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    Gioia Quattrini

    (NPG 1998-06-02)


    Anno accademico 1945-46. Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari. Nell’aula di Filosofia del Diritto la lezione è cominciata: «La persona umana è il principio e il fine dell’esperienza giuridica... L’imperatività della norma giuridica non va intesa come volontà dello Stato che si impone dall’esterno alla volontà dei singoli, perché il diritto è solo l’agire eticamente orientato... Lo stato è etico in quanto in sé compone ed accoglie in armonia i valori sviluppati dai singoli e dagli aggregati sociali minori dei quali si compone e senza i quali non sarebbe... La coercibilità della norma se non si trasforma in restaurazione di giustizia e di rinnovata condizione di libertà fallisce il suo compito...».
    Una manciata di anni separa il giovane uomo alla cattedra dai giovani uomini seduti ognuno al proprio banco.
    La guerra è appena finita. Nell’aria ancora echi di spari e canzonette americane, quando il professor Aldo Moro scandisce parola per parola quella straordinaria teoria dello Stato, figlia prediletta della dottrina sociale della Chiesa, fondamento irrinunciabile per la futura Italia democratica.
    Gli studenti che lo ascoltavano erano i figli di un regime che aveva soffocato gli spazi di confronto intellettuale ed aveva conculcato le più elementari libertà. Essi bevevano con avidità le parole di quell’uomo, parole fertili che illuminavano scenari futuri e rimandavano ad un paese dove «la tensione ideale... distribuisca i beni economici in modo equo, arricchisca la persona anche nell’ordine spirituale e culturale, restituisca all’uomo il senso della sua dignità personale, della sua funzione di cittadino e, insieme, il gusto della libertà che alimenta e muove l’incessante progresso della vita sociale. Una visione di giustizia, una limpida ed intransigente valutazione che, senza in nulla indulgere ad un egualitarismo astratto e demagogico, chiarisca le reali esigenze del progresso democratico».
    Parlava Aldo Moro con il cuore nella gola e gli animi dei presenti volavano da lui, animi spinti da tensioni nuove e suggestive: solidarietà, uguaglianza, democrazia. Come Socrate egli pensava che gli studenti non fossero vasi da riempire ma torce da accendere.
    Per più di 40 anni fu testardo nello sforzo di tenere le sue idee lontane dalla polvere, di far seguire ai discorsi i fatti, di difendere ovunque i valori della fede in cui credeva.
    «E quindi lo Stato... si realizza tendenzialmente e sempre in maggior misura nello sforzo di progresso, di libertà, di umanità e democrazia. Che i cattolici vi si inseriscano nella piena professione della loro idealità, del loro modo di concepire e misurare e valorizzare i rapporti umani... tutto ciò è importantissimo, insostituibile contributo all’attuazione della democrazia, alla costruzione dello stato democratico in Italia... La presenza dei cattolici sul terreno politico, la loro vigorosa assunzione di responsabilità, l’accettazione di tradurre gli ideali cristiani in concreta ispirazione politica per l’ordinamento e lo sviluppo della società italiana... tutto questo significa garanzia ed arricchimento della democrazia italiana».
    Un modello destinato a non tramontare che ancor oggi non smette di catturare con il suo splendore cattolici e non cattolici.
    Politico e credente mai pago scrive a sua moglie dal carcere: «Vorrei capire con i miei occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo».
    Ci sono uomini che per volare non vogliono ali.



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