Minori a rischio ed interventi di tutela

Inserito in NPG annata 1998.


(NPG 1998-09-58)


Si è svolto a Milano nel novembre scorso il seminario Minori a rischio ed interventi di tutela, organizzato dal CISF (Centro Internazionale Studi Famiglia), in collaborazione con il CBM (Centro per il bambino maltrattato), il CTA (Centro di terapia dell’adolescenza) e la casa editrice Raffaello Cortina; la giornata è stata patrocinata dal Comune di Milano.
Il seminario rivolto ad operatori socio-sanitari, educatori di comunità e a quanti lavorano nell’area minorile, prende spunto dall’esperienza specialistica maturata nelle strutture che operano nel territorio milanese, e si è proposto di riflettere sulla protezione dei bambini e sul recupero della famiglia di origine. Nella discussione sono emersi diversi nodi tematici di grande interesse, che vengono qui brevemente illustrati in tre grandi blocchi.
* in primo luogo si segnalano alcuni elementi che caratterizzano i minori in condizione di grave rischio;
* in secondo luogo si descrivono alcuni temi legati all’assetto dei servizi (come si organizza e come dovrebbe essere migliorata la risposta dei servizi territoriali ai bisogni dei minori);
* in terzo luogo si segnalano alcune «piste aperte», alcuni interrogativi emersi durante il seminario e meritevoli di ulteriori approfondimenti

MINORI A RISCHIO: UN PROBLEMA ATTUALE

La tutela del minore nella società complessa

Emerge, sul tema dell’abuso e del maltrattamento minorile, una situazione di contraddizione sociale e di confusione interpretativa del problema del minore a rischio, anche da parte dei mezzi di informazione.
«Un fattore fortemente integrato nella nostra cultura è l’idealizzazione dei genitori e il loro diritto di abusare e al tempo stesso di punire il bambino. Questo fatto rende impercettibile agli osservatori il nesso tra eventi strettamente correlati. Si crea così una scissione tra due posizioni estreme: da un lato la colpevolizzazione e la criminalizzazione dei genitori, senza alcuna possibilità di appello, dall’altro si sottolineano gli aspetti affettivi e di legame familiare, per cui si è portati a minimizzare su fatti gravi. In tal modo l’opinione pubblica si muove su linee estremamente contraddittorie. La stampa ha posto per esempio estrema attenzione ai diritti del minore (ampia eco è stata data alla questione degli zainetti troppo pesanti), dall’altro lato ha sostenuto battaglie a favore di genitori che si sono opposti a decreti di allontanamento dei figli anche nei casi di comprovato pregiudizio per il minore. Prevale un conflitto di interessi, tralasciando i diritti e la persona del più debole, di colui che è meno tutelato e non in grado di far valere le proprie ragioni: il minore» (Francesco Vadilonga, terapeuta del CTA).
La confusione è nella nostra società in quanto tale, divisa e complessa sia nei rapporti personali che nei comportamenti socialmente determinati, il che comporta anche una elevata difficoltà ad individuare percorsi di aiuto di fronte a bisogni relazionali individuali e familiari.
«La nostra è una società contraddittoria, divisa, dove i ruoli e i comportamenti sono confusi. Indubbiamente rispetto al passato ci sono molte più risposte, ma anch’esse confuse. Per chi deve chiedere aiuto o per chi deve poter trovare nella società quella forma di solidarietà primaria, risulta frastornante rivolgersi alle agenzie preposte. Mi riferisco, per esempio, a quei genitori che pur riconoscendo le loro difficoltà, nel gran numero di aiuti che vengono loro dati, ritrovano soltanto un’ulteriore confusione... Parlo degli esperti, dei tecnici appartenenti ai vari servizi sociali, che a volte si fa fatica ad individuare» (Livia Pomodoro, Presidente del Tribunale per i minorenni).

Identità relazionale del minore

Nell’affrontare il problema della tutela del minore occorre comunque adottare una prospettiva che privilegi l’aspetto relazionale dell’identità delle persone.
Il minore non è scindibile dal contesto familiare in cui si trova; non si può pertanto provvedere, come purtroppo spesso accade, a dare un appoggio ad un bambino in difficoltà senza tener conto della sua famiglia.
Il minore va quindi sempre considerato in una dimensione ecologica e relazionale, non individualistica, posizione sostenuta da alcune teorie psicologiche che considerano l’individuo autonomo e isolato, in una prospettiva individualistica che è tipica della nostra società.
«L’autonomia dell’individuo come ‘mente isolata’ è un mito. L’individuo, e il bambino prima di tutto, va sempre visto in una dimensione ecologica, essendo egli figlio. La persona identifica se stessa ed è identificata dagli altri quale appartenente ad una molteplicità di gruppi sociali. L’io coincide con l’essere figlio, fratello, membro della propria famiglia, membro di un villaggio. Occorre salvare il contesto naturale della persona: l’utilità dell’affido è tale solo quando tende a recuperare le relazioni con la famiglia naturale» (Valeria Ugazio, Università di Torino).
In tale approccio relazionale e familiare occorre inoltre recuperare l’identità del minore in quanto figlio, in riferimento cioè ai legami educativi, a quelle relazioni che, prima e con più forza di ogni altro elemento, costruiscono l’identità in formazione del bambino.
«Ogni bambino deve essere considerato come bambino e come figlio, e in quanfo figlio, è soggetto di diritti che sono sanciti dalla legge, in primo luogo di poter crescere nella sua famiglia d’origine. Quindi come opzione di principio riteniamo che il luogo migliore dove i bambini possano crescere sia quello dei loro genitori» (Francesco Vadilonga, CTA).
In questa prospettiva emerge anche l’importanza di alcuni aspetti che fanno parte della vita dell’uomo, ma che hanno perso la loro valenza nella società contemporanea, troppo appiattita sul presente, e spesso incapace di progetto sul futuro o di memoria del passato. Si tratta di recuperare i concetti di destino e di storia personale, intrecciati al valore individuale, unico e irripetibile, della singola persona. Recuperare il valore della persona significa recuperare il rapporto tra le generazioni mettendo in luce i valori trasmessi nel corso del tempo, sia all’interno della società, sia, soprattutto, dentro le relazioni familiari.
«Ciascuno di noi è differente, con differenti origini che ci creano diverse possibilità e vincoli che possono essere elaborati in un destino che sarà diverso per ciascuno di noi... La rabbia e la violenza sono sempre lette in funzione della particolare posizione che l’individuo ha nel gruppo di cui fa parte: non sono tratti permanenti, ma costituiscono una trama narrativa che vede spesso l’individuo alle prese con i propri contesti originari, in cui la sua vita individuale non è che il pezzo di una narrazione interconnessa.
Un certo tipo di interpretazione e di lettura può aiutare a far sì che il minore, pur avendo subito una violenza da una famiglia brutale, possa perdonare i suoi genitori e considerarli, in un contesto più ampio, a loro volta delle vittime» (Valeria Ugazio, Università di Torino).

RISPOSTE POSSIBILI AI BISOGNI EMERGENTI

Per poter dare risposte possibili ed efficaci, gli operatori dei diversi servizi che di volta in volta sono responsabili di interventi a favore dei minori in grave difficoltà devono tenere conto di alcuni aspetti fondamentali.

Recuperare le relazioni tra il minore e la famiglia maltrattante

Non è possibile aiutare il minore prescindendo dalla sua famiglia, anche – e soprattutto – nel caso in cui la famiglia è lo scenario entro cui si svolgono i comportamenti maltrattanti e abusanti nei confronti del minore stesso.
«Il primo vero modo per aiutare un minore la cui famiglia è in crisi, è quello di aiutare il nucleo familiare stesso ad uscire dalla crisi, restituendo al minore, dove ciò sia possibile, il suo contesto originario di vita. È necessaria la tutela dalla famiglia e la ricerca e l’individuazione delle ragioni relazionali che hanno creato il disagio del minore» (Francesco Vadilonga, CTA).
Si tratta quindi di uscire da una logica di «ricerca del colpevole», sostituendola con un approccio che cerca di riabilitare da subito il sistema familiare, recuperandone le potenzialità e le risorse educative e relazionali anche laddove esse appaiono gravemente compromesse.
«Una possibile linea di ricerca può essere data mettendo in luce il rispetto autentico, non di facciata, nei confronti della famiglia maltrattante... anche gli interventi più duri possono essere effettuati nel contesto di un’aspettativa positiva: riabilitandosi, proteggendo se stessa, la famiglia protegge anche il figlio; tutelando il figlio, la famiglia tutela se stessa» (Valeria Ugazio, Università di Torino).
Ciò non significa affermare sempre e comunque che la famiglia naturale sia meglio di qualunque altra famiglia o soluzione.
«Ciò risulterebbe falso e pericoloso. Falso perché ci sono dei limiti entro cui non può essere impunemente fatto del male ad un figlio: pericoloso perché si potrebbe sottovalutare il danno che il bambino riceve e in qualche modo giustificare un mancato intervento di tutela.
Noi vogliamo invece affermare il diritto del bambino ad essere considerato figlio e la responsabilità degli operatori che devono permettere il rientro nel suo contesto originario: ogni qualvolta la famiglia ha accettato di fare un percorso di cambiamento si è modificata rispetto alle ragioni che avevano indotto il pregiudizio. Paradossalmente possiamo dire che quando una famiglia funziona male e danneggia i propri figli, gli interventi di tutela del minore si risolvono in una tutela della stessa famiglia» (Francesco Vadilonga, CTA).

Una alleanza tra saperi diversi per costruire modelli comuni di intervento

La complessità dei problemi e dei bisogni di cui sono portatori i minori e le loro famiglie esige interventi non settoriali, rinchiusi in specializzazioni tecniche autoreferenziali, ma un approccio multidimensionale, capace di raccogliere, attorno ad un progetto di aiuto, operatori dalle diverse abilità, professionalità, saperi e ruoli istituzionali.
«È utile che ci siano più competenze, più punti di vista e che questi concorrano ad elaborare e gestire un progetto in maniera integrata: il tribunale dei minori, il giudice, il servizio sociale territoriale, la comunità o il centro di intervento nel quale il bambino viene collocato. La contemporaneità di setting diversi, per esempio quello familiare e quello individuale, quello clinico e quello sociale, può essere proficua se tali contesti e approcci sono utilizzati all’interno di un lavoro di rete condiviso che dia significato, unitarietà, coerenza e legittimità a ciò che viene fatto in tempi e in luogi separati» (Francesco Vadilonga, CTA).
«Un fatto estremamente positivo per il Tribunale per i Minorenni è la composizione mista al suo interno, caratteristica che dovrebbe essere estesa a tutto l’ambito dell’ordinamento giudiziario italiano.
Le nostre decisioni sono prese a seguito di Camere di Consiglio in cui vengono valutate tutte le situazioni. Ciò non toglie che la complessità dei problemi che si presentano ai giudici minorili esigono anche un confronto continuo sulle metodologie che vengono usate per far fronte alle esigenze dei minori» (Livia Pomodoro, Tribunale per i minorenni, Milano).
Ma la difficoltà di «condividere» i saperi emerge poi nel normale funzionamento dei servizi, anche laddove esistono momenti comuni di discussione e di lavoro congiunto.
«C’è la tendenza a sradicare troppo rapidamente il minore dal suo contesto familiare. Esiste una valutazione coatta di non idoneità del bambino a rimanere nella famiglia di origine quando questa risulti fortemente problematica, ma manca una collaborazione tra psicologi e tribunale che dovrebbe essere bidirezionale... gli stessi psicologi dovrebbero assumere un atteggiamento più critico nei confronti di certe pratiche a cui il minore viene sottoposto, quali l’audizione protetta. È una pratica drammatica: si chiede al figlio di denunciare il proprio genitore. In tal modo gli si richiede un salto generazionale estremamente drammatico che difficilmente nel corso della sua vita potrà superare. Devono essere lo psicologo, il giudice, a prendersi la responsabilità di denunciare il genitore negativo» (Valeria Ugazio, Università di Torino).
La condivisione dei percorsi di aiuto non riguarda poi solo i singoli operatori (e i saperi professionali di cui sono portatori), ma interessa soprattutto la collaborazione tra diverse istituzioni, in un lavoro multidisciplinare e di coordinamento tra le varie agenzie che si occupano del disagio minorile.
«Occorre che centri specializzati come il Caf, il Cta e il Cbm si integrino e cooperino con tutte le strutture che svolgono un’azione di prevenzione e di cura nei confronti del minore. È importante pensare a questa connessione. Attraverso una valutazione comune è possibile giungere ad un recupero della famiglia originaria» (Dante Ghezzi, CBM).

Il progetto come luogo del «lavorare insieme»

L’esigenza di comunicare, di produrre interventi coordinati e percorsi organici di aiuto, anziché sentieri sconnessi e disarticolati di passaggio da un ente all’altro (tipici di troppi iter assistenziali dei minori in difficoltà) richiede tuttavia una logica diversa, un ambito entro cui diventa utile e ragionevole lavorare insieme: il progetto.
«È necessario passare dall’urgenza e dalla casualità ad una progettualità. L’urgenza ci porta ad agire senza aver sufficientemente pensato e riflettuto su quelle che possono essere le soluzioni migliori. Siamo spinti a collocare il bambino sulla base di ciò che troviamo disponibile. Il progetto invece è un insieme organico e strutturato di pensiero, e si traduce in un agire per mezzo di un senso e di un significato. È quindi chiaro che dobbiamo introdurre nella dimensione del fare il capire: agire come conseguenza della comprensione ed in modo mirato» (Francesco Vadilonga, CTA).
I vari interventi di tutela delle necessità e delle urgenze del minore presentano un grosso limite: quello di intervenire conseguentemente alla situazione di disagio che può essersi verificata per il minore e la sua famiglia, mentre sarebbe necessaria ed auspicabile un’azione di prevenzione, a partire dall’azione giuridica stessa.
«Credo che nel nostro Paese manchi la capacità di progettazione e di intervento sui bisogni, non dico prima che questi emergano, ma quando sono in una fase iniziale in cui sia possibile trovare un rimedio. Prima di tutto occorre una condivisione di conoscenza dei bisogni e quindi di interventi prioritari. Nella società odierna c’è una sorta di allontanamento delle responsabilità. Per crescere bisogna essere responsabili. Compito fondamentale della famiglia è quello di educarsi alle responsabilità, condividere le regole della società civile e fare in modo che ci si adegui ad esse...
Purtroppo il tipo di legislazione emergenziale per la confusione dei ruoli e delle competenze tende a dare risposte a dei bisogni che sono passati. Il bisogno di intervento riguarda tutta la società e può essere generale o specifico.
È necessaria la flessibilità della risposta che purtroppo manca...» (Livia Pomodoro, Tribunale per i minorenni).
Significativa al riguardo è l’esperienza del Comune di Milano nel settore minori.
«Dal 1990 ad oggi il Settore Servizi Sociali del Comune di Milano ha subito un aumento delle prese a carico dei minori. Da 4.400 minori seguiti si è passati a 5.700. Altrettanto consistente è stato il numero dei nuclei familiari che sono stati considerati in quanto tali e non semplicemente come luoghi di nascita e di crescita...
Questo ha significato la consapevolezza che di fronte ad una complessità della situazione sociale e a fronte di un approccio più competente anche da parte dei servizi si è identificata una crescente casistica a cui ci si sente chiamati a dare risposte adeguate e professionali...
La consapevolezza della necessità di collocare ogni intervento che riguardi in qualche modo i minori in un globale contesto di interventi, delinea l’esigenza di un lavoro progettuale, che è tale se fin dall’inizio coinvolge tutti gli attori implicati, se tiene conto della peculiarità della singola situazione e rispetto alla sua specificità è in grado di attivare le competenze, le responsabilità istituzionali, le attività professionali, il sostegno della comunità nel suo complesso...
Compito del percorso milanese è proprio quello di partire dalla concretezza delle soluzioni attraverso quegli strumenti peculiari che sono i servizi territoriali...» (Mara Grazia Dente, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Milano).
È fondamentale quindi:
– rilevare il bisogno di una rete di servizi territoriali che non settorializzino, ma, pur cogliendo la specificità delle situazioni, siano aperti al minore e alla sua famiglia;
– attivare un collegamento progettuale dei servizi per sostenere il minore e la famiglia non occasionalmente, ma attraverso un percorso organizzativo che tenga conto del confronto, della verifica e della valutazione.
«Il ruolo dell’ente locale è duplice: erogare determinate prestazioni ed avere una sua specifica responsabilità. La tutela del minore è compito di tutti, non di una singola istituzione o di un singolo operatore. È in quest’ottica che si colloca l’ente locale quale gestore di una parte dell’intervento, il cui compito è soprattutto quello di facilitare la messa in comune delle professionalità e responsabilità di un progetto che deve nascere comune e condiviso...
Si tratta di trovare delle forme di collegamento tra le forze istituzionali e private non episodiche ma progettuali per mezzo della riflessione e dello studio delle modalità, inserite, conseguentemente, in un quadro normativo.
In questo senso è orientato l’intervento del Comune di Milano che tende a identificare i bisogni e gli strumenti per sostenere dei componenti del gruppo familiare e, quando ciò non sia possibile, le strutture esterne ad esso. Ciò avviene senza alcuna impostazione statica, ma attraverso un’attività formativa che veda coinvolti i diversi soggetti e che può portare all’individuazione di percorsi comuni» (Maria Grazia Dente, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Milano).

Istituzioni e privato sociale per la tutela dei minori

Un ruolo decisivo delle strutture pubbliche è quindi quello di coordinare una rete territoriale di servizi differenziati che si rivolge alla tutela dei minori in condizioni di disagio. Allo stesso tempo risulta di fondamentale importanza il ruolo del privato sociale che, con un’azione pionieristica e con le sue strutture e i suoi interventi specifici e diversificati, a livello locale e nazionale, costituisce una parte forte ed integrante della tutela del minore.
«La storia in questi ultimi anni consente di individuare alcune grosse aree verso cui si canalizzino i vari interventi del privato sociale: l’area della normalità, in cui si fa prevenzione, cioè la famiglia; l’area del disagio, in cui si esplica un lavoro di accoglienza, di sostegno educativo ad una crescita minacciata da contesti talora devastanti; l’area della devianza, che si fa carico dei minori in situazioni di maggiore difficoltà. Dal punto di vista sociologico queste tre aree evidenziate subiscono nel tempo delle diversificazioni in rapporto alla quantità e alla tipologia. Non è pessimistico, ma realistico, constatare che l’attualità descrive un allargamento della fascia del disagio: crisi della famiglia, crisi occupazionale, nuove povertà, inadeguatezza della struttura scolastica, aumento della devianza minorile (baby killers, prostituzione minorile). Non è importante creare delle categorie, ma inventare le risposte. Ne deriva la necessità di flessibilità dei nostri servizi sia pubblici che privati.
Il privato sociale si muove nell’attuale congiuntura politica ed economica, senza esimersi nel rispondere alle nuove chiamate, ma non può fare a meno di sentirsi a disagio nell’incertezza degli scenari attuali» (Don Augusto Casolo. Progetto N).

PERCORSI PER UN LAVORO FUTURO

Nel corso del seminario le relazioni e il dibattito hanno fatto emergere alcuni aspetti che non sono stati sviluppati in modo sistematico, ma che si sono imposti con chiarezza come «problemi aperti». Pur senza avere la pretesa di esaurire la ricchezza e la diversità degli spunti emersi, si propongono qui alcuni nodi tematici, certamente meritevoli di ulteriore attenzione ed approfondimento.
1. Il minore è un soggetto attivo, ricco di risorse, in grado di svolgere un ruolo autonomo nel percorso di aiuto che gli viene offerto da parte degli operatori socio-psicologici dei diversi servizi che si fanno carico dei suoi bisogni. Occorre quindi attivare interventi che seguano logiche di «empowerment», che considerino il minore non come destinatario passivo di interventi, ma come attore del processo di aiuto di cui non è semplicemente utente, ma protagonista. Analogamente, negli interventi di tutela la riabilitazione del minore deve passare, laddove possibile, attraverso la riabilitazione/valorizzazione del suo sistema familiare.
2. Nel percorso giudiziario di tutela dei minori, spesso i magistrati si trovano ad affrontare situazioni estremamente delicate, che coinvolgono la fragile personalità del minore e a cui è difficile far fronte adeguatamente. Un esempio può essere offerto dall’audizione protetta che, da un punto di vista psicologico, può risultare una pratica traumatica per il minore. Forse spetta prioritariamente agli adulti, al giudice e allo psicologo, il compito e la responsabilità di mettere in luce, nel caso si presentino, le incurie a cui il minore è stato sottoposto e le responsabilità dei genitori o di altri familiari.
3. Un percorso giudiziario «speciale» interessa i figli di genitori separati, spesso «intrappolati» nel conflitto tra i due genitori anche nelle due aule dei tribunali. L’attenzione nei confronti dei minori in questo «momento di crisi» del sistema familiare di riferimento dovrebbe diventare preoccupazione rilevante per tutti gli operatori del diritto coinvolti, a partire dagli avvocati che tutelano le parti (i due genitori), in modo da «difendere» non solo una delle parti in causa, ma in particolare il «soggetto debole» implicato, vale a dire il minore «conteso».
4. L’operatore socio-psicologico è investito di una grande responsabilità nei confronti del minore e della sua famiglia, dal momento che frequentemente sono proprio le sue analisi, diagnosi e indicazioni che guidano gli interventi «forti» dei servizi socio-sanitari e giudiziari (allontanamento del minore dal nucleo, decadenza temporanea o definitiva della potestà genitoriale, ecc.). Occorre quindi che gli operatori sociali sviluppino una preparazione professionale adeguata e costantemente aggiornata, con una competenza e una consapevolezza esplicita del ruolo e della posizione che si trovano ad occupare nei confronti dei destinatari degli interventi. L’operatore, nella relazione di aiuto, esercita di fatto un «potere» molto rilevante nei confronti delle famiglie e dei minori in difficoltà, ed è pertanto essenziale che tale potere sia «al servizio» degli interessi reali di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti (in caso contrario, diventerebbe giustificata la paura che «l’assistente sociale ruba i bambini»...).
La necessaria «lettura e riformulazione» della domanda di aiuto espressa dalle famiglie e dai minori in condizione di bisogno deve quindi essere in grado di proporre una riformulazione più chiara del problema, con risposte precise ed adeguate ai bisogni e alle risorse reali delle persone implicate, e non essere formulata sulla base di rigide procedure o parametri burocratici di «adeguatezza/non adeguatezza» dei soggetti.
5. Nella nostra società le situazioni conflittuali sono innumerevoli e di varia natura, ma la loro risoluzione trova troppo spesso una risposta solo da parte del tribunale. Questo avviene anche nel caso in cui la conflittualità si generi nell’ambito familiare, all’interno di una coppia. È invece di estrema importanza sviluppare quelle iniziative all’interno sia dei servizi pubblici che del privato sociale, dove un «terzo neutrale», in autonomia dall’ambito giudiziario, fornisca un aiuto per la negoziazione ragionata e quindi valorizzi la responsabilità dei coniugi in quanto genitori a riorganizzare la vita familiare dopo la separazione, mantenendo il conflitto «dentro» i mondi vitali, dentro le relazioni primarie, fino a quando è possibile non ricorrere al livello più «forte» del sistema giudiziario. La mediazione «familiare» diventa quindi uno dei luoghi «innovativi necessari»per la costruzione di una società (e di famiglie) in cui il conflitto possa essere non distruttivo, ma anche occasione di cambiamento positivo.
6. La evidente multigenerazionalità dei problemi e delle strategie di risposta alle esigenze di tutela del minore rimanda infine al problema della trasmissione dei valori dentro la famiglia e dentro la società: quali sono i valori presenti nella quotidianità delle persone, quali cancellati o «svalutati», come la società propone i valori e i disvalori nel comportamento e nel sistema familiare in quanto tale, e come il singolo sistema familiare è in grado di elaborare un proprio sistema valoriale autonomo, non condizionato dalla società esterna. Del resto i meccanismi di trasmissione valoriale intrafamiliare e societaria hanno un ruolo non marginale nel qualificare il livello e la qualità della tutela della dignità delle persone e dei minori nella società.