti di quotidiano e si mettono in “vetrina” schegge di sé, in un movimento perpetuo di decostruzione e ricostruzione narrativa. Non è un caso questo rinvio ai social, perché essi testimoniano, come le fiction, quanto si stia riconfigurando il rapporto tra realtà e rappresentazione.
In sostanza, se la produzione immaginativa, nel passato, si basava su storie definite e su un quadro valoriale di riferimento, nelle fiction americane prese in esame si sconfessa questa tradizione drammaturgica, tanto da sostituire la figura dell’eroe con quella dell’antieroe e da mettere tra parentesi una visione morale, nell’intento di avventurarsi oltre ogni limite e ordine, da quello corporeo a quello etico, fino a mettere in crisi lo stesso concetto di umano.
Per andare più nello specifico, la fiction Le regole del delitto perfetto si muove su una linea di sconfinamento delle barriere etico-giuridiche. La storia nel suo insieme è destrutturata, così come non ha una sua forma definita la personalità della protagonista, Annalise Keating, avvocato e docente universitario. Lo stesso impegno professionale di Annalise non è teso all’applicazione della legge, ma ad aggirare le norme giuridiche e ad alterare la verità, con l’unico scopo di vincere le causa, perché parte dall’idea che non c’è una demarcazione netta tra bene e male, tra innocenti e colpevoli. Si potrebbe cogliere in questo suo comportamento, anche una critica all’ordinamento giudiziario americano, ma in realtà, più che una denuncia dell’inefficacia del sistema, prevale la sua spregiudicata dialettica argomentativa. Per fare una comparazione tra l’immaginario di ieri e quello di oggi, ne I miserabili di Hugo, va in scena un’accusa contro l’impalcatura giuridica della Francia borghese di quel periodo storico, però, a differenza di quel che accade ne Le regole del delitto perfetto, lo scontro non è tra un cinico protagonismo professionale e il sistema giudiziario, ma tra l’applicazione rigida della legge, che può essere “ingiusta” per i più deboli, e la redenzione: in sostanza, c’è il confronto tra la Giustizia e la Grazia.
L’ambivalenza tra il nichilismo etico-professionale e la fragilità biografica di Annalise è ben rappresentata in una scena, nella quale, dopo aver dato “spettacolo” di sé sul palcoscenico pubblico del tribunale e dell’aula universitaria, viene ripresa nel retroscena solitario della sua camera da letto, tutta intenta alla sua “svestizione” davanti ad uno specchio: si toglie la parrucca, il trucco, appare al naturale, invecchiata e indifesa. Sempre per fare un parallelo con un immaginario classico, nel Ritratto di Dorian Gray, a differenza di Annalise, Dorian riconosce di aver trasgredito ogni codice morale; si rende conto di essere “stato rovinato da quella gioventù che egli stesso aveva invocato”, prova rimorso per ciò che ha fatto e, in un impeto di dolore, scaraventa al suolo lo specchio nel quale si sta guardando e lo calpesta. Annalise, invece, non rompe lo specchio e non esprime nessun rimorso: rimane semplicemente a guardarsi piangendo, forse non comprende bene neanche perché piange. Questa sequenza raffigura plasticamente quello che alla fine rimane di un agire senza un ancoraggio spirituale: ossia, una mesta spoliazione di un io artificialmente costruito che rimane “ostaggio” di quegli stessi limiti umani che voleva superare.
Nella fiction Trasparent, il protagonista Morton è un docente universitario in pensione, divorziato con tre figli, ai quali comunica di voler vivere come una donna. Senza entrare nelle varie vicende di cui è intessuta la storia, in questo caso il tema centrale è quello dell’annullamento dei confini biologicamente stabiliti per consentire una piena espansione di sé, in un clima di indifferenza morale. Pur se ci sono delle immagini che descrivono scene di vita familiare, queste ultime non celebrano nessuna unità, ma vogliono sottolineare, semmai, la disgregazione della comunità affettiva, della tradizione, delle istituzioni.
La fiction Breaking bad è ancora più esplicita delle altre nel portare avanti l’idea della dismissione del sistema di valori, dei paradigmi normativi precostituiti e di una rivisitazione post-moderna del rapporto con il male. Il protagonista è un professore universitario di chimica, padre e marito, al quale viene diagnosticato un cancro. Questa tragica notizia provoca in lui la voglia di rovesciare completamente i parametri etici del suo vissuto precedente, arrivando ad utilizzare strumentalmente le sue competenze scientifiche per sintetizzare nuove droghe, al fine di spacciarle e guadagnare, da questo mercato di morte, molti soldi. Per il protagonista valicare le norme sembra essere l’unica strategia per opporsi al destino della sua malattia e per sfidare la morte. Anche in questo caso, come nelle altre due fiction, vengono rappresentati il disinteresse per l’agire morale, un’indifferenza se non una “complicità” con il male e, soprattutto, un’infelicità di fondo che segna le vite dei diversi personaggi.
Qualche riflessione conclusiva
Sotto alcuni aspetti, queste fiction potrebbero essere considerate il riflesso di una volontà di scardinamento dei tradizionali equilibri presenti nei sistemi: socio-culturale, normativo-istituzionale, antropologico-biologico e identitario. A ben leggere le trame delle fiction analizzate, però, l’unica meta conseguita rinvia al disordinato sconfinamento del sé. Infatti, le tre fiction, per certi versi, sottolineano che il superamento di tutto quello che ha ordinato l’esistenza umana e ha aiutato a configurare le personalità individuali sembra portare a un disorientamento soggettivo. In definitiva, queste fiction, come alcune altre narrazioni immaginarie, a volte specchio della realtà, propongono vissuti anomici, de-simbolizzati, de-socializzati, imprigionati nell’ambigua logica del senso non senso, in balia del percettibile e dell’immanente.
Forse, queste serie televisive sembrano dirci che l’eccessiva individualizzazione del sé, la riversibilità del senso, il rifiuto di ogni ordine e limite bio-antropologico, culturale, non conducono a maggiori gradi di libertà o di felicità. O, forse, con un linguaggio drammaturgico moderno di negazione, i protagonisti di queste fiction alla fine non celebrano la dissoluzione di qualsiasi ancoraggio morale o il male, ma al contrario, attraverso la loro scelta del negativo, che li condanna all’infelicità, “ribadiscono che i valori esistono e non possono essere offesi senza che ciò provochi conseguenze gravi”. Ancora, cercando di dimostrare l’esatto contrario, queste serie raccontano che la soluzione al mistero dell’esistenza e al mistero dell’io, come ci ricorda Berger, non si può trovare se non in riferimento al Trascendente.
Infine, dall’analisi di queste fiction emergono dei sentieri simbolici contraddittori. Soprattutto, risalta in nuce un’ambivalente pro-vocazione, che potrebbe condurre su due traiettorie differenti: la prima potrebbe portare fino in fondo la ricerca di superamento di ogni etica, di ogni fede e di ogni limite. La seconda, viceversa, potrebbe far segnare una battuta d’arresto della corsa verso la desacralizzazione, l’illimitato e il post-umano, in favore di un nuovo umanesimo.
* Docente associato dipartimento di Scienze della Formazione Dell’Università degli Studi Roma Tre.
NOTA
[1] Cfr. A. Caneva, C. Caneva, C. Costa, F. Orlando, L’immaginario contemporaneo. La grande pro-vocazione delle serie Tv, Mimesis, Milano 2018.

