Itinerari giovanili con il Vangelo /10

Cesare Bissoli

(NPG 2000-07-45) 


Signore, noi vorremmo continuare la domanda dei due di Emmaus (abbiamo riconosciuto che si tratta di loro) con altre domande: il tuo stile di Emmaus continua ancora? Perché tanti dicono che non ti incontrano mai? Non sarà che noi non ti lasciamo parlare, che la nostra superficialità o disperazione non è nemmeno più capace di ascolto? Che rimprovero ci faresti, se solo tu potessi parcheggiare una parola? E quali passi della Bibbia ci spiegheresti per illuminarci? Perché pur facendo la frazione del pane e ascoltando la Scrittura, ad esempio nella Messa domenicale, restiamo ancora piuttosto freddini? E a quale comunità dovremmo andare a dire che tu sei risorto, se siamo diventati non appartenenti, apolidi? Eppure ti confessiamo che, sì, qualche Emmaus l’abbiamo sperimentata anche noi, e ne portiamo nostalgia. Provaci ancora, Gesù!

PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO

* Dopo la preghiera di apertura, uno dei presenti fa ad alta voce la lettura di Lc 24,14-35. Segue la traccia di spiegazione.

Un sguardo di insieme
* Siamo nell’ultimo capitolo del vangelo di Luca. L’ultimo capitolo della storia di Gesù è sempre il primo della storia dei discepoli. Infatti viene narrato l’evento decisivo della Risurrezione, che è vita nuova per il Maestro e dunque anche per il discepolo.
* Vi si raccontano le apparizioni del Risorto articolate in tre momenti: la testimonianza dell’angelo (= di Dio) nel segno del sepolcro vuoto (24,1-12); le apparizioni private, qui ai due di Emmaus (Lc 24, 13-35); le apparizioni pubbliche od ufficiali agli apostoli nel Cenacolo con il rafforzamento della fede e la consegna della missione (24,36-49).
* È evidente in tutti i racconti di valere per i lettori di oggi e di tutti i tempi ciò che già fu per i primi discepoli: una scuola di fede, una catechesi su come si diventa discepoli del Risorto. Nel brano di Emmaus è chiaro: quell’ardore nel cuore spezzando il pane con il Maestro e ascoltando la sua parola attraverso la spiegazione delle Scritture (24,32) indica almeno quale stupefacente esperienza di Cristo siano l’Eucaristia, la Parola della Bibbia! Ma qui ci è dato di penetrare in un itinerario tenuto vivo da tanti interrogativi, ma anche da straordinarie risposte.
Questo ultimo capitolo dei Vangeli diventa memoria obbligata per chi vuol incontrare Gesù, giacché egli esiste soltanto come «il Risorto dai morti». Ogni domanda deve approdare ultimamente qui e da qui attendere luce per la decisione della fede! Emmaus è dunque un brano strategico per l’avventura cristiana.

Le dinamiche della vicenda
Chi per la prima volta paragonò l’esperienza di fede ad un cammino da compiere, certamente aveva in mente questo racconto di Emmaus, in cui è centrale la via e un tragitto su di essa, con un punto di partenza e un punto di arrivo, e naturalmente con un insieme di atti e di atteggiamenti significativi che avvengono lungo il percorso, in cui domina sempre un avvenimento decisivo: il Risorto.
Possiamo concretamente parlare di tre dinamiche reggono la vicenda: la dinamica del viaggio, la dinamica del dialogo, la dinamica del cuore.
* La dinamica del viaggio
– Da Gerusalemme, che è per Luca il luogo della storia della salvezza, dove quindi avviene la Risurrezione, i due se ne vanno verso Emmaus, che dista «sette miglia», si allontanano dunque. È un viaggio non di piacere, ma denso di emozioni, come vedremo.
La prima è la voglia di cambiar pagina, di lasciare non solo un posto, ma un mondo.
– Nel viaggio capita un evento del tutto imprevisto: «Gesù in persona si accostò e camminava con loro». Avviene un incontro, dove il Maestro fa strada insieme, facendo anzi condivisione della loro conversazione, entrando nel loro mondo sconvolto. Il cammino si fa sosta, si manifesta l’intimità dell’amicizia nel segno del pasto insieme.
– Dopo di che avviene una vera e propria «conversione ad u». Fanno ritorno a Gerusalemme da dove si erano allontanati. Hanno una straordinaria comunicazione da fare agli Undici, di aver cioè riconosciuto il Signore, e soprattutto per rimanervi ormai per sempre.
* La dinamica del dialogo
Da Emmaus traspare l’ossatura portante di un dialogo, di un parlarsi reciproco tra Gesù e i due discepoli, un dialogo che è fatto di domande e di risposte. Per primo parte Gesù che con la sua domanda stimola ed educa le controdomande degli altri, aprendole a verità nuove per cui il Maestro può inserire la sua risposta.
– Inizia Gesù: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra di voi (lett: che vi gettate addosso l’uno all’altro, come una cosa che scotta, che non sapete dominare) durante il cammino?» (v.17).
– La risposta è assai significativa. Anzitutto il cammino si interrompe, quasi a guardare Gesù come «oggetto misterioso». E poi uno dei due, Cleopa, risponde: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (v. 18) Implicita, ma evidente meraviglia con un filo di ironia, quando Gesù invece ha tutte le ragioni per meravigliarsi e dispiacersi della loro… meraviglia! Essi accusano di ignoranza il protagonista dei fatti!
– Gesù sta al gioco. «Domandò: Che cosa?». Gesù incalza: adesso la verità deve venire tutta fuori. Dicono di sapere ciò che Lui non sa: ebbene lo manifestino.
– E viene fuori la storia (= «tutto ciò che riguarda») di Gesù di Nazaret, «profeta potente in opere e in parole», l’esito drammatico della sua morte, e anche un fugace, ma ignorato cenno sulla sua risurrezione (vv. 19-24). Ma nel loro resoconto sta implicita la questione irrisolta: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…» (v. 21).
Ecco il problema di questi discepoli: avevano in testa una concezione del Messia e dunque delle attese verso Gesù già prestabilite: un Gesù secondo loro.
– Di qui parte l’affondo di Gesù. Da prima un necessario punto esclamativo: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti» (v. 25), che vale come risposta che blocca un filo di domande del tutto distorto («speravamo»), per impostare invece la vera domanda, quella che permette una feconda ricerca e quindi il ritrovamento della verità:
– «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». Qui la domanda non viene dagli uomini, ma proviene da Dio, dal suo progetto («bisognava»), domanda che non può non ottenere una adesione piena (certo, Dio non può che avere ragione), adesione che si fa ascolto (quindi Cristo non può che essere ascoltato). Ed infatti Gesù fa parlare le Scritture, dona spazio alla Parola di Dio, che mostra la verità convincente del mistero pasquale: del Messia: «sopportare queste sofferenze per entrare nella gloria» (v. 26-27).
– D’ora in poi altre domande faranno i discepoli, ma entro il quadro di una verità pienamente ritrovata, del progetto di Dio finalmente rivelato. Una assume il profilo di invocazione supplice, come di chi di quello Sconosciuto ha bisogno: «Resta con noi Signore perché si fa sera» (v. 29). E finalmente l’ultima domanda, così diversa dalla prima. Allora si arguiva un sentimento di superiorità: «Tu sei così forestiero da non sapere…?». Adesso si avverte la coscienza di un dono insperato e quanto mai gradito: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (v. 2).
* La dinamica degli atteggiamenti
Se il viaggio indica le tappe della fede e l’intreccio delle domande l’oggettivo snodarsi dell’esperienza, gli atteggiamenti delle persone, segnatamente dei due di Emmaus, ne esprimono i sentimenti di fondo, il processo di maturazione della soggettività: conoscenza, confessione, presa di coscienza, ardore, riconciliazione. È facile vedere una circolarità che possiamo esprimere secondo questo dinamismo:
– da un abbandono, che sa di fuga, da un luogo di rivelazione e di vita della comunità (in cammino da Gerusalemme)... ad un ritorno veloce a Gerusalemme, nella comunità degli Undici, portatori non solo di notizie, ma di un annuncio di risurrezione
– da un clima di profonda tristezza, perché senza più speranza (con il volto triste; «speravamo»)... ad un clima di ardore («cuore bruciato»), per la speranza rinata dalla fede ritrovata
– dall’incapacità di leggere i segni piccoli, ma certi di un grosso cambio in atto («alcune donne... alcuni dei nostri ci hanno sconvolti»)... al riconoscimento grazie al doppio gesto della parola e del pane operato dal Risorto nei loro confronti («spiegò loro in tutte le Scritture; spezzò il pane e lo diede loro»)
– da una presenza di Gesù Risorto, visibile, ma non compresa («erano incapaci di riconoscerlo»)... ad una presenza invisibile, bene accolta grazie ai segni ricevuti dal Risorto («lo riconobbero»)

I personaggi
Questo racconto vive nei suoi personaggi tanto sono centrali nella vicenda. Sono i discepoli e il Risorto, ciascuno con un ruolo, dove punto di partenza e di arrivo è la comunità degli Undici a Gerusalemme. Questa costituisce la sola testimonianza legittima e autorevole del cammino di incredulità e dubbio (allontanandosi) e del cammino di gioia e di rinnovato impegno missionario (ricongiungendosi).

^ I discepoli
* La scena si apre con loro perché è il loro problema di fede che è in gioco, e purtroppo esposto ad una grave crisi.
* Si dice che sono due (numero necessario per una testimonianza credibile). Di uno si dice il nome, Cleopa (siamo in ambito storico), ha una identità di fronte al Risorto, che si chiama Gesù, e presenta la sua identità.
* Di essi si dice che «conversavano di quello che era accaduto», di Gesù dunque, ma senza di Lui, in fuga, come chi ha perso la speranza. Non si può dire che facciano un cammino di fede, ma di anti-fede…
* Una volta raggiunti dal «terzo uomo», sono come dislocati: dalle loro certezze di fallimento, alla compagnia di Uno che apre di nuovo la questione; dalla verità su Gesù che essi dicono però al passato («sono passati tre giorni»), alla verità che Gesù stesso dice loro al presente.
* Lo manifesta un intreccio di domande-risposte che fanno passare progressivamente e decisamente da se stessi al Maestro.
* I discepoli fanno una esperienza del tutto nuova e che rende del tutto nuova la loro vita, esperienza articolata in tre tempi: ascolto attento, sosta prolungata («Resta con noi… Ed egli entrò per restare con loro», v. 29), condivisione del pane della Parola e dell’amicizia.
* Di qui il profondo rovesciamento interiore dove l’ardore prende il posto della sfiducia, proprio nel momento in cui «sparì dalla loro vista» (v. 31), dato che il Maestro è scomparso dagli occhi, per annidarsi dentro il cuore.
* Appena la sfiducia si allontana, la fede di Pasqua fa correre al punto di partenza, con il sentimento di una missione da compiere («Essi riferirono come l’avevano riconosciuto», v. 35).
* Non senza però che il loro annuncio si fondesse con l’atto di fede della comunità («È risorto il Signore») e ricevesse l’avallo da chi nella Chiesa aveva l’autorità, gli Undici, segnatamente da Simone, Pietro, cui «era apparso il Signore» (v. 34).

^ Gesù
* Se il racconto si apre con i discepoli in difficoltà, il protagonista è Lui, che tale difficoltà risolve, come già nell’episodio della barca nella tempesta (cf Lc 22-25).
* Di certo, come appare in tutti i racconti di apparizione pasquale, la scelta è sua, l’iniziativa di modificare il cammino erroneo dei discepoli viene da Lui, Egli vuol realizzare qualcosa che gli sta a cuore.
* Anche lui procede a tappe, simmetriche a quelle dei suoi interlocutori, come uno che vuol cambiare le persone dal di dentro («il cuore»). Di qui la serie di atteggiamenti di condivisione.
* Anzitutto cammina con loro che camminano, apparentemente allontanandosi con loro da Gerusalemme, dagli Undici (non aveva detto che il buon pastore va a cercare la pecora smarrita? Lc 15,4). Cammina con loro buon compagno di viaggio del tutto incognito, ma che desidera partecipare alle loro ansie, che ascolta prima di parlare, e poi quando gli chiedono di non andarsene, ma di restare con loro perché si fa sera, rimane e mangia insieme. Si vede che vuol loro bene mentre vuole il loro bene.
* Ascolta la loro conversazione che riguardava proprio Lui, ma non ne accetta il taglio di incredulità e il tono di tristezza.
* Per cui innesta lui per primo il crogiolo delle domande («Che sono questi discorsi durante il vostro cammino», discorsi che dicono così forte la vostra delusione? v. 17), riportandole sul sentiero giusto, attraverso una ferma presa di posizione.
* Non si può infatti tralasciare che il Risorto fa il Maestro, con la piena autorità altre volte riconosciuta (cf Lc 4,36). Sono quattro atti:
– lo scuotimento, come gli antichi profeti: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola»;
– la illuminazione attraverso la spiegazione «spirituale» della Scrittura, rivelazione del piano di Dio;
– la condivisione della mensa (un profondo gesto di amicizia che riecheggia l’Eucaristia);
– l’ardore nel cuore e la volontà di ritornare in fretta come per una missione da compiere, la sua missione di annuncio evangelico.
* Non si può tralasciare che l’ardore missionario si accende non perché Lui è materialmente visibile, ma per via dei segni che lo rendono presente più ancora che quanto gli occhi della carne potrebbero avvertire.
Gesù lascia loro i suoi segni di riconoscimento: la «lettura» della Scrittura secondo la sua spiegazione e la frazione del pane secondo il suo modo di spezzarlo.
* Gesù non si vede fisicamente, ma non sparisce. Si fa «vedere-sentire-parlare» nel grido altrettanto gioioso della comunità: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».

Il messaggio
È indubbiamente grande e intenso. La densità del testo ha sempre colpito. Ricaviamone alcuni tratti fondamentali che fanno sintesi di quanto fin qui detto. Possiamo affermare che fa da perno il tema: come si giunge alla fede cristiana, così si accede alla conoscenza del Risorto!
* La fede ha la sua sorgente e la sua maturità nella Pasqua di Gesù, morto e risorto. Essa nasce non per forza propria: i due di Emmaus mostravano di sapere il contenuto del credo a memoria (vv. 19-24), eppure non vivevano nella gioia e nella speranza, dunque semplicemente non credevano. È indispensabile l’iniziativa del Risorto, la fede in Lui, nasce da Lui. E il Risorto non manca all’appuntamento del dono.
* Il Risorto ha lasciato dei segni della sua presenza, sono i segni certi della fede. Da Emmaus ne appaiono tre:
– La Scrittura in qualità di Parola di Dio, criterio interpretativo di tutto l’evento Gesù («in tutte le Scritture tutto ciò che si riferiva a lui», v. 27). Però si tratta di una Scrittura spiegata da Gesù stesso, dunque con la penetrazione dello Spirito Santo e ultimamente focalizzata sul mistero pasquale (cf 24,44-49). Dunque non la Bibbia perché Bibbia, ma perché ciò che dice è del tutto omogeneo alla morte e risurrezione di Gesù, dunque in forza di una lettura cristiana del Libro Sacro.
– Poi viene come segno del Cristo vivo, la frazione del pane. Ci si è chiesto se fosse la Messa quella che Gesù celebrò nel cammino verso Emmaus. Può essere verosimile per il linguaggio usato. Di certo vi è un orientamento eucaristico nell’azione, quella del pasto, che comprendeva sempre la benedizione e che indicava, almeno in Gesù, un profondo senso di amicizia e condivisione. Dovremmo ricordarcene di fronte ad un prendere l’ostia che è diventato piuttosto una moda pietistica e securizzante.
– Vi è infine la comunità credente, il segno semplice e convincente, che sta sullo sfondo di tutta l’esperienza di Emmaus. Da essa, abbandonata, inizia il racconto che testimonia la «solitudine credente» dei due fuggitivi, che pure conoscono così bene i contenuti della fede; ad essa, guidata da Pietro, sfocia il racconto con i due che ne condividono il messaggio del Risorto e l’ardore del cuore.
* Ma forse il fattore più significativo è dato dalla metodologia di questo cammino della fede: appare veramente un cammino, progressivo, paziente, vittorioso. Sopra ne abbiamo detto ampiamente le dinamiche. Qui ricapitoliamo indicando le fasi di maturazione:
– la fase di delusione, di dubbio, di ortodossia verbale ma non del cuore, la solitudine di un sapere gli eventi senza partecipazione vitale, come lapidi da leggere, non come viventi con cui intrattenersi;
– succede il cammino insieme. Gesù fa strada con loro entrando nelle loro dinamiche contorte di gente senza speranza, educandone finemente le domande verso la domanda vera, o il giusto modo di porla: entrare ed esplorare il mistero di Gesù attraverso la grande Rivelazione biblica, i fatti della storia della salvezza già avvenuti, affidandosi cioè alla Parola di Dio;
– ma è la sosta alla locanda che risolve la questione della fede, quando la Parola si fa Pane nella condivisione dell’amicizia propria del banchetto. Questa è l’«arma» vincente di Gesù Risorto (cf Lc 24,41-42; Gv 21,5-10), banchetto che ha in sé tutti i tratti dell’Ultima Cena del Maestro diventata la prima dei discepoli. Allora il cuore si infiamma;
– la fase della missione con il ritorno nella comunità, l’ascolto, e quindi l’accoglienza e condivisione del credo comune, a partire dalla testimonianza di Pietro. Essa sancisce la conclusione del cammino di fede.
* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.

SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTOLLA VITA

1. Emmaus, come e ancor più dell’esperienza di Damasco, narrata dallo stesso Luca in Atti 9, diventa cifra esemplare e stimolante di un cammino di fede, che per essere tale non può non essere travagliato, percorso da interrogativi, in cui non mancano atteggiamenti di sconforto, toccato però da eventi decisivi e soprattutto per sé orientato ad una felice soluzione, al «cuore ardente», che fa mettere le ali ai piedi per un confronto e una condivisione con altri che lo stesso cammino hanno compiuto.
2. In Emmaus il fattore decisivo non se lo danno quei due pellegrini allo sbando. È Gesù di Nazaret come Signore Risorto, l’evento risolutore. È indispensabile rimetterlo immediatamente in circolazione nella ricerca della fede per non perdere troppo tempo in autoanalisi soggettive. In verità nel racconto tale autoanalisi i due la compiono, ma in compagnia dello Sconosciuto, noi potremmo dire alla moderna, includendo nella ricerca l’«ipotesi Gesù».
3. Dell’agire di Gesù riteniamo le dinamiche perché saranno sostanzialmente quelle che risolvono la questione. Anzitutto notiamo che egli non abbandona coloro che pur conosciutolo, dal Battesimo, al catechismo parrocchiale, alla scuola dei preti, ad un servizio di volontariato…, poi se ne sono andati delusi, allontanandosi dalla sua comunità forse, più che da Lui, concretamente abbandonando il luogo dei suoi segni vitali.
Egli non li abbandona quei due, restando sconosciuto, ma in certo modo identificandosi nella serietà delle loro domande e nella tristezza del loro cuore. In fondo erano amareggiati a causa sua, e dunque egli era già presente nella loro inquietudine. Come faceva dire il grande Agostino al Signore proprio in relazione alla sua situazione di uno alla ricerca. Diceva Gesù: «Non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato!».
4. Ma evidentemente il Maestro che aveva per compito quello di non estinguere fiammelle vacillanti ed esili steli (cf Mt 11,20) e di calmare il mare in tempesta, non si ferma all’ascolto e passa all’offensiva del dono. È fondamentale riconoscere il lavorio segreto della grazia che mostra di essere essa alla ricerca di colui che la grazia va cercando, per lasciarsi appunto trovare. Gesù presenta i suoi tre segni che abbiamo già ampiamente meditato, preceduti da un quarto:
– Apre la strada il suo mettersi sulla strada, in compagnia seria, compartecipe, che si interessa del loro problema: «Di cosa state parlando?». Da una assenza di fede e di speranza, non si può rispondere senza il dono preveniente della carità. E l’umile cammino di Gesù con quanti cercano la verità, hanno nostalgia di speranza, manifesta chiaramente che è anche il suo cammino.
– Gesto di carità che prende le ali, dando ai due con-viandanti anzitutto l’ala della Parola di Dio, di cui la Scrittura è testimonianza suprema, cui affidarsi, perché certamente un approdo della ricerca di Dio non può non essere ultimamente che lasciarsi accogliere da Lui, permettergli di farci da guida mentre fa insieme con noi la nostra strada.
– La seconda ala è la condivisione del pasto, ossia dell’amicizia che si fa intimità per un rinnovato svelamento del testamento del Signore, della sua Ultima Cena, dunque del mistero dell’amore di Dio nella croce di Gesù.
– Rimane il terzo segno che in certo modo è sacramento degli altri tre: la comunità, recapito del riconoscimento del Signore Risorto. Ma di essa richiamiamo il valore qui sotto.
5. In una ricerca di fede, specie oggi dove impetuoso e invadente è il rischio del genericismo dei contenuti e delle motivazioni (basta credere in qualche trascendenza), va riaffermata la necessità di sapere di quale fede si tratta, in che cosa il cristiano crede e per quali ragioni, mantenendosi pronto al dialogo con altre fedi, avvalendosi delle carte che ha in mano, più precisamente con «la speranza che ha nel cuore» (cf 1 Pt 3,5). Tutto ciò ha un nome, un recapito, una sorgente: è il mistero pasquale di Gesù Cristo, l’evento indissolubile della sua morte e risurrezione. Senza di ciò «la nostra fede è vana» (1 Cor 15, 14). Sarebbe facile mostrare che la Pasqua è la fonte della fede perché si manifesta al massimo il senso della vita che Dio vuole per noi. Perciò la fede cristiana è ancorata all’alba di Pasqua, al sepolcro senza la pietra della morte, dove invece la fede dei discepoli era gravemente inciampata e quasi estinta. È l’effetto del «cuore ardente» dei due di Emmaus, che inverte totalmente, rivoluzionandola al positivo, una vita ormai esposta al non senso e alla fuga.
6. Non dimenticheremo un particolare fondamentale che incrementa il buon esito della ricerca dei due. È quando «il Risorto fece come se dovesse andare più lontano» (v. 28). È la «lontananza» non di lui a noi, ma di noi a lui. Ebbene i due bloccano tale distanziamento, e fanno la trepida, commovente invocazione: «Resta con noi perché si fa sera». «Ed egli entrò per rimanere con loro» (v. 29). E immediato il richiamo al quarto Vangelo quando agli inizi del ministero di Gesù due discepoli gli chiesero della sua abitazione, per restare con lui. E così avvenne (cf Gv 1, 37-39). Deve essere una legge della ricerca: incontra Gesù chi accetta di sostare con lui, di non provarlo come «un mordi e fuggi», ma si lascia coinvolgere sulla sua strada, una volta che lui ci ha incontrato sulla nostra. Non vi è fede in Gesù senza domicilio condiviso e prolungato con Lui.
7. I due di Emmaus non arrivano alla fede compiuta se non quando giungano a condividere il credo della comunità che avevano abbandonato. Si noterà che il cammino di Emmaus non termina nella locanda con Gesù, ma nella comunità di Gesù è fondamentale ricordare che Gesù, pur fisicamente presente nel cammino, non era riconoscibile (era assente pur apparendo presente), mentre quando diede i segni della Parola e del Pane, egli «sparì dalla loro vista» (v. 31), eppure lo riconobbero (era presente, pur apparendo assente). La comunità è il luogo della Parola e del Pane tramite il servizio degli Apostoli, per cui solo in essa, condividendone la vita, la fede si rende autentica e vitale. Non possiamo dire «io credo» se non lo diciamo dentro un più grande «noi crediamo». Sarebbe facile mostrarne la piena congruenza antropologica, vero segno della pedagogia di Dio, per cui la fede del singolo si regge con la fede di tanti!ù

TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE

Questa radiografia del cammino di fede è ricca di implicanze per suscitare una conversazione come i due di Emmaus, ma, speriamo, senza il loro clima depresso. Ecco una griglia di domande:
* La visione di fede descritta ad Emmaus comprende varie fasi. In quale mi ritrovo? E più in generale l’uomo (giovane) di oggi?
* Emmaus è un percorso solcato da molti interrogativi. Quali sono attualmente più in circolazione? O forse non esiste nemmeno un esperienza di Emmaus a portata di mano? Una fede tranquilla è sinonimo di fede vera?
* «Resta con noi, Signore, perché si fa sera…». È una invocazione resa canto in tanti modi. Vi sono possibilità di tradurre il canto in realtà, cioè fermarsi e stare effettivamente a cena con Lui?
* Emmaus pone un accento così forte sul riferimento alla Scrittura spiegata da Gesù. Si può realizzare un cammino di fede senza frequentare la Bibbia nello spirito di Gesù? La Parola di Dio della Scrittura si è fatta mia compagnia di vita? Il mondo giovanile è per tanti aspetti un mondo a-biblico. Deve per forza essere così? Si conoscono esperienze positive?
* Gesù propone anche la condivisione della mensa, quel pane mangiato che è il suo stesso Corpo. Perché l’Eucarestia è così decisiva per la fede? Ma come realizzare una Eucarestia capace di generare la fede?
* Emmaus evidenzia in maniera incontrovertibile che la fede religiosa, una grande e benefica fede carica di speranza, è contatto con Gesù il Risorto dai morti. Ho fatto «fare Pasqua» alla mia fede, o è rimasta superficiale, rattrappita? Come realizzare un’esperienza pasquale con linguaggio giovanile?
* Gesù si affida alla comunità, ponendo nelle sue mani i suoi segni di presenza. Ecco un passaggio delicato e decisivo: come la comunità sorregge la fede? Quale atteggiamento mi si chiede per incontrare veramente la comunità?
Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.
Una preghiera finale, magari con libere intenzioni, conclude l’itinerario di fede compiuto.
Proponiamo un passo di F. Mauriac dalla sua Vita di Gesù:
«A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, la nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità di una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi perché il giorno declina..!».

Itinerari giovanili con il Vangelo /10
Cesare Bissoli
(NPG 2000-07-45) 
 
 
Signore, noi vorremmo continuare la domanda dei due di Emmaus (abbiamo riconosciuto che si tratta di loro) con altre domande: il tuo stile di Emmaus continua ancora? Perché tanti dicono che non ti incontrano mai? Non sarà che noi non ti lasciamo parlare, che la nostra superficialità o disperazione non è nemmeno più capace di ascolto? Che rimprovero ci faresti, se solo tu potessi parcheggiare una parola? E quali passi della Bibbia ci spiegheresti per illuminarci? Perché pur facendo la frazione del pane e ascoltando la Scrittura, ad esempio nella Messa domenicale, restiamo ancora piuttosto freddini? E a quale comunità dovremmo andare a dire che tu sei risorto, se siamo diventati non appartenenti, apolidi? Eppure ti confessiamo che, sì, qualche Emmaus l’abbiamo sperimentata anche noi, e ne portiamo nostalgia. Provaci ancora, Gesù!
 
PRIMO MOMENTO: LA LETTURA DEL TESTO 
 
* Dopo la preghiera di apertura, uno dei presenti fa ad alta voce la lettura di Lc 24,14-35. Segue la traccia di spiegazione. 
 
Un sguardo di insieme 
* Siamo nell’ultimo capitolo del vangelo di Luca. L’ultimo capitolo della storia di Gesù è sempre il primo della storia dei discepoli. Infatti viene narrato l’evento decisivo della Risurrezione, che è vita nuova per il Maestro e dunque anche per il discepolo.
* Vi si raccontano le apparizioni del Risorto articolate in tre momenti: la testimonianza dell’angelo (= di Dio) nel segno del sepolcro vuoto (24,1-12); le apparizioni private, qui ai due di Emmaus (Lc 24, 13-35); le apparizioni pubbliche od ufficiali agli apostoli nel Cenacolo con il rafforzamento della fede e la consegna della missione (24,36-49).
* È evidente in tutti i racconti di valere per i lettori di oggi e di tutti i tempi ciò che già fu per i primi discepoli: una scuola di fede, una catechesi su come si diventa discepoli del Risorto. Nel brano di Emmaus è chiaro: quell’ardore nel cuore spezzando il pane con il Maestro e ascoltando la sua parola attraverso la spiegazione delle Scritture (24,32) indica almeno quale stupefacente esperienza di Cristo siano l’Eucaristia, la Parola della Bibbia! Ma qui ci è dato di penetrare in un itinerario tenuto vivo da tanti interrogativi, ma anche da straordinarie risposte.
Questo ultimo capitolo dei Vangeli diventa memoria obbligata per chi vuol incontrare Gesù, giacché egli esiste soltanto come «il Risorto dai morti». Ogni domanda deve approdare ultimamente qui e da qui attendere luce per la decisione della fede! Emmaus è dunque un brano strategico per l’avventura cristiana. 
 
Le dinamiche della vicenda 
Chi per la prima volta paragonò l’esperienza di fede ad un cammino da compiere, certamente aveva in mente questo racconto di Emmaus, in cui è centrale la via e un tragitto su di essa, con un punto di partenza e un punto di arrivo, e naturalmente con un insieme di atti e di atteggiamenti significativi che avvengono lungo il percorso, in cui domina sempre un avvenimento decisivo: il Risorto.
Possiamo concretamente parlare di tre dinamiche reggono la vicenda: la dinamica del viaggio, la dinamica del dialogo, la dinamica del cuore. 
* La dinamica del viaggio
– Da Gerusalemme, che è per Luca il luogo della storia della salvezza, dove quindi avviene la Risurrezione, i due se ne vanno verso Emmaus, che dista «sette miglia», si allontanano dunque. È un viaggio non di piacere, ma denso di emozioni, come vedremo.
La prima è la voglia di cambiar pagina, di lasciare non solo un posto, ma un mondo.
– Nel viaggio capita un evento del tutto imprevisto: «Gesù in persona si accostò e camminava con loro». Avviene un incontro, dove il Maestro fa strada insieme, facendo anzi condivisione della loro conversazione, entrando nel loro mondo sconvolto. Il cammino si fa sosta, si manifesta l’intimità dell’amicizia nel segno del pasto insieme.
– Dopo di che avviene una vera e propria «conversione ad u». Fanno ritorno a Gerusalemme da dove si erano allontanati. Hanno una straordinaria comunicazione da fare agli Undici, di aver cioè riconosciuto il Signore, e soprattutto per rimanervi ormai per sempre.
* La dinamica del dialogo
Da Emmaus traspare l’ossatura portante di un dialogo, di un parlarsi reciproco tra Gesù e i due discepoli, un dialogo che è fatto di domande e di risposte. Per primo parte Gesù che con la sua domanda stimola ed educa le controdomande degli altri, aprendole a verità nuove per cui il Maestro può inserire la sua risposta.
– Inizia Gesù: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra di voi (lett: che vi gettate addosso l’uno all’altro, come una cosa che scotta, che non sapete dominare) durante il cammino?» (v.17).
– La risposta è assai significativa. Anzitutto il cammino si interrompe, quasi a guardare Gesù come «oggetto misterioso». E poi uno dei due, Cleopa, risponde: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?» (v. 18) Implicita, ma evidente meraviglia con un filo di ironia, quando Gesù invece ha tutte le ragioni per meravigliarsi e dispiacersi della loro… meraviglia! Essi accusano di ignoranza il protagonista dei fatti!
– Gesù sta al gioco. «Domandò: Che cosa?». Gesù incalza: adesso la verità deve venire tutta fuori. Dicono di sapere ciò che Lui non sa: ebbene lo manifestino.
– E viene fuori la storia (= «tutto ciò che riguarda») di Gesù di Nazaret, «profeta potente in opere e in parole», l’esito drammatico della sua morte, e anche un fugace, ma ignorato cenno sulla sua risurrezione (vv. 19-24). Ma nel loro resoconto sta implicita la questione irrisolta: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…» (v. 21).
Ecco il problema di questi discepoli: avevano in testa una concezione del Messia e dunque delle attese verso Gesù già prestabilite: un Gesù secondo loro.
– Di qui parte l’affondo di Gesù. Da prima un necessario punto esclamativo: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti» (v. 25), che vale come risposta che blocca un filo di domande del tutto distorto («speravamo»), per impostare invece la vera domanda, quella che permette una feconda ricerca e quindi il ritrovamento della verità:
– «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». Qui la domanda non viene dagli uomini, ma proviene da Dio, dal suo progetto («bisognava»), domanda che non può non ottenere una adesione piena (certo, Dio non può che avere ragione), adesione che si fa ascolto (quindi Cristo non può che essere ascoltato). Ed infatti Gesù fa parlare le Scritture, dona spazio alla Parola di Dio, che mostra la verità convincente del mistero pasquale: del Messia: «sopportare queste sofferenze per entrare nella gloria» (v. 26-27).
– D’ora in poi altre domande faranno i discepoli, ma entro il quadro di una verità pienamente ritrovata, del progetto di Dio finalmente rivelato. Una assume il profilo di invocazione supplice, come di chi di quello Sconosciuto ha bisogno: «Resta con noi Signore perché si fa sera» (v. 29). E finalmente l’ultima domanda, così diversa dalla prima. Allora si arguiva un sentimento di superiorità: «Tu sei così forestiero da non sapere…?». Adesso si avverte la coscienza di un dono insperato e quanto mai gradito: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (v. 2).
* La dinamica degli atteggiamenti
Se il viaggio indica le tappe della fede e l’intreccio delle domande l’oggettivo snodarsi dell’esperienza, gli atteggiamenti delle persone, segnatamente dei due di Emmaus, ne esprimono i sentimenti di fondo, il processo di maturazione della soggettività: conoscenza, confessione, presa di coscienza, ardore, riconciliazione. È facile vedere una circolarità che possiamo esprimere secondo questo dinamismo:
– da un abbandono, che sa di fuga, da un luogo di rivelazione e di vita della comunità (in cammino da Gerusalemme)... ad un ritorno veloce a Gerusalemme, nella comunità degli Undici, portatori non solo di notizie, ma di un annuncio di risurrezione
– da un clima di profonda tristezza, perché senza più speranza (con il volto triste; «speravamo»)... ad un clima di ardore («cuore bruciato»), per la speranza rinata dalla fede ritrovata
– dall’incapacità di leggere i segni piccoli, ma certi di un grosso cambio in atto («alcune donne... alcuni dei nostri ci hanno sconvolti»)... al riconoscimento grazie al doppio gesto della parola e del pane operato dal Risorto nei loro confronti («spiegò loro in tutte le Scritture; spezzò il pane e lo diede loro»)
– da una presenza di Gesù Risorto, visibile, ma non compresa («erano incapaci di riconoscerlo»)... ad una presenza invisibile, bene accolta grazie ai segni ricevuti dal Risorto («lo riconobbero»)
 
I personaggi 
Questo racconto vive nei suoi personaggi tanto sono centrali nella vicenda. Sono i discepoli e il Risorto, ciascuno con un ruolo, dove punto di partenza e di arrivo è la comunità degli Undici a Gerusalemme. Questa costituisce la sola testimonianza legittima e autorevole del cammino di incredulità e dubbio (allontanandosi) e del cammino di gioia e di rinnovato impegno missionario (ricongiungendosi).
 
^ I discepoli
* La scena si apre con loro perché è il loro problema di fede che è in gioco, e purtroppo esposto ad una grave crisi.
* Si dice che sono due (numero necessario per una testimonianza credibile). Di uno si dice il nome, Cleopa (siamo in ambito storico), ha una identità di fronte al Risorto, che si chiama Gesù, e presenta la sua identità.
* Di essi si dice che «conversavano di quello che era accaduto», di Gesù dunque, ma senza di Lui, in fuga, come chi ha perso la speranza. Non si può dire che facciano un cammino di fede, ma di anti-fede…
* Una volta raggiunti dal «terzo uomo», sono come dislocati: dalle loro certezze di fallimento, alla compagnia di Uno che apre di nuovo la questione; dalla verità su Gesù che essi dicono però al passato («sono passati tre giorni»), alla verità che Gesù stesso dice loro al presente.
* Lo manifesta un intreccio di domande-risposte che fanno passare progressivamente e decisamente da se stessi al Maestro.
* I discepoli fanno una esperienza del tutto nuova e che rende del tutto nuova la loro vita, esperienza articolata in tre tempi: ascolto attento, sosta prolungata («Resta con noi… Ed egli entrò per restare con loro», v. 29), condivisione del pane della Parola e dell’amicizia.
* Di qui il profondo rovesciamento interiore dove l’ardore prende il posto della sfiducia, proprio nel momento in cui «sparì dalla loro vista» (v. 31), dato che il Maestro è scomparso dagli occhi, per annidarsi dentro il cuore.
* Appena la sfiducia si allontana, la fede di Pasqua fa correre al punto di partenza, con il sentimento di una missione da compiere («Essi riferirono come l’avevano riconosciuto», v. 35).
* Non senza però che il loro annuncio si fondesse con l’atto di fede della comunità («È risorto il Signore») e ricevesse l’avallo da chi nella Chiesa aveva l’autorità, gli Undici, segnatamente da Simone, Pietro, cui «era apparso il Signore» (v. 34).
 
^ Gesù
* Se il racconto si apre con i discepoli in difficoltà, il protagonista è Lui, che tale difficoltà risolve, come già nell’episodio della barca nella tempesta (cf Lc 22-25).
* Di certo, come appare in tutti i racconti di apparizione pasquale, la scelta è sua, l’iniziativa di modificare il cammino erroneo dei discepoli viene da Lui, Egli vuol realizzare qualcosa che gli sta a cuore.
* Anche lui procede a tappe, simmetriche a quelle dei suoi interlocutori, come uno che vuol cambiare le persone dal di dentro («il cuore»). Di qui la serie di atteggiamenti di condivisione.
* Anzitutto cammina con loro che camminano, apparentemente allontanandosi con loro da Gerusalemme, dagli Undici (non aveva detto che il buon pastore va a cercare la pecora smarrita? Lc 15,4). Cammina con loro buon compagno di viaggio del tutto incognito, ma che desidera partecipare alle loro ansie, che ascolta prima di parlare, e poi quando gli chiedono di non andarsene, ma di restare con loro perché si fa sera, rimane e mangia insieme. Si vede che vuol loro bene mentre vuole il loro bene.
* Ascolta la loro conversazione che riguardava proprio Lui, ma non ne accetta il taglio di incredulità e il tono di tristezza.
* Per cui innesta lui per primo il crogiolo delle domande («Che sono questi discorsi durante il vostro cammino», discorsi che dicono così forte la vostra delusione? v. 17), riportandole sul sentiero giusto, attraverso una ferma presa di posizione.
* Non si può infatti tralasciare che il Risorto fa il Maestro, con la piena autorità altre volte riconosciuta (cf Lc 4,36). Sono quattro atti:
– lo scuotimento, come gli antichi profeti: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola»;
– la illuminazione attraverso la spiegazione «spirituale» della Scrittura, rivelazione del piano di Dio;
– la condivisione della mensa (un profondo gesto di amicizia che riecheggia l’Eucaristia);
– l’ardore nel cuore e la volontà di ritornare in fretta come per una missione da compiere, la sua missione di annuncio evangelico.
* Non si può tralasciare che l’ardore missionario si accende non perché Lui è materialmente visibile, ma per via dei segni che lo rendono presente più ancora che quanto gli occhi della carne potrebbero avvertire.
Gesù lascia loro i suoi segni di riconoscimento: la «lettura» della Scrittura secondo la sua spiegazione e la frazione del pane secondo il suo modo di spezzarlo.
* Gesù non si vede fisicamente, ma non sparisce. Si fa «vedere-sentire-parlare» nel grido altrettanto gioioso della comunità: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».
 
Il messaggio 
È indubbiamente grande e intenso. La densità del testo ha sempre colpito. Ricaviamone alcuni tratti fondamentali che fanno sintesi di quanto fin qui detto. Possiamo affermare che fa da perno il tema: come si giunge alla fede cristiana, così si accede alla conoscenza del Risorto!
* La fede ha la sua sorgente e la sua maturità nella Pasqua di Gesù, morto e risorto. Essa nasce non per forza propria: i due di Emmaus mostravano di sapere il contenuto del credo a memoria (vv. 19-24), eppure non vivevano nella gioia e nella speranza, dunque semplicemente non credevano. È indispensabile l’iniziativa del Risorto, la fede in Lui, nasce da Lui. E il Risorto non manca all’appuntamento del dono.
* Il Risorto ha lasciato dei segni della sua presenza, sono i segni certi della fede. Da Emmaus ne appaiono tre:
– La Scrittura in qualità di Parola di Dio, criterio interpretativo di tutto l’evento Gesù («in tutte le Scritture tutto ciò che si riferiva a lui», v. 27). Però si tratta di una Scrittura spiegata da Gesù stesso, dunque con la penetrazione dello Spirito Santo e ultimamente focalizzata sul mistero pasquale (cf 24,44-49). Dunque non la Bibbia perché Bibbia, ma perché ciò che dice è del tutto omogeneo alla morte e risurrezione di Gesù, dunque in forza di una lettura cristiana del Libro Sacro.
– Poi viene come segno del Cristo vivo, la frazione del pane. Ci si è chiesto se fosse la Messa quella che Gesù celebrò nel cammino verso Emmaus. Può essere verosimile per il linguaggio usato. Di certo vi è un orientamento eucaristico nell’azione, quella del pasto, che comprendeva sempre la benedizione e che indicava, almeno in Gesù, un profondo senso di amicizia e condivisione. Dovremmo ricordarcene di fronte ad un prendere l’ostia che è diventato piuttosto una moda pietistica e securizzante.
– Vi è infine la comunità credente, il segno semplice e convincente, che sta sullo sfondo di tutta l’esperienza di Emmaus. Da essa, abbandonata, inizia il racconto che testimonia la «solitudine credente» dei due fuggitivi, che pure conoscono così bene i contenuti della fede; ad essa, guidata da Pietro, sfocia il racconto con i due che ne condividono il messaggio del Risorto e l’ardore del cuore.
* Ma forse il fattore più significativo è dato dalla metodologia di questo cammino della fede: appare veramente un cammino, progressivo, paziente, vittorioso. Sopra ne abbiamo detto ampiamente le dinamiche. Qui ricapitoliamo indicando le fasi di maturazione:
– la fase di delusione, di dubbio, di ortodossia verbale ma non del cuore, la solitudine di un sapere gli eventi senza partecipazione vitale, come lapidi da leggere, non come viventi con cui intrattenersi;
– succede il cammino insieme. Gesù fa strada con loro entrando nelle loro dinamiche contorte di gente senza speranza, educandone finemente le domande verso la domanda vera, o il giusto modo di porla: entrare ed esplorare il mistero di Gesù attraverso la grande Rivelazione biblica, i fatti della storia della salvezza già avvenuti, affidandosi cioè alla Parola di Dio;
– ma è la sosta alla locanda che risolve la questione della fede, quando la Parola si fa Pane nella condivisione dell’amicizia propria del banchetto. Questa è l’«arma» vincente di Gesù Risorto (cf Lc 24,41-42; Gv 21,5-10), banchetto che ha in sé tutti i tratti dell’Ultima Cena del Maestro diventata la prima dei discepoli. Allora il cuore si infiamma;
– la fase della missione con il ritorno nella comunità, l’ascolto, e quindi l’accoglienza e condivisione del credo comune, a partire dalla testimonianza di Pietro. Essa sancisce la conclusione del cammino di fede.
* Una seconda lettura del testo conclude questa prima fase di cammino.
 
SECONDO MOMENTO: IL RIFERIMENTOLLA VITA
 
1. Emmaus, come e ancor più dell’esperienza di Damasco, narrata dallo stesso Luca in Atti 9, diventa cifra esemplare e stimolante di un cammino di fede, che per essere tale non può non essere travagliato, percorso da interrogativi, in cui non mancano atteggiamenti di sconforto, toccato però da eventi decisivi e soprattutto per sé orientato ad una felice soluzione, al «cuore ardente», che fa mettere le ali ai piedi per un confronto e una condivisione con altri che lo stesso cammino hanno compiuto.
2. In Emmaus il fattore decisivo non se lo danno quei due pellegrini allo sbando. È Gesù di Nazaret come Signore Risorto, l’evento risolutore. È indispensabile rimetterlo immediatamente in circolazione nella ricerca della fede per non perdere troppo tempo in autoanalisi soggettive. In verità nel racconto tale autoanalisi i due la compiono, ma in compagnia dello Sconosciuto, noi potremmo dire alla moderna, includendo nella ricerca l’«ipotesi Gesù».
3. Dell’agire di Gesù riteniamo le dinamiche perché saranno sostanzialmente quelle che risolvono la questione. Anzitutto notiamo che egli non abbandona coloro che pur conosciutolo, dal Battesimo, al catechismo parrocchiale, alla scuola dei preti, ad un servizio di volontariato…, poi se ne sono andati delusi, allontanandosi dalla sua comunità forse, più che da Lui, concretamente abbandonando il luogo dei suoi segni vitali.
Egli non li abbandona quei due, restando sconosciuto, ma in certo modo identificandosi nella serietà delle loro domande e nella tristezza del loro cuore. In fondo erano amareggiati a causa sua, e dunque egli era già presente nella loro inquietudine. Come faceva dire il grande Agostino al Signore proprio in relazione alla sua situazione di uno alla ricerca. Diceva Gesù: «Non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato!».
4. Ma evidentemente il Maestro che aveva per compito quello di non estinguere fiammelle vacillanti ed esili steli (cf Mt 11,20) e di calmare il mare in tempesta, non si ferma all’ascolto e passa all’offensiva del dono. È fondamentale riconoscere il lavorio segreto della grazia che mostra di essere essa alla ricerca di colui che la grazia va cercando, per lasciarsi appunto trovare. Gesù presenta i suoi tre segni che abbiamo già ampiamente meditato, preceduti da un quarto:
– Apre la strada il suo mettersi sulla strada, in compagnia seria, compartecipe, che si interessa del loro problema: «Di cosa state parlando?». Da una assenza di fede e di speranza, non si può rispondere senza il dono preveniente della carità. E l’umile cammino di Gesù con quanti cercano la verità, hanno nostalgia di speranza, manifesta chiaramente che è anche il suo cammino.
– Gesto di carità che prende le ali, dando ai due con-viandanti anzitutto l’ala della Parola di Dio, di cui la Scrittura è testimonianza suprema, cui affidarsi, perché certamente un approdo della ricerca di Dio non può non essere ultimamente che lasciarsi accogliere da Lui, permettergli di farci da guida mentre fa insieme con noi la nostra strada.
– La seconda ala è la condivisione del pasto, ossia dell’amicizia che si fa intimità per un rinnovato svelamento del testamento del Signore, della sua Ultima Cena, dunque del mistero dell’amore di Dio nella croce di Gesù.
– Rimane il terzo segno che in certo modo è sacramento degli altri tre: la comunità, recapito del riconoscimento del Signore Risorto. Ma di essa richiamiamo il valore qui sotto.
5. In una ricerca di fede, specie oggi dove impetuoso e invadente è il rischio del genericismo dei contenuti e delle motivazioni (basta credere in qualche trascendenza), va riaffermata la necessità di sapere di quale fede si tratta, in che cosa il cristiano crede e per quali ragioni, mantenendosi pronto al dialogo con altre fedi, avvalendosi delle carte che ha in mano, più precisamente con «la speranza che ha nel cuore» (cf 1 Pt 3,5). Tutto ciò ha un nome, un recapito, una sorgente: è il mistero pasquale di Gesù Cristo, l’evento indissolubile della sua morte e risurrezione. Senza di ciò «la nostra fede è vana» (1 Cor 15, 14). Sarebbe facile mostrare che la Pasqua è la fonte della fede perché si manifesta al massimo il senso della vita che Dio vuole per noi. Perciò la fede cristiana è ancorata all’alba di Pasqua, al sepolcro senza la pietra della morte, dove invece la fede dei discepoli era gravemente inciampata e quasi estinta. È l’effetto del «cuore ardente» dei due di Emmaus, che inverte totalmente, rivoluzionandola al positivo, una vita ormai esposta al non senso e alla fuga.
6. Non dimenticheremo un particolare fondamentale che incrementa il buon esito della ricerca dei due. È quando «il Risorto fece come se dovesse andare più lontano» (v. 28). È la «lontananza» non di lui a noi, ma di noi a lui. Ebbene i due bloccano tale distanziamento, e fanno la trepida, commovente invocazione: «Resta con noi perché si fa sera». «Ed egli entrò per rimanere con loro» (v. 29). E immediato il richiamo al quarto Vangelo quando agli inizi del ministero di Gesù due discepoli gli chiesero della sua abitazione, per restare con lui. E così avvenne (cf Gv 1, 37-39). Deve essere una legge della ricerca: incontra Gesù chi accetta di sostare con lui, di non provarlo come «un mordi e fuggi», ma si lascia coinvolgere sulla sua strada, una volta che lui ci ha incontrato sulla nostra. Non vi è fede in Gesù senza domicilio condiviso e prolungato con Lui.
7. I due di Emmaus non arrivano alla fede compiuta se non quando giungano a condividere il credo della comunità che avevano abbandonato. Si noterà che il cammino di Emmaus non termina nella locanda con Gesù, ma nella comunità di Gesù è fondamentale ricordare che Gesù, pur fisicamente presente nel cammino, non era riconoscibile (era assente pur apparendo presente), mentre quando diede i segni della Parola e del Pane, egli «sparì dalla loro vista» (v. 31), eppure lo riconobbero (era presente, pur apparendo assente). La comunità è il luogo della Parola e del Pane tramite il servizio degli Apostoli, per cui solo in essa, condividendone la vita, la fede si rende autentica e vitale. Non possiamo dire «io credo» se non lo diciamo dentro un più grande «noi crediamo». Sarebbe facile mostrarne la piena congruenza antropologica, vero segno della pedagogia di Dio, per cui la fede del singolo si regge con la fede di tanti!ù
 
TERZO MOMENTO: PER LA CONDIVISIONE
 
Questa radiografia del cammino di fede è ricca di implicanze per suscitare una conversazione come i due di Emmaus, ma, speriamo, senza il loro clima depresso. Ecco una griglia di domande:
* La visione di fede descritta ad Emmaus comprende varie fasi. In quale mi ritrovo? E più in generale l’uomo (giovane) di oggi?
* Emmaus è un percorso solcato da molti interrogativi. Quali sono attualmente più in circolazione? O forse non esiste nemmeno un esperienza di Emmaus a portata di mano? Una fede tranquilla è sinonimo di fede vera?
* «Resta con noi, Signore, perché si fa sera…». È una invocazione resa canto in tanti modi. Vi sono possibilità di tradurre il canto in realtà, cioè fermarsi e stare effettivamente a cena con Lui?
* Emmaus pone un accento così forte sul riferimento alla Scrittura spiegata da Gesù. Si può realizzare un cammino di fede senza frequentare la Bibbia nello spirito di Gesù? La Parola di Dio della Scrittura si è fatta mia compagnia di vita? Il mondo giovanile è per tanti aspetti un mondo a-biblico. Deve per forza essere così? Si conoscono esperienze positive?
* Gesù propone anche la condivisione della mensa, quel pane mangiato che è il suo stesso Corpo. Perché l’Eucarestia è così decisiva per la fede? Ma come realizzare una Eucarestia capace di generare la fede?
* Emmaus evidenzia in maniera incontrovertibile che la fede religiosa, una grande e benefica fede carica di speranza, è contatto con Gesù il Risorto dai morti. Ho fatto «fare Pasqua» alla mia fede, o è rimasta superficiale, rattrappita? Come realizzare un’esperienza pasquale con linguaggio giovanile?
* Gesù si affida alla comunità, ponendo nelle sue mani i suoi segni di presenza. Ecco un passaggio delicato e decisivo: come la comunità sorregge la fede? Quale atteggiamento mi si chiede per incontrare veramente la comunità?
Un’ultima lettura del testo può fare sintesi dei tanti aspetti fin qui raccolti.
Una preghiera finale, magari con libere intenzioni, conclude l’itinerario di fede compiuto.
Proponiamo un passo di F. Mauriac dalla sua Vita di Gesù:
«A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, la nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità di una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi perché il giorno declina..!».