L'eucaristia riunione di una comunità



    Joseph Aubry

    (NPG 1969-02-04)

    Con questo articolo, il nostro collaboratore J. Aubry inizia uno studio sistematico sugli aspetti comunitari della Eucaristia. La sua riflessione che nasce da quella sicura conoscenza teologica, patristica e biblica che i nostri lettori già apprezzano, fiorisce in continui riferimenti pastorali e pedagogici: è un'analisi pensata soprattutto in vista della educazione alla partecipazione alla messa per gruppi e comunità giovanili.
    Tutti i sacramenti interessano direttamente la Chiesa e, in essa, le singole comunità locali. L'Eucaristia è però il sacramento «della» comunità come tale, dei cristiani proprio perché membra della Chiesa, visibilizzata nei termini spazio-temporali della Chiesa locale. È la comunità cristiana che è chiamata a ricevere e a celebrare l'Eucaristia; ed è essa l'oggetto delle grazie proprie del sacramento.
    Dopo un approfondimento di queste premesse, l'A. si diffonde nello studio particolareggiato (che forma il tema di questo primo articolo) della Parola - liturgia della parola nell'accezione più ampia: dalla prima parte della messa a quasi una filigrana di tutta la celebrazione - tono di Dio e risposta dell'uomo, considerata nella sua componente comunitaria.
    A J. Aubry è stata recentemente affidata una responsabilità molto impegnativa che lo allontanerà dall'Europa per alcuni anni. Non sappiamo perciò se riusciremo ad essere fedeli e puntuali nell'offrire gli articoli successivi: ce lo auguriamo come contributo di servizio per lo studio del tema di quest'anno.

    Significato del tema di studio di quest'anno: l'Eucaristia è propriamente il sacramento della comunità

    La tradizione, non senza una profonda ispirazione, ha chiamato l'Eucaristia a il santo sacramento», vale a dire il sacramento per eccellenza; essa realizza al massimo e in un modo originale tutte le realtà che definiscono un sacramento; ed è il sacramento-vertice verso il quale gli altri sei convergono e dal quale pure promanano. Questa situazione unica dell'Eucaristia nel mondo sacramentale è dovuta a molteplici ragioni. Ma la più tipica è questa: l'Eucaristia è il sacramento della Chiesa come tale, il sacramento della comunità, di ogni comunità cristiana (la comunità religiosa è una di queste e anche ogni gruppo composto da educatori cristiani e dai loro giovani battezzati).
    Certo tutti i sacramenti interessano direttamente la Chiesa e in essa la comunità parrocchiale e diocesana; tutti sono amministrati da lei e per lei. Tuttavia gli altri sei sono dei gesti del Cristo e della sua Chiesa sui tali e tali individui per situarli e santificarli all'interno della Chiesa. Sono passi individuali di questi cristiani per inserirsi nella struttura e nella vita della Chiesa. Per esempio non è affatto contrario al senso intimo del Battesimo, della Cresima, della Confessione... che si presenti un cristiano solo alla volta e sia l'oggetto della loro grazia sacramentale. Mettiamo due per il Matrimonio: è indispensabile ma però sufficiente. Al contrario l'Eucaristia è un sacramento a cui si accede in più insieme, il cui significato stesso e le esigenze interne reclamano che vi ci si accosti nel maggior numero possibile. È il sacramento non di una serie di individui cristiani radunati e giustapposti, ma dell'assemblea come tale, dei cristiani in quanto membri correlativi di una stessa Chiesa, che è universale e nello stesso tempo locale (cioè la parrocchia o la comunità o il tal gruppo di giovani). È la comunità cristiana che celebra e riceve l'Eucaristia: è lei che è l'oggetto proprio delle grazie specifiche del sacramento; lei che vi si esprime, che crea la sua unità, giacché ogni membro vi si esprime in quanto legato agli altri, e Dio non raggiunge personalmente ciascuno se non in quanto membro della comunità. Questo fatto è unico tra tutti i sacramenti: in breve: sei sacramenti sono sacramenti degli individui nella Chiesa; l'Eucaristia è il sacramento della Chiesa.
    Per capirlo basta del resto riferirsi alla sua istituzione: celebrare la messa è rifare ciò che Gesù ha fatto durante la Cena, attorniato solennemente dai 12 Apostoli, vale a dire dai 12 capi del nuovo Israele, includendo in essi già tutta la Chiesa. Egli celebrò in quella occasione il banchetto pasquale della nuova ed eterna Alleanza di Dio con tutti gli uomini, rimpiazzando definitivamente il banchetto pasquale giudaico che celebrava e rinnovava ogni anno l'Alleanza di Dio con un popolo, il popolo d'Israele. L'Eucaristia è la riunione e il banchetto di famiglia dei cristiani. Per diversi secoli i cristiani, alla domenica, non dicevano: «Bisogna che vada a messa», ma: «Bisogna che vada all'assemblea». Per questa ragione il tema eucaristico di quest'anno consisterà nel vedere e vivere l'Eucaristia come il sacramento che ci raccoglie in quanto comunità e che impegna ogni volta i nostri sforzi in atteggiamenti e attività di carità, di dialogo e di unità. In questo articolo e nei seguenti vedremo come tutta la messa, al ritmo delle sue diverse parti, è sacramento dell'unità.

    NELLA MESSA, DIO PADRE INVITA LA SUA FAMIGLIA A RACCOGLIERSI PRESSO DI LUI, ATTORNO A SUO FIGLIO

    Nella famosa Prima Apologia, scritta verso il 150, S. Giustino comincia così la sua descrizione dell'Eucaristia domenicale: «Nel giorno detto del sole, tutti i nostri che abitano in città o nei campi si riuniscono in uno stesso luogo» (67-3). Questo è il primo gesto della messa: fare la «sinassi», cioè l'assemblea.
    Ed infatti la prima caratteristica di un banchetto è quella di radunare, su invito, un certo numero di persone già legate tra loro in qualche modo, e che il banchetto stesso ravvicinerà ancor più strettamente. La messa, banchetto pasquale, è prima di tutto riunione di una comunità locale di credenti salvati da Gesù Cristo e ufficialmente aggregati a Lui in seguito al Battesimo e alla Cresima. Questa ricostituzione visibile della Chiesa non è una pura preparazione né una semplice formalità dell'azione eucaristica: è invece il suo primo atto e il suo primo significato: Dio Padre riunisce effettivamente i membri dispersi della sua famiglia, e il Cristo risuscitato i membri del suo Corpo vivente.

    1. L'Eucaristia presuppone l'esistenza di una reale comunità di credenti e di gente che si ama

    La messa non è per i non credenti. E non è neppure per i catecumeni se non nella prima parte. Per chi è allora, e quali sono le esigenze minime perché vi sia l'oggetto della convocazione divina a radunarsi? Essa è per i battezzati, già uniti nella Chiesa dalla fede e dalla carità, ma abitualmente dispersi nel mondo dove lavorano come buoni cittadini e testimoni del Cristo.

    a) Una comunità che, nella fede, si sforza già di superare le differenze umane e spirituali
    Sono invitati alla messa tutti i battezzati realmente credenti. Ora il battesimo e la fede hanno come effetto primo di radunare gli uomini nel Cristo e nella Chiesa, al di sopra delle categorie che le istituzioni o i moti spontanei umani determinano in gran numero, causando spesso ferite profonde: «Voi tutti, quanti foste battezzati in Cristo, avete rivestito il Cristo: non conta più l'essere giudeo o greco, né l'essere schiavo o libero, né l'essere uomo o donna; poiché voi tutti siete un essere in Cristo Gesù; voi siete tutti figli di Dio, per mezzo della fede in Lui» (Gal 3,26-28). Questo si deve manifestare visibilmente nell'assemblea eucaristica.
    Essa è dunque una sfida alle categorie sociali, politiche e culturali. La Chiesa primitiva non ha mai consentito una messa per i patrizi e un'altra per gli schiavi. Il più umile operaio oggi deve potersi sentire alla messa figlio di Dio allo stesso modo e a fianco del professore d'Università. E il più umile negro degli Stati Uniti dovrebbe potersi sedere accanto al bianco (e il fatto che non lo possa fare è uno scandalo e un'ingiuria al Cristo e al mistero della sua Chiesa, ciò che diceva anche S. Paolo ai Corinzi, presso i quali i ricchi impinzati si tenevano distaccati dai poveri: cf 1 Cor 11,17-22).
    Allo stesso modo la Chiesa ha sempre respinto la tentazione donatista di una assemblea di «puri» e di aristocratici spirituali. La parabola evangelica degli invitati al banchetto del figli del Re (Mt 22,1-14) si applica in primo luogo all'appello della fede e del Battesimo, ma il suo significato si prolunga poi fino all'Eucaristia: sono i poveri miserabili dei crocicchi delle strade che sono chiamati al banchetto dell'amore; all'entrata della sala del banchetto (la Chiesa) il Battesimo li ha rivestiti dell'abito nuziale. Non ce ne vorrà un altro in più per il banchetto eucaristico: la messa è per tutti i credenti sinceri, quindi non soltanto per i monaci o i perfetti! Sono tutti dei poveri peccatori salvati gratuitamente dall'Amore misericordioso, e sempre peccatori anche se membra reali della «santa» Chiesa. Si suppone siano animati almeno da un inizio di pentimento coraggioso, ma la maggioranza senza dubbio sono ancora ben mediocri!
    Per questo il primo atto di tutti i convocati all'Eucaristia, ministri compresi, sarà quello di riconoscersi peccatori, e tuttavia sempre amati e salvati, e quindi di umiliarsi (Confiteor, Kyrie), ma però nella confidenza gioiosa (canto d'entrata, Gloria).
    Tutto questo mantiene il suo significato anche a livello di istituto di educazione. Da una parte la messa è per i giovani che hanno la fede viva e la frequenza delle messe dev'essere commisurata a questa fede. Dall'altra parte non vi sono, alla messa, né intelligenti né «ultimi della classe», né sportivi né gracilini, né figli di papà né poveri, né tipi «chic», né caratteracci... non vi sono che dei fratelli «per i quali il Cristo è morto» e dei figli del Padre, tutti amati così come sono, tutti incamminati volentieri verso il loro Salvatore e il loro Padre.

    b) Una comunità che, nella carità, si sforza già di vivere relazioni fraterne
    Cosa faranno questi cristiani chiamati alla messa? Celebreranno insieme il mistero dell'Amore che li tiene tutti uniti. Ciò che realizzerà la loro assemblea, non sarà né la violenza, né la costrizione, né l'entusiasmo fittizio di un meeting, né l'emozione passeggera di uno spettacolo; sarà invece la coscienza soprannaturale del mistero che qui si compie: essi sono la famiglia di Dio, e come in ogni famiglia, essi mutuano la loro unità dall'interno e si amano.
    Ogni assemblea eucaristica degna di questo nome suppone una preoccupazione e una atmosfera fondamentale di carità, che cerca di avvicinarsi a quella che Gesù Cristo creò all'ultima Cena, banchetto fraterno durante il quale fu promulgata la legge suprema: «Amatevi!». L'ha detto lui stesso molto chiaramente: «Non andare a presentare la tua offerta all'altare prima di esserti riconciliato con tuo fratello» (Mt 5,23-24). Questa coscienza di famiglia soprannaturale fuori di ogni convenzionalità risulta difficile per gente che non ha già un minimo di rapporti e di rapporti fraterni. Una comunità umana di base è indispensabile alla realtà fruttuosa dell'assemblea liturgica. Gente che non si conosce affatto, o peggio individui che nutrono indifferenza o disprezzo l'un l'altro, come possono cantare o offrire «con un cuore solo» e dire con verità «Padre nostro»? Così l'Eucaristia supera senza dubbio le leggi sociologiche, ma senza ignorarle, anzi utilizzandole.
    Questo vuol dire che la messa è facilitata dalla preesistenza di una reale comunità umana. E più regnerà «lo spirito di famiglia» (la fede si suppone), più questa comunità sarà capace di riunirsi insieme per un'azione santa che, a sua volta, accrescerà lo spirito di famiglia e la fede. Ma confratelli che non avranno fatto lo sforzo di una vera azione comune, avranno lo stato d'animo necessario per celebrare insieme l'Eucaristia?...

    2. Il primo atto dell'Eucaristia è la convocazione e la riunione della comunità fatta da Dio

    a) Dio Padre ha l'iniziativa di convocare e riunire insieme i suoi figli presso di Lui
    Da punti diversi ci si «ri-unisce» per la messa, in uno stesso luogo, chiamato «Chiesa», che, con la sua costruzione, simboleggia il fatto di riunirsi insieme e nello stesso tempo lo rende possibile: è la casa di Dio Padre e del Cristo risuscitato, la sala di riunione, la sala del banchetto dei figli di Dio e delle membra del Cristo. La parabola dice chiaramente che non vi si accede se non per vocazione espressa di Dio per mezzo dei suoi servitori-ministri.
    Ciò che è vero per la fede e l'entrata nella Chiesa, resta pure vero per l'Eucaristia e per l'entrata in chiesa: la parola «ekklesia» significa «assemblea su convocazione personale». Non sono gli uomini, anche se in perfetto accordo sul piano umano, che decidono di riunirsi in popolo santo sia nella Chiesa, sia alla messa, per lodarvi il Signore. Chiesa e messa sono l'opera del Cristo; non ci si invita da soli alla tavola del Presidente della Repubblica o di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra; a fortiori alla tavola di Dio! Dio solo può avere l'iniziativa di formarsi un popolo che gli piaccia e che Lui voglia colmare di benefici. Egli lo fa nella persona di suo Figlio incarnato, il quale, risuscitato, lo fa per mezzo dei suoi ministri. Si va a messa su invito della gerarchia, che fissa il luogo, l'ora e lo svolgimento dell'azione liturgica.

    b) Dio Padre, per mezzo di suo Figlio e dei suoi ministri, conserva l'iniziativa dello svolgimento dell'assemblea
    Il Dio che convoca al banchetto è anche il Dio che darà le norme per lo svolgimento. Egli lo fa per mezzo di suo Figlio risuscitato e dei ministri gerarchici.
    Il Cristo vivente è presente alla messa in triplice modo, come ci attesta la Costituzione sulla Liturgia: «Egli è presente nel sacrificio della messa sia nella persona del ministro,... sia soprattutto sotto le specie eucaristiche... È presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono Io, in mezzo a loro» (art. 7). Non meravigliamoci di questa molteplicità di presenze: il medesimo unico Cristo può benissimo essere presente sotto forme diverse e a titoli diversi. Egli è presente:
    - a titolo di Figlio Primogenito, identificato in qualche modo col suo corpo, in atteggiamento di preghiera verso il Padre, con le sue membra riunite attorno a Lui. Ma Egli è anche presente sotto segni più diretti, nei quali si contraddistingue dalle sue membra, mettendosi in qualche modo di fronte a loro;
    - a titolo di Capo del Corpo sotto il volto del ministro che proclama la sua parola (Profeta) e del celebrante che conduce l'azione santa (Re) e che consacra e offre (Sacerdote);
    - a titolo di Vittima e di Nutrimento sotto le specie del pane e del vino.
    In tal modo l'assemblea eucaristica non può essere che fortemente gerarchica. Vi è un «ordine», una struttura del banchetto eucaristico, che si manifesta nello spazio (coro e navata), nelle persone (un presidente, degli intermediari, il popolo), nell'azione (ciascuno occupa il suo proprio ruolo). Il celebrante, in quanto «ministro del Cristo-Capo» (Vaticano II), permette al Cristo di presiedere e dirigere ogni messa, allo stesso modo che presiedette e diresse la Cena nel Cenacolo. Questa funzione spiega il posto e il ruolo visibile che egli occupa nell'assemblea e i segni straordinari di venerazione che riceve. Le sue vesti speciali indicano che egli ha come deposto la sua identità personale per rivestire il Cristo Re e Sacerdote. Egli offre non la sua preghiera, ma quella del Cristo e del popolo. Egli è il centro dinamico dell'assemblea e della celebrazione: tutto si svolge, prende il ritmo e si regola a partire dai suoi gesti di ministro.
    È importante soprattutto capire bene ciò che è manifestato da tutto questo: nell'atto stesso della Chiesa, la messa è prima di tutto e sempre atto di Dio, iniziativa di Dio che si pone prima e davanti a noi, indipendentemente dalla nostra tiepidezza o dal nostro fervore, con il suo significato proprio e il suo ordinamento. Questo determina tutto il significato del comportamento dell'assemblea: Dio viene, interviene con un suo modo di procedere originale di cui mantiene fino alla fine l'iniziativa e la direzione: noi non dovremo far altro che cercare di comprenderlo e di corrispondervi. L'assemblea non deve adattare la messa ai suoi gusti, ma armonizzare i suoi gusti al mistero della messa. Tanti cristiani vanno alla messa per imporre più o meno a Dio le loro idee o i loro desideri! E i nostri adolescenti hanno tendenza ad andarvi con visuali molto soggettiviste: essere consolati, fortificati... e a giudicare dei suoi frutti nella misura in cui ne hanno tratto giovamento. Bisogna educarli, insistere sul fatto che noi andiamo alla messa come convocati, attesi, accolti da Dio fino alla fine.
    Quando riesce ad entrare in questo spirito, l'assemblea manifesta tutto il senso profetico della convocazione e dell'azione divina. Essa diventa segno del disegno stesso di salvezza di Dio. Ciò che Dio Padre realizza così visibilmente per una piccola porzione della sua famiglia (riunirla
    nel nome di suo Figlio per la sua felicità soprannaturale) è quello stesso che egli intende realizzare per il bene dell'umanità intera, lungo i secoli: riunire da tutti i punti dell'universo e al di sopra di tutte le categorie naturali, tutti gli uomini nel suo Figlio «ricapitolatore» (Ef 1,10) e comunicargli la salvezza e la vita in Lui. L'assemblea eucaristica è il mistero stesso della chiamata a raccolta universale vissuto in scala locale. Inoltre ciò che essa compie manifesta pure come in una sintesi le tappe essenziali del dialogo salvifico tra Dio e il mondo.

    IL PRIMO SCAMBIO TRA DIO PADRE E LA SUA FAMIGLIA RADUNATA: DIO LE PARLA, ESSA ADERISCE A QUESTA PAROLA, CHE LA RIUNIFICA

    Convocata da Dio, riunita secondo una struttura sacramentale e spirituale ben definita, la comunità deve ora agire, o piuttosto reagire di fronte all'iniziativa divina. È appunto lei, come comunità, che è sempre in gioco. Questo impegno ecclesiale risulta chiaro dal semplice fatto che tutti i testi che compongono l'essenza della messa sono sempre al plurale: «Preghiamo... Rendiamo grazie... Offriamo...». Lo storico di liturgia Jungmann precisa: «Non si può comprendere la struttura della liturgia romana se non si considerano le preghiere fatte al singolare come minori, ornamento sopraggiunto, esprimenti la devozione privata del celebrante».

    1. Le due tavole del banchetto: la Parola e il Pane-Vino

    Quali saranno le tappe di questo dialogo vivente tra Dio e il suo popolo? La Costituzione conciliare sulla liturgia afferma all'art. 56: «Le due parti che costituiscono in certo modo la messa, cioè la Liturgia della Parola e quella eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto». Il Concilio ha espresso qui una verità capitale e purtroppo non ancora sufficientemente compresa e attuata. Non c'è un «prima della messa», come se la messa vera cominciasse all'offertorio e quello che precede fosse solo un preludio. C'è «la messa» con le sue due parti originali e con proprio valore (la messa non si riduce quindi al «sacrificio»; essa è prima di tutto proclamazione della Parola).
    Questi due misteri sono messi sullo stesso piano dalla tradizione. Essi esprimono tutti e due a loro modo, a due livelli diversi, lo stesso mistero fondamentale: la presenza e l'azione salvifica del Cristo in mezzo a noi.
    Il primo rappresenta e prolunga i tre anni di predicazione di Gesù: esso annuncia e mostra la salvezza nella sua instancabile Parola (parola della sua bocca e più ancora parola della sua vita esemplare di Figlio di Dio); il suo segno sacramentale nella messa è il lezionario col quale i-l sacerdote a nome di Gesù proclama davanti a noi il Vangelo.
    La seconda liturgia della messa rappresenta il mistero pasquale di Gesù, vissuto dal giovedì santo all'Ascensione; essa fa molto più che annunciare la salvezza: ce la dona sotto il segno sacramentale del pane e del vino. Non è più soltanto la Parola di Gesù, è il suo corpo e il suo Sangue, la sua Persona tutta intera di Vittima redentrice.
    Più che simmetriche, queste due parti sono intrinsecamente complementari, come dimostrano molto bene due passi del Vangelo. Il discorso di Calarnao (Giov 6) potrebbe intitolarsi: «Le due tavole necessarie per la vita»: per vivere veramente occorre prima assidersi alla tavola della Parola di Dio e nutrirsi con la fede (vv. 26-47); ma occorre passare poi alla tavola eucaristica e mangiare e bere la Carne e il Sangue del Salvatore (vv. 48-59). Dal canto suo il passo dell'apparizione ai discepoli di Emmaus in San Luca (24,25-33) ci mostra il Cristo che dapprima spiega loro il suo mistero pasquale per mezzo delle Scritture, poi gli si svela nella frazione del pane, momento nel quale essi lo «riconoscono». Ci sono volute queste due manifestazioni del Cristo perché essi Lo potessero trovare senza equivoco e pienamente: la Parola spiega la Presenza; la Presenza suggella la fede nella Parola.
    Del resto possiamo risalire molto più indietro per cogliere questo stretto legame tra la Parola e il Pasto sacrificale: fin dall'Antico Testamento, nelle date più solenni della sua storia, Israele concludeva o rinnovava l'Alleanza prima ascoltando la Parola di Yahvè e aderendovi, poi suggellando questi due gesti con la celebrazione di un sacrificio di grazie. Così si fece al Sinai sotto Mosè (Es 19) e a Gerusalemme per sanzionare la riforma di Giosia (2 Re 23) e il ritorno dall'esilio dei «pochi superstiti» con Esdra (Neh 8 e 9).
    Con questi due segni sacramentali, il libro e il pane-vino, Dio Padre oggi rinnova l'Alleanza con la famiglia dei suoi cari figli in tre tappe. Essi sono suoi figli solamente nel suo Figlio. Per questo, per rinnovare l'Alleanza d'amore Egli non può fare altrimenti che rinnovare in loro favore la sua iniziativa paterna per eccellenza ridargli il proprio Figlio. Ma Egli lo fa in tre momenti successivi in una mirabile progressione, fino all'intimità di un'unione perfetta, che realizza nello stesso tempo la riunificazione sempre più profonda della sua famiglia: Egli ridà suo Figlio prima come Parola, poi come Vittima, infine come Nutrimento Ci basti qui manifestare il Dono nella sua prima forma.

    2. Gli atti del primo dialogo tra Dio e l'assemblea

    Quando Dio convoca i suoi figli, lo fa prima di tutto per parlargli. Egli ha qualche cosa da dirgli, da ricordargli, da domandargli. I primi riti della messa (canto d'entrata, Kyrie, Gloria, orazioni) avevano dato l'occasione all'assemblea di costituirsi, di riprendere coscienza di sé come comunità radunata insieme. Il doppio gesto di ascoltare Dio che le parla e di rispondergli col suo sì, la riunifica dall'interno, mediante la fede riaffermata.
    Non ci renderemo mai sufficientemente conto del danno causato dall'abitudine che abbiamo preso di minimizzare questa parte della messa, di non dare a ciascuno dei riti il rilievo che corrisponde al suo significato ben definito.
    La Parola di Dio è data sotto due forme: nel testo ispirato che è proclamato (lettura o canto) e nel commento a questo testo (omelia).
    - L'epistola letta da un ministro, chierico o laico: tutta la liturgia della Parola è tesa verso il Vangelo, ma ci si prepara ad ascoltare il Cristo ascoltando gli uomini ispirati che hanno scritto di Lui prima o dopo di Lui, che hanno compiuto un'opera di educazione del suo popolo prima della sua venuta (Israele: testi dell'Antico Testamento) o dopo la sua Risurrezione (Chiesa: testi delle epistole neotestamentarie). Ma già la parola ispirata di questi uomini è Parola di Dio, e Parola di Dio a noi oggi.
    - Il Salmo graduale cantato dall'intera assemblea o dal coro: spesso è trascurato perché non si conosce il significato profondo e l'abbondante utilizzazione liturgica dei salmi: essi parlano del Cristo; sono stati cantati dal Cristo che assumeva in sé, per portarla a compimento, tutta l'anima orante di Israele e ci indicava come doveva essere la nostra preghiera. A volte il salmo graduale continua la rivelazione divina: occorre allora riceverlo e meditarlo come tale. Più spesso traduce la risposta del nostro cuore alla Parola ascoltata: è allora preghiera di accoglienza e di lode che Dio stesso ci ispira. Tutto questo si compie in modo lirico: la poesia e il canto sostengono e distendono l'anima nel suo dialogo con Dio. Quanto all'Alleluja, è il grido di gioia pasquale dei riscattati: tutta l'assemblea deve ripeterlo; il suo versetto accompagna la processione del Vangelo e prepara così direttamente alla lettura più importante.
    - Il Vangelo proclamato da un diacono o dal celebrante: è il punto culminante della prima parte della messa, vi si ascolta il Figlio Unigenito di Dio che, negli avvenimenti della sua vita o nei suoi discorsi, è la rivelazione perfetta del Padre. Il rispetto sommo che si porta al libro del Vangelo (posto sull'altare, portato in processione, incensato, circondato dai ceri, baciato, ascoltato in piedi) mostra che lo si considera veramente come una presenza attuale del Cristo.
    - L'omelia del celebrante: è un atto liturgico, non un riempitivo o una pia tradizione. È la Chiesa che, per mezzo del suo ministro, applica la Parola ascoltata al tal uditorio oggi, e lo dispone a partecipare con frutto alla liturgia eucaristica.
    - Il Credo è la risposta dell'assemblea all'insieme della Parola ricevuta, nella fedeltà all'impegno battesimale.

    3. Il mistero racchiuso in questo dialogo tra Dio e l'assemblea

    Il mistero di un Dio che ci parla con parole umane

    Noi dovremmo esser capaci di ritrovare tutta la profondità della realtà della Parola di Dio. Siamo così chiacchieroni, così abituati a parlare molto senza dire niente (o molto poco...) e senza impegnarci, che la parola umana ha perso per noi di peso e di valore, e anche la parola divina. Dio non ci presenta delle «idee», non ci fa dei «discorsi». Ci dà Se stesso nella sua Parola. Parlare veramente a qualcuno, significa indirizzarsi verso di lui, rendersi presente a lui e entrare con lui in una relazione personale attiva. Quando Dio parla, vuol farlo realmente: di questa Parola Egli ha tutta l'iniziativa. Essa dice già di per sé questa provenienza gratuita, è un'iniziativa ispirata dall'amore e da un amore «che non si contenta di parole», ma vuol realizzare potentemente.
    La cosa meravigliosa nel Cristianesimo è che Dio si è fatto Parola sostanziale, incarnata in Gesù di Nazareth, la cui vita è tutta una parola rivelatrice. E questa Parola vissuta si è espressa pure in parole «orali»: Dio ha preso a prestito la nostra voce umana e le nostre parole umane per far risuonare alle nostre orecchie la rivelazione del suo mistero, dei suoi disegni, del suo amore; delle sue volontà. Infine questa Parola, storicamente vissuta ed espressa per tutti, è stata, nelle cose essenziali, messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito.
    Riprendere a nome di Cristo stesso questa parola scritta e renderla vivente proclamandola, significa quindi raggiungere tutto il mistero dell'Incarnazione. Significa ritrovare il Cristo, Saggezza incarnata, che ha imbandito la sua mensa e vi ha convocati tutti gli uomini: la sua parola è già un pane e un vino spirituali che nutrono e riempiono quelli che l'accolgono. I membri dell'assemblea eucaristica sono appunto assisi a questa mensa e invitati a mangiare insieme con una efficacia tutta particolare.

    Alla messa la Parola di Dio si fa attuale ed efficace

    Qui è impegnata infatti tutta la forza del mistero liturgico, grazie a questa presenza particolare del Cristo, come abbiamo detto più sopra. Certamente la Scrittura contiene sempre un messaggio attuale per ciascuno di noi. Quando un cristiano legge e medita da solo la Bibbia, gli fa del bene. Quando la si spiega in un circolo di studio, è ancora meglio. Ma qui è un'altra cosa (e purtroppo lo si ignora!): la Bibbia è letta e spiegata nell'assemblea, dalla gerarchia, in un atto liturgico in cui sono impegnati Dio stesso e il suo Cristo attraverso il loro ministro celebrante. È Dio stesso (e la Chiesa) che ci propone quel testo da ascoltare e da mettere in pratica oggi. Ne viene che la proclamazione è pregna di un'efficacia tutta speciale, analoga a quella della Parola del Cristo-Profeta espressa un giorno in Palestina: «È Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (Cost. sulla Liturgia, art. 7). Egli prende in prestito per noi una voce umana, calda e diretta. Così la Bibbia proclamata diventa una Parola attuale, vivente, dinamica di Dio a noi oggi. Un San Antonio d'Egitto, un San Francesco d'Assisi non si sono forse convertiti sentendo così il Vangelo proclamato?
    Essa opera un rinnovamento dell'impegno della comunità in un unico movimento di miglior servizio di Dio
    Questi sacri testi che variano lungo l'anno liturgico ci ricordano una verità fondamentale: la nostra fede è adesione e cooperazione a questa immensa Impresa che Dio compie lungo i secoli e il cui perno sono la morte e la risurrezione di suo Figlio incarnato. Essi ci rimettono alla presenza della Storia santa passata (soprattutto dei «misteri» della vita del Cristo) come del nostro avvenire religioso: promessa divina concernente la nostra salvezza eterna e la grazia che riceveremo già quaggiù. La liturgia eucaristica vuol rendere presente per noi il mistero pasquale. Ma la liturgia della Parola allarga questo orizzonte a prima (Israele e vita di Cristo) e a dopo (Chiesa primitiva, i santi): essa ci ricorda chi è Dio nostro Padre, chi è il Cristo, ciò che hanno fatto nel passato per la salvezza del mondo: e così ci fornisce le ragioni per rispondere con fiducia al loro appello oggi; ci invita a rispondervi dando al nostro impegno il suo vero significato: non sottomissione ad esigenze arbitrarie ed estemporanee, ma inserimento nella trama di una storia divina, lavoro fruttuoso, al nostro umile posto, nella Chiesa sempre in marcia.
    Non è una cosa fondamentale questa per una comunità apostolica? Ogni istituto di educazione o almeno l'équipe degli educatori, ogni gruppo giovanile, non dovrebbe vivere la sua giornata come una risposta comune all'appello lanciato a tutti, ascoltato da tutti, del Signore alla messa? La liturgia della Parola impegna una comunità a visioni e intenzioni apostoliche unificate. Non si tratta di agire ciascuno secondo la sua generosità personale, né secondo le sole visuali della saggezza umana. Si tratta di compiere già prima dell'offerta del sacrificio del Cristo, il proprio sacrificio spirituale di obbedienza e di amore: fare riferimento insieme al Cristo supremo, alla Parola di un Altro, per comprenderla insieme e metterla in pratica insieme: la liturgia della Parola apre direttamente al dialogo apostolico e porta alla risposta: «Sia fatto di noi secondo la tua Parola!».