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    Per una pastorale di «evangelizzazione»


     

    (NPG 1968-11-36)

    Nella rivista venezuelana di orientamento SIC (ottobre 1967) è stato pubblicato un documento di Mons. Federico Didonet di Manaus (Brasile) dedicato alle situazioni pastorali deformate esistenti oggi nell'area delle vecchie cristianità.
    L'A. pensa e scrive prevalentemente per l'America Latina. Ma è facile trovare i punti di contatto con molte nostre situazioni.
    E se i riferimenti sono per una pastorale in senso generale, i problemi sono vivi e scottanti anche (e in molti casi, soprattutto) tradotti nei termini di una pastorale giovanile.
    Siamo tentati di un pronto concordismo o del successo immediato, proprio perché il «materiale» nelle nostre mani è sufficientemente malleabile o non presenta grossi spigoli. O abbiamo sempre un gruppo di vicini che ci fanno dimenticare gli altri, i tanti lontani, inafferrabili, esclusi, forse proprio È causa delle nostre tecniche d'incontro o delle nostre maldestre preoccupazioni.
    Nell'opera di rinnovamento pastorale del post-concilio, queste considerazioni, anche se scritte in chiave critica, potranno giovare ad evitare facili errori e a puntare ogni sforzo nell'essenziale compito della pastorale odierna, quello della evangelizzazione.

    Pastorale di evangelizzazione

    L'obiettivo della nostra pastorale è formare il Popolo di Dio. È raccogliere i redenti in comunità di salvezza. È portare i battezzati a vivere il loro inserimento nel Corpo Mistico. È fare di ogni cristiano un prolungamento del Verbo fatto carne, nella testimonianza della buona novella e nella partecipazione alla Vita.
    L'atto fondamentale della nostra pastorale, pertanto, è la predicazione del Messaggio. «Andate e predicate» fu il mandato di Cristo. «Io fui mandato ad evangelizzare», ripete san Paolo. «Noi ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola», sottolineano gli apostoli affidando ai diaconi le funzioni temporali della comunità cristiana. Questa è stata sempre la coscienza viva della Chiesa e la sua norma di azione. E continua ad essere la sua norma costante e la sua preoccupazione perenne.
    Ma non v'è dubbio che noi, uomini di Chiesa, non sempre in pratica ci comportiamo in questo modo. Sotto sotto ed insensibilmente si insinuano altri angoli di prospettiva pastorale ed altre vedute di azione apostolica, invertendo la scala dei valori e alterando l'ordine degli obiettivi.

    Pastorale «della pietra e del mattone»

    Molto comune ai giorni nostri. Dà il tono dominante a molte vite apostoliche. È così generalizzata da costituire un criterio importante e quasi predominante di distinzione e di merito. Di frequente si misura l'efficacia dell'azione pastorale in base alla grandezza della Chiesa, all'altezza del campanile o alla bellezza dei baldacchini.
    Se le costruzioni materiali sono necessarie e indispensabili, non si giustifica però, principalmente in questo momento storico, la priorità di questa preoccupazione. Il momento di crisi, e crisi profonda e totale, non richiede tante costruzioni di pietra e mattone, che in un istante possono essere requisite e distrutte (come lo furono a Cuba), ma invece costruzioni spirituali che i decreti e i cannoni non possano rapire e distruggere. Queste sono le costruzioni che devono rappresentare lo scopo predominante e prioritario. Più che il tempio materiale il tempio vivo delle anime. Non campanili imponenti che i grattacieli ridicolizzano, ma capi di prestigio che fermentino e conducano le masse. Non opere pompose, specchi di vanità, ma l'attuazione del fermento che rivoluziona e trasforma. In primo luogo la comunità viva dei figli di Dio e solo dopo come conseguenza, la sua casa di preghiera e di culto.
    Se solo una parte delle risorse che spendiamo in costruzioni, molte volte differibili, le impiegassimo nella formazione di militanti e di dirigenti che è urgente e improrogabile, altra sarebbe la nostra situazione. Ben altre le prospettive di soluzione, altre le possibilità di rispondere ai problemi e di programmare le realizzazioni.
    E se non siamo capaci di imparare un po' più rapidamente questa lezioni dei tempi - che è la voce di Dio - non meravigliamoci di quello che è capitato ai cattolici cubani i quali in ventiquattr'ore perdettero il lavoro ed i sudori di più di vent'anni di pastorale «della pietra e del mattone»! E non veniamo fuori col discorso ingenuo, capzioso e superato che il Cristo dei nostri templi merita il meglio. Sì, è una verità incontestabile e testimoniata da Cristo stesso nella cena dell'alabastro. Però non è tutta la verità. Perché il Cristo nel prossimo è lo stesso Cristo dell'eucaristia, sebbene con una presenza diversa. E trascurare il Cristo nel prossimo, che soffre la fame e le malattie per adornare templi che, molte volte, sono più ostentazione di vanità che amore a Cristo, non pare molto evangelico né in accordo con la voce dei tempi.

    Pastorale delle mense e dei soccorsi

    La Chiesa è sempre stata pioniera delle realizzazioni di carità e di assistenza sociale. Grazie a Dio la maggior parte delle opere sociali sono di sua iniziativa o di sua ispirazione. E questa è un'apologetica viva e una testimonianza perenne di vitalità cristiana. Però non è questa la missione specifica del sacerdote. Non deve essere la sua preoccupazione caratteristica. La sua parte sarà quella di formare e di consigliare i laici perché assumano questa responsabilità e questo compito. Compito che dovrà consistere in un ampio e sistematico sforzo di promozione umana, trattandosi non solo di aiutare i bisognosi, ma anche di comprendere e di sanare la fonte dei mali sociali. E non in modo paternalistico, come tende a fare la mentalità borghese e certa mentalità clericale ma attraverso la dinamizzazione delle forze latenti della comunità, aiutata e potenziata dai soccorsi esterni. Nella linea normale dell'autentica pastorale evangelica non rientra il fatto che il sacerdote venga assorbito in opere di assistenza e carità. Egli deve invece formare il popolo cristiano in modo tale che dalla sua comunità fioriscano naturalmente opere e istituzioni di aiuto fraterno.

    Pastorale della pratica sacramentale

    I sacramenti sono fonte di vita e canali di grazia. Qui sta l'aspetto essenziale della nostra missione sacerdotale. Disgraziatamente però succede che noi continuiamo ad amministrare i sacramenti ad un popolo ignorante e paganizzato. Eseguiamo riti che non sono compresi e tantomeno assimilati e vissuti. Stiamo meccanizzando i segni della grazia. Più efficace, ad esempio, che passare giorni e settimane a distribuire macchinalmente assoluzioni ad un popolo impreparato, a noi parrebbe promuovere una buona e solida evangelizzazione, in modo da portare ad un incontro vitale con Cristo mediante un sincero pentimento, spiritualmente più efficace che la mera ripetizione abitudinaria e meccanica di un segno della grazia.
    È un equivoco ed un'illusione da parte nostra pensare di amministrare i sacramenti a un popolo cristiano quando questo, in verità, vive nell'ignoranza, alla superficie e al margine del Vangelo. L'amministrazione dei sacramenti presuppone la evangelizzazione sistematica e adeguata alla fisionomia dei tempi, che sia un'autentica presentazione di Cristo vivo nella Chiesa.

    Pastorale di preservazione e di difesa

    È quella che abbiamo praticato in gran parte fino ad oggi nella formazione dei nostri cristiani. Ci siamo limitati a preservarli dal male, cosa che per altro non abbiamo ottenuto. Li abbiamo orientati verso atteggiamenti chiusi e negativi di non-contaminazione. Non abbiamo dato loro la mistica missionaria né li abbiamo lanciati alla conquista degli altri.
    E perciò abbiamo ottenuto così poco.
    Oggi che il male penetra da tutti i lati e da tutti gli angoli, attraverso i mezzi più vari, avvolgenti ed insinuanti, al cristiano non basta un atteggiamento di difesa. Una guerra difensiva può portare soltanto alla sconfitta. Né si può e si deve isolarlo per impedire che l'influenza del male lo raggiunga. È certamente necessario, secondo la terapeutica moderna, vaccinarlo contro il contagio del male, tonificandolo dal di dentro. È precisamente necessario dargli la mistica della conquista, della testimonianza viva, di una presenza attiva ed irraggiante. È necessario responsabilizzarlo ed entusiasmarlo per il Messaggio, del quale egli non è un padrone o un «possessore» pacifico, ma un depositario e un banditore. Depositario preoccupato e banditore dinamico della buona novella di salvezza. Perché il cristianesimo, più che un'organizzazione mondiale, deve essere una perenne rivoluzione spirituale.
    Analizzando la sconfitta dell'avversario, un candidato vincitore diceva qualche tempo fa: «ha perduto per mancanza di un messaggio positivo».
    Applicandolo alla vita cristiana si può dire che è per mancanza di un messaggio positivo ben predicato e meglio vissuto che noi conquistiamo così pochi cristiani e ne perdiamo tanti altri.

    Pastorale borghese dell'attesa

    È passato il tempo della pastorale della cristianità in cui i fedeli venivano a cercarci. Oggi a noi s'impone una linea di ricerca e di penetrazione degli ambienti, di infiltrazione nei diversi luoghi sociali. È necessario limitare il tempo dei diversi adempimenti burocratici - che per altro sono necessari - per dedicare più spazio alla ricerca missionaria.
    La Pastorale della ricerca è più difficile e faticosa di quella d'attesa. Cristo non stette fermo nel tempio, né soltanto nelle sinagoghe per parlare al popolo. Egli fu alla ricerca giorno e notte. Con la samaritana sull'orlo del pozzo, con Nicodemo nel silenzio e nella quiete della notte, con la moltitudine sulle rive del lago e nella pace del deserto. E gli apostoli non stettero ad aspettare che i convertiti calassero attraverso il tetto del cenacolo.
    Pastorale di ricerca e di conquista affannosa, è questo l'imperativo dell'ora presente. Così fanno gli adepti del marxismo, i quali si infiltrano da tutte le parti, portano con convinzione ed ardore messianico il loro messaggio rivoluzionario e trasformatore ed esponendosi ad ogni sorta di sacrifici, privazioni e contrarietà.

    Pastorale da ghetto e associazioni sclerotiche

    Le nostre associazioni classiche prestarono ottimi servizi in passato in tutti i campi dell'apostolato. E alcune di esse continuano a servire la Chiesa con molto zelo, dedizione ed efficacia apostolica. Chi negasse questo andrebbe contro la verità e peccherebbe contro la carità.
    Però è anche vero che molte volte pare ci sia un'eccessiva perdita di tempo con associazioni inoperanti, la cui attività si limita più o meno a fare riunioni e a stendere verbali da leggere e da approvare nelle riunioni successive. Se non sarà possibile vitalizzare tali associazioni e lanciarle alla conquista, allora meglio sarà lasciarle perdere per crearne altre più adeguate alla dinamica dei tempi. Volerle conservare malgrado tutto, solo per amore della tradizione. sarebbe coltivare i tabù e servirsi «di» Cristo. Associazioni che servano solo ad occupare il tempo del sacerdote non hanno ragione d'esistere. Perché il problema non è come salvare le nostre associazioni, ma invece come servire meglio la Chiesa, con o senza associazioni. In ciò non v'è alcun dispregio delle associazioni valide, ma soltanto il desiderio di mettere i valori nella giusta gerarchia. In altre parole non merita alcun dispregio il cittadino che, per anni, ha servito la comunità con un lavoro onesto e costante.

    Pastorale di «archivio e museo»

    È l'impressione che si ricava da certe parrocchie anchilosate nella passività della routine o nell'immobilismo di una contemplazione estatica del passato. Preoccupate di custodire arredi e di conservare monumenti. Spendendo sproporzionatamente tempo e denaro in commemorazioni giubilari e centenarie. Parrocchie che confondono l'intensità della vita cristiana con la tecnica e la perfezione dello schedario. Che ritengono di camminare al ritmo del cristianesimo quando l'archivio è in ordine durante la visita pastorale. Che registrano come segni di progresso i bilanci chiusi in attivo. Non siamo contro l'archivio e il museo i quali hanno la loro funzione in una concezione completa dell'amministrazione. Siamo soltanto contrari alla trasformazione delle comunità parrocchiali in depositi di realtà fossilizzate o in scuole di arcaismi superati. Siamo contrari alla tendenza di guardare più al passato che non al presente e al futuro.
    Il tempo che viviamo, con il suo affollarsi di problemi che esigono soluzioni immediate, non è il tempo di mera contemplazione del passato o di riminiscenze nostalgiche. Niente burocrazia ipertrofica o predilezione per i monumenti storici da conservare, a svantaggio delle situazioni presenti. La nostra pastorale deve affrontare con obiettività e coraggio il presente, costruendo sopra ad esso la fisionomia dell'avvenire. Il passato dovrà servire non a compiacenze vanitose o a mere commemorazioni festive, ma invece a rendere meno tortuose le strade del domani. Assai più che i monumenti del passato ci sembra che debbano interessarci i problemi vivi e palpitanti del presente. Anziché i ruderi di civiltà scomparse dovremmo visitare i laboratori delle esperienze nuove. Anziché semplici commemorazioni fare programmi e valutazioni serene ed obiettive.

    Pastorale di «mano franca» e di «astuzia»

    Una delle prime impressioni che lo straniero riceve quando viene in queste terre d'America è la normalità del disordine che esiste nei nostri sistemi burocratici. Cercando di adattarsi a questi «modus vivendi» e «modus operandi», egli penetra in tutte queste maniere di «saperci fare», sotterfugi e inganni nei confronti della verità, della giustizia e del diritto. Disgraziatamente vi è tra noi un'abilità stupenda per rigirare qualsiasi principio ed evadere qualunque legge o regolamento. D'altra parte i legislatori stessi, a volte, lasciano appositamente dei varchi attraverso cui si possa sfuggire alla legge.
    Ma, ciò che è peggio, questa mentalità del «saperci fare», coscientemente o inavvertitamente, sta raggiungendo persino gli stessi predicatori del Messaggio. Allegando finalità buone ed apostoliche, si utilizzano poi un linguaggio e degli espedienti che non corrispondono al «sì» o al «no» del Vangelo. Prendendo come pretesto che il costume consacra la legge, persino nell'apostolato ci si dà a certi «modus operandi» assai dubbi, fuori di una mediazione legittima e autentica.
    Se per «saperci fare» si intende comprensione e adeguamento alle persone, soavità e delicatezza nel trattare, intelligenza ed inventività nella selezione e nell'adattamento dei mezzi ai fini, siamo tutti d'accordo. Però se si vuol dire invece, se si vuole consacrare il principio che è lecito fare ciò che tutto il mondo fa, allora la nostra risposta è il «no» formale e categorico del Vangelo. Diversamente che forza avrebbe la nostra predicazione apostolica? Che autorità potrebbero avere la nostra denuncia e la nostra condanna degli abusi e delle violazioni che tragicamente stanno corrodendo i fondamenti della nazione?
    E lo stesso dicasi se per «saperci fare» si vuole intendere un'influenza naturale dl ordine meramente umano, che porta a porre quasi in secondo pi no la forza dell'evangelizzazione e il potere della grazia sacramentale.

    Pastorale del silenzio e del calcolo

    È l'atteggiamento di coloro che chinano la schiena davanti ai grandi e ai potenti. È la simbiosi permanente con i rappresentanti dei poteri costituiti. Appoggiando sistematicamente, con la parola e con il silenzio, i loro atti, anche quando esorbitano dalle loro funzioni legittime. Per non crear questioni o non perdere favori o sovvenzioni essi tralasciano d accusare e condannare violazioni della giustizia e del diritto. Assistono in silenzio all'oppressione dei poveri e degli umili, alle persecuzioni e agli arbitri, alla corruzione amministrativa, allo sperpero del denaro pubblico e all'incuria nel trattare gli affari pubblici.
    Il nostro deve essere un atteggiamento di rispetto nei confronti dei poteri costituiti. Di appoggio a giusti provvedimenti governativi. Di collaborazione in tutte le iniziative in favore del bene comune. Collaborazione tra i due poteri indipendenti che si completano nella visione integra e dell'uomo. Mai sacrificando la verità e la giustizia. Mai con il silenzio di fronte alla flagrante violazione della legge di Dio e delle giuste leggi umane. Mai con l'ipertrofia del potere civile e il servilismo di quello religioso.
    Non v'è cosa più preziosa, alla quale mai si possa rinunciare neppure di fronte alla violenza, della libertà apostolica di dire la verità, tanto agli umili come ai potenti, benché sempre con carità. Questo è l'atteggiamento eminentemente evangelico, testimoniato con vigore in tutta la storia della Chiesa.

    Pastorale della «raccolta dei ritagli»

    Il cristianesimo non è solo un insieme di pratiche. Né un mero sistema dottrinale o filosofico. E neppure una religione a fianco o in testa alle altre. Il cristianesimo è qualcosa di nuovo, originale e inedito. È una storia viva. È un fatto storico: il Verbo fatto carne. Il Verbo che assume l'umanità e la redime facendola Corpo suo.
    Donde la vita cristiana deve essere un'unione vitale e organica con Cristo. Un'adesione cosciente e personale a Cristo. Una compromissione d'amore con Lui. Il cristiano un uomo nuovo con una vita nuova. Che prende Cristo non solo come oggetto ma anche come punto di partenza, come norma di pensiero e come misura di tutto. Un uomo «convertito» nel pieno significato del termine, un uomo che ha subito una metamorfosi ed è radicalmente trasformato, nel suo modo di pensare e di agire. Un uomo che accetta il rischio dell'avventura e non si accontenta di cercare un rifugio o una consolazione. Un uomo che liberamente prende su di sé l'eredità di una Croce. Abbraccia il paradosso. Accetta un mistero: il mistero di Cristo vivo nella Chiesa, senza le distinzioni razionali degli schemi teologici.
    È così che noi presentiamo il cristianesimo agli uomini? Molte volte abbiamo predicato loro una religione stretta, mediocre, meschina. Un codice di precetti negativi, di restrizioni, proibizioni ed anatemi. Una dottrina senza originalità, non una sintesi. Una filosofia o una religione a fianco o in testa alle altre. Un insieme di pratiche senza motivazioni né connessione intima e vitale. Riassumendo: «una raccolta di ritagli». È indispensabile tornare al Vangelo vivo. La predicazione «carismatica» di s. Paolo e dei primi cristiani. La catechesi della profondità e dell'interiorizzazione donde la teologia si fa mistica operante; la morale, spiritualità dinamizzatrice, e i sacramenti, misteri profondamente inseriti nella vita.

    Pastorale dell'«anti» e del «contro»

    Si vedono di frequente cristiani e sacerdoti che, preoccupati per l'integrità del patrimonio della fede - e a volte ancor di più per il patrimonio - da tutte le parti e in tutti gli angoli immaginano e vedono avversari ed eretici. Dappertutto e in tutti i volti vedono fantasmi di massoni, spiritisti e comunisti. Ovunque agenti segreti, o travestiti dell'eresia e della malvagità. E, animati da una mentalità di correttori tipografici, davanti a costoro seguono la tattica del combattimento e della aggressività, non solo dottrinale, ma anche talvolta personale. Arrogandosi il diritto di giudicare le coscienze nel foro esterno, non si limitano a denunciare l'errore ma giungono fino alla condanna di coloro che errano, senza alcuna considerazione di una possibile buona fede, dinanzi alla quale sarebbe più cristiana ed evangelica una buona dose di comprensione e di bontà. È la pastorale, già superata, dell'«anti», la cui bandiera tuttavia sventola ancora in certe case parrocchiali e in certi conventi, in certe chiese e persino in certe cattedrali.
    La nostra posizione e la nostra tattica non si caratterizza per nessun «anti». Ciò che ci identifica e ci contraddistingue è l'adesione ad un messaggio positivo che vogliamo trasmettere a tutti con entusiasmo e amore, anche verso coloro che ci odiano e ci perseguitano. Così, come non è con le tenebre che si può disperdere l'oscurità ma con un raggio di luce, così egualmente non sarà con parole di odio che potremo combattere il male. L'importante è la chiarezza nel definire la verità, la decisione nel denunciare l'errore, la fermezza nel combattere la corruzione, ma sempre però «veritatem facientes in caritate». Sempre con la preoccupazione di far risaltare la verità e il bene. E senza entrare nei giudizio delle intenzioni, che solo Dio conosce, al quale spetta il diritto sovrano di giudicare.

    Pastorale di monopolio clericale

    Eredità di un passato remoto, in cui la cultura e tutta la fisionomia della società aveva un carattere sacro di integrazione attorno ai valori spirituali. In cui la Chiesa dominava le strutture e le istituzioni, al vertice della cui piramide stavano sempre i valori religiosi o morali. Quando il Papa tracciava le frontiere tra le nazioni, dirimeva i conflitti, incoronava e deponeva re e imperatori. Quando i vescovi erano anche principi secolari e i parroci erano praticamente i capi delle comunità. Quando la parola ''Padre" - come ancor oggi si usa nell'ambiente rurale - era un dogma e una legge in tutti gli aspetti della vita umana, da quello ricreativo a quello spirituale.
    Senza entrare in apprezzamenti e valutazioni su tale mentalità e strutturazione sociale, il fatto indiscutibile è che oggi stiamo vivendo una cultura profana, secolare, pluralistica e non integrata a valori più alti, in cui la religione non sta al vertice o al centro, ma semplicemente è parallela alle altre istituzioni che polarizzano l'interesse degli uomini. E in questo ordine sociale la Chiesa non potrà né dovrà dominare le istituzioni e le strutture temporali, ma informarle, ispirarle, e vivificarle.
    E questa influenza sulle strutture dovrà essere realizzata attraverso i laici, coi quali il sacerdote dovrà dividere le responsabilità della comunità cristiana. Dovrà pertanto essere condannato ed escluso il monopolio clericale di coloro che, trattando i laici come bambini, pretendono di fare tutto da soli. Eliminata la sfiducia di coloro che non ammettono iniziative che partano dal laicato. Superata l'autosufficienza dei capi clericali («caciques» = capi tribù degli indios) che non concepiscono suggerimenti o programmi che non abbiano il sigillo della loro ispirazione e direzione personale e diretta.
    Evidentemente per questo i nostri laici devono essere formati. Formati e non immessi in modo improvvisato, come ragazzi o minorenni senza criterio e responsabilità. Formati attraverso le basi di una vita cristiana di sapore e di sostanza evangelica. Formati ad una adesione vitale a Cristo, e non solo ad una simpatia personale per il sacerdote. Solo con laici che sappiano scoprire Cristo e sappiano compromettersi con il Suo amore potremo realizzare il lavoro dell'evangelizzazione e della conversione delle anime, che può essere fatto solo «in comunità» e «attraverso la comunità».

    Pastorale di apologetica e di polemica

    Non è nostra intenzione deprezzare o minimizzare l'apologetica, antica come la Chiesa, in vigore fin dai primi tempi dell'evangelizzazione. È la giustificazione sia della legittimità del cristianesimo, sia del rifiuto delle obiezioni e delle accuse contro Cristo e la sua Chiesa. È un'opera di ragione, mostra che l'atteggiamento della fede è ragionevole e che la posizione dell'incredulità è insostenibile. È una specie di salvacondotto perché la fede, dono di Dio, sia un ossequio razionale. Ma la prova della fede non vale a convincere gli increduli. Di qui l'errore di voler convincere coloro che non hanno fede con mere ragioni apologetiche. Il risultato potrebbe invece essere, talvolta, quello di confermarli nell'errore. Perché l'accettazione delle verità della fede non si basa su argomenti razionali, i quali costituiscono una mera condizione.
    L'essenziale nella presentazione del cristianesimo non è dimostrare che esso è ragionevole, utile o necessario, o che costituisce uno strumento dell'ordine sociale vigente. Esso non è solo per l'utilità degli uomini o a difesa dell'ordine stabilito, ma è prima di tutto per la gloria del Padre attraverso il Verbo fatto carne. Evangelizzare significa presentare la buona novella, incarnata dal Cristo vivo nella Chiesa, che è il suo corpo, del quale tutti siamo membra vive.

    Pastorale di numero e di massa

    La preoccupazione di molti è vedere le chiese piene, comunioni numerose, file senza fine di penitenti e processioni interminabili. E, con ciò, sono contenti, pensano che tutto vada a vento in poppa. Non pensano che, tra i comunicanti e i penitenti, possano esserci praticanti dello spiritismo o simpatizzanti delle tesi marxiste. Dimenticano che, malgrado le numerose comunioni e le processioni spettacolari, nel momento della crisi potranno ritrovarsi soli. Dimenticano che semplici questioni politiche potranno dividere questi fedeli, farli scomparire e farli allontanare dalla Chiesa per fargli fare fronte comune con i suoi avversari e nemici. Il problema fondamentale dell'opera presente - che invece non riusciamo a comprendere - è la scoperta e la formazione di «leaders» per fermentare attraverso essi, e guidare le masse. Senza leaders dell'ambiente, formati nell'azione, mai si potrà fare affidamento sulla massa. E noi abbiamo davanti, patente e cristallina, l'esperienza delle associazioni di classe, composte da cattolici che servono da strumenti e da «utili idioti» alla causa del marxismo e del capitalismo liberale.
    È quello che sempre non capiamo. E per questo la nostra è la situazione di una maggioranza che però non realizza. Di una maggioranza che va alla briglia e al seguito di un gruppo di avventurieri e di pirati, elevati da lei stessa ai posti di comando, che furono trasformati in orge carnevalesche.

    Pastorale di guerriglie ed eroismi individuali

    Se fino a un certo punto sono promettenti i tentativi di pastorale d'assieme che si stanno abbozzando in diversi punti del territorio nazionale, d'altra parte è profondamente doloroso, rattristante ed angustiante vedere ancora tanto lavoro fatto più o meno a caso, per l'ispirazione del momento o per iniziativa di individui o gruppi disarticolati e senza coordinamento. In una epoca profondamente segnata dalla dimensione sociale e da una tendenza irresistibilmente comunitaria, di fronte ai problemi che sono di dimensioni nazionali, continentali e mondiali, noi ci presentiamo generalmente con soluzioni improvvisate e palpiti individuali, con movimenti angusti e fatti a dimensioni di individui o famiglie religiose, moltiplicando così le iniziative senza una visione d'assieme, senza linee di coordinamento e d'interscambio con una pluralità slegata e perciò spesso nociva agli interessi della comunità cristiana.
    Le «guerriglie» e gli eroismi individuali - che si direbbero meglio egoismi individuali - potranno forse risolvere qualche battaglia, non decideranno mai una guerra. E la nostra attuale situazione è di guerra totale, donde la mancanza di una pianificazione costituisce la premessa certa alla sconfitta e, pertanto, tradisce Cristo e la sua Chiesa. Fino a quando questo tradimento continuerà impunemente nel cristianesimo o, meglio, in seno alla Chiesa?

    Concludendo

    La nostra missione è quella di evangelizzare. Evangelizzare perché viviamo in un clima generale di neo-paganesimo, soprattutto ne paesi così detti cristiani. Paganesimo aperto o dissimulato nella complessità della vita. E tuttavia nella linea del pensiero e della fede può avvertirsi fisicamente il disconoscimento delle verità di base e fondamentali. O, come dice Claudel «I cattolici non solo non conoscono il Vangelo, ma neppure si rendono conto di ignorarlo».
    Usciamo dall'equivoco e dall'illusione e passiamo a guardare la realtà il cui tono paganizzante impone una decisiva evangelizzazione, senza la quale contribuiremo ad amministrare sacramenti senza riflesso nella vita e senza influenza sulle strutture. Senza la quale assisteremo passivamente alla paganizzazione di una nazione tradizionalmente cattolica.
    Evangelizzare vuol dire presentare Cristo vivo nella Chiesa, irradiare con ardore le ricchezze della buona novella. Significa dinamizzare non solo una dottrina e un codice, ma la chiamata e la seduzione di una Persona. Significa dare una testimonianza viva, sempre inseparabile dalla parola evangelizzatrice. Testimonianza che è l'affermazione di una realtà in nome di una esperienza vissuta. La forte e beatificante esperienza della realtà splendente del cristianesimo. Cristianesimo che è adesione vitale al Verbo fatto carne, nel tessuto vivo e palpitante di un organismo in cui circola l'esplosione della vita trinitaria.
    La nostra pastorale è la pastorale dell'evangelizzazione, alla quale finalità dobbiamo condizionare tutti i mezzi, senza inversioni pragmatiste né priorità immediatiste. Senza fare dei mezzi fini, e senza perdere mai di vista gli obiettivi finali.



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