Capitolo settimo

UNA PASTORALE GIOVANILE 

NELLO STILE

DELL'ANIMAZIONE

 

(da: Riccardo Tonelli, PER UNA PASTORALE GIOVANILE AL SERVIZIO DELLA VITA E DELLA SPERANZA. Pastorale giovanile e animazione, Elledici 2002)  


In questi anni, molti educatori, impegnati nell’ambito della pastorale giovanile, hanno scoperto e sperimentato la possibilità di realizzare i compiti relativi alla educazione alla fede, attivando un rapporto privilegiato con quel modello particolare di educazione che passa sotto la formula “animazione”. I risultati offrono un patrimonio, abbondante e prezioso, di suggerimenti.
Le riflessioni sulla pastorale giovanile, contenute in questo libro, si collocano decisamente dentro questa felice esperienza. Non l’ho mai citata esplicitamente, perché preferisco prima chiedere il confronto sulla sostanza delle scelte e poi cercare dei titoli che possano riassumere queste stesse scelte.
Adesso, quasi a fine percorso, mi piace riprendere tutto il lavoro fatto per dichiarare il guadagno concreto che la pastorale giovanile può ottenere quando fa proprie le logiche dell’animazione.

A confronto con alcune questioni

Non è pacifica l’idea di una pastorale giovanile che si metta, in un certo modo, alla scuola dell’animazione. Non pochi, all’inizio del cammino, hanno avanzato perplessità, dal punto di vista teologico e da quello educativo; le hanno poi rilanciate man mano che il processo prendeva consistenza. Oggi i problemi restano, più o meno, quelli di una volta, anche se le resistenze sono diventate silenziose e sotterranee, perché in questa nostra stagione abbiamo imparato a non impicciarci dei fatti degli altri e a fare ciascuno la propria strada.
Le difficoltà e le critiche possono essere riassunte in un interrogativo: è possibile far dialogare sul merito pastorale giovanile e animazione… oppure ciascuna realtà deve camminare per la sua strada, dal momento che obiettivi e strategie operative sembrano così diverse? Alla radice dell’interrogativo ce ne è uno ancora più serio: è possibile realizzare una corretta ed autentica educazione dei giovani alla fede, assumendo in pieno le caratteristiche e le logiche dell'animazione?
È facile constatare che le perplessità riguardano, da una parte, la natura della pastorale giovanile e la sua specificità e, dall’altra, sollecitano a far chiarezza sul significato di quel modello educativo che abbiamo chiamato “animazione”, inventando una espressione assente nella storia della pedagogia, almeno nel senso in cui la stiamo utilizzando.
Confesso volentieri, anche per un dovere di riconoscenza, che le difficoltà ci hanno fatto maturare. Hanno spinto a precisare meglio le cose, a produrre affermazioni meno sicure, a diventare un poco più sapienti e concilianti. Ci siamo messi, infatti, a pensare sulle due direzioni coinvolte: da una parte, la ricomprensione dell'animazione, per coglierne tutta la portata educativa e per individuare bene le sollecitazioni e le sfide che essa lancia ai processi di educazione alla fede; dall'altra, la ricomprensione dell'educazione alla fede in questa logica.
Il primo compito è affidato ad un libro di questa stessa collana. Non posso riassumerlo qui. Posso però assicurare di conoscerlo a fondo e di darlo per acquisito in tutte le pagine della mia proposta. Il secondo compito l'ho risolto proprio in questo libro e nelle scelte che lo caratterizzano. Anche se non ho mai esplicitamente parlato di animazione, il progetto di pastorale giovanile suggerito… è tutto nello stile dell'animazione.
L'insieme delle proposte rilancia, dunque, la convinzione che è "possibile" ed "opportuno" realizzare i processi di educazione alla fede nella logica dell'animazione. Il mio orientamento è preciso e abbastanza sicuro: credo sia necessario far dialogare intensamente animazione ed educazione alla fede, facendo del confronto un punto di arricchimento reciproco. L'educazione alla fede si verifica con le logiche tipiche dell'animazione, per ripensare ai suoi compiti e realizzare le sue responsabilità; l'animazione assume il confronto con i processi di maturazione della fede come momento qualificante della sua comprensione.
Le affermazioni vanno analizzate con calma e attenzione, per motivare la scelta e soprattutto per mostrare le conseguenze.

Il rapporto tra educazione e pastorale giovanile

Chiunque si metta a fare attività pastorale instaura un rapporto con le scienze dell'educazione. Non è necessario che la cosa sia consapevole e… il rapporto scatta anche quando viene escluso a priori. Non si può fare altrimenti… vista la natura della pastorale e la necessità di utilizzare, nell'esercizio dei suoi compiti, modelli operativi e strumentazioni che le provengono dal vissuto concreto delle persone e dalla cultura dominante in un certo contesto.
Su questo rapporto nascono due questioni, particolarmente rilevanti in ordine al tema che sto studiando.
La prima questione è di fondo, perché riguarda la qualità stessa del rapporto tra riflessione e azione pastorale e quel vasto mondo di riflessione e di prassi che, in modo complessivo, viene definito "educazione" e fatto oggetto di attenzione da parte delle "scienze dell'educazione".
La seconda questione è successiva alla prima e la porta verso il concreto. Può essere indicata con un interrogativo: se la pastorale ha bisogno dell'educazione nell'esercizio delle sue funzioni specifiche, quale modello, teorico e pratico, di "educazione" può essere utilizzato, dal momento che non ce n'è certamente uno soltanto?

L’educabilità indiretta della fede

La risposta alla prima questione è ormai abbastanza consolidata. Sono superati i modelli pastorali in cui tende a prevalere una funzione solo strumentale dell'educazione, come sono superati quei modelli che sostengono la separazione netta degli ambiti. Il primo superamento è frutto della maturazione teologica ormai consolidata. Essa non ci permette di considerare le scienze dell’educazione e i processi educativi come se fossero una specie di “ancella”… al servizio di un padrone che è la pastorale. Il secondo superamento nasce da una presa d'atto di situazioni pratiche: è follia immaginare di separare quegli ambiti e quegli interventi che invece sono sempre un tutt’uno, abbastanza indivisibile.
L'ipotesi elaborata in questi anni propone, invece, una educabilità indiretta della fede, nel senso che ricorda la possibilità di rendere attenti e disponibili al dono personale della fede attraverso quegli interventi educativi che fanno comprensibile e significativa la sua proposta e suscitano nel soggetto gli atteggiamenti corrispondenti al dono stesso. In questo modo viene, di conseguenza, riconosciuta la funzione preziosa dell'educazione – in senso stretto e tecnico – anche nell'educazione alla fede.
Lo ricorda bene la formula messa anche a titolo del paragrafo: educabilità indiretta della fede. Essa dice chiaro che si tratta della fede, e cioè dell’oggetto specifico e dell’interesse esplicito della pastorale giovanile, riportandoci di conseguenza nel cuore di ciò che stiamo studiando. Sulla maturazione di questa fede ricorda che è possibile intervenire attraverso attività educative: si parla infatti di “educabilità”, un modo di dire che tradotto in lingua corrente significa possibilità reale di educazione. Questa possibilità educativa viene però indicata come “indiretta”. Esiste infatti un intervento educativo diretto e immediato, quello che utilizziamo normalmente nei processi educativi. E ce ne è uno, solo indiretto e mediato, destinato a creare le condizioni favorevoli perché una persona, in libertà e responsabilità, si decida ad accogliere un proposta offerta, scegliendo di vivere in modo coerente con la proposta stessa. A proposito della maturazione della fede, sempre e fondamentalmente dono gratuito di Dio ad ogni l’uomo, possiamo intervenire solo sul piano indiretto, assicurando le condizioni che rendono il dono significativo e affascinante per le singole concrete persone e le aiutino a decidersi, con gioia e libertà, per questo stesso dono.

Quale figura di educazione

A proposito del modello di educazione da assumere nella pastorale giovanile, invece, la ricerca è molto più aperta. La consapevolezza di quanto sia prezioso prendere sul serio le istanze dell'educazione anche nell'ambito dell'azione pastorale, si scontra oggi con il pluralismo di figure educative e la complessità che attraversa anche il mondo delle scienze dell'educazione. Dicendo educazione penso non solo ad una metodologia pedagogica, ma, come è doveroso, all'insieme delle discipline che rientrano nel suo statuto e collaborano a dare ad essa un volto preciso (si va dalla filosofia dell'educazione a tutte le discipline che aiutano a dare un quadro corretto della persona e dell'ambiente in cui vive, fino a quelle, di tipo progettuale, che riguardano le condizioni per la costruzione del futuro personale e sociale…).
È facile constatare quanto siano diversi i modelli operativi, fino al punto che molti hanno l'impressione che ogni educatore abbia ormai le sue formule e le applichi tranquillamente nelle diverse circostanze. Chi possiede un minimo di capacità riflessiva, si rende conto che questa diversità pratica manifesta la grande diversità teorica che sta a monte. Sono spesso in gioco concezioni antropologiche – e di conseguenza teologiche – assai differenti.
L'osservazione è importante nel nostro caso. Si vede, dal concreto della prassi, che lo strumento non è mai neutrale: una pastorale che assume una figura di educazione precisa, rispetto ad altre, risulta fortemente influenzata e condizionata proprio dal tipo di modello antropologico che fa proprio. La pastorale diventa piena di proposte forti e sicure, se a monte c’è un certo modo di pensare all’uomo e alla sua educazione; al contrario, nella pastorale si accettano le logiche della gradualità, della progressione lenta e costante, del significato e del valore dell’esperienza, quando a monte c’è una figura diversa di uomo. Le differenze sembrano giustificate da ragioni teologiche ma, in fondo, sono dovute a motivi antropologici.
La sensibilità teologica, raggiunta dalla pastorale, non permette di certo di superare i problemi attraverso quell'eclettismo pratico che fa prendere i frammenti utili dove li incontra, o attraverso la ripetizione di una vecchia abitudine che portava ad inventare casalingamente le soluzioni, per non dover ricorrere al confronto con gli addetti ai lavori.

La scelta dell'animazione come modello globale di educazione

La pastorale deve e vuole rispettare l'autonomia delle scienze dell'educazione nella definizione di una figura di educazione. Non può però ridursi ad una funzione subalterna, proprio nel momento in cui essa stessa cerca di superare la tentazione di trattare in questo modo le altre discipline.
Come scegliere nel pluralismo di proposte, rispettando, nello stesso tempo, l'autonomia scientifica delle discipline con cui la pastorale vuole dialogare e il peso condizionante che queste discipline possono esercitare rispetto all'esercizio specifico dell'azione pastorale? Sembra un problema solo teorico, per gli addetti ai lavori, e invece ha risvolti concreti notevolissimi.
In questi anni si è progressivamente fatta strada una convinzione che aiuta ad affrontare bene la questione.
Il confronto tra le scienze dell’educazione e le discipline teologiche è possibile solo se esiste un principio regolatore del confronto stesso, che funzioni come sede unificante del dialogo.
Nella pastorale questo principio è l'attenzione all'uomo, come evento integrale e indivisibile, in vista della compenetrazione nella sua struttura di personalità della maturità umana e cristiana: l'uomo, cioè, che ricerca ragioni per vivere e sperare e cui la comunità ecclesiale vuole testimoniare il progetto definitivo di salvezza in Gesù Cristo.
La teologia e le scienze dell'uomo, pur nella diversità degli approcci, possono riconoscere la maturazione dell'uomo verso la sua pienezza di vita, come un punto comune di convergenza, teorica e pratica. In esso, i problemi relativi all'educabilità e alla riferibilità a Dio, provenienti da direzioni diverse e tendenti verso direzioni diverse, si attraversano e si coinvolgono. Su questo principio unificatore, ogni disciplina può suggerire il suo specifico contributo, verso la soluzione del problema. In parte è problema comune perché centrato sull'uomo e sulla sua promozione in umanità. In parte è specifico della riflessione e progettazione pastorale perché attento esplicitamente alla sua salvezza nel Dio di Gesù Cristo.
Per questa convinzione, la pastorale giovanile, tra i molti modelli di educazione con cui si confronta, sceglie e assume quel modello in cui ha l'impressione che siano rispettati e riaffermati i riferimenti che, nella fede, riconosce irrinunciabili per la qualità della vita e per il consolidamento della speranza. Di qui nasce la scelta dell'animazione come modello globale di educazione, da integrare nei processi di educazione alla fede.
L’affermazione è centrale in tutto il processo. Qualcosa lo devo sottolineare anche se continuo a rimandare al libro che studia direttamente l’animazione.
La pastorale non ha bisogno di uno strumento in più, da aggiungere a quelli che già possiede, e che le vengono dalla tradizione ecclesiale. Ha invece bisogno di una proposta globale di educazione in cui ripensarsi e da cui qualificare il suo servizio.
L’esperienza di molti educatori, in questi anni, ha portato a scoprire che l’animazione non è né una tecnica né uno strumento. Essa è una scommessa globale sull’uomo e un progetto complessivo per la sua maturazione. Essa è, in altre parole, un progetto di educazione, uno fra i tanti, con una sua precisa organicità e articolazione. La pastorale ha scoperto di potersi riconoscere bene nelle sue linee di fondo. Convergendo attorno all’uomo e alla sua maturazione, anche da preoccupazioni diverse, si è trovata interpretata bene e aiutata a scoprire esigenze e dimensioni a cui non può rinunciare per la qualità del suo servizio.
Per questo, la pastorale si è messa in dialogo con l’animazione e ha riconosciuto quanto sia preziosa per essa “la scuola dell’animazione”, per assumere in modo pieno quel rapporto con l’educazione che fa parte della sua natura.
L'animazione come modo globale di realizzare l'educazione, diventa il luogo in cui si ripensano e si concretizzano i problemi, le prospettive e le scelte… tipiche dell'educazione alla fede. E, nello stesso tempo, attraverso il dialogo con le esigenze irrinunciabili dei processi che riguardano la trasmissione della fede, l'animazione può comprendersi meglio e riformularsi in termini più adeguati, pur restando un processo autonomo, orientato ad altre finalità e ad altre dimensioni della vita dell'uomo.

Il guadagno della pastorale giovanile

Pastorale giovanile e animazione sono due realtà distinte. Vanno d'accordo, dialogano, si arricchiscono reciprocamente, ma non sono proprio la stessa cosa.
La distinzione permette il dialogo e il confronto. Dal dialogo nasce il reciproco arricchimento.
Facendo esperienza del cammino felice di questi anni, posso elencare alcuni dei “guadagni” che la pastorale giovanile ha fatto nel confronto con l’animazione e che l’animazione ha fatto nel confronto con la pastorale giovanile.

Una distinzione per evitare confusione

Dall'attenzione all'educativo, che l'animazione lancia sulla educazione alla fede, è possibile ricavare un criterio pratico: la distinzione tra situazione, sua valutazione, prospettive di trasformazione.
Spesso nasce contrapposizione tra coloro che analizzano lo stato di fatto (la situazione) e coloro che invece sono tutti proiettati verso il "dover essere" (la prospettiva di trasformazione). Qualche volta, la reciproca diffidenza arriva fino allo scontro verbale a suon di etichette, non proprio benevole.
L'educazione alla fede nella logica dell'animazione suggerisce un modo diverso di procedere.
L'educatore della fede si fa attento alla situazione concreta, la legge con amore, anche quando mette in crisi certezze che sembrano consolidate e irrinunciabili. Sa cogliere, nel piccolo e nel grande, i segni del futuro che lo Spirito semina a larghe mani nella storia. Interpreta questi fatti. Li accoglie con disponibilità e li discerne in profondità. Fa della realtà, letta in uno sguardo di fede, il luogo ermeneutico del suo progettare.
Non rinuncia però a nessuna prospettiva normativa. Al contrario, legge l'esistente da questo punto di vista, per possedere buoni criteri valutativi. Gioca tutte le risorse per consolidare ciò che ha riconosciuto positivo e per trasformare ciò che invece denuncia limitante e pericoloso. È tanto disposto ad analizzare l'esistente da raccogliere da esso le sfide da cui lasciarsi interpellare, quei problemi "veri" per la cui soluzione gioca tutte le risorse di cui dispone.
Tutta l'operazione è realizzata all'insegna di una grande speranza: la fede nel Signore della storia ispira infatti una lettura della realtà con quell’atteggiamento di libertà che possiede chi guarda il presente dalla prospettiva del futuro che Dio costruisce per i suoi figli.

Il bisogno di verifica

Un altro frutto del confronto tra animazione e educazione alla fede è costituito dal bisogno continuo di attivare processi di verifica. L'educazione alla fede, aperta verso la necessità di verifica, cerca linguaggi espressivi e modelli operativi in cui sia possibile fare serie verifiche.
L'animazione pone il problema, introducendo il sospetto nei confronti di tutte le espressioni e le esperienze in cui si procede sull'onda delle frasi ad effetto, delle emozioni superficiali, delle decisioni che non provengono dal silenzio sofferto della propria interiorità. Rilancia poi alla responsabilità della tradizione ecclesiale i modi in cui si può concretizzare l'esigenza, anche per rispettare la dimensione di imprevedibilità e di mistero che investe il dialogo tra Dio e l'uomo.
Uno degli ambiti in cui l'educazione alla fede può far propria l'esigenza di dire le cose in modo verificabile e di proporre cammini all'insegna di passi progressivi e concreti, è costituito dall'incontro personale con il Signore Gesù. Per questo, a molti di noi, in questi anni, piace parlare di "itinerari" per dire in concreto il cammino, lento e progressivo, di maturazione nella vita e nella fede.

L'attenzione alla vita quotidiana

L'animazione pone la vita quotidiana al centro delle sue preoccupazioni e organizza attorno ad essa i suoi interventi. Lo fa con il realismo tipico di un corretto processo di educazione. Chiama per nome i problemi che incontra e sa raccogliere i contributi positivi, anche tra le pieghe delle incertezze e delle difficoltà.
Realizzare l'educazione alla fede nella logica dell'animazione non solo comporta uno spostamento di attenzione adeguato, ma sollecita a ricomprendere il significato e la funzione della fede e della sua proposta da questa prospettiva. La vita quotidiana non viene considerata più né come problema né come destinazione di interventi programmati al suo esterno; essa invece funziona come risorsa anche in ordine alla qualità stessa della fede e della sua comprensione.
Un esempio concreto di questa sensibilità è costituito dalla capacità di raggiungere la globalità a partire dai suoi frammenti. La logica è quella evangelica del "seme".
La vita è come un seme: si porta dentro tutta la pianta in quel minuscolo frammento di vita in cui si esprime. Per una forza intrinseca e in presenza di condizioni favorevoli, progressivamente esplode in qualcosa di continuamente nuovo. Le foglie, il tronco, i rami non si aggiungono dall'esterno. Non sono materiali da mettere insieme. Sono già presenti, in germe: il seme è già la grande pianta, anche se lo diventa giorno dopo giorno.
Certo, la conversione di prospettiva è notevole. Basta pensare ai modelli tradizionali in cui tutte le valutazioni correvano invece solo in ordine alla globalità. Persino la correttezza delle proposte girava su questi parametri.
La considerazione si fa concreta, sollecitando a progettare gli adeguati interventi metodologici per attivare il cammino di maturazione dal frammento all'insieme, dal seme alla pianta: la collocazione del presente (frammento) nelle sue radici (passato) e nella sua proiezione (futuro), assicurando così una nuova ridefinizione della scansione temporale, capace di reagire ai modelli tutti centrati sul passato e a quella diffusa tendenza verso un presentismo sfrenato; il riferimento a luoghi e ad esperienze che siano capaci di sostenere e scatenare il processo di crescita; l'attenzione a non considerare mai concluso il cammino e a riconoscere che anche i segni meno felici possono diventare ragione di un futuro migliore, quando sono accolti e promossi.

La trascendenza come dimensione della quotidianità

Nel modello di animazione che il nostro progetto di pastorale giovanile assume e condivide, la dimensione trascendente dell'esistenza ha sempre costituito un elemento qualificante. Esso funziona come un riferimento irrinunciabile per comprendere l'uomo nel mistero che lo costituisce.
Questo orientamento non è un attentato alla "laicità" dell'animazione e neppure giustifica una sua strumentalizzazione alla pastorale. Rappresenta invece un cammino verso la sua autenticità e una qualità pervasiva del suo servizio alla persona e alla sua maturazione.
L'urgenza può essere considerata uno dei guadagni più rilevanti del confronto con i processi tipici dell'educazione alla fede. Si è progressivamente consolidata una figura ideale di uomo: l'uomo come ricercatore e produttore di senso. Egli cresce in umanità quando vive la sua vita quotidiana come appello, continuo e progressivo, verso quel mistero in cui è collocata la sua esistenza.
Da questa prospettiva, educazione alla fede e animazione si fanno attente alle insorgenti domande di esperienza religiosa, che il mondo giovanile lancia. Sono sollecitate, l'una e l'altra nella rispettiva specificità anche di strumentazioni, ad accoglierle con disponibilità, a procedere educativamente per restituire ad ogni protagonista la sua esperienza autenticata e purificata, a trovare risposte soddisfacenti ad una sete, che quel modo triste di pensare all’uomo, al suo rapporto con le cose e con la storia, alle sue relazioni interpersonali, hanno acceso con maggior forza, proprio come reazione alla crisi di senso e di speranza che questi modelli hanno generato.

Il nodo dell'identità

La grande sfida per l'educazione alla fede, proprio a partire dalla figura d'uomo in cui si riconosce, è quella della ricostruzione dell'identità, in una stagione che minaccia qualità e stabilità dei processi di costruzione della personalità, a causa della complessità diffusa e del pluralismo dominante.
La ricerca corre su due frontiere: i valori su cui è possibile elaborare la propria identità e il livello di stabilità da assicurare nel confronto tra gli stimoli che provengono dall'interno e dall'esterno di ogni persona e questi stessi valori.
Provocata da queste questioni, nel confronto con l'animazione, l'educazione alla fede ha maturato una ipotesi interessante: porre le risorse di cui dispone al servizio della definizione dell'identità personale nella prospettiva di una intensa capacità di spalancare la propria attesa di senso e di speranza nell'affidamento al mistero della vita (nel nome e per la potenza del Dio di Gesù).
La situazione culturale diffusa mette in crisi proprio la possibilità di costruire identità stabili. Una identità priva di stabilità è però una contraddizione in termini, premessa pericolosa di una immaturità aperta a tutte le proposte. L'attenzione all'educazione mette sotto giudizio però anche i modelli eccessivamente rigidi; li riconosce poco realistici e poco responsabilizzanti. Consapevole che non sono gli unici possibili e, con tutta probabilità, neppure i migliori, ne cerca e ne sperimenta di alternativi.
L'educazione alla fede, che nel confronto con l'animazione ha ritrovato l'urgenza del problema, recupera, dal ricco repertorio dell'esperienza cristiana, la capacità di immaginare prospettive interessanti. In esse, la stabilità non è cercata né nella reattività verso l'esistente né nella sicurezza che proviene dai principi solidi e stabili su cui si vuole costruire la propria esistenza. Non è però neppure rifiutata come alienante e impossibile, in una situazione di complessità e di eccesso incontrollato di proposte. Sta invece nel coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare. Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell'avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell'esistenza.
Ricostruire persone capaci di affidamento significa, di conseguenza, ricostruire un tessuto di umanità. Ma significa anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza cristiana.
Questa è infatti la vita cristiana: un abbandono nelle braccia di Dio, con l'atteggiamento del bambino che si affida all'amore della madre. In questo modo, nell'animazione e nell'educazione alla fede si è fatto spazio all'invocazione. Lo stesso dato antropologico viene compreso e sostenuto da punti di vista diversi e complementari. La convinzione di fondo è, però unica: nell'invocazione l'uomo raggiunge il livello più alto di crescita in umanità ed è proteso, quasi in modo spontaneo, ad accogliere il contributo, gratuito ed imprevedibile, della fede per la sua esistenza.

Il coraggio di fare proposte

L'animazione sottolinea con forza l'urgenza dell'offrire proposte, precise ed esplicite, per comunicare quel supplemento di senso che non può essere solo frutto di una restituzione della persona alla coscienza della sua dignità.
L'educazione alla fede ritrova qui una sua dimensione qualificante e irrinunciabile. L'attenzione corre verso il "contenuto" della proposta e il modello comunicativo in cui realizzarla.
Due prospettive interagiscono fino a determinare un prezioso elemento su cui verificare se e fino a che punto l'attenzione alla vita e alla sua qualità, dalla prospettiva dell'animazione, incide nei processi di educazione alla fede.
Da una parte, la proposta di vita cristiana corre immediatamente verso l'attenzione e la verifica della qualità della vita quotidiana. Uno dei riflessi che dall'animazione ricade sui processi di educazione alla fede, consiste infatti nel riconoscimento che luogo privilegiato della proposta di esistenza cristiana è la qualità della vita: gli orientamenti che la esprimono, i valori in cui si concretizza, i modelli verso cui tende. Per questo, ogni evangelizzazione è chiamata a confrontarsi, in modo propositivo e critico, con la cultura dominante.
Dall'altra, l'attenzione alla vita e il consolidamento della sua qualità porta alla necessità di collocare l'esperienza di Dio, il suo annuncio, l'incontro con il suo mistero anche nei segni della comunità ecclesiale, al centro della prassi pastorale. È possibile essere nella vita solo se ci si affida a Dio, riconoscendo la sua signoria su ogni esperienza quotidiana. Di qui la consapevolezza che nessun servizio alla vita, preoccupato della sua pienezza e del suo senso, può prescindere dal confronto e dall'incontro con il Dio della vita.
L'attenzione verso il modello comunicativo
Diventa sempre più urgente, soprattutto in una stagione come è la nostra, riconsegnare all'educatore e all'evangelizzatore il diritto e il dovere di proclamare, con gioia e autorevolezza, esigenze impegnative. La questione inquietante è quella del "come" realizzare questa responsabilità.
L'animazione sollecita a superare la distinzione rigida tra contenuto e modello comunicativo per riconoscere che il contenuto si concretizza proprio nella qualità dell'atto comunicativo. Questa consapevolezza sollecita l'educazione alla fede, generalmente più attenta ai "contenuti" che ai metodi, a ripensare le esigenze reciproche in un modello comunicativo rinnovato.
Uno dei frutti più belli del confronto tra educazione alla fede e animazione, maturato in questi anni, riguarda proprio l'ipotesi e la sperimentazione di un rinnovato modello comunicativo: l'utilizzazione dei modelli narrativi anche nei processi di trasmissione della fede.
Di questo ho già parlato a lungo nelle pagine precedenti. Posso anche sollecitare chi è interessato a saperne di più e a ritrovare modelli concreti a prendere tra le mani qualcuna delle tante pubblicazioni sull’argomento.

Per concludere… ripartendo da capo

Il libro che ora si conclude, è tutto costruito nella logica di un rapporto stretto tra animazione e pastorale giovanile. Anche se il tema è trattato solo nell’ultimo capitolo, esso forma il filo di collegamento di tutto il progetto.
Per scoprire come quest’ultima indicazione (che affida una grande responsabilità educativa e pastorale alla ricerca di modelli comunicativi rinnovati) ha influenzato la proposta, invito il lettore interessato a rileggere tutte le pagine da questo punto di vista. Non solo incontrerà tantissimi accenni espliciti, ma scoprirà una specie di filigrana nascosta e preziosa, che fa la sua novità.
Lo so che è una fatica in più… questa ripresa da capo, proprio quando si tira il sospiro di sollievo per aver finalmente concluso… ma spero che qualche coraggioso la scopra una fatica utile.
Può dimenticare tante cose lette nelle pagine analizzate. Spero che non dimentichi mai la responsabilità di narrare bene, in un buon modello comunicativo, il Vangelo, perché risuoni, anche oggi, una “bella notizia” di vita e di speranza per i tanti giovani che cercano ragioni per vivere e per sperare, come l’assetato anela alle sorgenti d’acqua zampillante.