Juan E. Vecchi, «ANDATE OLTRE». Temi di spiritualità giovanile, Elledici 2002

 

 

 

LE FONTI


1. La preghiera

Don Vecchi raccoglie la domanda di preghiera diffusa nei giovani e indica innanzitutto un termine di confronto nella persona di Gesù, uomo e maestro di preghiera. Successivamente indica le caratteristiche di una genuina vita di preghiera, che ha bisogno certamente di momenti e di occasioni particolari, ma che deve poi diventare atteggiamento interiore e pratica quotidiana, che accompagna e sostiene a vita di ogni giorno.

1.1. Il bisogno e il desiderio della preghiera

«Una delle domande più serie che si fanno quando si propone una spiritualità riguarda la preghiera. Oggi un insieme di fenomeni la fanno emergere non solo come espressione della fede cristiana ma anche come soddisfazione di un bisogno dell'uomo. Non sono pochi coloro, di diverse fedi, ed anche senza alcuna, che cercano una certa forma di preghiera nelle tecniche orientali o in forme nuove di religiosità.
Nella Chiesa si sono diffuse le scuole di preghiera, guidate da vescovi o sacerdoti. Ci si raduna una volta al mese o settimanalmente nei tempi di quaresima e avvento per leggere la Scrittura, recitare i salmi, pregare in silenzio. Il movimento di rinnovamento nello Spirito ha fatto della preghiera il suo punto distintivo; e quello di “Taizè” invita i giovani all'esperienza della contemplazione.
Si offrono dappertutto le giornate di “monastero”. Il monastero viene considerato come un luogo sociale di riflessione e di manifestazioni artistiche legate allo spirituale. Sono state molto seguite dalla TV le “adunanze di preghiera” interreligiose (cristiani, ebrei, musulmani) per le grandi cause come la pace. In quasi tutte le celebrazioni legate ad avvenimenti religiosi si include una veglia di preghiera. Insomma sembra sia il mondo o la persona a sentire un bisogno urgente di mettersi in contatto con altre realtà che non siano computer, macchine, borsa, bilanci, produzione, conti e simili.
La medesima tendenza, allo stesso tempo significativa e ambigua, appare anche nella religiosità giovanile. Ci sono gruppi di giovani che cercano profondità di preghiera e maestri che li guidino. Per loro si stanno moltiplicando i luoghi di preghiera: oasi, case di ritiro, “capanne”.
Un certo numero ne fa un assaggio, una esperienza fugace che non mette radici. Forse cercano soddisfazione personale; vogliono provare il “diverso”, l'insolito. Ma non manca mai un certo desiderio di “senso”, o un elemento stabilizzante e rasserenante, per la propria vita».
(SS, pp. 87-88)

1.2. A confronto con la preghiera di Gesù

«San Luca ci parla abbondantemente della preghiera di Gesù e dei suoi insegnamenti in merito. Ma ancora prima di presentarci Gesù in atteggiamento di preghiera avvolge tutto il racconto della sua vicenda in un clima di invocazione, lode, ringraziamenti e petizione. La sua nascita e l'infanzia vengono come inquadrate da quattro cantici di gioia, speranza e lode: quello di Elisabetta, di Maria, degli Angeli e di Simeone. La morte suggerisce a Cristo la preghiera: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,33); «Nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23,46).
È un'indicazione sul come guardare e vivere gli eventi di salvezza. Coloro che pregano riescono a vedere la portata degli avvenimenti che per gli altri non esulano dalla normalità o hanno significato negativo.
I principali momenti della missione di Gesù sono segnati esplicitamente dalla preghiera.
Nella preghiera, durante il battesimo riceve pubblicamente l'investitura pubblica e il beneplacito del Padre: «Mentre Gesù, ricevuto anche Lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di Lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio...» (Lc 3,21-22).
Un lungo periodo di preghiera accompagnato dal digiuno nel deserto gli dà il senso della sua opera e la forza per resistere alle tentazioni di orientarla in forma diversa da quello che il Padre vuole (cf Lc 4).
Prima della scelta dei discepoli mette nelle mani del Padre la decisione e coloro che sceglierà: «In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando si fece giorno chiamò a sé i dodici discepoli e ne scelse dodici...» (Lc 6,12-13).
La sua preghiera ottiene dal Padre la confessione di Pietro... e la sostiene nei momenti di prova: «Ho pregato affinché la tua fede non venga meno» (Lc 22,32).
La trasfigurazione ha luogo in un momento di intensa conversazione col Padre. E in questo atteggiamento la sua umanità appare agli occhi degli apostoli come era realmente (Lc 9,28-29).
Molti miracoli sono preceduti o accompagnati da un gesto orante: la moltiplicazione dei pani, la guarigione del cieco nato, la scacciata dei demoni, la risurrezione di Lazzaro.
L'ultima grande preghiera è un testamento, uno sguardo sulla sua esistenza: raccoglie i motivi della sua vita e della sua morte (cf Gv 17): la sua posizione critica di fronte al mondo, la sua totale disponibilità per il disegno del Padre, l'amore ai suoi, la preoccupazione per l'unità e la perseveranza di tutti coloro che partecipano alla sua azione di salvezza, il suo proposito di fedeltà.
La preghiera nell'orto e sulla croce è l'accettazione dei fatti come venuti dalla volontà di Dio piuttosto che dalla malizia degli uomini. Con essa consegna la vita nelle mani del Signore.
La preghiera di Gesù appare così come un atteggiamento costante, interno, che si manifesta in espressioni spontanee di gioia (Mt 11,25-26), di ringraziamento (Gv 11,41-42), di invocazione, di disponibilità, di riflessione. Sullo sfondo di tutte queste espressioni c'è una sola parola: Padre. “Ti benedico, Padre” (Mt 11,25). Per il Padre ci sono anche tempi e luoghi adatti per una conversazione tranquilla: i monti, il deserto, la notte, i luoghi solitari, la compagnia di pochi amici.
Ma la vera preghiera è la vita che si snoda secondo la volontà del Padre e a servizio degli uomini (cf Mt 7,21) Perciò il suo insegnamento ai discepoli si concentra in quattro raccomandazioni, la cui unità non tutti colgono:
a) pregate sempre, senza interruzione (cf Lc 21,36): non si tratta del dire sempre preghiere, ma di far di ogni momento della vita una invocazione al Padre;
b) quando pregate “non dite molte parole” (Mt 6,7). Ciò è tipico dei pagani. Essi credono che gli dei riescano a conoscere i nostri problemi e sentimenti solo se noi glieli diciamo;
c) nella sostanza e nel profondo di ogni parola e scelta ci sia sempre una parola, un sentimento: “Padre”. Quando pregate dite “Padre nostro che sei nei cieli...” (Mt 6,9). Il valore e il fondamento di ogni parola è il rapporto e il posto che diamo a Dio nella nostra vita;
d) bisogna pregare “in Spiritu et veritate” (Gv 4,23): l'intensità e l'autenticità della preghiera si manifestano in una vita messa a servizio di Dio e dei fratelli.
Don Bosco e Maria Mazzarello hanno preso da Gesù Pastore questa modalità. Scoprirono il carattere di preghiera che ha l'azione apostolica e caritativa quando viene compiuta secondo la volontà e nella presenza di Dio. Ciò d'altra parte era già conosciuto dai mistici. Per Santa Teresa, ad esempio, la preghiera comprende la totalità della vita qualunque sia l'occupazione del momento: si può parlare con lui o lavorare per lui, pensare a lui o soffrire per lui. La preghiera prepara l'incontro con Dio nell'azione: “L'orazione mentale non è altro che fare pratica di amicizia incontrandosi frequentemente con chi si ama... non per godere ma per accumulare energie per servire”».
(SS, pp. 90-93)

1.3. Pregare è bello

«Molti sono oggi alla ricerca di una esperienza spirituale come rimedio a situazioni di stress, tedio, non senso, stanchezza, conflittualità. Alcuni rincorrono pratiche esotiche, riempiono il loro vuoto con vaghe esperienze spirituali che contengono il germe dell’alienazione, anche quando non arrivano a eccessi.
Altrettanto sovente però ci capita sotto gli occhi l’annuncio di una giornata di solitudine, di una veglia, adunanza o scuola di preghiera cristiana. L’invito è spesso rivolto ai giovani, ma concorrono pure liberamente gli adulti. Se ci vai, puoi trovarti in una chiesa o in un tendone pieno di giovani, seduti a piacere in silenzio meditativo, a recitare in forma compassata un salmo, ad ascoltare con insolita attenzione una lettura o mimando con gesti espressivi, ma moderati, una lode. Esprimono così la fede nella presenza di Dio nella loro vita e se ne rallegrano rendendo grazie.
Se domandi ai partecipanti le loro reazioni, scopri che la preghiera ha risvegliato le energie più sane e profonde della persona; si sono sentiti in una comunità nella quale l’unione tra i partecipanti quasi si tocca; simultaneamente è cresciuto il senso di solidarietà con tanti, amici, compagni, gente che soffre e che non sono presenti; hanno scoperto i propri limiti, senza per questo abbattersi o sottovalutarsi; hanno intravisto che la propria esistenza e la storia del mondo si muovono verso l’oltre, fino all’infinito, come spinte attratte da una forza misteriosa; hanno sentito e accolto Gesù Cristo come via, verità e vita; hanno condiviso con Maria il suo cantico di vita, fiducia e ringraziamento; hanno sentito di comprendere per un momento il segreto dei santi. E tutto ciò senza evadere da questo mondo, senza abbandonare il proprio campo di lavoro o fuggire dagli avvenimenti. Ritornano tutti ai loro ambienti e alla loro vita quotidiana con una nuova visione delle cose, disposti a mettersi accanto a chi è bisognoso e a lottare per trasformare le situazioni.
La preghiera non è un’evasione verso l’ignoto o l’occulto. È invece un modo di penetrare nel reale con uno sguardo più acuto e più responsabile. Quella cristiana poi emerge dagli avvenimenti storici della salvezza. È dunque come impastata dalle vicende umane nel cuore delle quali opera il Signore.
Oggi se ne sente un’urgente necessità. E non come obbligo religioso, ma come respiro dell’anima e un bisogno di verità. Tutto quello che coi offre la moderna società lascia inevasi i grandi interrogativi dell’esistenza che a un certo momento insorgono potenti e reclamano una risposta.
Benvenute dunque le veglie, le scuole, le adunanze e le esperienze di preghiera autenticamente cristiane. L’accoglienza della fede e del Vangelo infatti non raggiunge il cuore se non riesce a creare in noi quegli atteggiamenti e quei sentimenti verso Dio che si esprimono nella pietà filiale.
Non basta però l’esperienza occasionale, anche intensa e ben orientata. La preghiera rende umanamente e spiritualmente quando diventa atteggiamento interiore, pratica quotidiana e cammino di maturità. L’apprendimento e la costanza sono necessari. Così lo capirono gli apostoli quando chiesero a Gesù di imparare a pregare. E così lo comprese Gesù quando insegnò loro le parole che meglio potevano esprimere il rapporto di amore che dio ha verso di noi e i sentimenti che lo Spirito suscita nel cuore dell’uomo al quale viene rivelato tale rapporto. Allora la pace, la gioia, la solidarietà, il senso di una Presenza, l’apertura che sperimentiamo sensibilmente in alcuni momenti di preghiera, diventano parte della nostra vita quotidiana, che si svolge tutta alla luce di una invocazione: Padre!»
(BS, Ottobre 1996)

2. La Parola di Dio

Il Messaggio ai giovani del MGS del 31 gennaio 2001 è interamente dedicato alla Parola di Dio. In esso, dopo aver ripercorso brevemente le “grazie” dell’Anno giubilare, don Vecchi invita i giovani a continuare a cercare Gesù e a lasciarsi ammaestrare dal suo Vangelo. “Ascolta la Parola!” è la consegna e l’indicazione di don Vecchi per intraprendere il cammino all’inizio del terzo millennio.

I. «Cari giovani del Movimento Giovanile Salesiano, abbiamo terminato da pochi giorni l'esperienza singolare dell'anno giubilare. È stato un anno intenso per i momenti vissuti a livello locale e mondiale. Più di una volta abbiamo accolto l'invito di Giovanni Paolo II e lo abbiamo seguito, anche noi, pellegrini nella storia per incontrare il Signore Gesù: il centro e il motivo delle celebrazioni giubilari. Ci siamo lasciati coinvolgere nel cammino della Chiesa anche come Famiglia salesiana e come Movimento giovanile. Rimangono indimenticabili, tra i tanti momenti, la Giornata mondiale della Gioventù nel mese di agosto preceduta dal Forum mondiale del MGS e le celebrazioni missionarie del mese di ottobre e novembre, con la canonizzazione dei nostri salesiani martiri in Cina, Mons. Versiglia e Don Caravario, e la partenza dei missionari dalla Basilica di Maria Ausiliatrice in Torino. Tutto ci ha aiutato certamente a verificare il nostro stato di salute vocazionale. I canti, il gioco e l’allegria hanno sicuramente espresso, esteriormente e visibilmente, la nostra gioia interiore perché ci siamo trovati di volta in volta confermati nella nostra fede e coinvolti in un cammino di educazione e di servizio secondo il modello di santità giovanile proposto da Don Bosco. Non posso dimenticare che la gioia è trasparita anche sul volto stanco e affaticato di chi, in un'esperienza di servizio, si è impegnato, talvolta in maniera nascosta, perché la gioia potesse essere condivisa, l'incontro risultasse accogliente e proficuo, la preghiera potesse essere curata ed efficace, l'organizzazione attenta alle molteplici necessità. Penso specialmente ai numerosi volontari, giovani e adulti, che hanno prestato il loro servizio, con generosità e competenza.

II. "Chi cercate?" È la domanda che oso rivolgervi pensando alla vostra ricerca di gioia e di felicità, ai vostri sogni per il futuro ed anche ai momenti di sconforto dopo una delusione o un insuccesso. "In realtà è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso, è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna" (Giovanni Paolo II, 19 agosto 2000 – Veglia a Tor Vergata nella GMG 2000).

III. Dove trovare il Signore Gesù? Siamo soliti ripetere che Gesù è in ogni nostro fratello che ha bisogno e attende che noi ci facciamo a lui prossimi. È vero. La carità verso il fratello è in qualche modo la misura a nostra disposizione per manifestare l'amore di Dio. Ci viene ricordato da San Giovanni nella sua Lettera. È l'insegnamento della parabola del buon samaritano. Nel Messaggio finale del Forum mondiale avete auspicato, tra le linee di impegno, di "fare della vita di ogni giorno il luogo dell'incontro con Dio nella scoperta della sua presenza nei giovani soprattutto i più poveri" e inoltre, di "coltivare il discernimento spirituale che ci porti a scoprire la nostra vocazione nella società e nella Chiesa e favorisca uno stile di vita cristiano realmente evangelizzatore dei giovani soprattutto di quelli lontani".
Impegni elevati e meritevoli di attenzione e incoraggiamento. Impegni che esigono costanza, fiducia, speranza. Impegni che molte volte si scontrano anche con la fatica quotidiana e il limite posto dal nostro egoismo, che talvolta genera il peccato. Non possiamo appoggiarci solamente sulle nostre forze e i nostri entusiasmi: dobbiamo continuamente rivolgerci alla fonte da cui scaturisce la forza dell'amore di Dio.
Durante la celebrazione eucaristica al Forum mondiale MGS vi feci una consegna e dissi: "Io sono il pane della vita! Questa è la consegna che Gesù vi dà al termine del Forum che avete vissuto in questi giorni. Una consegna che vi dispone ad affrontare con coraggio il cammino del Terzo Millennio, mentre pregustate già l'incontro tonificante con il Papa e con una grande Chiesa giovanile, capace di convocare tanti discepoli e amici di Gesù provenienti da tutto il mondo." .
E proseguivo dicendo: "Io sono il pane di vita! Gesù ci chiama in primo luogo ad avvicinarci a Lui e a coltivare con Lui un'amicizia entusiasta e feconda, come quella dei discepoli, che ci metta a contatto con la sua persona, la sua mentalità e la sua missione. Ricordate quanto gli apostoli hanno imparato nei tre anni vissuti con Lui: una intensa amicizia e una grande familiarità, una vera e propria scuola di vita. Voi non potete essere soltanto frequentatori occasionali di tale Maestro: non basta portarlo nella T-shirt o rappresentare un musical di cui si parla di Lui. Occorre la frequentazione assidua, l'amicizia, l'amore, il desiderio di imparare da Lui, di conformarsi a Lui, di assumere lo stile di vita che Lui ci propone."

IV. È proprio vero: non è sufficiente essere frequentatori occasionali di tale Maestro. Il Papa, ancora nella Veglia durante la Giornata Mondiale della Gioventù, ha indicato ai giovani la centralità del Vangelo: "Questa sera vi consegnerò il Vangelo. È il dono che il Papa vi lascia in questa veglia indimenticabile. La parola contenuta in esso è la parola di Gesù. Se l'ascolterete nel silenzio, nella preghiera, facendovi aiutare a comprenderla per la vostra vita dal consiglio saggio dei vostri sacerdoti ed educatori, allora incontrerete Cristo e lo seguirete impegnando giorno dopo giorno la vita per Lui!".
Voi stessi avete ripetuto nel Messaggio finale del Forum l'impegno a "favorire l'incontro personale con Gesù con l'interiorizzazione della Parola di Dio".
Nella Spiritualità salesiana, la Parola è strettamente unita all'Eucaristia: la mensa della Parola e la mensa dell'eucaristia sono intimamente unite e si richiamano a vicenda. Lo ricordavo sempre al Colle Don Bosco durante il Forum: "La Parola poi ci porta all'Eucaristia. Nella celebrazione c'è una continuità e un riferimento vicendevole tra Parola accolta e Corpo di Cristo mangiato. L'una non si capisce senza l'altro e viceversa. Alla compagnia assidua e all'ascolto della Parola bisogna aggiungere il nutrimento del Pane di vita: e così l'Eucaristia accolta e assimilata sarà vissuta poi nella carità e nell'amore fraterno. È stata la forza di tutti i lottatori, il riferimento di tutti i santi, la compagnia di tutti gli apostoli".
La frequentazione quotidiana con la Parola, non solo introdurrà a una più frequente partecipazione alla celebrazione eucaristica, a cominciare da quella domenicale, ma soprattutto sarà lo strumento primo e più efficace per quel laboratorio della fede richiamato dal Papa.

V. Eccovi dunque il messaggio: ascolta la Parola!
Ascolta e medita la Parola per incontrare la volontà di Dio e confrontala con il tuo progetto di vita.
Ascolta la Parola per cogliere i segni della presenza di Dio nella tua storia, che è porzione preziosa della grande storia di salvezza.
Ascolta la Parola per far crescere la tua fede e conquistare una sempre maggiore e chiara conoscenza del Dio di Gesù Cristo contro ogni forma di idolatria.
Ascolta la Parola per illuminare la tua mente e assumere criteri di valutazione sul mondo e sulla storia perché cresca la giustizia e la pace.
Ascolta la Parola per irrobustire il tuo carattere e affrontare con gioia e coraggio le difficoltà e le prove della vita.
Ascolta la Parola per purificare la tua coscienza e amare il prossimo con generosità, purezza di cuore, libertà interiore.
Ascolta la Parola per qualificare la tua formazione cristiana e per alimentare quotidianamente la tua carità.

VI. "Si faccia in me secondo la tua Parola". Ci guidano ancora una volta le parole di Maria: come lei anche tu sei invitato ad ascoltare e a meditare la Parola, a credere e a scommettere su di essa. Come Maria anche tu sei invitato a dare carne a quella Parola e renderla vivente quotidianamente.
Soltanto il Vangelo vi sosterrà. Soltanto il Vangelo creerà attorno a voi un campo di luce, uno spazio di verità, una forza di amore. Ritornate regolarmente alla Parola. Interiorizzate gli insegnamenti del Vangelo. Confrontate continuamente la vostra vita con questa proposta di vita piena e di salvezza integrale»
(M2001)

3. L’Eucaristia

Durante l’omelia della Celebrazione Eucaristica conclusiva del Forum internazionale MGS al Colle Don Bosco (13 agosto 2000), don Vecchi presenta ai giovani un’articolata riflessione sull’Eucaristia, prendendo spunto dal brano evangelico proposto per la XIX domenica del tempo ordinario: “Io sono il pane di vita!”.

«I. Io sono il pane della vita! Questa è la consegna che Gesù vi dà al termine del Forum che avete vissuto in questi giorni. Una consegna che vi dispone ad affrontare con coraggio il cammino del Terzo Millennio, mentre pregustate già l’incontro tonificante con il Papa e con una grande Chiesa giovanile, capace di convocare tanti discepoli e amici di Gesù provenienti da tutto il mondo.

II. La consegna di Gesù nel Vangelo di oggi è stata introdotta e quasi motivata dal racconto dell’esperienza di Elia, un uomo coraggioso chiamato da Dio ad una missione stupenda, assunta da lui all’inizio con generosità ed entusiasmo, ma che poi ha attraversato momenti di crisi e di prova. Elia, profeta del Signore, lottatore strenuo e convinto per la verità e la giustizia, sente tutto il peso della debolezza umana, dell’ostilità del male e della propria inadeguatezza. Si sente sfinito e scoraggiato: ha come un nodo nella gola, un magone nell’anima, un freno nella volontà e una voglia invincibile di mollare, di smettere, di non tentare più, di ritirarsi, con un senso di sconfitta. Fugge verso il deserto. La missione che Dio gli ha affidato è troppo impegnativa. C’è troppa opposizione e resistenza.
Non è forse questa un’immagine viva di quello che spesso capita anche a noi dopo i momenti gratificanti degli incontri, dopo i tempi esaltanti delle programmazioni e dei primi sforzi? Ci sembra a volte che la realtà non voglia piegarsi ai nostri propositi e che i nostri interventi per la giustizia e l’amore siano come gocce di acqua dolce in un mare salmastro. Sperimentiamo che il terreno è duro. Questa, d’altra parte, è l’esperienza stessa di Gesù. Egli era buono e potente. Eppure ha dovuto affrontare la prova della croce e ha visto i limiti, le opposizioni e le resistenze degli uomini.
Per poter continuare con coraggio e fortezza la propria missione, per scorgere i semi di bene e continuare il proprio cammino, Dio invita Elia a rivivere l’esperienza dell’alleanza nel deserto, a rimettere in Lui la fiducia, ad irrobustirsi col pane che il popolo aveva ricevuto gratuitamente nel deserto e con l’acqua che il Signore aveva fatto scaturire dalla dura roccia. Sono elementi semplici, ma essenziali. Indicano la forza interiore nella quale può risiedere la nostra tenuta, più che nell’organizzazione esterna o nei piani di azione.
Sullo sfondo di questo quadro risuona per noi la parola di Gesù come un’indicazione per il nostro cammino. Anche a noi viene ripetuto: “Su, mangia, perché è lungo il cammino che ti aspetta”. Insieme alle altre parole rassicuranti di Gesù: “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

III. Un vasto campo vi attende! Dovrete dissodarlo e seminarlo. Ci vuole tempo e pazienza. Troverete certamente resistenze e chiusure. Dovrete lottare con coraggio contro il male presente in voi e attorno a voi. Dovrete reggere. Avrete senz’altro anche gioie e consolazioni. Ma dove potrete trovare forza in abbondanza per opporvi alla morte; da dove attingerete forza interiore e anche fisica per non soccombere alla stanchezza, alla frustrazione, al desiderio di un riposo prematuro o di una vita meno esposta e rischiosa?
Attorno all’altare, nella celebrazione gioiosa del mistero eucaristico, ciascuno di noi ogni giorno può rinascere dal cuore di Cristo, poiché egli ci rende partecipi della sua carità, ci dona la capacità di accogliere e di amare, ci invia come segni e testimoni del suo amore nei diversi ambienti dove si svolge la nostra azione o si esprime la nostra presenza.
L’Eucaristia ci permette di riconoscere il Risorto negli avvenimenti e nelle persone. Eventi come quello dell’incontro con i discepoli di Emmaus, mettono in luce che la ripetizione del gesto eucaristico è il luogo del riconoscimento del Risorto, il segno della novità, il modo più evidente con cui egli continua a farsi presente in mezzo a noi, a parlare con noi e a farci vivere una inimmaginabile comunione con Lui.
Questo avviene certamente ogni domenica, “giorno del Signore”, in tutte le chiese. Ma soprattutto l’Eucaristia deve costruire e sorreggere il dinamismo interiore di ogni gruppo giovanile salesiano, quale esperienza viva di Chiesa. Come il cibo è assimilato dal nostro corpo, così l’Eucaristia deve rafforzare la coscienza del mistero su cui si fonda l’esistenza del MGS.
La celebrazione eucaristica vuole dare origine ad una umanità che viva in comunione di amore e di impegno con Gesù. Il pane e il vino che presentiamo sull’altare, sono trasformati nel Corpo e nel Sangue di Cristo, perché tutti coloro che comunicano fruttuosamente a questo mistero diventino una sola cosa in Cristo. Dicendo “Amen” al corpo eucaristico, diciamo “Amen” anche al corpo ecclesiale: ci impegniamo così a costruire la Chiesa e vogliamo farne parte secondo le condizioni che la sua natura richiede.

IV. “Io sono il pane di vita!” Gesù ci chiama in primo luogo ad avvicinarci a Lui e a coltivare con Lui un’amicizia entusiasta e feconda, come quella dei discepoli, che ci metta a contatto con la sua persona, la sua mentalità e la sua missione. Ricordate quanto gli apostoli hanno imparato nei tre anni vissuti con Lui: una intensa amicizia e una grande familiarità, una vera e propria scuola di vita. Voi non potete essere soltanto frequentatori occasionali di tale Maestro: non basta portarlo nella T-shirt o rappresentare un musical di cui si parla di Lui. Occorre la frequentazione assidua, l’amicizia, l’amore, il desiderio di imparare da Lui, di conformarsi a Lui, di assumere lo stile di vita che Lui ci propone.
L’amicizia ci porterà ad ascoltare e a meditare le sue parole, a crederci e a scommettere su di esse. Come ha fatto Maria che custodiva la Parola, la meditava nel suo cuore e soprattutto la metteva in pratica con la vita. Soltanto il Vangelo vi sosterrà. Soltanto il Vangelo creerà attorno a voi un campo di luce, uno spazio di verità, una forza di amore. Ritornate regolarmente alla Parola. Interiorizzate gli insegnamenti del Vangelo. Confrontate continuamente la vostra vita con questa proposta di vita piena e di salvezza integrale.
La Parola poi ci porta all’Eucaristia. Nella celebrazione c’è una continuità e un riferimento vicendevole tra Parola accolta e Corpo di Cristo mangiato. L’una non si capisce senza l’altro e viceversa. Alla compagnia assidua e all’ascolto della Parola bisogna aggiungere il nutrimento del Pane di vita: e così l’Eucaristia accolta e assimilata sarà vissuta poi nella carità e nell’amore fraterno. È stata la forza di tutti i lottatori, il riferimento di tutti i santi, la compagnia di tutti gli apostoli.

V. Nella Spiritualità Giovanile Salesiana c’è una forte sottolineatura dell’Eucaristia come “pilastro” fondamentale per la formazione cristiana del giovane. Ricordiamo i primi gruppi salesiani che fiorirono attorno a Don Bosco e a Madre Mazzarello: Domenico Savio tra i primi, Laura Viçuna più vicina a noi.
Auguro che anche per voi sia lo stesso. Cercate di comprendere sempre più profondamente il mistero eucaristico. Non accontentatevi di quello che avete imparato nella catechesi dell’iniziazione cristiana. L’Eucaristia scaturisce direttamente dal Vangelo e dalla vita della Chiesa: essa è “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (cf Lumen Gentium, n.11). Tornate a contemplarla, a comprenderla meglio, ad amarla, ad intrattenervi in sua presenza. Partecipate assiduamente all’Eucaristia della vostra comunità cristiana come soggetti attivi, capaci anche di offrire tutta la ricchezza della vostra animazione nei canti e nei gesti che essa contiene. Partecipate con la vivacità dei vostri gruppi alle assemblee della comunità cristiana e offrite la vostra giovane e fresca testimonianza.
Nutritevi assiduamente di essa, con le dovute disposizioni interiori. I primi testimoni della fede si comunicavano all’Eucaristia prima di subire la prova del martirio. Ancora oggi, coloro che sono tenaci e forti nella loro testimonianza cristiana e che perseverano con fedeltà e costanza sul campo, riconoscono che in Cristo, Pane di vita, c’è il segreto e la forza per andare avanti e per arrivare fino in fondo. Cari giovani, siate “cenacoli” come gruppi e siate “persone eucaristiche” come singoli!»
(FORUM, Omelia nella Celebrazione Eucaristica conclusiva)

4. La Riconciliazione

Riflettendo sulla Riconciliazione, don Vecchi aiuta innanzitutto a riconoscere l’amore preveniente e misericordioso di Dio nella nostra vita: sentirsi amati da Dio è appello a riconoscere umilmente le nostre fragilità, senza smarrimento e confusione. La celebrazione della Riconciliazione poi non ci riporta al punto di partenza, ma ci colloca in una nuova intimità di alleanza con Dio, in una prospettiva di futuro. L’esperienza della Riconciliazione diviene così fonte di gioia e di pienezza.

4.1. Vivere riconciliati

«Sono tali le persone che si interpellano e si lasciano interpellare con serenità, che non chiudono gli occhi sui propri atteggiamenti e comportamenti, che perdonano con gioia e sentono che devono essere perdonati, che fanno l'esperienza della pace con Dio, con se stessi, con i fratelli. Così si liberano dal male mediante il riconoscimento della presenza di Dio nella propria povertà e lo sforzo di orientare la vita verso di Lui.
In che cosa consista questa esperienza ce lo dice San Paolo in un testo sul quale possiamo fermarci: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo... Se infatti, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione» (Rm 5,10-11).
Il testo parla di pace, salvezza, gioia e vita. Avvicinato a molti altri che troviamo nella Scrittura, si presta a molti commenti. Ne scegliamo alcuni».

4.2. La riconciliazione è un'iniziativa e un dono di Dio

«Nel Vangelo non è la persona, uomo o donna, che chiede o desidera il perdono, ma Gesù che lo offre.
Il cammino di riconciliazione non incomincia mai con l'accusa delle colpe, ma col sentirsi “persone” riconosciute, in un nuovo e inatteso rapporto che illumina la vita e ne fa vedere le deformità. E così Zaccheo scopre il suo peccato. E Gesù che guarda verso Zaccheo e si invita a casa sua. E Gesù che viene in difesa dell'adultera. E Gesù che guarda Pietro, già dimentico della sua infedeltà.
All'origine del desiderio di riconciliazione c'è sempre l'impatto della parola o della persona che sveglia il nostro letargo in un'esistenza depauperata e ci invita a superarci.
Bisogna andar oltre quella mentalità che considera le nostre infrazioni ai comandamenti o il non adempimento dei propositi come l'elemento principale della riconciliazione. E necessario invece mettersi di fronte ai propri rapporti con Dio: se conta molto per noi, se aspettiamo molto da Lui, se ci interessa molto non perderlo. Ho in mente l'immagine delle coppie. Quando esiste un rapporto d'amore si è contenti di riconoscere le piccole trascuratezze proprie e riconoscere la generosità del partner; si è sempre disposti a comporre le grandi differenze. Quando il rapporto di stima, amore e vicendevoli attese è consumato, diventa disgustoso e pesante scusarsi di piccolezze. La sola presenza o il pensiero dell'altro diventano fastidiosi e insopportabili.
La cosa più importante per noi allora, in ciò che riguarda la nostra persona e la nostra attività pastorale, è riconoscere, gustare e proclamare la misericordia di Dio, e concentrare su di Lui, Padre di Gesù e nostro, l'attenzione: è questo il tema centrale della storia della salvezza. La misericordia di Dio ricompone la storia che altrimenti si disfa, e ristabilisce continuamente l'alleanza che la nostra debolezza e dimenticanza trascura.
L'amore a Dio non proviene dalla nostra perfezione etica, ma è alla sua origine. E dono dello Spirito. Non amiamo Dio perché siamo bravi, ma viceversa».

4.3. Una vita rinnovata, protesa verso il futuro

«Quello che Dio opera in noi non è semplicemente né principalmente l'eliminazione della colpa e della pena, che la nostra intelligenza umana considera giuste. Ma ci dona lo Spirito, crea in noi una nuova realtà, ci apre un nuovo orizzonte, ci dà un cuore nuovo.
Non ci fa ritornare a ciò che eravamo prima. Che interesse potrebbe essere per lui e per noi nel farci come eravamo prima di qualcuno dei nostri pentimenti? Invece ci ricrea come figli suoi!
La cosa meravigliosa è che siccome le nostre cattive azioni ci consegnerebbero ad un futuro di perdizione, Dio con la riconciliazione non ci riporta al punto di partenza, ma ci colloca in una nuova intimità di alleanza con Lui. Bisogna rimeditare tutta la scena del ritorno del figliol prodigo.
La riconciliazione non è dunque il sacramento del passato della persona, quasi fosse un velo posto sulle sue scappatelle o sulle sue voglie di godere. E invece il sacramento del suo “futuro”, delle nuove possibilità, dello spirito nuovo, del progetto per l'avvenire».

4.4. Un’esperienza di gioia e di pienezza

«La riconciliazione si diffonde attraverso la grazia ricevuta in tutti gli aspetti della vita: compone le tensioni che agiscono all'interno della persona, dispone a una più calma accoglienza di Dio nella vita, apre alla tolleranza ed educa al perdono. Zaccheo dopo essersi riconciliato è disposto a restituire più di quello che aveva rubato.
Perciò l'esperienza della riconciliazione nel Vangelo è sempre di gioia e pienezza. C'è festa eccessiva, con scandalo delle persone perbene. C'è versamento di profumi costosi con rimostranze dei risparmiatori. C'è spreco di cibi e ci sono inviti generali con lamentele della gente seriosa.
Il suo contesto è sempre di lode e di azione di grazie. Si segue in questo quanto cantano ripetutamente i salmi: “Celebrate il Signore perché è buono; perché eterna è la sua misericordia” (Sal 106 [105]). “Benedici il Signore, anima mia... Egli perdona tutte le tue colpe e guarisce tutte le tue malattie” (Sal 103 [102]).
La parola di Dio esprime infatti la realtà della riconciliazione con una sinfonia di metafore e analogie: grazia, nuova creazione, rigenerazione, giustificazione, liberazione. L'una non nega né si oppone all'altra: ciascuna mostra un aspetto parziale di quello che la persona sente. Non sono infatti definizioni scientifiche, né descrizioni di stati psicologici, ma uno sforzo di comunicare quello che accade nella persona quando scopre che ha valore per Dio ed è da Lui amata».
(SS, pp. 157-160)