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    Le parole del Giubileo: la madre di Gesù



    Juan E. Vecchi

    (NPG 1997-09-3)


    Bellissima! è la parola che la Chiesa rivolge a Maria nella festa dell’Immacolata: tota pulchra es!
    Una specie di estasi prende la comunità cristiana quando si mette a contemplare Maria. Il nostro sguardo si sofferma felice come davanti a un capolavoro. Cogliamo, secondo l’espressione di Paolo VI, «il pensiero preferenziale che Dio ha avuto con questa creatura; l’intenzione di rivedere in Lei l’innocenza primitiva di un essere ideato ad immagine e somiglianza di Lui, non contaminato da macchia alcuna».
    È interessante! Gli evangelisti scoprono la vocazione di Maria alla luce del Cristo Risorto. Alla luce di Cristo Risorto ci tramandano la sua figura, ricamano la narrazione degli avvenimenti che riguardano Maria e ne fanno emergere il senso. Da Maria però ripartono per penetrare meglio il mistero di Gesù, soprattutto la portata reale della sua incarnazione: nato da donna!
    Gesù rimane sganciato dall’umanità se non lo pensiamo come figlio di Maria. Non di una donna in generale, anonima. Ma di una donna che nella storia umana ha avuto e ha un singolare rapporto con Dio. Lei non ha «prestato» il suo seno come luogo materiale dove Cristo prendesse corpo. L’ha accolto nella e con la totalità della sua persona, mente, cuore, volontà, esistenza; ha dato alla luce e aiutato a crescere non solo il corpo ma l’umanità di Gesù figlio di Dio. E l’ha fatto, attenta al mistero che si andava rivelando in Lui al ritmo della crescita umana. Per cui continua ad essere la sua Madre, anche sul Calvario quando egli assume, in un’offerta totale, tutti gli uomini come suoi fratelli.
    È sotto ai suoi occhi, con le sue cure, nell’ambiente famigliare da Lei costruito da mamma e sposa, insieme a Giuseppe, che Gesù «cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini».
    Perciò il Vangelo, soprattutto Luca e Giovanni, quando parlano della Madonna presentano un panorama con cinque piani simultanei e intrecciati: raccontano la storia personale di Maria di Nazaret in rapporto al mistero di Cristo; in essa evocano l’umanità tutta che nelle sue aspirazioni desidera Dio e ne sente il bisogno, da «povera» si apre e si affida a Lui; ricordano poi il popolo eletto, Israele o la Figlia di Sion, che di queste attese e speranze, per scelta di Dio, fu portatore nella storia umana; in modo particolare raffigurano la chiesa chiamata ad ascoltare l’annunzio della salvezza, a generare nella fede Gesù in ogni epoca e luogo; infine dicono ad ogni cristiano come si vive secondo il Vangelo e ne offrono un modello concreto: Lei è la prima, la più perfetta e fine discepola di Cristo.
    Così Maria è Lei stessa; ma assume e rappresenta tutti noi. Con Lei e in Lei noi umanità attendiamo il Salvatore; con Lei ci apriamo all’opera dello Spirito, con Lei diamo carne al Verbo, con Lei accogliamo il mistero della morte e risurrezione di Gesù; quando Lei intona il Magnificat, siamo tutti noi, umanità e chiesa, che esaltiamo le opere di Dio nella storia. La sua è la nostra voce; la sua lode è la nostra lode, pura e vera.
    Per questo la chiesa, cioè noi, non si stanca di guardare a Lei da diverse prospettive: Donna, Vergine, Sposa, Madre, Piena di grazia sono quelle che presentano i Vangeli. Assunta in cielo, Immacolata, Correndentrice, Mediatrice, Regina, Ausiliatrice e altre simili sono quelle che emersero in una riflessione di secoli, portata avanti insieme da pastori, pensatori, mistici, uomini di azione, semplici fedeli e «popolo». «Popolo», sì: inteso come totalità di persone, solidarietà spirituali sentite, immediatezza di intuizione, intensità e genuinità di sentimenti, espressioni spontanee e varie dell’affetto e dell’ammirazione, gesti di fiducia semplice, di speranza e di carità.
    Dove c’è Cristo c’è Maria come a Betlemme e sul Calvario. Dove ci sono i discepoli di Gesù c’è Maria come nel cenacolo. Per questo non si trova tempio cristiano dove non ci sia la sua immagine né terra abitata da cristiani dove non sia sorto un santuario a Lei dedicato.
    Sento sempre con ammirazione la storia delle bellissime icone che vengono, ormai con una certa abbondanza, dai nostri fratelli dell’Est europeo. Prima di dipingerle si fa un cammino, quasi una preparazione o apprendimento. Non consiste soltanto nell’acquisire conoscenze e tecniche pittoriche, ma nell’interiorizzare la figura di Maria, nella contemplazione col cuore e con la mente del mistero o fatto che si vuole comunicare. Si guarda, si prega, si interiorizza, si approfondisce, si traccia e dipinge l’icona dentro di noi. L’artista offre non solo un prodotto ma la sua esperienza spirituale.
    Lo stesso siamo invitati a fare noi, educatori e pastori, per avere uno sguardo più reale su Cristo e per dare una risposta più piena al suo annunzio. La TMA, a proposito della riflessione su Cristo proposta per l’anno 1997 come preparazione al Giubileo, riporta l’affermazione della LG: «La Chiesa, pensando a Lei pienamente, e contemplandola alla luce del Verbo fatto uomo, penetra con venerazione più profondamente nell’altissimo mistero dell’incarnazione e si va ognor più conformando al suo Sposo» (n. 65).
    Sono molti gli elementi e i percorsi a nostra disposizione per proporre efficacemente ai giovani l’immagine di Maria e radicare definitivamente il rapporto figliale con Lei: quotidiani e straordinari, sulla linea «dottrinale» e anche su quella della percezione della bellezza e della valorizzazione dei sentimenti. Ci sono percorsi personali e altri in cui si condivide con fede la devozione popolare.
    Tutti però convergono su alcuni itinerari che danno unità e valorizzano gli elementi singoli. Uno è certamente quello della «lectio» della storia della salvezza: raccontare e «leggere dentro» gli avvenimenti nei quali Lei è coinvolta. Le pagine dei vangeli sono preparate proprio per questo, per leggerci dentro il significato, la portata, le caratteristiche originali, le condizioni della salvezza. Nella loro stringatezza trasmettono una lunga meditazione fatta dalla comunità cristiana su Gesù Cristo.
    Tali pagine portano già dentro il percorso «antropologico-esistenziale»: la ricomprensione alla luce della storia di Maria della nostra esistenza umana, quella di sempre e quella che emerge dalle sfide culturali di oggi. Tali sfide non si limitano alla figura della donna, ma abbracciano tutti gli interrogativi che riguardano la persona umana. Il Magnificat ne offre un testo da sfruttare.
    C’è poi il cammino liturgico e della pietà mariana. Celebriamo sempre con Lei. Non deve sfuggire e nemmeno diventare rituale la menzione che di Lei facciamo in tutte le preghiere eucaristiche: l’Eucaristia si celebra sempre «con Maria la Madre di Dio». Le feste del Signore in cui Lei è parte del mistero (dal Natale alla Croce fino alla Pentecoste!) uniscono in modo ammirevole la sua memoria alla realtà della chiesa e collegano entrambe al mistero di Dio che irrompe nella storia attraverso la creazione e la Redenzione.
    C’è il cammino dell’impegno ecclesiale: il servizio della comunità cristiana e umana ricopia la sua premura nell’accudire Gesù, Elisabetta e il Precursore, gli sposi ai quali si sta per guastare la festa, i discepoli. Ci sono in questi racconti accenni molteplici ad urgenze sentite e alla forma cristiana di servire. È interessante rilevare quanto la motivazione mariana muove nel senso della missionarietà e del coinvolgimento sociale.
    C’è lo sforzo spirituale di configurarsi a Lei. Maria non è un «modello femminile» soltanto, come Cristo non è soltanto un modello maschile. Cristo e Maria sono due punti dove la vita converge in tutta la sua ricchezza. Senza negare il proprio genere lo trascendono e diventano così universali.
    C’è il percorso di vivere col proprio popolo la presenza di Maria, come tratto di religiosità cristiana e ricchezza culturale, intesa nel miglior senso della parola: comprendere, partecipare e interiorizzare la pietà popolare. Essa ci arriva dalla famiglia, ci penetra mediante i gesti quotidiani di amore e invocazione, ci arricchisce con le devozioni tradizionali, si rafforza nella visita ai santuari, che sono «luoghi» della fede, della speranza e della carità.
    Ma è il cuore che muove e unifica tutto. Chi ne ha fatto l’esperienza, la comunica con passione. La dimensione mariana è perciò determinante nella spiritualità di chi si propone di accompagnare i giovani verso la maturità della fede.



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