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    L’arsenale della pace



    Virginia Di Cicco

    (NPG 2000-06-02)


    A Torino, c’era una volta un arsenale. Ora è un convento. Ma anche un dormitorio per chi non ha riposo. Ma anche una mensa per chi non ha cibo. Ma anche un ambulatorio per chi non ha salute. E ancora corsi di restauro e formazione, scuole di cultura e musica per chi non ha mestiere e ne vuole imparare uno. E infine luogo di preghiera e serenità per chi cerca la propria anima.
    A Torino, nell’arsenale, c’era una volta un forno dove venivano fabbricate le armi. Ora è un tabernacolo. Una tabernacolo vero così come era stato un forno, un forno vero. Lo slogan la dice tutta in quattro parole: la bontà è disarmante.
    Quarantamila metri quadrati di rinascita e amore. Quarantamila metri quadrati dove è possibile ritrovare la propria dignità, l’uscita del labirinto dove ci si era perduti, dove è possibile caricare le proprie armi, le uniche armi in grado di regalarci la vita: il talento, l’intelligenza, la fiducia in noi stessi. Armi spuntate, rese inefficaci dal freddo degli sguardi ostili, dalla fame di parole, dalla solitudine del cuore, dal vuoto d’amore.
    Ernesto Olivero ha sessanta anni, intelligenza brillante, parola vivace, capacità organizzative e manageriali non troppo diffuse. Mi sorprendo a pensare che una persona con queste qualità in banca avrebbe potuto davvero aspirare ad una lunga e luminosa carriera. Un attimo dopo questo pensiero, mi accorgo di non aver capito niente.
    Per fortuna che Ernesto invece ha capito tutto e l’ha capito da ben trentacinque anni quando, giovane rampante con una moglie adorabile e tre figlioli decise di non poter più tollerare – quasi fosse normale – che un bambino occidentale consumasse 400 volte quello che consuma un coetaneo africano, che mezzo mondo fosse dilaniato dalla guerra, che i più deboli fossero emarginati.
    Come racconta lui stesso in modo efficace, mise in appalto la sua persona e la sua voglia di saziare la fame, servire gli ultimi e portare la pace. Voleva essere usato dalla Provvidenza e la Provvidenza non perse tempo: lo assunse subito e nacque il Servizio Missionario Giovani.
    A Torino c’era un arsenale abbandonato e cadente che l’esercito di pace trasformò in quella sorta di convento metropolitano che ha dato un letto a un milione e mezzo di persone, un medico a cinquantacinquemila malati e un pasto caldo a ventitré milioni di affamati.
    Qualcuno l’ha definito una multinazionale del bene e Ernesto ha fatto davvero quella luminosa e lunga carriera che meritava: è divenuto qualcosa a metà tra un manager, un amministratore delegato, un addetto alle pubbliche relazioni e un uomo comune.
    Lo aiutano in tanti e saranno tutti insieme, alla fine dell’anno, in una marcia della pace che partirà dal Piemonte per finire in Sicilia.
    Ha trattato con Massimo D’Alema e Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II e Sandro Pertini ma anche Pietro Cavallero, il bandito assassino che cercava aiuto.
    Quando domandi ad Ernesto qual è la differenza tra un ateo e un credente, non risponde mai la fede ma l’amore.
    «È ateo chi non va verso la carità. Il credente che si mette in pantofole allora è già un ateo».
    Se vi capiterà, come spero, di andarlo a trovare, Ernesto per prima cosa vi farà visitare l’ala dell’arsenale che ancora non è riuscito a ristrutturare: il regno dei suoi sogni. Egli chiederà uno sforzo alla vostra fantasia perché vi aiuti a vedere dove sono polvere e mattoni rotti una meravigliosa struttura d’accoglienza che prima o poi nascerà. Vi starà accanto con gli occhi luminosi perché è soltanto così che si cammina sulla strada della speranza.

    SERMIG, Piazza Borgo Doria 61, 10152 Torino, tel. 011 4368566, fax 011 5215571, www.sermig.org, e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.



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