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    «Andate e raccontate quello che avete visto ed udito»



    Cesare Bissoli

    (NPG 1983-10-26)


    È l'esperienza cruciale di quanti servono la Parola nella comunità: un esempio azzeccato, il racconto disteso di un fatto capitato, magari in prima persona, una storia di vita narrata hanno in sé una forza di persuasione che mille lucidi ragionamenti non riescono ad avere (od hanno in un altro modo). Questo vale nell'omelia, nella catechesi (chi non ricorda certi prontuari aneddotici, che spaziavano dai padri del deserto, a Napoleone, fino ad esimie figure di testimoni o avversari della religione nei nostri giorni?). Nelle comunità ecclesiali di base del Brasile potei assistere ad una interessantissima catechesi a partire dai «casi» della vita, dal racconto cioè di avvenimenti grandi e piccoli di ogni giorno che diventavano automaticamente itinerario catechistico. . .
    Purtroppo, debbo confessarlo almeno per me, è più facile impostare un ragionamento astratto che esprimerne la verità raccontandola nell'esperienza mia ed altrui. E alla fine mi trovo insoddisfatto di aver soltanto argomentato, quasi fossi passato a fianco della vita, insoddisfatto due volte quando il racconto esemplare era stato mal scelto, come una specie di supporto di prova, bruciato dalla fretta di convincere sulla teoria più che evidenziare come questa si sia realizzata nella pratica (e questo era certamente il lato debole nell'uso dei prontuari aneddotici di cui sopra).
    Di qui mi vengono un insieme di domande che raduno in tre gruppi:
    1. Che dinamica possiede la narrazione nel processo di evangelizzazione, intesa nel senso più largo? Quale è il segreto della sua efficacia? È soltanto un ammennicolo pedagogico per gente indotta, che si stufa di ragionamenti, o possiede una potenza di comunicazione con peculiare sincronia nei confronti del messaggio cristiano?
    2. Riandiamo allora alle origini di questo, penetriamo nella storia del popolo di Dio, alle sue radici, testimoniate dal Libro Sacro, per cogliere ivi il ruolo del narrare, avendo tutti ben presente il grande posto che ad esso viene riservato nella storia medesima di Gesù, degli apostoli e prima ancora dei profeti, e poi nelle fissazioni scritte che formano la bibbia.
    3. Infine sarà doverosa qualche conclusione per educare alla fede mediante la comunicazione narrativa.
    Darò al punto secondo uno spazio maggiore. E mi permetto, in armonia con il tema, di procedere io stesso narrativamente per quanto mi riesce.

    LA NARRAZIONE NEL PROCESSO DI EVANGELIZZAZIONE

    Quando il racconto genera il racconto

    Era il 25 luglio, festa di S. Giacomo apostolo. Alla sera, nella Messa per villeggianti del centro turistico in cui mi trovavo, sviluppai il pensiero della sequela di Gesù, di cosa significhi essere suo discepolo. Mi venne facile raccontare la vocazione di Giacomo, quando «Gesù vide sulla barca Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono» (Mc 1,19-20). E narrai pure il fatto, scelto come vangelo del giorno, della madre di Giacomo e Giovanni che chiede a Gesù un posto privilegiato per i suoi due figli nel Regno. E Gesù risponde raccontando di sé, del suo destino drammatico, a cui i due apostoli sarebbero stati coinvolti... (Mt 20,20-28).
    Ecco, il semplice racconto evangelico mi parve assai più funzionante che una forse noiosa spiegazione moralistica.
    E veramente fu così, oltre ogni mia aspettativa. Fuori della Chiesa, una coppia di Milano mi aspettava e mi narrò la propria esperienza. Il racconto faceva nascere dei racconti. Tre figli, i quali, uno dietro l'altro, hanno scelto il volontariato a favore di tossicodipendenti e il terzo si preparava ad andare, da prete, nel Burundi. E i genitori commossi aggiunsero: aveva poi parlato male la madre del vangelo quando aveva chiesto per i figli due posti nel Regno? ed in ogni caso, se fecero un sacrificio Giacomo e Giovanni a lasciare l'azienda peschereccia del padre, non si dovrebbe pure ricordare il sacrificio dei genitori di lasciarsi abbandonare dai figli, consegnandoli a Gesù Cristo?

    Quando i fatti toccano la vita

    Ognuno di noi può portare dei casi, allorché il racconto di uno suscita come per reazione racconti di altri, e come sia facile il passaggio dalla terza persona (cosa è capitato ad un tizio di bene e di male) alla prima persona (cosa sia capitato a me). Riflettendo al dialogo ora accennato (dove non mancò fuggevolmente il mio racconto vocazionale nei confronti della mia anziana madre), mi chiesi per quale ragione il racconto evangelico aveva posto in stato di narrazione autobiografica i due esemplari genitori. La risposta è facile: non era più soltanto un esempio, ma era un fatto di vita di ieri che toccava in maniera sorprendente la vita di oggi; Cafarnao e Milano si trovavano su un asse di continuità a prima vista impensata; il testo di ieri sembrava essere stato scritto come profezia che attendeva compimento nella esistenza di questi due anonimi, ma meravigliosi testimoni cristiani del nostro tempo.
    Il racconto evangelico non aveva loro offerto solo delle informazioni per quanto belle (devo ammettere che purtroppo io l'avevo reso più simile ad una teoria, senza che mi fosse venuto in mente quante esperienze lo continuavano nel mondo, anzi lì fra i non molti miei ascoltatori, come di fatto poi appresi), ma era come penetrato nella loro vita suscitando una grande risonanza (una grande "catechesi" direbbero gli autori del NT).
    Scopersi che il narrare efficace non è tanto quello che porta in sé la forza del buon esempio, ma del coinvolgimento esistenziale.
    E questa esperienza è tutto, salvo che passività. Dal semplice dire: «Questo ci riguarda», i due genitori erano passati spontaneamente ad una ermeneutica del racconto biblico alquanto inedita fra gli esegeti. Il racconto che li interpretava veniva da loro interpretato. La loro audace difesa in certa misura della madre di Giacomo e Giovanni mi faceva capire forse per la prima volta che la sua non era vanitosa presunzione. In fondo poggiava sul dono di vedere partire due figli, e Gesù non le sottrasse una risposta positiva. Ed ancora, non era affatto sbagliato il ritenere, come facevano i due genitori milanesi, che l'abbandono-sequela, per essere veraci discepoli del Maestro, non riguardava solo i figli, ma coinvolgeva loro genitori con una intensità forse maggiore che nei figli stessi.
    A questo punto un effetto così considerevole della narrazione evangelica mi impediva di riportare questa a semplice ammennicolo didattico. Il racconto evangelico, almeno per loro, aveva la forza di un avvenimento di salvezza, come tale l'accoglievano, mostrando in se stessi il livello produttivo (performance) della stessa narrazione. Ascoltando un racconto, non avevano fotografato una situazione lontana, ma scoperto un cammino di vita dentro di se stessi, di cui sapevano gli inizi, stavano provando certamente la durezza e la bellezza del percorso e si affidavano alla promessa del Cristo per l'esito finale.
    Potevo e posso concludere che la via narrativa non è esclusiva per il linguaggio della fede, come vedremo, ma ha in proprio la capacità di provocare una profonda sintonia fra ciò che è avvenuto nella vita di Gesù Cristo (e degli uomini di Dio) e quanto avviene nei credenti in Lui.

    Punti di arrivo che si fanno punti di partenza

    Eppure non sarebbe analizzato a sufficienza il caso che ci ha intrattenuto sin qui, se non accennassi ad altre risonanze emerse: diversi credenti nell'assemblea eucaristica avevano ascoltato, ma la reazione non era stata la medesima; l'accoglienza della narrazione si era manifestata (e continuerebbe a manifestarsi) assai creativa, il che vuol dire due cose: da una parte il racconto non funziona come un calco da ricopiare, ma semmai da reinventare, ed ancora può realizzarsi in forma quanto mai diversa, pur nella dipendenza dall'unico racconto: si pensi all'infinita possibilità di realizzazione del racconto-parabola del buon Samaritano, se i cristiani volessero esprimere la loro esperienza in proposito; infine, elemento decisivo, rimane vero che ogni racconto o testimonianza dei cristiani di ieri e di oggi si dichiara dipendente da quelli evangelici o biblici, con un diritto di priorità e normatività di questi fuori di ogni discussione. Le narrazioni bibliche in sintesi sono intese come potenza generatrice primaria, feconda, stimolante.
    Come si spiega ciò? A questo punto si legittima il passaggio al mondo narrativo della Sacra Scrittura.

    «ANDATE E RACCONTATE»: LA STRUTTURA NARRATIVA DEI VANGELI

    Un testo emblematico

    È noto il passo del vangelo, in cui il Battista in prigione si sente narrare dai discepoli le parole e le opere di Gesù. Il racconto si fa domanda di spiegazione: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettarne un altro?» (Lc 7,20). La risposta, in maniera oltremodo illuminante, non segue il filo teorico della domanda. Ritorna ad essere anzitutto racconto che coinvolge gli ambasciatori di Giovanni nella concretezza dei fatti: «In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi» (v. 21). Il racconto può finalmente farsi teoria convincente: «Andate e raccontate quello che avete visto ed udito: i ciechi riacquistano la vista...» (v. 22). Ma si badi: chiunque voglia d'ora in poi sapere e dire qualcosa di sensato su Gesù, deve raccontare di Lui, raccontare la sua prassi messianica per cui uomini «ciechi, zoppi, lebbrosi, sordi, morti» ritrovano la vita. Adesso sì, si può capire la teoria che Gesù qui sintetizza: «ai poveri è annunziata la buona novella» (v. 22). Il passo, che a sua volta nel vangelo è steso completamente come racconto, mi pare emblematico: non esiste soltanto la forma narrativa, anzi questa ha bisogno come di snodarsi in altre di tipo argomentativo e addirittura comminatorio appellante (Gesù chiude con «e beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!» (v. 23). Ma è alla narrazione che è dato il ruolo egemone, il compito di fare da trama rispetto ad ogni altra forma.
    Vi è dunque nei vangeli, ma si può dimostrare analogamente per tutta la Bibbia, una strategia della verità che passa per il narrativo, che deve essere più esplorata e valutata, se è vero che su di essa si svolge, si deve svolgere la prassi narrativa evangelizzatrice della comunità.
    È quanto intendo brevemente qui abbozzare.

    I tre linguaggi

    G. Lohfink, volendo dare base biblica all'incipiente filone della teologia narrativa, ha bene messo in rilievo come nella Bibbia, e nel NT in particolare, si succedano in continuità un linguaggio argomentativo (si pensi ai Sapienziali, a Paolo in Romani), un linguaggio appellativo (si pensi alla legislazione del Pentateuco, al Discorso della Montagna di Gesù, alle parenesi apostoliche), un linguaggio narrativo (si pensi al Credo storico di Deut 26, ai racconti di passione di Gesù). Chiaramente il linguaggio biblico possiede altre funzioni, ma certamente le tre sopra espresse occupano un posto determinante.
    Tipico del linguaggio narrativo, comunque possa esprimersi, è il porre di fronte ad un avvenimento.
    Alla domanda su ciò che specifica intimamente il messaggio cristiano, il Lohfink, sempre all'interno della Bibbia, giunge ad interessanti affermazioni:
    - la forma narrativa, specie nel NT, può avere un'ampiezza apparentemente inferiore rispetto alle altre forme (si pensi all'epistolario apostolico), ma ovunque, sia pur implicitamente, occupa un ruolo motivazionale e quindi fondamentale in assoluto. È l'evento-Gesù nella sua realtà storica e metastorica, specie attraverso i fatti pasquali, che fonda il resto.
    - Ciò si evidenzia nei momenti basilari dei due Testamenti; alla sorgente stessa dell'evangelizzazione: nei racconti del Pentateuco e nei quattro vangeli. Di questi si può dire che hanno una struttura essenzialmente narrativa, a due livelli: in quanto riferendo la storia di Gesù, mostrano costui come uno che narra l'evento del Regno di Dio nella molteplicità singolare di fatti che riguardano gli spettatori e la sua persona; poi diventano tradizione scritta, gli evangeli non scelgono di riferire i logia di Gesù, come, ad es., fa il vangelo apocrifo di Tomaso, ma inquadrano profondamente gli insegnamenti del Maestro in uno schema di vita: insomma, dicono l'annuncio di Gesù narrando Gesù.
    Emblematico fra tutti è lo stile di evangelizzazione di Pietro, sia nell'annuncio di Pentecoste (At 2,22-24) sia in casa di Cornelio (At 10).
    - Ci si può chiedere quale sia la ragione ultima di questa preminenza del narrativo come motivazione di ogni altro linguaggio. Ultimamente non può non risiedere nel carattere inderivabile, imprevedibile, insindacabile dell'agire di Dio: tale è il suo Regno, tale è l'Incarnazione della epifania del Regno, Gesù di Nazaret. Qui non si può più dimostrare, ma accogliere e raccontare. Piuttosto è una confessione di fede che circonda e prolunga la narrazione. Questo è un aspetto significativo del narrare evangelico. Appare sempre come una traditio che si fa redditio, cioè un rinarrare secondo la personale testimonianza, secondo un linguaggio, evidentemente non da cronista distaccato o sospettoso, ma proprio di chi è entrato nel giro della narrazione, ossia vede la storia narrata determinare la propria storia. Esemplare in questo è l'inizio della Prima Lettera di Giovanni: «Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi..., ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita. . ., noi lo raccontiamo anche a voi» (1,1-3). Sarebbe facile mostrare come nella genesi dei vangeli, cioè ancora nella predicazione viva, il narrato è confessato, magari in una formula brevissima (Gesù è il Signore); che gli sviluppi narrativi che formano i quattro vangeli scritti sono racconti confessanti o confessioni narrative, dove il dato storico e la profonda risonanza avuta nei primi discepoli formano un tutt'uno, marchiano di "testimonialità", carica di amore appassionato e sofferto, ogni ricordo di Gesù. Mi domando, rammaricato, se il nostro raccontare i testi evangelici riesce ad esprimere qualcosa di questo, o li abbiamo stravolti in arsenale di prove per questa o quella verità.
    - Infine va mantenuta la triplicità dei linguaggi come funzioni vitali dell'unico discorso della fede. O, con altri termini, come il citato episodio dell'ambasceria del Battista indica, il narrativo si espande in certo modo nell'argomentativo o dimostrativo e nell'appellativo. Già J.B. Metz ha vivacemente protestato nei confronti di chi riducesse la teologia narrativa a resoconto obiettivistico di dati e fatti, e non la intendesse piuttosto come una memoria pericolosa, secondo il principio canonico: «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia» (2 Tim 3,16; cf 4,2).

    Non racconto, ma narrazione

    Fin qui ho usato i termini indifferentemente. Ma dalla stessa Bibbia ci arriva una distinzione che precisa meglio la sua qualità narrativa. Il racconto, meglio sarebbe dire resoconto, si caratterizza come concatenazione, a modo di cronaca, di dati e fatti, ed ha per scopo di far conoscere, sia pure a scopo formativo, ciò che è capitato. Inevitabilmente l'io del narratore tende a scomparire e così l'ambiente vitale soggettivo di trascrizione. Invece la narrazione, che come tale non significa annullamento di ogni base storica, vuole andare oltre il puro riferimento dei fatti, per mostrarne la profondità vitale e la sua attualità. Tende per sua natura ad una simbolizzazione o valenza parabolica (v. sotto). Per fare un esempio, a proposito della Passione di Gesù, un racconto, nel senso sopra detto, potrebbe informarci di dettagli diversi, riferirci come un ebreo di nome Gesù fu processato e giustiziato, suscitando un movimento intorno a sé... Ma soltanto una narrazione, come di fatto hanno "montato" gli evangelisti, può mettere in luce che nella sofferenza di Gesù si adempie l'AT e nella sua morte si concentra tutta la storia di sofferenza del mondo e ne viene redenta. Lo stesso si potrebbe dire delle grandi "storie'' del Pentateuco. Per quelle dei Patriarchi, G. von Rad conia giustamente il nome di "saghe o leggende".
    In sintesi, come contrassegno della narrazione biblica, si possono enumerare questi tratti:
    - è irriducibile ad una verità astratta, così come un cammino non si può ridurre ad una somma di passi, tanto meno ad un eventuale passo principale. Il contenuto della narrazione è anzitutto la narrazione del contenuto, si compone con l'esperienza dell'ascoltatore che partecipa a tutto l'itinerario narrativo.
    - È infatti in se stessa, come la critica biblica ampiamente dimostra, un condensato di esperienze di fede, generative di altre esperienze vive, annodanti insieme passato e presente della comunità. «La narrazione di fede, annota C. Molari, è insieme racconto e testimonianza vitale, è induzione di fede, cerca di operare svolgendosi... Si tratta di narrare per la salvezza, cioè per modificare la situazione vitale, per rinnovare l'esistenza umana, la società intera». Un resoconto storico è per sua natura qualcosa in sé compiuto, chiuso. Una narrazione invece vive, almeno nella misura che viene rinarrata e può esserlo di nuovo.
    - Possiede una sua trasparenza, si rende appetitosa, colorata, mediante processi semplificativi, stilizzazioni, introduzione di elementi fittizi. Proprio per essere viva, attraente. Il racconto, più vuol essere storico, più si fa necessariamente complesso ed articolato.
    - La ragione ultima, che abbiamo già accennato, sta nella contemporaneizzazione che la narrazione intende realizzare. Il resoconto ci trasferisce al passato, la narrazione cerca di portare in casa l'evento. Sarebbe facile mostrarlo con il gioco degli aoristi, nel primo caso, e dei presenti storici e perfetti nel secondo. Chiaramente tutto ciò appare nel racconto della Cena. Nel mentre che viene narrato ciò che Gesù ha fatto, il passato si fa presente, la parola diventa sacramento, e così è in generale della liturgia, il luogo specifico dove le cose che avvennero con Gesù, sono narrate, affinché possano continuamente diventare presenti.

    «E non parlava alla gente se non in parabole» (Mt 13,34)

    Certamente va distinta narrazione da parabola, ma è vero che spesso nella Bibbia e in Gesù sono le parabole ad essere narrate. Con altre parole, sembra si debba dire che la parabola ha in sé la forza di esprimere al meglio la potenza della narrazione, anche di quella più strettamente legata ad avvenimenti storici. Del resto le parabole bibliche non parlano di verità religiose in generale, ma di eventi collegati alla promessa di Dio, all'avvenimento di Gesù. Potremmo allora dire che, o la narrazione si fa in certo modo parabolica, si fa metafora (direbbe P. Ricoeur), oppure non funziona. E viceversa, il raccontare parabole vale se si riesce ad evidenziare tutta la loro forza narrativa. Si pensi ad es. alla parabola dei vignaiuoli omicidi (Mc 12,1-12). Per un esemplare sviluppo dell'argomento rimando al libro di V. Fusco, Oltre la parabola, Introduzione alle parabole, Queriniana, Brescia 1983.
    L'impiego della parabola ha certamente una ragione didattica, rendere insomma la narrazione ancor più incisiva. Si pensi alla parabola con cui Natan affronta Davide (2 Sam 12,1-14), o con cui Gesù, narrando la parabola del Buon Samaritano, risponde allo scriba (Lc 10,29-37). Ma ancora più in profondità - e così raggiungiamo una qualità decisiva della narrazione biblica - la narrazione come parabola nasce sulla intrinseca discontinuità fra l'evento di salvezza (Dio, il Regno) e la condizione umana. In altri termini il narrare biblico non può non essere choccante, non ripercuotersi nell'uditorio. Mentre si ascolta, stimola a domandare. Si fa l'esperienza non dell'evidente, ma del trascendente che lascia dei segni di sé, un chiaro-oscuro per ulteriori domande. Fa impressione, anzi paura, il riconoscere, su testimonianza degli stessi vangeli, che l'esito della narrazione di Gesù in parabole appare paradossalmente negativa (cf Mt 13,10-17). La verità è che l'ascoltatore nella narrazione si sente lui stesso narrato, sottoposto a giudizio e quindi chiamato a decisione.
    Non esiste "innocenza narrativa" di fronte ai racconti evangelici e biblici in genere. Devono scomodare per confortare, convertire per appagare. Come si manterrà al narrare evangelico questa carica sconvolgente, ossia il senso del mistero e della chiamata a decisione, anzi la consapevolezza di essere qui ed ora sotto la imperscrutabile potenza del giudizio di Dio, non facendolo scadere a storia edificante, innocua, banalmente didascalica?

    EVANGELIZZARE NARRANDO

    Le ripercussioni pratiche per chi intende far risuonare la "bella notizia" o vangelo per la stessa via con cui è giunto a noi, cioè per narrazione nel senso pregnante ora visto, sono notevoli e ben lungi dall'essere assimilate. Ne richiamo qualcuna, avendo presente come modello pratico l'esperienza narrata nella prima parte di questo articolo:
    - si tratta anzitutto di rispettare ciò che è narrativo nella Bibbia e di ridire narrativamente anche ciò che non avesse tale forma. In questo caso occorrerebbe ritrovare nell'area dell'esperienza vissuta, all'interno della storia del popolo di Dio, il senso delle formule appellanti, come i comandamenti, e di ogni altro linguaggio.
    - Si pensi a due ambiti di evangelizzazione dove la narrazione è così torpidamente evasa, spuntata. Nella liturgia dobbiamo ammettere che la «historia salutis» non viene narrata, ma letta, talvolta malamente.
    Nell'insegnamento catechistico viene sovente trascurata o banalizzata la via narrativa, probabilmente turbati dalla cosiddetta "ingenuità" dei racconti biblici. Si considera come ideale didattico il poter esprimere il cosiddetto messaggio in formule astratte, così come si spreme il succo dal limone.
    - Ultimamente la narrazione evangelica, proprio per la sua natura e la contestualità immanente nella storia del popolo di Dio, è come paralizzata se non genera la tua reazione, se non si pone come inizio del tuo racconto in proposito, se non ridiventa narrata con le tue parole, se non porta in casa tua, come Zaccheo, quel Gesù di cui ascolti il racconto. Secondo quella fedeltà e creatività insieme che abbiamo illustrato all'inizio.
    G. Lohfink si chiede perché le nostre esperienze non sappiamo più dirle narrativamente. Forse è la paura che non appaia storico ciò che della Bibbia viene raccontato, la paura che altri non comprendano ciò che narriamo, la paura di non capire noi stessi bene la narrazione.
    Ma in verità, possiamo noi comprendere completamente la storia di Dio che agisce fra di noi?
    Un autore tedesco, a mio parere, racchiude in maniera eccellente cosa significhi evangelizzare narrando: «Chi narra la storia confessa umilmente di non capirla del tutto; ma nello stesso tempo mostra di amarla così intensamente di elevarla sopra di sé. Ma in questo modo egli infila la strada che conduce da questo evento nel futuro».


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