Juan E. Vecchi, «ANDATE OLTRE». Temi di spiritualità giovanile, Elledici 2002

 

 

 

I LUOGHI


1. Nella vita quotidiana, tra lavoro e preghiera

In una bella sintesi vengono presentati i tratti di una spiritualità della vita quotidiana, in cui diventa possibile armonizzare l’attività molteplice con l’orientamento a Dio. Non un alternarsi di momenti distinti, ma un armonizzare nella carità ogni momento della vita quotidiana.
«Lavoro e preghiera è un programma di vita. Per Don Bosco è anche un modo di abbordare la realtà. Se li trattassimo separatamente l’uno dall’altra, tradiremmo il suo pensiero. Non si tratta solo di distribuire convenientemente il tempo tra le due attività. Ma di unirle in ogni momento mediante la carità che guarda con passione alla salvezza dei giovani. Don Bosco non confondeva certamente il lavoro con la preghiera quanto alla natura e al valore; e quindi non sostituiva l’una con l’altro; ma viveva entrambi fusi, senza divisione tra loro, come si dice della natura umana e divina di Gesù.
Si addentrava tra le cose come questo mondo richiede: con piglio “secolare”, approfittando del tempo, delle collaborazioni, dei mezzi tecnici, della abilità mentale, del management, del denaro e dell’organizzazione. Ma lo faceva come se vedesse l’invisibile: secondo i piani di Dio, con la carità e il cuore di Dio, affidandosi a Lui nello stesso momento in cui metteva mano ad un’impresa e si avventurava tra persone e ambienti.
È questa la forma proposta oggi alla Famiglia Salesiana: sia di vivere il quotidiano come di intraprendere grandi iniziative. Lavoro e preghiera traducono la fede, la speranza e la carità nella missione di educare e portare Gesù ai giovani. Le parole sono, come sempre “popolari”.
Lavoro è un vocabolo che tutti capiscono perché ne hanno l’esperienza. Don Bosco non ha voluto adoperare “azione”, parola troppo ricercata e troppo teorica per la gente umile. Lavoro dice che il Signore ci manda a “fare”, secondo quello che abbiamo, dobbiamo e sappiamo, godendo e sudando, con intraprendenza e costanza.
Sotto la parola lavoro Don Bosco comprende tutto quello che si fa per gli altri: lavoro è zappare, ma anche predicare, fare un mobile o scrivere un libro, costruire una casa ed essere mamma al suo interno; è cercare collaboratori e confessare. Insomma, darsi da fare con intelligenza, competenza e generosità. Lavoro richiama la parabola evangelica del Signore che cercava operai per la vigna.
Lavoriamo tutti nell’azienda di Dio: Egli provvede l’energia e le macchine, i capitali e i progetti, un misterioso coordinamento per cui tutto converge verso il bene. Lavorare conformemente a quello che egli ci indica e nella forma come ci istruisce, domandargli ulteriori spiegazioni, quotare bene e diffondere i suoi prodotti, ringraziare per averci chiamato a partecipare nella su impresa e pagarci bene: tutto questo si chiama secondo don Bosco “unione con Dio”, preghiera.
Egli fa preghiera in momenti speciali della sua giornata. Ma nei tempi di lavoro la continua, la intensifica, la rende completa e vera. E viceversa.
La preghiera esprime l’amicizia di e con Dio con diversi sentimenti e formule: nel “kyrie” chiediamo perdono, con il “Gloria” lodiamo il Signore, con il “Credo” proclamiamo la nostra fede, nell’Offertorio offriamo del nostro e così di seguito. C’è poi una comunità della qual ci sentiamo parte, un luogo “sacro” per la presenza di Dio, un altare che ci ricorda Cristo, la sua mensa e il suo sacrificio. Tutto questo ha una importanza singolare per la nostra vita in Dio.
Gli stessi sentimenti però si portano e si esprimono nel lavoro: c’è la gioia dei risultati, c’è la sofferenza dei fallimenti, c’è il senso di impotenza che porta a chiedere aiuto, c’è l’attesa dei frutti. Ci sono la verifica sincera e la correzione di atteggiamenti e procedimenti. Tutto ciò inserito nell’esistenza di Gesù e vissuto all’interno del Regno diventa preghiera. Ci fu tempo in cui si discuteva su lotta e contemplazione. Qualcuno pensava che la seconda, utile per il singole, non andasse oltre il privato e non influisse sulla storia del mondo. E che le diverse forme di lotta o impegno, indispensabili per ottenere obiettivi temporali, non avessero bisogno della preghiera per raggiungere i loro risultati. Don Bosco mostra che la fusione delle due è necessaria per la felicità del singolo e per i “buoni risultati” nelle iniziative sociali. E questo ci lascia come consegna».
(BS, Settembre 2000)

2. Nell’impegno educativo

Ci può essere un rapporto tra educazione e spiritualità? Si tratta soltanto di un’occupazione professionale aggiunta alla vita spirituale o modella la spiritualità della persona? Sempre in una logica di profonda unità di vita, don Vecchi propone di assumere il lavoro educativo come collaborazione con Dio alla crescita della persona. Ci aiuta innanzitutto a rileggere l’esperienza di Dio nella Bibbia come l’opera di un educatore paziente che accompagna il suo popolo. Si sofferma poi sulla figura di Gesù Maestro, educatore e formatore dei suoi discepoli. Infine don Vecchi ci aiuta a pensare all’impegno educativo come capacità di mettere in gioco tutto noi stessi, con autenticità e dedizione: e questa è certamente spiritualità!

2.1. Dio educa il suo popolo

«La Scrittura presenta la storia della salvezza come un processo educativo. Dio educa la persona e il popolo, secondo un preciso cammino.
In primo luogo parla con loro. Essi sono i suoi interlocutori. Ascoltano ma anche rispondono e interrogano. L'immagine dell'uomo che interpella, cercando ragioni e comprensione, è Giobbe. Ma anche Abramo interpella il Signore. Il parlare è la caratteristica del Dio vero, in contrapposizione agli idoli che sono muti. Il dialogo tra Dio e il popolo culminerà nella Parola che si fa carne.
Ma oltre a parlare, il Signore spinge e quasi obbliga il popolo a esperienze sempre nuove e maturanti, sebbene non facili: rompere la dipendenza dall'Egitto, avventurarsi nel deserto, formare la comunità nella propria terra, esprimere l'identità religiosa, assumere la legge.
Con questo stimola e accompagna persone e comunità in un cammino di liberazione: liberazione dai gioghi umani e apertura a Dio ottenuta anche attraverso lotte e prove.
Così gli fa prendere coscienza di quello che sono, del loro destino, che l'uomo per se stesso non riuscirebbe a scoprire: non schiavi, né sottomessi a forze magiche, ma “popolo di Dio”, oggetto del suo amore.
La Bibbia non soltanto descrive l'agire di Dio secondo gli atteggiamenti che noi attribuiamo all'educatore (rispetto della libertà, pazienza, nuove opportunità, prove); non soltanto adopera il linguaggio con cui noi descriviamo il lavoro educativo (orientare, correggere, accompagnare, castigare per salvare), ma direttamente attribuisce a Dio il ruolo di “Educatore”, adoperando la parola ebraica “Musar” che in greco viene tradotta con “Paideia”.
“Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. come un aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue al” (Dt 32,10-12)
Questo è il testo più tenero e poetico, ma non l'unico. Si potrebbero raccogliere centinaia di testi biblici brevi e lunghi sull'opera educatrice di Dio riguardo all'uomo dello stesso tenore: “Io gli insegnavo a camminare tenendolo per mano... li traevo con legami di bontà... ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4).
L'azione educativa di Dio si esprime nel richiamo esigente ad una crescita progressiva, ma anche a rotture impreviste col passato e partenze repentine verso mondi e forme di vita nuovi. “Esci dalla tua terra”, non è solo una parola o un episodio, ma una costante del rapporto tra l'uomo e Dio. Il tutto concorreva a elevare lo spirito e la vita verso una qualità superiore di rapporti vicendevoli e prospettive storiche».

2.2. Gesù Maestro

«Non è difficile spigolare nel Vangelo accenni e tratti educativi. Basti pensare ai dialoghi di Gesù con i discepoli e la gente che gli si avvicina: le aperture di mente che provoca, gli inviti a riflettere e capire. Aggiungiamo il linguaggio delle parabole, con cui rende facile ai suoi ascoltatori la comprensione della verità; e soprattutto i suoi inviti a superare le domande materiali, che in generale presentano i suoi interlocutori, e a passare a quelle più profonde, ai beni del Regno.
La sua azione educativa diventa sistematica e quotidiana con gli apostoli.
Un po' per volta li aiuta a capire il valore e le esigenze di un progetto comunitario a lunga scadenza; mentre essi si dimostravano preoccupati dei propri vantaggi e desiderosi di effetti immediati.
Li aiuta a superare l'integrismo e lo zelo autoritario. Bisogna che imparino ad accettare avversari, rivali e gente che pensa diversamente (cf Mc 9,38-39; Lc 9,52-56).
Insegna loro a vedere, a guardare con profondità i problemi fondamentali dell'uomo, per esempio, le malattie, le catastrofi inspiegabili, la morte (cf Gv 9,1-4; Gv 11,17ss; Lc 13,1-5). Devono imparare che non c'è relazione diretta tra disgrazia e peccato.
Li fa passare dalla visione e dagli interessi di “paese” agli interrogativi religiosi e alla salvezza della nazione e del mondo. Devono uscire mentalmente dal villaggio e pensare in termini universali.
Li guida ad essere critici anche su alcuni aspetti della religione che si sono rivolti contro l'uomo: il legalismo, il puritanesimo, l'uso della religione da parte di chi governa, il ritualismo (cf Mt 12,1-11;15,10-19;13,13-20; Lc 13,10-16; Gv 5,9-18).
Insegna loro a giudicare con prudenza e finezza, a superare la superficialità e la rozzezza nelle valutazioni sulle persone. Pensiamo al giudizio sulla donna che unse i suoi piedi in casa di Simone e all'episodio dell'adultera. Ancora oggi si ascoltano valutazioni pesanti da persone credenti di fronte ai situazioni simili.
In conclusione: educare è partecipare all'opera di Dio Padre che crea la persona, di Cristo che rivela il nostro essere figli di Dio e rende possibile vivere come tali, dello Spirito Santo che dall'interno ispira la crescita della libertà e delle espressioni tipiche dei figli».

2.3. Educare è amare ciò che comunichiamo e colui al quale comunichiamo

«Ebbene, che cosa cresce, nella nostra vita spirituale, quando educhiamo? Che cosa dobbiamo dominare e mortificare? Che dimensioni personali sviluppiamo?
L'educatore è chiamato a contemplare il mistero di Dio che opera nella persona umana e a mettersi a suo servizio: qualcosa di simile a quello che fece Maria con Gesù, fino a che la maturità umana di questo suo figlio consentisse l'espressione della coscienza divina. Maria dovette accompagnare e sostenere questa umanità con il cibo, la pulizia, l'affetto, il consiglio, l'insegnamento della lingua e delle tradizioni, senza sapere con certezza che cosa si sarebbe rivelato Gesù.
C'è un dialogo segreto e misterioso dentro ogni persona. Un po' alla volta, essa assume una coscienza di sé, va elaborando un progetto di vita dove scommette le proprie forze e gioca le proprie possibilità.
Il suo futuro è un'incognita. L'educatore è chiamato a offrire tutto quello che crede opportuno e a rispettare la libertà del soggetto in questo dialogo, vivendo con speranza l'incognita del futuro. Don Bosco, adattando un detto della Scrittura conforme alle traduzioni del tempo, aveva fatto scrivere sui muri dell'oratorio una frase che ancora oggi si può leggere: «Non si può conoscere la traccia che lascia il serpente sulla pietra, né la strada che prenderà un fanciullo nella vita». Eppure l'educatore si interessa sinceramente dell'umano incerto. In esso infatti, in forza della crescita, Dio verrà accolto e si manifesterà con sempre maggior evidenza.
Essere educatori richiede professionalità e applicazione paziente al compito. L'educazione è un lavoro specifico, per compiere il quale non basta la buona volontà. Come per le altre professioni c'è tutta una scienza e una pratica accumulata. Intervenire per principio in forma approssimativa o improvvisata è come fare un intervento chirurgico al buio o con uno strumento inadeguato. Di traumi sofferti durante il periodo educativo è piena la storia della psichiatria.
All'educatore si chiede serietà nel proprio lavoro e vigilanza mentale. Egli deve prendere atto di tutte le correnti che influiscono sui giovani e aiutarlo a valutare e scegliere. E ciò richiede pazienza e amore.
Da ultimo, c'è la capacità di compagnia e comunicazione. Non basta sapere, bisogna poter comunicare. Non basta comunicare, bisogna comunicarsi. Chi comunica una nozione ma non si comunica, insegna ma non educa.
La comunicazione, d'altra parte, è impossibile senza uscire da se stessi. Bisogna amare ciò che comunichiamo e colui al quale comunichiamo. Megafoni, televisioni, videocassette, disegni giovano certamente alla chiarezza concettuale. Ma il punto fondamentale è credere a ciò che si offre, essere capaci di ripensare, alla luce dell'esperienza e della cultura attuale, quanto ha costituito la nostra ricchezza, per poterla condividere con gli altri».
(SS, brani scelti, pp. 128-136)

3. Nella Chiesa

Don Vecchi ci invita a verificare la nostra appartenenza ecclesiale, innanzitutto ricordando la natura della Chiesa, che è continuazione e presenza attuale di Cristo oggi. Tra le tante opinioni che possono circolare sulla Chiesa, don Vecchi ci ricorda il fondamentale rapporto che essa ha con Gesù. Siamo quindi invitati a conoscere la Chiesa, a viverci dentro e a farne l’esperienza. La nota ecclesiale non può essere assente da un’autentica spiritualità.

3.1. La Chiesa è continuazione, dimora, presenza attuale di Cristo

«“Maestro, dove abiti?” (Gv 1, 38) fu la domanda dei due discepoli ai quali Giovanni il Battista aveva presentato Gesù. Capivano che avrebbero potuto trovare Gesù nelle piazze, sulle strade o nella sinagoga, come capitava a tutti. Lì però non avrebbero potuto andare a fondo nella conoscenza della sua persona, del suo pensiero, del suo progetto. Tanto meno avrebbero potuto coltivare un’amicizia. Gesù lo si poteva trovare in qualsiasi posto, ma ce n’era uno in cui dimorava come fosse casa sua e si esprimeva come in famiglia. Non era un luogo materiale. Era una compagnia, una missione da svolgere assieme, un segreto vitale da illuminare e condividere.
Questo luogo è la Chiesa: la comunità dei suoi seguaci e discepoli. Ci si può imbattere in Gesù in molte situazioni a cui ci espone la vita: la ricerca sincera della verità, la lettura personale del Vangelo, la sofferenza dei poveri, l’esperienza della gratuità e del servizio, la conoscenza dei suoi testimoni, gli avvenimenti del mondo che sollevano interrogativi fondamentali o ammirazione. Dopo la Risurrezione, Cristo riempie col suo Spirito il mondo e la storia. Ma lo scambio fugace di sguardi e parole sfocia in conoscenza vera e profonda soltanto se andiamo dove egli abita. Alla Chiesa Gesù dice: “Io sono con voi fino alla fine dei secoli” (Mt 28,20). Alla Chiesa dice pure: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lc 10, 16). Alla Chiesa dice: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19; 1 Cor 11, 24).
Della Chiesa si sente parlare in modi e con toni diversi. Questo influisce sul senso di appartenenza che i giovani riescono a maturare. Alcuni ne parlano con affetto quasi fosse la propria famiglia, anzi la propria madre. Sanno che in essa e da essa hanno ricevuto la vita spirituale. Anche se ne conoscono limiti, rughe e persino scandali, ciò tuttavia appare secondario di fronte ai beni che essa porta alla persona e all’umanità in quanto dimora di Cristo e punto di irradiazione della sua luce: le energie di bene che si manifestano in opere e persone, l’esperienza di Dio mossa dallo Spirito che appare nella santità, la saggezza che ci viene dalla Parola di Dio, l’amore che unisce e crea solidarietà oltre i confini nazionali e continentali, la prospettiva della vita eterna.
Altri ne trattano con distacco quasi fosse una realtà che a loro non appartiene e di cui non si sentono parte. La giudicano dall’esterno. Quando dicono “la Chiesa”, sembrano riferirsi soltanto ad alcune delle sue istituzioni, a qualche formulazione della fede o a norme di morale che non vanno loro a genio. La Chiesa appare come un soggetto anonimo sul quale si generalizza come “il Quirinale, il Campidoglio o Palazzo Chigi”. È l’impressione che si ricava nella lettura di alcuni giornali.
Si sbagliano proprio in quello che costituisce la Chiesa: il suo rapporto, anzi la sua identificazione con Cristo. Per molti, questa è una verità non conosciuta o praticamente dimenticata. Non manca chi la interpreta come una pretesa della Chiesa per monopolizzare la figura di Cristo, controllarne le interpretazioni e gestire il patrimonio di immagine, di verità, di fascino che Cristo rappresenta.
Per il credente invece questo è il punto fondamentale: la Chiesa è continuazione, dimora, presenza attuale di Cristo, luogo dove egli dispensa la grazia, la verità e la vita nello Spirito. “Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza, di carità, come un organismo visibile. La sostenta incessantemente e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia” (LG 8).
È proprio così. La Chiesa vive della memoria di Gesù, rimedita e studia con tutti i mezzi la sua parola estraendone nuovi significati, riattualizza la sua presenza nelle celebrazioni, cerca di proiettare la luce, che si sprigiona dal suo mistero, sugli avvenimenti e sulle concezioni di vita attuali e assume e porta avanti la missione di Cristo nella sua totalità: annuncio del Regno e trasformazione delle condizioni di vita meno umane. Soprattutto Gesù ne è il capo che attira i singoli, li unisce in un corpo visibile e infonde energie nelle comunità.
Per entrare nel mistero di Cristo siamo dunque invitati a conoscere la Chiesa, a viverci dentro e a farne l’esperienza, a cogliere la sua realtà misteriosa e la sua dimensione visibile, a saper discernere quanto di essa si afferma o si scrive».

3.2. Verso un’intensa appartenenza ecclesiale

«Ricordiamo le principali dimensioni della Chiesa sottolineate in questi ultimi anni: comunione, missione, mistero.
Comunione vuol dire incontro con persone significative, possibilità di dialogo e di confronto, condivisione di esperienze valide e di prospettive di vita, aggregazioni utili a se stessi e agli altri, sguardo comprensivo verso le altre esperienze religiose, attenzione verso le parti sofferenti del mondo, interesse per i lontani geograficamente, psicologicamente o religiosamente.
Missione significa proposta di impegni, coinvolgimento in iniziative di sollievo e liberazione dovutamente motivate, profezia di valori fondamentali dimenticati dalla società come la pace, la solidarietà, il senso della vita portato dal Vangelo.
Mistero vuol dire senso della presenza di Dio, avvicinamento a Cristo senza incrostazioni, esperienza di spiritualità, apprendimento della preghiera, lettura degli avvenimenti e dei segni alla luce della speranza, coscienza della trascendenza.
Ci vuole un cammino per far maturare nei giovani un’appartenenza adulta e fondata alla Chiesa. Il criterio che guida tale cammino è far incontrare le attese dei giovani con la realtà della Chiesa e andare oltre, fino all’atto di fede in essa. Una prima attenzione va rivolta a qualificarne l’esperienza. Essa è sottomessa all’usura e all’abitudine. L’obbligo di starci non regge. Sta qui la ragione del distacco o abbandono di molti, sovente deprecato. Non si sente più la relazione che intercorre tra l’esperienza di Chiesa e la propria vita.
L’esperienza si qualifica con l’apertura a nuove espressioni e con l’approfondimento delle motivazioni di fede riguardo a tre dimensioni indicate sopra. La comunione deve passare dalla semplice presenza al rapporto personalizzato con membri, responsabili e testimoni della comunità, alla partecipazione e coinvolgimento attivo nella vita della comunità e al riferimento sentito con chi questa comunità convoca e unisce: Cristo. La missione deve camminare verso visioni più ampie fino a comprendere il mondo, per prendere coscienza delle situazioni umane in cui si sente l’urgenza della salvezza, portare verso la comprensione e accettazione delle condizioni della salvezza offerta da Cristo. Il mistero richiama a fissare lo sguardo con più profondità sul significato della presenza di Cristo nell’umanità, sul punto di arrivo a cui è chiamato l’uomo e l’amore personale che presiede la sua esistenza.
Sovente critichiamo l’espressione: Cristo sì, Chiesa no. Ma c’è da domandarsi se tante volte il germe di questo scollamento tra simpatia per Cristo e disaffezione per la Chiesa non sia una catechesi mancante in cui la presentazione della Chiesa è rimasta al di sotto dell’esperienza umana del soggetto; di conseguenza questo ha trovato significati vitali, più vicini e adeguati, in altri cerchi e aggregazioni.
Oltre a qualificarla dal punto di vista della rispondenza al soggetto, l’esperienza di Chiesa va ricondotta al suo fondamento. Il Vangelo è ricchissimo di prospettive e stimoli. Tutti i quattro Vangeli presentano non solo alcuni episodi e detti che riguardano la Chiesa, ma addirittura una prospettiva ecclesiale nell’insieme e in ciascuno dei brani. Nati nella comunità, esprimono e raccontano una fede vissuta comunitariamente.
È evidente che lo sguardo su Cristo non deve fermarsi alla sua persona circoscritta nel tempo, ma deve spaziare sul suo mistero presente e operante nella storia.
Il discorso su Cristo non andrebbe mai staccato da quello sulla Chiesa, quasi si potesse avere un accesso a lui senza la mediazione di questa: una mediazione non imposta per la volontà dell’uomo, ma interna alla natura stessa dell’incarnazione nel tempo.
Ciò dovrà portare ad una comprensione matura delle due “nature” della Chiesa: quella umana e quella divina, senza separazione né confusione e quindi alla corretta valutazione dei suoi limiti che non intaccano sostanzialmente la sua mediazione.
La nostra fede in Cristo rimane poverissima se non si inserisce sempre di più in quella della Chiesa: anzi appare vuota».
(DIREDIO, pp. 25-30)

4. Nella storia

Rivolgendosi ai giovani del Forum internazionale del MGS convocati al Colle Don Bosco nell’agosto dell’anno 2000, dopo la lettura del Messaggio preparato per loro, don Vecchi aggiungeva un caldo invito a non ritirarsi, ma a rispondere con coraggio alle sfide che si affacciano, vivendo una spiritualità dell’impegno responsabile.
Nel suo ultimo Messaggio ai giovani del MGS del 31 gennaio 2002, questo appello all’impegno e alla responsabilità risuona in maniera chiara ed inequivocabile: è lo stesso invito di Giovanni Paolo II ad essere “attente e vigilanti sentinelle del mattino” e a prendere il largo: “duc in altum”!

4.1. Capire e affrontare con l’intelligenza della fede le nuove sfide che si affacciano

«Cari giovani, abbiamo dunque un lungo percorso da compiere: dobbiamo perciò attrezzarci bene nel cuore e nella mente. È un percorso che dobbiamo fare insieme a Gesù Cristo, con una fede profonda nella sua Parola, da ascoltare e meditare ogni giorno, e con un’intensa vita di preghiera quotidiana. Si diceva di don Bosco: “Viveva in questo mondo come se vedesse l’invisibile”! Ed è per questo che in ogni ragazzo che avvicinava vedeva un figlio di Dio da amare e da accompagnare. Un autore contemporaneo afferma che questo è il tempo dei mistici: non di quelli che si ritirano o sognano, ma di quelli che sanno scorgere in questo mondo l’azione di Dio che lavora nei cuori, nelle menti, nei gruppi umani, nei popoli, nei continenti, nelle grandi cause, ecc. Anche noi vogliamo acquisire questa capacità di scoprire le tracce di Dio sul nostro cammino. Possiamo ringraziare il Signore anche del cammino fecondo che ha fatto il MGS in questa direzione. In una delle ultime visite in Venezuela ho potuto assistere ad un’adunanza di animatori che programmavano il loro piano quadriennale o quinquennale di formazione. Oggi è necessario capire e affrontare con l’intelligenza della fede tante problematiche e sfide che si affacciano: il problema della ricchezza e della povertà, il dialogo fede e ragione, il rapporto tra gusti ed interessi umani e la proposta evangelica, ecc. In tutto questo, cari animatori, occorre maturare e formarsi bene, in modo da aiutare poi anche altri a fare lo stesso percorso. Continuiamo ad accogliere la vita con quella gioia che don Bosco ci ha insegnato e che siamo abituati ad esprimere in tutti i nostri incontri; e con questo stile gioioso e impegnato di vivere il Vangelo, andate avanti come MGS per il Terzo Millennio!».
(FORUM, Dialogo con i giovani)

4.2. “Duc in altum”

I. «Viviamo un momento particolare della nostra storia, resa ancor più drammatica in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001.
La violenza e la conflittualità hanno coinvolto sempre più migliaia di persone, rendendo ancora più evidente l’effetto devastante del male, l’ampliarsi delle divisioni, il crescere di atteggiamenti e comportamenti legati all’inimicizia e all’odio.
Abbiamo assistito anche a una varietà di reazioni già note in simili circostanze.
Hanno avuto voce le minacce e le azioni militari. Hanno trovato meno spazio e tempo le situazioni di tante vittime, sia militari, che civili, e tra queste profughi, famiglie, giovani.
Invece di riflettere sulle persone e dare attenzione alle loro sofferenze, si sta promovendo l’idea dell’antiterrorismo, ma con quali mezzi? Invece di riflettere sui fatti nella loro complessità si fa ricorso alle armi, al fanatismo religioso. Altre considerazioni andrebbero fatte per evidenziare gli intrecci di interessi economici, di traffico d’armi, di commerci illeciti. Sembra proprio una visione strumentalizzata della pace e della giustizia, senza dare importanza a valori culturali ed etici.
Ulteriori considerazioni andrebbero fatte per comprendere le cause che accrescono le nuove povertà: le disparità legate alle etnie, alla religione, al sesso, e le nuove forme di colonialismo e sudditanza.

II. Come Movimento Giovanile Salesiano, immersi nella storia, continuate a condividere “gioie e dolori, fatiche e speranze” (Gaudium et Spes), e continuate ad assumervi impegni e responsabilità per offrire soprattutto ad altri giovani ragioni di speranza e condizioni di vita migliore.
“Il nostro mondo comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana. È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? chi resta condannato all'analfabetismo? chi manca delle cure mediche più elementari? chi non ha una casa in cui ripararsi? (NMI 50).
Non mancano altre sfide, che il Papa ricordava anche nella Novo millennio ineunte (cf per es. il n.51): dissesto ecologico, problemi della pace, vilipendio dei diritti umani fondamentali, rispetto della vita di ciascun essere umano, nuove potenzialità della scienza.
Giunge per tutti l’appello: “Il cristiano, che si affaccia su questo scenario, deve imparare a fare il suo atto di fede in Cristo decifrandone l'appello che egli manda da questo mondo della povertà” (NMI 50)
Come educatori e giovani, raccogliete l’invito di Giovanni Paolo II ad essere attente e vigilanti sentinelle del mattino, per cogliere i semi di novità e di bene, per difendere il valore della vita, per promuovere il rispetto e la fratellanza, per denunciare ogni forma di violenza, per rimuovere le condizioni che creano povertà, per incoraggiare gli sforzi di pace, per purificare le false immagini di Dio e della religione, per combattere gli idoli del potere, del denaro e del successo.
Siate sempre più sentinelle vigilanti con una particolare attenzione alla condizione dei giovani: poveri perché privati dei più elementari strumenti di sussistenza economica e poveri perché, privati di educazione, trovano ridotti gli orizzonti della speranza e del futuro.
Queste istanze voi stessi le avete già espresse con forza alla conclusione del Forum mondiale del MGS (Colle Don Bosco, agosto 2000). In quella circostanza avete manifestato l’intenzione di “potenziare l’azione del MGS in ambito socio politico, di integrare fede e vita, di rinnovare l’opzione preferenziale per i poveri”.

III. Condividete l’esortazione del Papa, fatta nostra anche nella Strenna del Rettor Maggiore per tutta la Famiglia Salesiana: Duc in altum!
Prendete il largo per osservare, con ampio orizzonte, i vostri contesti, le comunità civili, ecclesiali ed educative, i paesi e i continenti, le vostre culture, la terra tutta.
Desiderosi di promuovere una spiritualità di comunione (cf NMI 43), siate sempre promotori di carità, e di carità educativa, avendo come modelli i grandi maestri della nostra spiritualità: Francesco di Sales, Giovanni Bosco, Maria Domenica Mazzarello. Sul loro esempio di santità, maturata e sostenuta nel nome di Gesù Buon Pastore, tanti altri hanno percorso un cammino di santificazione: giovani, adulti, laici, missionari, volontari, consacrati.
In un momento in cui tanto si parla di globalizzazione, promuovete processi di carità da vivere nell’educazione: globalizzate l’educazione, globalizzate l’attenzione ai giovani, globalizzate la carità educativa. Spirito di famiglia, confidenza reciproca, attenzione agli individui, accoglienza amorevole, gradualità nel proporre gli obiettivi, sostegno a chi fatica maggiormente, solidarietà e condivisione con qualunque povertà, difesa del debole, cura della salute, offerta scolastica e culturale, sono alcuni dei tratti riscontrabili nell’esperienza di Valdocco e che ancora segnano nei diversi contesti culturali la presenza del carisma educativo salesiano.

IV. Duc in altum per guardare con il cuore misericordioso di Dio Padre le tante situazioni di bisogno che chiedono la robusta forza del Vangelo, per riconoscere in esse il volto del Figlio di Dio che si manifesta in ogni fratello o sorella che vive accanto, per vincere le resistenze dell’egoismo e del peccato.
Duc in altum “per rendere più evidente e significativo l’inserimento nella Chiesa e la collaborazione con altre agenzie educative che operano nel medesimo territorio al servizio dei giovani, specie se poveri” (Conclusioni - Forum mondiale 2000).
Duc in altum per essere costruttori e artefici di comunione nelle vicende quotidiane: in famiglia, nei gruppi di amici, nelle associazioni, nelle classi scolastiche, nei laboratori dove si apprende un mestiere.
Siete chiamati a creare gruppi e ambienti educativi aperti all’accoglienza, pronti a superare le barriere della lingua e dell’etnia, abilitati a creare condizioni di proficuo dialogo. Personalmente e comunitariamente, individualmente e in gruppo, create e sostenete progetti di solidarietà, scambi religiosi e culturali, gesti di accoglienza e di perdono.
In una storia carica di divisioni e frammentazioni, prepotenze e violenze, condividete l’impegno perché la terra sia la casa dove ogni giovane trovi le occasioni per un futuro migliore e si creino le condizioni per una vita di pace e di fraternità.
Duc in altum per imitare Maria, arca dell’Alleanza, ed essere grembo accogliente e generoso, segno educativo dell’Alleanza misericordiosa di Dio con l’umanità, strumento capace di offrire Gesù, Signore della vita, ad altri giovani desiderosi di senso e di trascendente».
(M2002)