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    Juan E. Vecchi

    (NPG 1997-08-3)


    Una delle esperienze gratificanti che ogni pastore porta con sé è il ricordo della trasformazione che la conoscenza e il tratto con Gesù ha prodotto nei giovani, frutto finale di una successione di momenti e di una convergenza di mediazioni che non hanno niente di meccanico ma che sono state saggiamente predisposte secondo una pedagogia della fede.
    Gesù abita certamente nella Chiesa. In essa ci viene incontro. In essa possiamo andare a trovarlo nella fede. Ma lo «stare con lui nella chiesa», come luogo di aggregazione religiosa, non ci dà una conoscenza sufficiente della sua persona e del suo mistero se non ci lasciamo raggiungere personalmente dai suoi gesti salvifici.
    C’è, nel vangelo di Luca, un episodio che, letto una volta, ci rimane per sempre nell’immaginazione. Ci ritorniamo volentieri perché è magistralmente raccontato, pieno di accenni che sembrano parlare della nostra esperienza di fede: è l’episodio dei discepoli di Emmaus.
    I due discepoli camminano, allontanandosi da Gerusalemme, che simbolicamente è il luogo dove avvengono i «fatti della salvezza», quegli eventi che portano luce, speranza e vita agli uomini: lì Cristo è morto e risorto e si è manifestato già agli apostoli. Lì si raduna e si sta formando la comunità del Risorto, proprio nel cenacolo dove il Signore celebrò l’ultima cena e istituì l’eucaristia. Lì, a Gerusalemme, viene loro promesso e riceveranno lo Spirito Santo.
    I due discepoli prendono una direzione che li porta fuori, lontano da questo spazio. È come dire che non si occuperanno più dei fatti che vi sono accaduti e delle persone con cui condividevano attese e convincimenti riguardo a Gesù. Ma soprattutto essi vivono ancora nel passato, nei giorni della morte e dell’umiliazione di Gesù che pesa su di loro. Ignorano che è già spuntato il tempo della risurrezione. Non conoscono il Cristo risorto che già si è manifestato ai loro compagni. Perciò la loro fede è triste e fragile, al punto di svanire lasciando solo il ricordo di una speranza frustrata.
    Gesù si unisce a loro, ma essi non lo riconoscono. Si fa raccontare la loro esperienza e ascolta le loro frustrazioni. Le illumina e scioglie aiutandoli a capire il senso degli avvenimenti con la luce della Parola di Dio.
    Essi sentono che qualche cosa cambia dentro di loro: arde il loro cuore mentre egli va snodando le sue spiegazioni. Ma ancora non riescono a identificare il pellegrino con il Gesù che avevano visto e ascoltato prima. Non gli passa nemmeno per la mente che potrebbe essere lui, talmente sono fissati sulla tragedia della sua morte.
    Quando arrivano al villaggio dove erano diretti lo trattengono e lo invitano a restare con loro. Si mettono a tavola. Gesù prende il pane e pronunzia la preghiera di benedizione. Spezza il pane e comincia a distribuirlo. Allora i loro occhi si aprono e riconoscono Gesù. Lui sparisce fisicamente; rimane però fra di loro e dentro di loro in una relazione tanto misteriosa quanto sentita. «Resta con noi Signore!» era stata la loro preghiera.
    Capita in altri episodi del Vangelo che i discepoli riconoscono Gesù risorto, non quando egli «appare» anche a porte chiuse e nemmeno quando incomincia a parlare; ma quando compie un gesto di comunione o di perdono. Questi gesti sono così propri ed esclusivi di lui che nel momento in cui li accenna «gli occhi dei discepoli si aprono».
    I giovani, come noi, trovano Gesù nella comunità ecclesiale. Nella vita di questa però ci sono momenti nei quali egli si rivela e si comunica in modo singolare: sono i sacramenti, in particolare la riconciliazione e l’eucaristia. Senza l’esperienza che ci sta in essi, la conoscenza di Gesù risulta inadeguata e scarsa, fino al punto di non consentire di distinguerlo tra gli uomini come il risorto Salvatore.
    Infatti c’è chi, pur condividendo la vita sociale e gli ideali della chiesa, colloca Gesù soltanto tra i grandi saggi, tra i geni religiosi; forse lo considera come la realizzazione più alta dell’umanità che influisce su di noi per la profondità della sua dottrina e per il suo esempio di vita. Manca però l’esperienza personale del risorto, del suo potere di dare la vita, della comunione in lui con il Padre.
    A ragione si dice che i sacramenti sono memoria vera di Gesù: di quello che egli compì e opera ancora oggi per noi, di quello che significa per la nostra vita: riaccendono quindi la nostra fede in lui per cui lo vediamo meglio nella nostra esistenza e negli avvenimenti.
    Sono pure rivelazione di quello che sembra nascosto nelle pieghe della nostra esistenza, per cui ne prendiamo coscienza: nella riconciliazione scopriamo la bontà di Dio all’origine e come tessuto della nostra vita; alla sua luce ne valutiamo il suo decorrere e cerchiamo di costruirla in un modo nuovo.
    Sono energia, grazia trasformante perché comunicano la vita di Cristo risorto e ci innestano in essa; ci danno consapevolezza non teorica, ma vissuta della sua portata, dimensioni e possibilità.
    Sono profezia, pegno di una promessa di comunione e felicità che ci è stata fatta e a cui ci affidiamo. Nella riconciliazione ci si aprono gli occhi e vediamo quello che possiamo diventare secondo il progetto e il desiderio di Dio; ci viene ridato lo Spirito che ci purifica e rinnova. Si è detto che è il sacramento del nostro futuro di figli, anziché del nostro passato di peccatori. Nell’eucaristia Cristo ci incorpora alla sua offerta al Padre e rafforza la nostra donazione agli uomini. Ci ispira il desiderio e ci dà la speranza che entrambe, amore al Padre e ai fratelli, divengano una grazia per tutti e per tutto: annunziamo la sua morte, proclamiamo la sua risurrezione, vieni Signore Gesù.
    Quello di Emmaus è il cammino attraverso il quale ogni discepolo giunge ad una conoscenza trasformante di Cristo: l’incontro, la parola, l’invocazione, l’esperienza sacramentale. Da quest’ultima si riparte per ricomprendere con maggiore profondità e vivere con maggiore concretezza l’incontro e la parola. Nella preparazione al battesimo della chiesa antica i catecumeni erano portati fino alla comprensione e al desiderio dell’eucaristia attraverso l’istruzione catechistica. Ma, arrivati all’eucaristia, rileggevano da essa tutto il mistero cristiano: dalla parola al sacramento, dal sacramento alla parola.
    Forse qui va individuato uno dei punti deboli per cui la conoscenza di Cristo non raggiunge nei giovani «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità...» capaci di reggere le prove e di trasformare la vita.
    Oggi si pongono dunque delle domande su come iniziare i giovani in forma efficace ai sacramenti, in particolare alla riconciliazione ed eucaristia. Non è difficile rilevare un allontanamento, una stanchezza prematura e persino una certa definitiva disaffezione. Già nell’analisi di questi fenomeni si nota una differenza non trascurabile tra gli addetti ai lavori: chi li attribuisce alla forma della celebrazione che giudica lontana dalla sensibilità giovanile; chi mette le cause nei temi che si abbordano o affiorano nella celebrazione che non corrisponderebbero alle domande sentite dai giovani; chi sottolinea il linguaggio troppo dottrinale o teorico che non attinge la vita.
    Le correzioni poi a tali cause prendono linee diverse: a volte sembrano cedimenti o adeguamenti superficiali; altre migliorano con saggezza la mediazione pedagogica ma forse non vanno oltre.
    Le cause predette hanno certamente una loro incidenza. Gli itinerari e adeguamenti sono pure parte di una soluzione. Ma nel fondo la questione va risolta in altre sedi: una meditazione continuamente approfondita del mistero pasquale di Cristo come chiave interpretativa della sua missione e della nostra esistenza, che rafforzi il rapporto di adesione e di fede con lui; un confronto sulla luce della persona di Cristo con i problemi di significato e di valore che la vita e la cultura pongono oggi ai giovani per far emergere la rivelazione e il dono di cui egli è fonte e portatore. In una parola, attivare e portare verso maggiore profondità il circolo formato dall’incontro, la parola, l’invocazione e il sacramento proprio come suggerisce l’episodio di Emmaus.
    Espressioni giovanili ritagliate secondo il criterio e la sensibilità liturgica sono utili e necessarie. Allo stesso tempo i giovani debbono entrare nel cuore dei gesti e delle parole che la chiesa ha custodito gelosamente e ha arricchito per secoli perché sono carichi di memoria e significato evangelico e corrispondono alla realtà di grazia che essa vive, vuole esprimere e comunicare.
    Mistagogia è una parola non comune: ma comunque chiave nella pastorale giovanile. Significa iniziare, introdurre nel Mistero.



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