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    La «presa di coscienza» del rapporto con le istituzioni



    Dizionario dell'animazione /8

    Mario Pollo

    (NPG 1986-10-58)


    Il precedente articolo, di carattere introduttivo, su «animazione ed istituzioni» si concludeva con l'elencazione di cinque obiettivi principali. Li ricordo brevemente:
    1. far prendere coscienza alle persone del loro rapporto con le istituzioni;
    2. evidenziare le carenze dell'istituzione rispetto alle trasformazioni della realtà ed al progetto d'uomo dell'animazione culturale;
    3. promuovere le attività utili a favorire la trasformazione evolutiva delle istituzioni;
    4. far maturare nelle persone una coscienza etica capace di dare il fondamento dell'amore al relativo dell'organizzazione e della cultura sociale;
    5. far convivere nelle persone la sete dell'utopia con l'adattamento attivo alla realtà delle istituzioni.

    IL GRUPPO PER UNA PRESA DI COSCIENZA DEL RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI

    Questi obiettivi sono raggiunti e raggiungibili attraverso il gruppo, per mezzo cioè della mediazione di una struttura sociale che riproduce al proprio interno molte delle caratteristiche tipiche dell'istituzione, almeno di quello o di quelle di cui fa direttamente parte.
    Non bisogna infatti dimenticare che il gruppo di animazione non nasce nel vuoto, nel nulla disegnato dalle nebbie e dai fantasmi dell'immaginario, ma, quasi sempre, all'interno di una istituzione: la parrocchia, l'associazione, la scuola, il quartiere, il carcere minorile, la società sportiva, il ricovero per anziani, ecc.
    Anche i gruppi spontanei, quando sviluppano una qualsiasi azione sociale, entrano nel dominio di una istituzione che, in qualche modo, influirà sulla loro vita interna. Questo perché, qualunque sia l'atteggiamento del gruppo verso l'istituzione, questa finirà per condizionarne la vita.
    Infatti sia che il gruppo si integri passivamente nell'istituzione, sia che si proponga la sua trasformazione o, addirittura, la sua distruzione, il semplice fatto di essere in relazione vitale con l'istituzione provocherà una serie di effetti particolari sul gruppo. Nel caso dell'integrazione passiva le ragioni del condizionamento appaiono evidenti. In questo caso il gruppo si limita a recepire ed a riproporre al proprio interno i valori e le norme che fondano l'istituzione. È perciò corretto affermare che, in questo caso, il gruppo è un modo di espressione della istituzione nella vita sociale concreta. Nel caso del gruppo che si propone l'obiettivo di una più o meno radicale evoluzione dell'istituzione, questa ne condiziona la vita, perché per essere fedele al suo scopo esso deve anticipare le trasformazioni che richiede all'istituzione. Quindi l'istituzione determina pesantemente le scelte del gruppo, se non per omologazione certamente per differenziazione.
    Nel terzo caso, per qualche verso analogo al precedente, la vita del gruppo dovrà essere una testimonianza che è possibile vivere senza quella o quelle istituzioni di cui si persegue la distruzione. Oppure deve vivere in modo da rendere oltremodo evidenti gli effetti perversi che secondo lui quella particolare, o quelle particolari istituzioni, hanno sulla vita del gruppo e delle persone che la formano. In ogni caso l'istituzione che si vuole distruggere finirà per condizionare significativamente la vita del gruppo. Da notare poi che, in questo ultimo caso, l'obiettivo della distruzione innescherà, quasi automaticamente, la nascita di una cultura della violenza, dove questa sarà intesa come un fattore di trasformazione della realtà sociale.
    In tutti e tre i casi elencati il gruppo è sempre un mediatore, non importa se passivo, distruttivo o evolutivo, di un rapporto degli individui con l'istituzione.
    È chiaro, almeno per me, che la scelta dell'animazione è, e non può che essere quella, verso un gruppo che si ponga attivamente, dall'interno, ad operare per la trasformazione evolutiva delle istituzioni a cui appartiene.
    Questo significa che il gruppo deve adattarsi all'istituzione e, nello stesso tempo, innescare dei processi che la rendano il più adeguata possibile alla vita sociale del presente ed alla espressione dell'amore alla vita, che è caratteristico del progetto dell'animazione.
    In sintesi. Il gruppo di animazione si pone in un atteggiamento critico e di accettazione nello stesso tempo verso l'istituzione. In un atteggiamento, cioè, che evidenzia la consapevolezza che ogni modo umano di fissare i valori in una istituzione è imperfetto e vecchio un istante dopo che si è istituito. Ragion per cui si riconosce che è necessario un lavoro permanente di riflessione critica e, nello stesso tempo, una produzione continua di comportamenti, di atteggiamenti e di azioni volti a rendere dinamica e flessibile l'istituzione, senza per questo dovere necessariamente mettere in crisi il suo fondamento. Infatti l'atteggiamento critico non mette quasi mai in discussione il valore, ma la sua traduzione in un sistema di potere, di norme e di modelli di comportamento.
    Quasi senza soluzioni di continuità il discorso è scivolato da una riflessione sull'intimo legame gruppo-istituzione al primo obiettivo proposto dall'animazione nei confronti dell'istituzione.

    ANALISI DELL'ISTITUZIONE

    Questa può partire, normalmente, dalla riflessione critica del gruppo sui valori, sulle norme che sono a monte dei modelli di comportamento, delle opinioni e degli atteggiamenti che sono dal gruppo positivamente valorizzati.
    Si tratta, in altre parole, di mettere in luce ciò che per il gruppo ha valore, anche se, sovente, esso non ne ha una chiara ed esplicita coscienza.
    Fatto questo è necessario fare lo stesso tipo di analisi per le istituzioni in cui il gruppo è inserito.
    Dopo di ciò è necessario affrontare il confronto tra i due sistemi di valori e di norme che sono emersi, sottolineando naturalmente, oltre alle somiglianze, anche gli scarti, le distorsioni o le carenze che appaiono dotate di maggiore significatività rispetto agli scopi del gruppo.
    Questo tipo di lavoro, finalizzato al raggiungimento del primo obiettivo, consente di porre le basi razionali al discorso che è connesso al raggiungimento del secondo obiettivo.
    Discorso, quest'ultimo, che dovrà portare i membri del gruppo a maturare la coscienza della relatività, dell'imperfezione e dell'insufficienza che affliggono ogni possibile istituzione umana. Ma prima di affrontare il secondo obiettivo, che sarà oggetto specifico del prossimo articolo, è necessario completare alcune riflessioni intorno all'analisi dell'istituzione.

    I VALORI E LE VALORIZZAZIONI

    Quando si parla di valori non si intende fare riferimento alle solenni essenze dei filosofi e dei teologi ma, molto più modestamente, a ciò che in una data realtà sociale, in un certo preciso momento storico, ha valore tra le persone che la formano.
    Per i membri di un particolare gruppo sociale, come quello criminale di tipo mafioso ad esempio, il commercio della droga, l'omicidio ed altri reati analoghi sono dei valori. È chiaro che per la parte normale della società quegli atti criminosi sono visti come disvalori. Sia chiaro che il riferimento alla relatività di ciò che ha valore in un determinato gruppo sociale per comprendere il significato sociale di valore, non vuole certamente essere una concessione all'attuale imperante relativismo culturale ed etico, ma semplicemente la proposta di un metodo di indagine empirica. D'altronde per un dato gruppo sociale ciò che ha valore continua ad averlo nonostante la nostra disapprovazione.
    L'unico modo per superare questo relativismo etico passa attraverso la presa di coscienza da parte del gruppo delle effettive valorizzazioni che sono alla base della sua vita.
    Questo metodo di indagine empirica è l'unico che consente al gruppo di scoprire il vero fondamento delle sue norme, delle sue regole, delle sue consuetudini, delle sue opinioni, delle sue verità, dei suoi stereotipi e dei suoi modelli di comportamento.
    Lo stesso discorso vale anche per le istituzioni in cui il gruppo è inserito. Anche qui occorrerà censire le valorizzazioni concrete che si ricavano dalla analisi dei comportamenti quotidiani dei loro membri, piuttosto che dalla lettura della carta solenne dei valori che, di solito, segna la fondazione di tutte le istituzioni e anche di alcuni gruppi. Il passo successivo, invece, sarà dato proprio dal confronto dei valori e dei principi elencati dalle carte costituenti l'istituzione con le valorizzazioni quali emergono dalla vita quotidiana.
    Occorrerà, cioè, ricercare l'indice di coerenza effettivo che esiste tra le enunciazioni astratte delle tavole delle leggi e dei principi e le condotte reali dell'istituzione e, quindi, dei gruppi che ne fanno parte. D'altronde nessuna istituzione è in grado di manifestare direttamente i «valori», ma sempre solo la loro traduzione in comportamenti, informazioni, opinioni, distribuzioni del potere, esercizio dell'autorità, organizzazione di modi di decisioni e di partecipazione collettiva, stili di vita, ecc... L'individuazione di ciò che ha valore in queste manifestazioni della vita delle istituzioni e dei gruppi consente di comprendere quali sono i veri valori che al di là delle astrazioni il gruppo persegue. Il confronto di questi, come si è già accennato, con quelli che sono riconosciuti come fondanti l'istituzione e, quindi, il gruppo, dovrebbe condurre i membri di questo alla maturazione della coscienza della radicale, inevitabile, ma parzialmente correggibile, imperfezione delle istituzioni. Oltre ad indicare la direzione per la ricerca di un intervento di trasformazione evolutiva da parte del gruppo sulla istituzione stessa.

    TRASFORMAZIONI SOCIALI E ISTITUZIONI

    C'è un noto assioma sociologico che afferma che il primo compito di una istituzione è quello della propria conservazione. Al di là della apparente battuta, la constatazione della tendenza delle istituzioni di profondi mutamenti sociali, è certamente vera.
    Allo stesso modo è vera la considerazione che la modifica delle istituzioni genera ansia e timore nelle persone che la vivono, a causa della oramai ben nota regola del porcospino. Ansia, come si è già visto, che varia considerevolmente a seconda del livello di sicurezza personale degli individui che la vivono.
    Ora se è altamente positivo che la tendenza alla conservazione delle istituzioni preservi un insieme originario di valori dalle mutevoli ed effimere esigenze delle mode, degli interessi particolari, delle situazioni sociali contingenti politiche ed economiche, è altrettanto negativo che si tendano a conservare anche le forme culturali storicamente datate in cui questi valori si sono espressi sotto forma di leggi, di norme, regolamenti e modelli di comportamento.
    Se nella Palestina dei tempi di Gesù poteva essere considerata una forma di giustizia la richiesta tacita del padrone di farsi servire dal servo anche se questi era appena tornato stanco dal faticoso lavoro dei campi, oggi la stessa giustizia si manifesterà nel rispetto da parte di entrambi di quanto pattuito dal contratto di lavoro collettivo delle Colf.
    Ora il problema della trasformazione e dell'adattamento delle istituzioni alle modificazioni della realtà sociale non riguarda, sovente, il nucleo di principi e di valori astratti che è alla base dell'istituzione, ma, molto semplicemente, solamente la sua traduzione nella vita quotidiana.
    L'istituzione però resiste anche a questo tipo di cambiamento, a questo adeguamento, cioè, alla mutata realtà sociale. Resistenza che si manifesta attraverso una sorta di rifiuto ansioso del nuovo sia da parte di chi vive passivamente l'istituzione, sia da parte di chi la governa.
    L'analisi delle situazioni che il gruppo fa deve affrontare anche questo aspetto della resistenza al cambiamento, che confonde la fedeltà ai valori con la fedeltà alle valorizzazioni.
    L'individuazione dell'origine «storica» delle valorizzazioni serve anche per realizzare il processo di smitizzazione degli aspetti effimeri e mutevoli dell'istituzione. Senza l'individuazione della genesi storica delle valorizzazioni non è possibile procedere verso il secondo obiettivo, che è quello della verifica della adeguatezza alla realtà sociale attuale dell'istituzione.
    Concludendo questa riflessione mi preme sottolineare come l'analisi dell'istituzione che il gruppo compie su se stesso sia, alla fine, un'altra occasione che esso offre ai suoi membri per favorire l'espansione della loro coscienza individuale e collettiva.
    Questo allargamento, come più volte sottolineato, è necessario per maturare la capacità di vivere e di offrire la coerenza che esige ogni progetto d'uomo eticamente fondato.
    L'analisi dell'istituzione è un passo necessario, anche se non sufficiente, nella direzione della conquista della libertà dell'uomo di farsi, al di là delle costrizioni interne ed esterne, secondo un sistema di valori.



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