Identità e soggettività

Inserito in NPG annata 1998.


Vincenzo Lucarini

(NPG 1998-08-15)


Il taglio delle considerazioni presentate in questo articolo è di tipo psicologico, anche se verranno presentate le implicazioni e gli agganci a questioni di carattere socio culturale con, sullo sfondo, una preoccupazione di tipo educativo.

Il riscatto della soggettività

Innanzi tutto va rilevato che la cultura sociale che abitiamo ha prodotto negli ultimi decenni due particolari processi che hanno modificato il significato e gli atteggiamenti nei confronti delle tematiche che ruotano intorno alla questione della soggettività: da una parte è stato operato una sorta di riscatto della soggettività, da un’altra è in atto una sua strumentalizzazione legata alla logica consumistica.
Senza entrare nel merito di tali problematiche che vengono in qualche modo affrontate in altri lavori del dossier, ma che vanno comunque accennate per comprendere come le dinamiche più tipicamente individuali relative ai processi di costruzione della personalità si incrocino e vengano ridisegnate dai processi sociali e culturali, quello che qui interessa sottolineare è proprio questo autentico ribaltamento che si è compiuto nella seconda metà del secolo, che ha portato a dare maggiore rilevanza alla dimensione della soggettività rispetto a quella che possiamo genericamente definire della oggettività.
Quando si parla di oggettività si fa riferimento alla realtà esterna al soggetto (fisica, scientifica, istituzionale e culturale), realtà dotata di un suo ordine, di sue regole e obblighi.
Di fronte a questa realtà già data, al soggetto veniva in qualche modo chiesto di «modificarsi» per adattarvisi, con la conseguenza di rinunciare, ridimensionare o comprimere aspetti personali che entravano in conflitto con le esigenze normative.
L’oggettività va anche intesa come quella realtà interna al soggetto che si riferisce alla sua razionalità, «all’io penso cartesiano» che dà ordine e sistematicità al mondo operando però in modo scisso rispetto alle altre dimensioni del soggetto (affettività, emotività, sessualità, bisogni, piacere) che vengono considerate come ospiti indesiderati o comunque prive della stessa dignità riconosciuta agli aspetti più nobili della persona. In questo modo assumeva un ruolo centrale e predominante quella parte del mondo soggettivo che fa da ponte con la realtà esterna, ponendo come priorità le prerogative e le esigenze della realtà sociale e istituzionale (l’io e il super-io freudiano).
L’operazione di riscatto della soggettività ha comportato un cambiamento significativo di criteri orientativi e valoriali permettendo la creazione di un contesto culturale che dà valore e facilita l’espressione di aspetti della persona che prima venivano visti con sospetto, quali quelli, appunto, inerenti alla sfera emotiva-affettiva-desiderativa.
Da un altro lato va evidenziato come la soggettività riscattata, soprattutto negli aspetti che hanno a che fare con i bisogni e le esigenze di base della persona, sono diventate la «leva» privilegiata capace di saltare l’anello della scelta consapevole e far passare i «consigli» per gli acquisti del mondo dei consumi.
Le ricadute di quanto accennato sul mondo giovanile sono molteplici. Con riferimento alle analisi della condizione giovanile, sottolineeremo gli spunti che maggiormente interessano rispetto al discorso che si sta sviluppando.

«Faccio esperienza, dunque sono»

Una prima serie di fenomeni caratteristici relativamente alla cultura giovanile, riguarda il diffondersi di un modello di vita focalizzato sulla «espansione» della propria soggettività, cioè sul dare priorità al soddisfacimento dei propri bisogni ed esigenze, sull’attenzione sulla continua ricerca di condizioni soddisfacenti per il proprio io, con particolare riferimento ai sentimenti, ai desideri, all’affettività e all’eros, alla riappropriazione del corpo e del divertimento.
Tali cambiamenti segnalano a loro volta un progressivo distacco da parte dei giovani nei confronti dei modelli sia etici che culturali caratterizzati da forte progettualità e oggettività.
All’eclissi della progettualità, della formulazione, cioè, di piani a medio e lungo termine con obiettivi di vita impegnativi, si affianca l’assunzione di criteri soggettivi di comportamento che porta il giovane a privilegiare «l’esperienza» come criterio orientativo nella società.
Il giovane d’oggi, più che dare importanza alle norme, ai progetti di vita, agli ideali, sembra orientato prevalentemente a vivere la propria vita, a fare esperienze e a verificare alla luce della propria esperienza la bontà e l’efficacia di proposte di vita e di modelli di comportamento.
Uno degli esiti è il senso di discontinuità temporale e di disarticolazione, propri di chi non si preoccupa di individuare un filo conduttore unitario alla propria esistenza, dal momento che l’obiettivo che si pone è quello dell’autorealizzazione, non quello della congruenza dei comportamenti.

Il criterio dell’autorealizzazione

Ciò che diviene centrale nelle scelte dei giovani è dunque la tensione all’autorealizzazione, l’esigenza cioè di recuperare la propria identità soggettiva, mediante la conoscenza di sé, nonché la soddisfazione dei propri desideri e persino dei propri istinti. Il sé, in tutte le sue componenti, diviene il centro assoluto del mondo. Le istanze soggettive assumono la funzione di valutazione, scelta e spinta all’azione. Ciò conduce, ovviamente, al rifiuto di tavole di valori precostituite o di modelli di comportamento imposti dall’esterno, in quanto vengono considerati come espressione di un processo repressivo tendente a mutilare la libertà e a mortificare la soggettività.
Si verifica un dissolvimento di principi assoluti a favore delle decisioni personali del soggetto, il quale ricerca, alla luce della propria coscienza, una risposta appropriata al senso della vita.

Fenomenologia della soggettività

Dall’analisi più di tipo socioculturale passiamo ora a considerare la soggettività dal di «dentro» relativamente a come si articola e in ultima analisi in cosa consista.
Parlare di soggettività significa far riferimento ad una realtà che appare contemporaneamente difficile da definire, imprenscindibile e cortocircuitabile
È problematico definirla in quanto non facilmente schematizzabile, né facilmente inquadrabile da un punto di vista razionale. Non è realtà che si «acchiappi» tranquillamente. I territori della soggettività sono ampi ma anche sfuggenti. Non è possibile metterla nel sacco né vivisezionarla con tutti i possibili e più sofisticati strumenti di indagine psicologica o neurologica. Questa difficoltà è egualmente presente sia da un punto di vista interno (la persona che cerca di cogliere la propria soggettività) sia da quello esterno (gli altri che per motivi personali o «scientifici» cercano di definirla). Ricucire i fili dei riferimenti e dei percorsi del mondo interno della persona, il punto di vista genuino della persona su di sé, sugli altri, sulla vita e sul mondo, è opera affascinante ma complessa e per alcuni versi impossibile, nel senso che c’è sempre qualcosa che rimane fuori o qualcosa che cambia. Non bisogna dimenticare, infatti, che la soggettività è in continua trasformazione e divenire, pur se cerca di rimanere fedele a se stessa e in sintonia con i suoi presupposti di fondo.
È però anche realtà imprescindibile, in quanto dotata di una sua specificità e densità. Le sue prerogative e le sue caratterizzazioni reclamano attenzione e rispetto. Il modo di vedere della persona, i suoi orientamenti originali chiedono con forza variabile di essere tenuti in considerazione da parte del soggetto stesso e da parte degli altri.
È infine realtà fragile che può essere aggirata con opportuni stratagemmi. Anche la soggettività ha i suoi «talloni d’Achille», delle porte d’ingresso secondarie che vengono sfruttate da chi ha interesse a produrre veri e propri cortocircuiti tra parti della persona prescindendo dall’uso della consapevole intenzione di agire verso una meta (ad esempio far leva sui bisogni per spingere ad agire verso certe direzioni, saltando la scelta responsabile).
Per sintetizzare, la soggettività è difficile da perimetrare o misurare, reclama le sue prerogative ma può anche essere aggirata o saltata. Siamo in presenza di un rompicapo che ha per molti versi il carattere di paradossalità. In particolare va rilevata la sua importanza centrale per l’esperienza umana, relazionale ed educativa, ma anche la sua fragilità e vulnerabilità rispetto ai complessi e potenti processi politici, economici, sociali e culturali che la vorrebbero mettere tra parentesi o trattarla come variabile dipendente al servizio di quegli stessi processi considerati invece come variabili indipendenti che hanno il potere di definire e plasmare.
Riscoprire la soggettività, rimetterla al centro dei processi educativi, vuol dire riaffermare l’aspetto fondante dell’esperienza umana. Vuol dire, in ultima analisi, proclamare l’irriducibile originalità della persona. Pur nella difficoltà della sua definizione, ripartire dalla soggettività ridireziona l’attenzione verso il rispetto del punto di vista, dei parametri, dei riferimenti che la persona si dà.
Significa anche guardare alla persona nella sua totalità, in tutte le sue componenti interagenti in maniera dinamica, consapevoli che non esistono dimensioni più nobili e altre meno nobili: parti da incrementare e rinforzare, e altre da ridimensionare e mettere nell’ombra.
A livello educativo è importante avvicinarsi con profondo rispetto di fronte al «mistero» della soggettività. Accanto a ciò va detto che la soggettività cresce e fiorisce con l’intervento educativo appropriato. Soggettività, processi educativi e rispetto diventano allora strettamente collegati. Il rispetto, in particolare, diviene il fulcro dell’intervento teso a promuovere i processi di costruzione della soggettività che permettono alla persona di essere consapevole e protagonista. Il rispetto diviene l’indicatore di processi relazionali che segnalano le condizioni interpersonali capaci di far fiorire la soggettività.
Il rispetto riguarda i processi e i tempi con cui si costruisce la soggettività, che si esprime attraverso la conquista dell’autonomia responsabile e solidale. La conquista della soggettività matura è il frutto di processi evolutivi che si snodano attraverso passaggi assai delicati. Inizialmente, agli albori della vita personale, non esiste una soggettività compiuta, anche se le raffinate ricerche che oggi è possibile condurre sui neonati lasciano intuire la presenza di un senso del sé più precoce di quello che si immaginava in precedenza. Esiste una soggettività esterna su cui si appoggia il piccolo, che garantisce una lettura e interpretazione dei suoi bisogni e ne gestisce l’attuazione. Esiste una soggettività in embrione o potenziale, che si nutre della capacità degli altri significativi che si prendono cura del piccolo di saper «leggere» e decodificare i segnali indiretti attraverso cui questa soggettività in fieri si manifesta. Ciò che è importante è che fin dagli albori dell’esistenza il piccolo dell’uomo possiede capacità di proporsi, di regolare e di direzionare in modo complesso l’intervento nei suoi confronti da parte degli adulti. Il bambino è fin dall’inizio partner attivo con l’adulto nel condurre quella che ci appare sempre più una sorta di danza in cui non è possibile definire con certezza chi guida e chi viene guidato, ma la direzione e i movimenti sono il risultato di una complessa azione interattiva tra i due protagonisti. Tutto ciò ci rivela l’esistenza di riferimenti interni già nel piccolo che vanno tenuti in considerazione per allacciare relazioni costruttive con lui. Certamente non possiamo parlare di un compiuto senso di identità, ma è altrettanto certo che l’identità matura si costruisce in continuità con tali processi iniziali. La soggettività chiama in causa dunque la questione della costruzione dell’identità. È proprio nel definire la propria identità che il giovane dà forma compiuta alla propria soggettività.
Se è vero che l’identità si costruisce progressivamente fin dall’inizio della vita personale, è vero anche che l’adolescenza costituisce un vero e proprio salto, un momento di discontinuità e «rottura» dentro un processo continuo di organizzazione di sé.
All’interno del processo di costruzione dell’identità l’adolescenza rappresenta un momento cruciale. Durante l’adolescenza, infatti, si rendono disponibili risorse preziose rispetto alla possibilità di essere consapevole e di autodeterminarsi. I cambiamenti in ambito cognitivo ed affettivo mettono a disposizione dell’adolescente gli strumenti per poter dare, per la prima volta in maniera significativa, un’impronta personale alla definizione di sé e all’organizzazione della propria identità. L’identità rappresenta quindi una struttura centrale nell’organizzazione del sé, ed è segnata dal divenire, nel senso che non è data una volta per tutte ma è aperta a cambiamenti più o meno rilevanti nel corso del ciclo vitale. La persona è progressivamente più attiva, all’interno di questo ciclo, nella strutturazione della propria identità. Infine, l’identità prende respiro da un senso ampio della dimensione temporale. Essa infatti è costituita dal raccordarsi dinamico del presente («come mi percepisco oggi»), del passato («come mi percepivo prima») e del futuro («come voglio diventare»): il presente intrecciato con la memoria e con il progetto.

La costruzione dell’identità nel tempo del primato della soggettività

L’adolescente e il giovane che sono alle prese con il processo di costruzione della propria identità alle soglie del 2000, si trovano a fare i conti con opportunità e rischi assai diversi rispetto a quelli affrontati dai coetanei delle generazioni precedenti.
Innanzi tutto il processo avviene dentro tempi più dilatati: la recente ricerca COSPES, L’età incompiuta (Elledici) mostra chiaramente come alla fine dell’adolescenza (18-19 anni) un senso sufficientemente definito di identità è ancora di là da venire e da compiersi, facendo così slittare alla fase «giovanile» il compito di chiusura del processo.
In secondo luogo l’adolescente di oggi può contare su un contesto culturale che offre permessi notevoli rispetto al dare spazio ad aspetti di sé come l’affettività, l’emotività, la sessualità, il divertimento che in precedenza venivano invece fatti oggetto di divieti e ridimensionamenti all’interno dei processi di socializzazione ed educazione. Può quindi esprimere e accogliere una molteplicità di dimensioni che fornisce l’opportunità di costruirsi in modo più ricco e completo.
Viene inoltre favorita e stimolata la possibilità di costruire se stesso cercando di realizzare le proprie aspettative e aspirazioni personali in sintonia con ciò che sente più caratteristico e tipico di sé.
Il fare esperienza diviene la strategia principale attraverso cui l’adolescente ricerca e costruisce la sua identità.
L’esperienza nuova può funzionare come elemento che crea squilibri dentro l’organizzazione che l’adolescente va faticosamente cercando di darsi. È attraverso il fare esperienza che praticamente, in maniera non pianificata e quasi impercettibilmente, l’adolescente si apre nuovi orizzonti e possibilità di scenari diversi. Perché comunque le esperienze che in maniera «casuale» vengono vissute mettono in crisi gli schemi personali con cui si cerca di dare forma alla realtà personale, interpersonale e culturale. La crisi obbliga a nuovi riaggiustamenti. È dunque una situazione in continuo divenire, che dà una spinta evolutiva alla situazione personale e ambientale che comporta l’elaborazione di nuove attese, nuovi bisogni, nuove domande. A tutto ciò risponde destrutturando la sua personalità e attivando una nuova ricerca, mediata anzitutto dall’azione (e dalla riflessione che questa si porta dentro) e quindi da nuove esperienze. Ma l’esito non è scontato. Da questa esperienza di costante sconvolgimento unita a tentativi di riaggiustamenti, l’adolescente può uscire ristrutturando la sua identità oppure lasciandosi «guidare» dalla casualità delle esperienze che gli capitano o da quelle che gli suggeriscono le impressioni e le istanze prevalenti di volta in volta.
Da un punto di vista evolutivo il compito che si pone di fronte all’adolescente e quindi anche a chi ha una responsabilità educativa nei suoi confronti, è quello di riuscire a coniugare la ricchezza di stimoli e opportunità di questa prospettiva con la consapevolezza, con la responsabilità e con la progettualità.
Quando parliamo di consapevolezza rispetto all’adolescenza dobbiamo precisare che si tratta di una consapevolezza diversa da quella dell’adulto. Ha più a che fare con la capacità faticosa di uscire dal cortocircuito rappresentato dal sentire-fare per creare uno spazio di riflessività che filtra e coordina il sentire con il fare.
I sentieri della maturità per essere percorsi richiedono un progressivo allargarsi degli orizzonti della consapevolezza. Per l’adolescente questo significa riuscire a riflettere dopo l’esperienza, per arrivare successivamente a riflettere dentro l’esperienza, per terminare con la capacità di riflettere prima dell’esperienza. Si tratta comunque di una consapevolezza che nasce, si nutre e si sviluppa a partire dall’esperienza immediata.
La crescita dell’adolescente si articola non tanto sulla base della trasformazione che si produce sulle idee in astratto, ma sul continuo rimodellarsi dell’esperienza a partire dallo sperimentare un vissuto prima ancora che dall’azione ordinatrice e formalizzatrice della propria razionalità.
Sarà poi il frutto maturo delle fasi successive quello che darà all’adolescente un uso più sofisticato e articolato delle proprie possibilità di pensiero e di simbolizzazione.
Accanto al recupero della consapevolezza si pone anche la questione della responsabilità rispetto all’espressione della propria soggettività. Da un punto di vista educativo si pone il problema di aiutare gli adolescenti ad allargare l’ottica della propria visuale. Se questa si restringe unicamente al mondo soggettivo, o anche alla consapevolezza di esso dal di dentro, il problema diventa che non si colgono le implicazioni degli effetti del proprio agire sulla realtà fisica e interpersonale.
L’adolescente va quindi stimolato a ricucire il filo che lega ciò che lui fa, come espressione di sé, e le conseguenze che questo provoca. La responsabilità si riferisce quindi alla capacità di assumere in pieno il frutto del proprio agire nel mondo. Se vogliamo, ha a che fare con il processo di consapevolezza diretto più che all’interno del soggetto al suo esterno.
Infine, un’altra sfaccettatura di una soggettività matura è la capacità di progettare, di uscire fuori dal «risucchio» e dal «vortice» del presente. La pianificazione a breve e medio termine del proprio comportamento e dei propri obiettivi, a partire anche dagli aspetti più quotidiani, abilita ad acquistare il senso che la propria soggettività si costruisce e si nutre non a corto respiro ma ampliando gli orizzonti del tempo.