Juan E. Vecchi, «ANDATE OLTRE». Temi di spiritualità giovanile, Elledici 2002

 


I RIFERIMENTI


1. Incontrare Gesù Amico, Maestro e Salvatore

La fede cristiana è innanzitutto una persona da accogliere e da incontrare: Gesù. Soltanto chi incontra veramente Gesù, può confessare con l’apostolo Pietro: “Tu solo hai parole di vita eterna”. Nell’episodio poi dei discepoli di Emmaus, don Vecchi illustra l’attenta pedagogia di Gesù che aiuta i discepoli a percorrere un vero e proprio itinerario di fede.

1.1. Accogliere la persona di Gesù

«La fede cristiana, si ripete oggi più che mai, non è primariamente adesione a una dottrina religiosa, a un sistema morale o a un insieme di pratiche di culto. E tanto meno la quintessenza di tutta l'esperienza religiosa, purificata, dell'umanità.
È l'accoglienza di una persona. Consiste nel conoscere Gesù Cristo e accettare l'avvenimento di salvezza per ciascuno di noi che in lui e con lui ha avuto luogo dentro la storia umana. Conoscere, secondo il senso evangelico, significa rivolgere l’attenzione, comprendere, lasciarsi penetrare dall’ammirazione, amare, unirsi in profonda amicizia, fidarsi. In tal senso Gesù dice ai suoi avversari: “Voi non conoscete me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio” (Gv 8, 19).
Mettersi di fronte a Cristo e al suo mistero può dare oggi l’impressione di perdersi in un oceano. Ci sono innumerevoli saggi teologici anche di divulgazione, documenti ufficiali, testi di celebrazioni liturgiche e racconti di visioni o esperienze mistiche. Ci sono le rappresentazioni della pietà popolare, per non parlare dei romanzi e ricostruzioni storiche accettabili o arbitrarie, i film, i musical, le discussioni critiche, i talk show e altre simili.
Giovani e adulti si interessano della figura di Cristo. Ma di immagini di Cristo ce ne sono tante e così diverse. Quello che rimane nella memoria di ciascuno dipende dalle preferenze, dalle scelte di vita, dal cammino cristiano che fanno, dalla situazione esterna e interiore di ciascuno.
La verità della persona e dell'avvenimento di Gesù va oggi incontro a rischi tipici della nostra cultura e dello stato odierno dell'evangelizzazione.
Il primo e più evidente è la perdita della memoria, la disinformazione. Le frange di giovani e adulti, ai quali di Gesù non si è parlato in modo sufficiente, vanno aumentando. Gesù va sparendo non solo dall'orizzonte della cultura e dell'organizzazione sociale, ma anche dalla coscienza e dalla mentalità personale. Non è che non se ne senta parlare. Non lo si considera determinante oggi. O ci si accontenta di qualche fugace emozione di passaggio. La precomprensione "post salvifica", il non sentire bisogno di salvezza o credere che di fatto essa non si dà al di fuori delle possibilità umane, considera i limiti degli individui e le piaghe del mondo inevitabili o, comunque, affida il loro superamento a soluzioni tecniche. Non ci sarebbe bisogno di qualcuno che ci salvi o nessuno potrebbe farlo.
Il secondo rischio è l'interpretazione frammentata e soggettiva della persona e dell'avvenimento di Cristo che lo sradica dalla concretezza storica. Alle immagini ormai rientrate del Cristo "rivoluzionario" o "poeta semi hippy", sono succeduti i Gesù caleidoscopici che si compongono conformemente alle preferenze di ciascuno. A volte, pur salvandone la storicità, si riducono le sue dimensioni: egli appare così come oggetto di esperienze religiose disincarnate o soltanto come maestro e modello dei valori umani che oggi ci stanno a cuore; e tutto a misura di consumatore, nel mondo delle idealizzazioni manipolabili, dei miti e delle realtà virtuali, senza preoccupazione di un confronto con prove.
Il terzo rischio è più raffinato; appartiene alla sfera del pensiero religioso e non di rado si ispira a una buona intenzione: trovare il punto di incontro tra le religioni, eliminare l’opposizione fra di esse, individuarvi i semi di verità e dunque scoprire nuove vie di dialogo in clima di vicendevole valorizzazione e tolleranza.
È l'equiparazione di Cristo ad altri maestri religiosi in quanto portatori di saggezza e quindi "mediatori di salvezza". In qualche caso si afferma il suo carattere di riferimento principale o punto di arrivo dell’esperienza religiosa. Comunque il cristianesimo viene allineato ad altre esperienze di Dio. Unico sarebbe il piano di salvezza, ma diverse e complementari le vie per raggiungerla.
Per quanto riguarda coloro che sono "cristiani", incombe il pericolo del "già sentito", dello "scontato" per cui Cristo non provoca più meraviglia né si cerca di conoscere ulteriormente “l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'amore di Cristo, che è più grande di ogni conoscenza” (Ef 3, 18-19). Ne segue una specie di "esaurimento" della grazia e dell’energia che proviene dall’incontro con Gesù.
In questa situazione lo sguardo va rivolto in primo luogo alla storia di Gesù di Nazaret. E la storia di Gesù si trova nei Vangeli. La lettura dei Vangeli va liberata però dalla leggerezza e dall’arbitrarietà. La prima impedisce di cogliere la vera portata del testo. Sfuggono i significati delle espressioni, la portata degli eventi e il contesto in cui tutto è avvenuto. L’arbitrarietà porta a inventare significati, all’insegna della fantasia, del gusto o dell’interesse. Il senso letterale invece, cioè quello che il testo intende dire, è la radice di qualsiasi altro senso e applicazione valida. Per questo la Lectio viene ripetutamente raccomandata persino ai giovani. “Nei vostri gruppi, carissimi giovani - leggiamo nel messaggio in occasione della XIII giornata della gioventù - moltiplicate le occasioni di ascolto e di studio della Parola del Signore, soprattutto mediante la Lectio divina: vi scoprirete i segreti del cuore di Cristo e ne trarrete frutto per il discernimento delle situazioni e la trasformazione della realtà”».

1.2. Incontrare la persona di Gesù

«I vangeli si soffermano a raccontare gli incontri di Gesù con le persone più diverse: quelli che sarebbero diventati gli apostoli, la samaritana, Nicodemo, la adultera, Zaccheo, Marta e Maria, il giovane ricco, i discepoli che camminavano verso Emmaus. Non solo vi accennano, ma riportano i gesti minimi e le parole di Gesù, così come le reazioni più profonde dei suoi interlocutori.
La prima mossa è sempre di Gesù. Egli si fa avanti e cerca l’incontro. Entra in una casa, si avvicina al pozzo, dove una donna va ad attingere acqua, si ferma davanti a un esattore, volge lo sguardo verso chi si è arrampicato su un albero, si aggiunge a chi sta percorrendo un cammino. Dalle sue parole, dai suoi gesti e dalla sua persona sprigiona un fascino che avvolge il suo interlocutore. È ammirazione, amore, fiducia e attrazione.
Per molti il primo incontro si trasformerà in desiderio di ascoltarlo ancora, di fare amicizia con lui, di seguirlo. Si sederanno attorno a lui per interrogarlo, lo aiuteranno nella sua missione, gli chiederanno di insegnare loro a pregare, saranno testimoni delle sue ore felici e dolorose. In altri casi l’incontro finisce con un invito a un cambio di vita.
Gli incontri del Vangelo raccontano la fede. Ci dicono come nasce e cosa è. È l’autorivelazione di Gesù. “Il Messia sono io che parlo con te”.
Gesù si manifesta attraverso gesti e parole. Chi si è incontrato con lui lo conosce, non solo secondo il commento e la valutazione della gente, ma personalmente. Fa l’esperienza della sua saggezza e della sua bontà. La vita allora comincia a cambiare nelle sue prospettive, sentimenti, abitudini e progetti. La dimestichezza con Gesù e le sue rivelazioni porterà a riconoscerlo e confessarlo Figlio di Dio.
L’incontro, e quello che in esso accade, è misterioso e incomprensibile come l’amore umano: ma più ancora. Gesù medesimo afferma che nessuno viene a lui se il Padre non lo attira. Ai discepoli dice: “Non siete stati voi a scegliere me. Sono io che ho scelto voi” (Gv 15, 16). Così l’incontro non appare come un caso né come abilità delle persone, ma proprio come dono di Dio.
Per ciascun giovane la fede personale ha inizio nel momento in cui Gesù gli appare come colui da cui attingere un senso per la sua vita, al quale rivolgersi in cerca di verità, attraverso il quale capire il rapporto con Dio e interpretare la nostra condizione umana.
L’incontro momentaneo non basta. Cresciamo nella fede man mano che questo incontro diventa conoscenza personale e adesione permanente.
Ci si imbatte spesso con qualcuno che racconta di aver fatto una “esperienza” religiosa. E si vede che essa ha lasciato un ricordo grato. Qualche volta però non ha seguito. La fede non è solo sentimento, fascino o ammirazione per Gesù Cristo. Come l’amore umano non è la “cotta”. Nel clima di soggettivismo che respiriamo, questa confusione è sempre in agguato. Ci accontentiamo dell’attimo intenso e fuggente.
Il primo entusiasmo è certamente una grazia. Ma la fede è tale quando esso approda alla accoglienza della persona di Gesù nella propria vita, alla fiducia nel suo insegnamento, al cambiamento degli atteggiamenti secondo le sue indicazioni.
Questo lascia capire il Vangelo nei racconti sulla fede. Lungo le rive del Giordano, Giovanni vede passare il Signore: sente la chiamata e sperimenta il sussulto. Lo segue, coltiva la sua amicizia, si sente amato e ricambia. Gesù diventa per lui una compagnia indispensabile. Non riuscirebbe a concepire la sua esistenza senza di lui. Ne diviene discepolo prediletto. Ecco che cosa è accoglienza: è riferirsi a Gesù per orientarsi e scegliere, è desiderio di risentirlo, è andare verso di lui, rinnovare l’ammirazione, assumere il suo progetto.
A Pietro, che per tutta la notte aveva pescato invano, Gesù propose di buttare la rete. Forse un dubbio balenò nella mente dell’esperto pescatore: buttare la rete ancora una volta dove non avevano preso niente? e in pieno giorno? Ma Pietro si fidò: “Sulla tua parola...”. La fede comporta fiducia in quello che Gesù indica e promette: una fiducia che si traduce nelle scelte di vita.
Nella cittadina di Gerico, Zaccheo, conquistato da Gesù, lo accoglie in casa. Alla luce delle sue parole e dei suoi gesti intuisce quanto sia meschina una vita consegnata al denaro, senza pietà. La rinnega, promette di non rubare e di restituire, quattro volte tanto, ciò che aveva sottratto. La fede comporta il cambio di criteri, gusti e rapporti.
Molti hanno ascoltato Cristo una volta con ammirazione, come le folle che volevano farlo re. Parecchi l’hanno incontrato e non si sono preoccupati di coltivare la sua amicizia. Alcuni, raggiunti singolarmente da lui, anche tra i più vicini, non l’hanno accolto. Non tutti si sono fidati del suo giudizio, del suo equilibrio mentale (è fuori di sé!), delle sue capacità (non è costui il figlio del falegname?), della sua saggezza (noi abbiamo la legge!), della sua rettitudine (ha un demonio!). Pure oggi si dice: è fuori dal mondo, è un idealista, predica l’impossibile, è una creazione della chiesa, è un personaggio mitico.
La fiducia riguarda tre ambiti in cui l’uomo gioca tutte le sue forze: la felicità, la verità, il bene; insieme determinano la “vita” e la “salvezza”. Quale senso si dà all’esistenza, come si pensa, come si agisce. Su tutto ciò, di fronte alla molteplicità di proposte e ai margini di incertezza, il giovane credente dice: “Tu solo hai parola di vita eterna”».

1.3. È il Salvatore Risorto

«C’è, nel Vangelo di Luca, un episodio che, letto una volta, ci rimane per sempre nell’immaginazione. Ci ritorniamo volentieri perché è magistralmente raccontato, pieno di accenni che sembrano parlare della nostra esperienza di fede: è l’episodio dei discepoli di Emmaus (cf Lc 24, 13ss).
I due discepoli camminano, allontanandosi da Gerusalemme, che simbolicamente è il luogo dove avvengono i “fatti della salvezza”, quegli eventi che portano luce, speranza e vita agli uomini: lì Cristo è morto e risorto e si è manifestato già agli apostoli. Lì si raduna e si sta formando la comunità del Risorto, proprio nel cenacolo dove il Signore celebrò l’ultima cena e istituì l’eucaristia. Lì, a Gerusalemme, viene loro promesso e riceveranno lo Spirito Santo.
I due discepoli prendono una direzione che li porta fuori, lontano da questo spazio. È come dire che non si occuperanno più dei fatti che vi sono accaduti e delle persone con cui condividevano attese e convincimenti riguardo a Gesù. Ma soprattutto essi vivono ancora nel passato, nei giorni della morte e dell’umiliazione di Gesù che pesa su di loro. Ignorano che è già spuntato il tempo della risurrezione. Non conoscono il Cristo risorto che già si è manifestato ai loro compagni. Perciò la loro fede è triste e fragile, al punto di svanire lasciando solo il ricordo di una speranza frustrata.
Gesù si unisce a loro, ma essi non lo riconoscono. Si fa raccontare la loro esperienza e ascolta le loro frustrazioni. Le illumina e scioglie aiutandoli a capire il senso degli avvenimenti con la luce della Parola di Dio.
Essi sentono che qualche cosa cambia dentro di loro: arde il loro cuore mentre egli va snodando le sue spiegazioni. Ma ancora non riescono a identificare il pellegrino con il Gesù che avevano visto e ascoltato prima. Non gli passa nemmeno per la mente che potrebbe essere lui, talmente sono fissati sulla tragedia della sua morte.
Quando arrivano al villaggio dove erano diretti lo trattengono e lo invitano a restare con loro. Si mettono a tavola. Gesù prende il pane e pronunzia la preghiera di benedizione. Spezza il pane e comincia a distribuirlo. Allora i loro occhi si aprono e riconoscono Gesù. Lui sparisce fisicamente; rimane però fra di loro e dentro di loro in una relazione tanto misteriosa quanto sentita. “Resta con noi Signore!” era stata la loro preghiera.
Capita in altri episodi del Vangelo che i discepoli riconoscono Gesù risorto, non quando egli “appare” anche a porte chiuse e nemmeno quando incomincia a parlare; ma quando compie un gesto di comunione o di perdono. Questi gesti sono così propri ed esclusivi di lui che nel momento in cui li accenna “gli occhi dei discepoli si aprono”.
Tutti noi troviamo Gesù nella comunità ecclesiale. Nella vita di questa però, ci sono momenti nei quali egli si rivela e si comunica in modo singolare: sono i sacramenti, in particolare la Riconciliazione e l’Eucaristia. Senza l’esperienza che ci sta in essi, la conoscenza di Gesù risulta inadeguata e scarsa, fino al punto di non consentire di distinguerlo tra gli uomini come il risorto Salvatore. Infatti c’è chi, pur condividendo la vita sociale e gli ideali della Chiesa, colloca Gesù soltanto tra i grandi saggi, tra i geni religiosi; forse lo considera come la realizzazione più alta dell’umanità che influisce su di noi per la profondità della sua dottrina e per il suo esempio di vita. Manca però l’esperienza personale del risorto, del suo potere di dare la vita, della comunione in lui con il Padre.
Quello di Emmaus è il cammino attraverso il quale ogni discepolo giunge ad una conoscenza trasformante di Cristo: l’incontro, la parola, l’invocazione, l’esperienza sacramentale. Da quest’ultima si riparte per ricomprendere con maggiore profondità e vivere con maggiore concretezza l’incontro e la parola. Nella preparazione al battesimo della chiesa antica i catecumeni erano portati fino alla comprensione e al desiderio dell’eucaristia attraverso l’istruzione catechistica. Ma, arrivati all’Eucaristia, rileggevano da essa tutto il mistero cristiano: dalla parola al sacramento, dal sacramento alla parola. Anche oggi dobbiamo attivare e portare verso maggiore profondità il circolo formato dall’incontro, la parola, l’invocazione e il sacramento proprio come suggerisce l’episodio di Emmaus».
(DIREDIO, brani scelti, pp. 13-56)

2. Abbiamo un Padre che ci ama

La presentazione di Dio come Padre onnipotente e provvidente, che don Vecchi ci offre scorrendo la Bibbia, permette di evidenziare alcuni tratti fondamentali della paternità di Dio. Successivamente don Vecchi si sofferma sulla domanda fatta a Gesù dall’apostolo Filippo: “Mostraci il Padre”, evidenziando come nelle parole e nei gesti di Gesù vi sia la rivelazione piena e definitiva del volto di Dio. Infine, ci ricorda che essere figli dello stesso Padre è un impegno e una responsabilità a costruire la fraternità nei diversi ambiti della nostra vita.

2.1. Un Padre onnipotente e provvidente

«La Bibbia documenta il percorso dell’uomo verso la conoscenza di Dio, a tentoni, nel buio, per strade impervie e con bussola precaria. Mostra il fascino dell’uomo di fronte alle forze della natura, la sua perplessità davanti alla voce della sua coscienza, gli interrogativi che solleva la sua storia. Racconta lo svelamento o rivelazione su Dio che l’uomo ha sperimentato. Non principalmente attraverso una “esposizione concettuale” o “una dottrina”, ma come una esperienza all’interno di un avvenimento storico.
L’avvenimento è la Pasqua: l’esodo dall’Egitto e l’alleanza del Sinai nell’Antico Testamento; la morte e risurrezione di Gesù nel Nuovo.
L’esperienza umana che vi si fa è di liberazioni molteplici nel nome di Dio, per grazia sua e per essere suoi; di passaggio dalla morte alla vita, di espansione di questa vita fino alla pienezza e all’eternità, di cammino verso tutto ciò con la solidarietà e la compagnia di Dio. Sono avvenimenti che non si possono dimenticare o mettere in secondo piano senza tradire la memoria che dell’esperienza di Dio hanno l’umanità e la Chiesa.
Alla luce di queste esperienze e avvenimenti si sono letti gli inizi del mondo e quanto in esso avviene. Sono infatti la sigla, il segno del farsi presente di Dio nell’umanità, del suo rapporto con la vicenda dell’uomo. Se Cristo non fosse morto e risuscitato e i discepoli non ne avessero avuto l’esperienza, nemmeno ricorderemmo le espressioni con cui si dichiarava Figlio di Dio; e la sua stessa preghiera, il Padre Nostro, se venisse ricordata avrebbe un significato non diverso da quelle che abbiamo ereditato da altri pensatori o capi religiosi.
Nell’esodo e dopo di esso, attraverso il ministero dei profeti, Israele imparò per tutti noi che Dio è sommo e unico. È al di sopra della natura e dei poteri costituiti nel mondo. Da essi si distacca: è trascendente; in un altro ordine, santo. Né potenze umane né forze della natura hanno il minimo dominio su di lui. L’uomo d’altra parte lo sperimenta come datore della sua vita, alleato gratuito e inatteso, e anche come giudice ultimo dei suoi atti e intenzioni. Ancora oggi noi confessiamo questa verità: credo in un solo Dio Padre Onnipotente. L’espressione si riempie oggi di nuovi significati, se consideriamo gli “assoluti” che hanno preteso o pretendono di sottomettere l’uomo o in cui egli pone l’ultima speranza: il denaro, la tecnologia, il mercato, lo stato.
Così Israele imparò pure che egli è Creatore del cielo e della terra: principio primo, termine ultimo. Amore libero e fecondo, gratuito e universale. Nessuno poteva obbligarlo a dare l’essere. Di niente si poteva servire per dare origine alla vita. Noi dunque veniamo da lui e verso di lui ci muoviamo.
È il Dio che si comunica all’uomo: ha parlato e parla. Avvenimenti e vita umana hanno dei sensi che li trascendono e l’uomo se ne rende conto tanto più quanto più fa spazio al pensiero di Dio. Si rivela attraverso persone con una particolare missione storica di liberazione e illuminazione. Paolo dirà che i gentili quando non si erano convertiti adoravano dèi muti. I profeti accuseranno gli idoli di essere senza parola né messaggio, senza suggerimenti né stimoli. Il Dio di Israele è colui che ha mosso i Padri, che ispira i profeti, che parla al popolo, che in sogni e visioni indica strade possibili specialmente negli snodi della storia.
È il Dio che educa e fa crescere: il Pastore che conduce ad acque cristalline e a prati erbosi, che non consente all’uomo di fermarsi ma mostra orizzonti verso cui camminare, che accompagna stimolando ad avanzare, che richiede fedeltà all’alleanza nel quotidiano e in inattese rotture col passato verso imprese impossibili.
È un Dio che raduna e unisce, crea solidarietà e armonia. L’ordinamento del caos e la creazione del genere umano come una famiglia unica sono una prima manifestazione. Convoca gente dispersa e la rende un popolo. Vuole la salvezza di tutti, anche di coloro che al presente non riescono a riconoscerlo.
Per tutto questo di lui si afferma che è Padre. Si sente la sua paternità nel fatto che dà la vita, la conserva, la sviluppa, impegna la sua potenza a favore di essa, la porta a pienezza richiedendo la responsabilità e la collaborazione dell’uomo».

2.2. “Mostraci il Padre”

«“Mostraci il Padre”, chiese Filippo, in un momento in cui Gesù aveva incominciato un discorso sul Padre (Gv 14, 8). E aggiunse: “Questo ci basta”. L’espressione alquanto misteriosa intendeva che l’incontro personale o un’immagine visibile avrebbe risolto ciò che le parole non riuscivano a tradurre; o forse Filippo esternava un desiderio ardente che Gesù, con le sue spiegazioni, aveva provocato in lui. Gesù gli risponde: “Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre?” (Gv 14, 9). Per “vedere” il Padre bisogna dunque guardare nella fede l’esistenza di Gesù, i suoi atteggiamenti nei confronti di Dio, i suoi gesti verso l’uomo.
Come è il Padre di cui Filippo voleva vedere l’identikit o la foto? Gesù lo presenta come potenza di vita. Nel Padre questa ha avuto origine e trova la sua permanente sorgente: “Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso” (Gv 5, 26). Il Padre porta la vita verso la pienezza in coloro che, cercandola, si avvicinano a lui. Dà il gusto e la possibilità di comunicarla. “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole” (Gv 5, 21). Sopra tutti i titoli gli va bene dunque quello di “il Vivente”. Gesù stesso riceve la sua vita umana e divina da lui e grazie a lui la dà ai suoi: “Come mi ha mandato il Padre che è il Vivente, e io vivo grazie al Padre, così colui che si ciba di me anch’egli vivrà grazie a me” (Gv 6, 57). La sua potenza di vita arriva a risuscitare i morti, a mantenere in vita per l’eternità coloro che a lui si affidano chiamandoli a una comunione con lui: è il Dio non dei morti ma dei viventi.
Questa potenza di vita non è ingegneria biologica, ma amore fecondo. La paternità non è in lui una qualità che si aggiunge alla divinità, ma la costituisce internamente e interamente. È Padre, Madre, alleato, socio, amico, protettore fedele, difensore e vindice: insomma quanto noi possiamo immaginare a proposito della donazione di sé e dell’attaccamento viscerale alle sue creature. Amore e vita vanno in lui di pari passo. Ama donando la vita, dona la vita per amore. Gesù lo ripete con affermazioni veloci, semplici e toccanti: il Padre vi ama (Gv 16, 17).
Per questo il Padre opera sempre nel mondo (cf Gv 5, 17). Non sta a guardare e ad attendere. Prende l’iniziativa. È come un contadino che vigila il suo campo, come un vignaiolo che cura la sua pianta (Gv 15, 1). Il campo sono tutti gli uomini e ciascuno in particolare. Su di essi, indipendentemente dalla loro bontà o malizia, fa sorgere il sole e fa piovere (Lc 5, 45), provvede cioè quello che sostiene e diffonde la vita, lo splendore e la gioia che essa porta.
Egli conosce i nostri bisogni prima che noi glieli raccontiamo (Lc 6, 8) ed è disposto a concedere quanto di buono e necessario gli uomini gli chiedano (Lc 7, 11). Più ancora quando si accordano come fratelli, perché vuole la nostra pace e la nostra concordia (Mt 18, 19).
Desidera che nessun uomo o donna si perda (Mt 18, 14), ma che raggiunga la felicità e il proprio destino. Soffre per coloro che smarriscono il senso e le strade della vita. È misericordioso: prende in considerazione e ricompensa tutti gli sforzi di bene che gli uomini fanno: l’elemosina, la preghiera segreta e quasi implicita, l’invocazione di aiuto, il digiuno volontario e la fame sofferta con pazienza.
La sua misericordia si manifesta soprattutto nel perdono. Stranamente sente più gioia per chi dopo aver fatto il male, si riscatta e torna, che per novantanove di coloro che credono di poter esigere qualcosa perché credono di non aver mancato. Si sente meglio con i peccatori che con i giusti. Difende i piccoli, le vedove, le prostitute, i poveri, gli indifesi, gli oppressi, gli ignoranti. È capace di farsi capire da questi e ad essi spiega cose difficili: “Io ti benedico Padre Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10, 22). Perciò fa saltare le categorie e le abitudini su cui si regge questo mondo.
Ha poi doni eccelsi, straordinari per gli uomini. Uno, singolare e unico, è il suo Figlio che egli “consegna” per la salvezza del mondo. E ciò dopo che aveva tentato altre vie e inviato altri messaggeri per ricondurre gli uomini alla sua conoscenza e amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 4, 16). Il Figlio non è un regalo “collettivo”, inviato ad un “genere umano” nel quale non si distinguono le persone. Ha il carattere di un dono personale: un invito, una sfida, un richiamo, un incontro per ciascuno di noi, da cui egli si attende pure una risposta, un sentimento, una adesione personale.
Inoltre, nell’assenza fisica di Gesù il Padre manda lo Spirito Santo, il Consolatore, che rimane sempre in noi e con noi (Gv 14, 16.26). Esso è memoria, luce, calore e bussola. Crea e ravviva in noi la consapevolezza della presenza e dell’amore del Padre e ci dà il gusto di corrispondergli. “Non vi lascerò soli, orfani” (cf Gv 14, 18)».

2.3. Figli dello stesso Padre: chiamati a costruire la fraternità

«Il pensiero del Padre porta verso la fraternità tra gli uomini. La fraternità, come viene presentata dal Vangelo, non nasce da un accordo sociale tra gli uomini, ma dal loro essere e dalla loro origine. Essi procedono tutti da Dio, da lui sono stati creati nell'amore, come una famiglia. Hanno davanti a lui, e così dovrebbe dunque essere di fronte ai propri simili, la medesima dignità e i medesimi diritti.
L'esperienza della paternità di Dio deve suggerire oggi molteplici espressioni di fraternità: espressioni immediate, cioè di pronto intervento, e pensate per il lungo termine, come semi di una grande solidarietà futura da costruire; verso i prossimi e i più lontani. Conviene agire e incoraggiare ad agire allo stesso tempo sulle situazioni concrete e sulla cultura, sulla realtà e sulla mentalità; da soli, a piccoli gruppi, a rete e in vaste organizzazioni a livello mondiale. Lo sviluppo futuro di un'esistenza più conforme alla "fraternità" è infatti questione di assistenza, di cultura e di pratica, di cuore, di intelligenza e di organizzazione sociale secondo i parametri che il mondo attuale, globalizzato e complesso, richiede.
Il bisogno di dare "fondamento", oltre i poteri del mondo, ad una cultura e ad una pratica della fraternità, si sente con particolare urgenza in alcuni ambiti.
Riguardo alla persona, la paternità di Dio ci porta a riconoscerne la dignità e dunque a purificare la mente da ogni discriminazione creata dal denaro, dalla condizione sociale, dall’istruzione, dalla cultura e in qualche parte dall’ordinamento politico (privilegi per ragione di religione, cittadinanza o appartenenza etnica). In ciascun contesto c'è un bisogno urgente "di aria nuova" riguardo al riconoscimento del valore di ciascun essere umano. Non senza ragione si continua ad insistere sui diritti umani, quelli cioè che vanno oltre qualsiasi ordinamento giuridico e affondano le radici nella natura.
Nell’ambito sociale e politico il "solo Dio Padre Onnipotente" ci dice che la verità accolta dalla coscienza è la prima e suprema voce da sentire e seguire: la fraternità suggerisce di imparare la pratica della libertà assunta personalmente e rispettata negli altri; di non piegarsi di fronte a chi vorrebbe fare da padrone (propaganda, consensi generalizzati, modelli di vita e di consumo), livellando tutti nella mentalità e nei costumi; di essere personalmente responsabili dei criteri che si socializzano attraverso le leggi e critici di fronte alle imposizioni del mercato, dei sondaggi predisposti, del monopolio dei media, di saperci aiutare con le mediazioni autorevoli: fratelli, non sudditi e tanto meno schiavi.
Nell’ambito dei beni naturali e di quelli che l'uomo produce, Dio, Padre mio e degli altri, porta all’uso ragionevole, al rispetto e alla condivisione. Il creato è l'abitazione di tutti, è patrimonio dell'umanità. Non va sequestrato e sfruttato come una miniera personale. Non è facile applicare questa visione rispettosa e questo diritto universale. Siamo in tempi di privatizzazioni, di concorrenza e di concentrazione di potere economico. La nostra mentalità va però spinta anche su questa linea: usare con ragionevolezza i beni prodotti, collaborare ad una distribuzione fraterna, vivere con sobrietà per poter condividere, preservare, godere di beni diversi dai consumi. Il senso di uguaglianza filiale e di solidarietà fraterna porta a privilegiare coloro che sono in maggiore necessità, le povertà di diverso genere, in particolare quelle estreme o "mortali".
Nell’ordine religioso la paternità universale di Dio porta ad educare alla visione ecumenica. Tutti i cristiani, di diverse confessioni, sono solidali in una fede e nella coscienza di una condizione: essere figli in Cristo. Ciò costituisce un fattore di unione e solidarietà capace di incidere in aspetti fondamentali della convivenza umana. Discorso analogo si può fare riguardo al rispetto e dialogo interreligioso. Ormai ci si trova dappertutto con gente di diverse religioni. L’incontro non può che essere nel segno dell’accoglienza. Questo richiede consapevolezza del dono della fede che abbiamo ricevuto, comprensione e apprezzamento di quello che di religioso è maturato negli altri, capacità di rapporto e collaborazione, offerta schietta della propria esperienza, liberazione da ogni sentimento di supremazia o di ogni rigidità, interesse per cause comuni. Nel dialogo e nella cultura mondiale i cristiani si fanno araldi del primato dell'amore che è sempre accogliente e comprensivo, e porta insieme la verità e il bene».
(DIREDIO, brani scelti, pp. 97-138)

3. Riconoscere lo Spirito

Parlando dello Spirito Santo, siamo invitati innanzitutto a riconoscerlo nei diversi “luoghi” in cui si manifesta: in Gesù, nella sua Chiesa, in ogni singola persona, nel mondo e nella storia. Successivamente ci invita a riflettere sui frutti dello Spirito, che devono manifestarsi nella vita dei credenti, particolarmente nell’impegno a favore della concordia e dell’unità.

3.1. “È il Signore e dà la vita”

«“Paolo, arrivando alla città di Efeso, trovò alcuni discepoli e domandò loro: ‘Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete diventati cristiani?’ Gli risposero: ‘Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo’” (At 19, 1-2).
È probabile che oggi tutti i “cristiani” ne abbiano sentito parlare. Chi prende parte all’eucaristia invoca la sua presenza perché il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Gesù e perché la Chiesa si riunisca in un solo corpo.
Lo Spirito Santo viene nominato spesso in documenti, prediche, racconti, testimonianze. Ci sono movimenti, celebrazioni e raduni che si riferiscono a lui. Sembra un protagonista dei nostri tempi. E certamente lo è, in forma diversa dai soliti!
Il Papa ha scritto una lettera tutta dedicata a lui dal suggestivo titolo: “È Signore e dà la vita”. In quest’espressione si vedono già tre caratteristiche dello Spirito: la libertà, con cui opera nella storia dell’uomo (è Signore!), il dono segnato dall’abbondanza e gratuità (dà) e la vita piena, secondo i desideri profondi dell’uomo e il progetto di Dio a cui tendono tutte le sue ispirazioni.
Meno frequente però è sapere chi è lo Spirito Santo e come opera: non è comune l’attenzione alla sua presenza. Non lo si vede e non ha una storia personale come Gesù. Non ha immagine o figura che dica immediatamente quello che è. Lo si percepisce attraverso i suoi doni e quello che opera: i suoi frutti, direbbe Gesù. E infatti anche S. Paolo enumera i frutti dello Spirito in una lista incompleta, ma molto espressiva: “amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé” (Gal 5, 22). Un’altra lista di doni enumera la saggezza, la capacità di consiglio, la fortezza, il senso di Dio, lo spirito religioso. Nell’infondere tutto ciò lo Spirito non agisce dall’esterno, ma ispira e illumina la coscienza, la mente e il cuore.
Nella Scrittura viene rappresentato col fuoco, col vento, con lo scatenarsi repentino dell’energia umana per il bene degli uomini, in forma di amore, zelo per la giustizia, liberazione dall’oppressione. Se ne vedono la forza e gli effetti, ma la fonte o sorgente è inconoscibile. È la pista che Gesù dà a Nicodemo: “Il vento soffia dove vuole; uno lo sente, ma non può dire da dove viene né dove va” (Gv 3, 8).
Siamo dunque invitati ad imparare a far attenzione allo Spirito, riconoscere i suoi doni, essere pronti a gioirne, e vivere secondo le sue ispirazioni.
È importante dunque dirci dove rivolgere gli occhi per scorgere la sua presenza.
Guardiamo in primo luogo Gesù: concepito per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria. La sua umanità, che affascinava i discepoli e le folle, è costruita dallo Spirito. Luca racconta che “Gesù fu pieno di gioia per opera dello Spirito e disse: “Ti ringrazio Padre, Signore del cielo e della terra...” (Lc 10, 21). Le parole, la preghiera, gli insegnamenti nascono nel suo cuore dallo Spirito che lo unisce con un profondo amore al Padre e agli uomini. In un’altra pagina, riferendosi alla sua missione, Gesù dice: “Il Signore ha mandato il suo Spirito su di me. Egli mi ha scelto per portare il lieto messaggio ai poveri” (cf Lc 4, 18). L’ispirazione, l’energia, le scelte insolite della missione di Gesù nascono dalla sua identificazione con lo Spirito di Dio.
Potremmo continuare con molti episodi finché Gesù fa conoscere lo Spirito ai discepoli, glielo promette e glielo comunica dopo la Risurrezione perché possano, come comunità, percorrere i tempi fino alla sua venuta.
E qui abbiamo il secondo “luogo” dove riconoscere la presenza e l’opera dello Spirito: la Chiesa. La verità che essa medita, cerca e predica sulla vita umana, la preghiera con cui si rivolge a Dio, l’unità che si vede tra i fedeli, i doni diversi con cui molti si danno a compiere la missione di Cristo, la santità quotidiana che nessuno racconta e quella straordinaria che oggi va sui giornali e la televisione, dicono che lo Spirito è all’opera. Gli Apostoli cominciarono a predicare e a formare comunità segnate dalla fede dopo che lo Spirito era venuto su di loro. Dunque coraggio, fede, eloquenza, amore, testimonianza, visione del futuro sono i beni e i doni che lo Spirito fa fiorire nella comunità cristiana.
Ma l’opera dello Spirito la puoi vedere nelle singole persone, in particolare nei cristiani che nel battesimo lo hanno ricevuto e di lui sono diventati templi. Ci sono cose che procedono dalla coscienza, dal cuore, dalla mente, dalla profondità della persona trasformata. Quando vedi la fede ardente e convinta, quando scorgi il senso di Dio, quando ti colpisce una valutazione saggia delle cose del mondo, quando vedi un amore al prossimo che si dona senza misura, puoi pensare che nel cuore della persona sta agendo lo Spirito che diciamo Santo. Santo, perché? Perché unisce misteriosamente a Dio e a tutto quello che da lui procede e a lui si orienta, e conseguentemente unisce agli uomini attraverso l’energia più dolce e potente, l’amore, da dove viene l’unità, la concordia, la solidarietà, la capacità di donazione.
Guarda ancora un altro scenario: il mondo inteso come genere umano coinvolto in una storia di cui fa parte tutto quello che sentiamo ogni giorno attraverso telegiornali e simili. Scopri la ricerca sincera della verità, il desiderio di bene che c’è in tanti uomini e donne, la nobiltà e il disinteresse nelle iniziative. Giovanni Paolo II, nella sua ultima lettera sulle missioni, mette questo commento: “Lo Spirito si manifesta in maniera particolare nella Chiesa e nei suoi figli: tuttavia la sua presenza e azione sono universali, senza limiti né di spazio né di tempo (...). È all’origine stessa della domanda esistenziale e religiosa dell’uomo, la quale nasce non soltanto da situazioni contingenti, ma dalla struttura stessa del suo essere (...). Lo Spirito infatti sta all’origine dei nobili ideali e delle iniziative di bene dell’umanità in cammino” (n. 28). Con la risurrezione di Gesù infatti questo mondo ha avuto una irruzione superabbondante dello Spirito. Chi non possiede la chiave di Gesù non riconosce lo Spirito in tutto il movimento del mondo. Lo sguardo del credente scorge invece la sua azione nell’apertura a Dio anche confusa, nel desiderio di dignità, nelle iniziative generose che mirano alla realizzazione della persona.
La sfida è quella di superare la miopia, vedere nelle persone, nella Chiesa e nel mondo l’opera dello Spirito. È stato collegato, non casualmente, con la speranza. Essa infatti è tensione tra una promessa convincente e la sua realizzazione. Proprio lo Spirito mette in noi i semi dei beni definitivi, ci aiuta così a valutare con saggezza altre offerte, ci sostiene e spinge verso il compimento».

3.2. I frutti dello Spirito nella vita dei credenti

«L’unione sincera tra le persone ci impressiona sempre favorevolmente. Unità, concordia, solidarietà sono beni che l’uomo desidera. Ne ha bisogno: per la sua vita più ancora che per i suoi fini pratici. Questi beni hanno una sola fonte: la capacità di amare. Un’unione costruita sul male e sull’interesse non dura. La si riesce a mantenere esternamente solo con violenza o inganno. Mafia e regimi ne sono due esempi eloquenti. Ma se ne trovano anche abbondanti su scala minore.
La divisione ci fa soffrire, ci obbliga a lavorare in condizioni difficili, quasi a remare controcorrente. Ma è sempre in agguato, quasi fosse una componente della nostra natura. La discordia lacera le famiglie; la disunione seminata e coltivata provoca nella società conflitti con alti costi di vite, di beni e di civiltà. Ne sono prova le guerre etniche e le lotte per il potere. Ci sono anche manifestazioni più quotidiane di cui sono vittima coloro che vivono intorno a noi, in particolare i più deboli ed esposti. Alla radice c’è sempre l’egoismo individuale e collettivo, un certo disprezzo per gli altri considerati come concorrenti e ostacoli per i nostri fini.
La Bibbia descrive magistralmente la divisione interiore dell’uomo e i suoi conflitti esterni. Sono risultato del suo voler essere come Dio, decidere per conto proprio il senso della propria vita... Le alleanze che costruisce con questo proposito sono fasulle. Saltano presto. Anzi provocano immediatamente la contrapposizione tra l’uomo e la donna che erano stati chiamati ad essere una “sola carne”. Mette l’uomo contro la natura che era destinata ad essere il suo giardino; crea una lotta per la sopravvivenza tra l’uomo e gli altri esseri viventi, tra i quali egli viveva pacificamente e a cui aveva dato il nome. Tutto accade perché ha ascoltato la voce del diavolo, “colui che divide”, secondo il significato della parola. La rottura con Dio penetra nell’interiore dell’uomo, si diffonde nei rapporti umani, avvelena il suo atteggiamento di fronte alla natura animata e inanimata.
Una parabola ugualmente espressiva è quella della torre di Babele. Gli uomini vogliono costruire tra di loro una civiltà che possa prescindere da Dio, non prendere in considerazione le sue leggi né temere i suoi castighi. Fanno una alleanza e un progetto. Ma il loro progetto e il loro linguaggio perdono il punto d’intesa. Non si capiscono più. Debbono separarsi per vivere ciascuno per conto proprio, anzi in opposizione e concorrenza tra di loro.
L’avvenimento contrario come immagine e realtà è la Pentecoste. I discepoli radunati in preghiera nel nome e nel ricordo di Gesù ricevono un unico Spirito. Esso viene distribuito ai singoli, ma all’interno della comunità. Non è lo spirito del successo o dell’ispirazione individuale. Rinsalda il gruppo, gli dà il senso della missione comune. Uscendo, in un unico movimento e con un unico proposito, dal cenacolo dove erano insieme, trovano gente di tutti i popoli convenuta attorno a loro. Pur essendo di lingue diverse, ciascuno capisce quello che gli apostoli dicono.
L’unità, l’unione, la concordia, la solidarietà saranno distintivi dei credenti: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era comune” (At 4, 32). “Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore” (At 2, 46).
Sarà quello che il mondo diviso per religioni, razze, lingue, nazionalità e interessi più ammirerà. Sarà il compimento della preghiera di Gesù: che siano uno affinché il mondo creda (cf Gv 17, 11). I cristiani saranno uomini di concordia, unione, collaborazione, solidarietà, pace. E ciò non perché rinuncino alla proprie differenze ma perché le vivono come un ricchezza da condividere. Non perché manchino loro motivi per contrapporsi, ma perché hanno capito quali sono i beni superiori per i quali lottare insieme. Non perché non abbiamo problemi individuali da risolvere, ma perché hanno imparato ad assumerli in solidarietà. S. Paolo indica la fonte di questo nuovo modo di vivere il rapporto sociale: “Noi siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo: giudei o greci, schiavi o liberi” (1 Cor 12, 13)».
(DIREDIO, brani scelti, pp. 59-94)