Juan E. Vecchi, «ANDATE OLTRE». Temi di spiritualità giovanile, Elledici 2002

 

LO STILE


1. Animati dalla fede

Vivere di fede è innanzitutto, secondo don Vecchi, acquisire una mentalità capace di valutare e di giudicare i fatti secondo criteri evangelici; e questo esige un continuo approfondimento della propria fede. Si tratta poi di agire coerentemente, nelle decisioni e nelle scelte di ogni giorno; una fede che trasforma la vita: i sentimenti, gli atteggiamenti, i comportamenti, le abitudini, affinché corrispondano sempre più alla nostra realtà di figli di Dio.

1.1. Valutare e giudicare ogni cosa alla luce della fede

«La mentalità, il pensare secondo la fede, è oggi uno dei punti più impegnativi e compromessi. Eppure è parte irrinunciabile del credere.
Su ogni questione importante il cristiano deve confrontarsi con opinioni diverse alle quali conseguono scelte pratiche. Esempi quotidiani sono la solidarietà e il sistema economico, l’amore e la sessualità, il matrimonio e la famiglia, la bioetica e la paternità-maternità responsabile e, più a monte, la libertà e la coscienza, il senso della vita e la condizione umana, il bene e il male.
Le difficoltà per giungere ad una valutazione coerente di fede su tali questioni risiedono nella loro complessità e nel fatto che coinvolgono il comportamento. Anche la molteplicità di pareri, appoggiati da corrispondenti argomenti, ci sconcerta e ci rende insicuri. Disorienta pure l’idea, sottesa in molti messaggi, che un comportamento si giustifichi dalla sua diffusione.
Incide però in forma determinante lo scarso approfondimento della fede: ignoranza religiosa, si dice in parole povere. Occupati da molte esigenze, stimolati da molteplici proposte, trascuriamo di applicare la luce della fede alle questioni che sfidano la vita. Così le espressioni religiose stesse possono svuotarsi di valore perché non hanno alla base una fede sufficientemente consapevole e motivata. Per i giovani questo rischio incombe ancora di più. Sono conosciuti i rischi della socializzazione religiosa che riesce a fare la famiglia, l’incidenza non definitiva che ha la prima catechesi e l’allontanamento che avviene sulla soglia della gioventù. La fede, l’affidarsi a Cristo, comporta un modo di pensare e valutare la realtà, la natura, le persone che ci stanno attorno, l’uso del denaro, la finalità del piacere, l’impiego del corpo, il senso del lavoro e simili.
Il Vangelo di Giovanni è attraversato da un motivo: la luce. Gesù è la luce del mondo e di ogni uomo che viene a questo mondo. Gli dà il senso del valore e della vita. Poiché è il Verbo, secondo cui tutto è stato creato, insegna a guardare le cose e la storia dalla prospettiva giusta.
Nel Vangelo lo vediamo intento a istruire i discepoli. Egli accetta il titolo di Maestro e lo è realmente, non solo delle verità religiose, ma del modo giusto di giudicare gli avvenimenti e realtà quotidiane: la dignità di ogni persona, il rapporto con le autorità, il pagamento delle tasse, la natura del potere, le solidarietà legittime o chiuse, le felicità vere e quelle ingannevoli.
Lo scarto tra sfide della cultura e mentalità di fede va colmato con una riflessione religiosa adatta alle diverse fasi della vita. Essa oggi non è un optional, uno scomparto culturale trascurabile, ma necessità vitale per sopravvivere da credenti.
Al primo catechismo della fanciullezza deve seguire una nuova e più seria formazione che aiuti a far luce sugli interrogativi che si vanno affacciando all’orizzonte di una identità in formazione. La Chiesa sta vivendo oggi due fatti significativi. Il primo è la diffusione dei catechismi che ripropongono in forma organica il contenuto della fede: c’è quello della Chiesa cattolica, quello dei giovani, quello degli adulti. È una lettura che prende: somiglia ad una conversazione in famiglia sugli interrogativi reali.
Il secondo è il moltiplicarsi delle opportunità di formazione per gli adulti: studio di problemi, riflessione di fede, lettura del Vangelo, approfondimento teologico, giornate di ritiro. Anche nella pastorale giovanile ciò va diventando uno dei capisaldi. Ed è di buon auspicio rilevare l’abbondanza di “scuole”, corsi e collane per le diverse categorie di giovani interessati o impegnati. La fede è luce e sostegno quando viene responsabilmente applicata alle situazioni. Si rafforza quando viene riflettuta e comunicata attraverso la testimonianza e la parola».

1.2. Decidere e scegliere i propri comportamenti alla luce della fede

«Contemporaneamente al maturare della mentalità, va seguita la pratica della vita. Alcune parole di Gesù ci allertano sulla autenticità della fede. “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel Regno, ma chi fa la volontà del Padre” (Mt 7, 21). E riferendosi agli scribi: “Fate quello che dicono, ma non imitate quello che fanno” (Mt 23, 3). L’opposizione dire-fare è evidenziata anche nella parabola dei due servi: quello che dichiara di essere disposto ad andare, ma non si muove e quello che si rifiuta in un primo momento di obbedire, ma poi adempie.
In molte altre circostanze Gesù indica sentimenti e comportamenti conformi al Regno: perdonare, donare gratuitamente, non giudicare, aiutare chi è caduto sulla strada, dare il superfluo. La fede comporta un giudizio pratico sul valore delle diverse scelte. Oggi tale giudizio non è senza difficoltà. Spesso convivono nella stessa persona giudizi ideali corretti con modi di agire discutibili.
Chi sono i credenti e come li si distingue? Quale fosse il credo dei primi cristiani, i pagani non lo capivano granché. Vedevano però il loro stile di vita: si amavano gli uni gli altri come fratelli indipendentemente dalla nazionalità, colore e condizione sociale; lo dimostravano mettendo in comune i beni in modo che nessuno patisse miseria; partecipavano alla preghiera insieme. Poco tempo dopo, la lettera di un testimone a un pagano interessato al cristianesimo, di nome Diogneto, rilevava che socialmente i cristiani non si distinguevano dagli altri: essi partecipavano alla vita della città, si muovevano nelle piazze e nei mercati come gli altri, vestivano e lavoravano come il resto dei cittadini. Individuava però alcuni segni per scoprirli: “meravigliano tutti per il loro modo di stare insieme che ha dello straordinario; adempiono con lealtà i loro doveri di cittadini; si sposano come tutti e hanno dei figli, ma non abbandonano i neonati; sono uomini, ma non agiscono seguendo il proprio interesse; obbediscono alle leggi dello stato, ma con la loro vita vanno oltre la legge; sono poveri, ma arricchiscono molti”.
La fede è culto e religione, ma non solo. Ci sono verità, espresse imperfettamente in proposizioni, cui assentire; ma non come fine a se stesse. Il tutto tende a trasformare la vita: i sentimenti, gli atteggiamenti, i comportamenti, le abitudini, affinché corrispondano alla nostra realtà di figli di Dio, fratelli di Gesù, uomini e donne abitati dallo Spirito. La pastorale dunque guarda simultaneamente all’una e all’altra.
Quando lo scriba chiese una delucidazione teorica o dottrinale su chi doveva considerare suo prossimo, Gesù glielo spiegò presentandogli un modo di agire e gli diede il consiglio: vai e comportati allo stesso modo. Vivendo ciò che già si è appreso si va comprendendo il resto
Un programma completo per la vita del credente lo propone Gesù nelle Beatitudini. Le pronunciò in uno scenario stupendo che ancora oggi ci impressiona: il monte, il verde pendio, il lago, il sole terso e caldo che per la configurazione del terreno arriva dappertutto, l’orizzonte: un’immagine toccante della luminosità e trasparenza della vita.
Disse parole gravide: povertà, purità di cuore, verità in parole e opere, fame e sete di giustizia, misericordia, pace, resistenza nel bene, fiducia in Dio.
Ad esse aggiunse promesse di beni che sono oltre il desiderio umano: il regno dei cieli, il possesso della terra e dei cuori, la visione di Dio, il compimento del desiderio di felicità, la gioia definitiva che nessuno può togliere.
Le beatitudini sono l’annuncio di un dono che opera già in chi si affida a Dio. Quando si accoglie la sua presenza, nascono in noi i beni, i desideri, gli atteggiamenti proclamati nelle beatitudini. Essi conformano il volto e l’anima di chi è nato da Dio. Allo stesso tempo propongono un impegno nella vita e nella storia: rendere reali e dare visibilità ai beni annunciati, scommettere sul loro valore per la felicità propria e degli altri. In essi la persona può trovare quello che il suo cuore cerca, e la storia il suo punto di consistenza e il suo compimento.
Dono e impegno producono felicità: durante l’esistenza terrena come in seme, ma sufficiente per dare senso e gusto alla vita; al termine di questa secondo le dimensioni di Dio e della natura umana.
Le beatitudini esprimono il culmine dell’amore e della gratuità da parte di Dio e da parte del credente. Se ne è parlato come di una proposta senza limite, aperta infinitamente verso il di più. Il giovane ne capirà la portata un po’ alla volta meditando altri passi del vangelo.
Il paradosso cristiano consiste nell’affidarsi ad un’apparente debolezza per cercare un bene duraturo, nell’accettare una provvisoria sconfitta per un eterno trionfo. È infatti debolezza per la mentalità corrente la povertà intesa non solo in senso materiale, ma come capacità di dare spazio ai progetti di Dio piuttosto che ai propri. Sembra sconfitta la mitezza e lo spirito di pace quando nel mondo prevale la durezza contro i concorrenti, gli avversari, i diversi. È follia mettere da parte se stessi per cercare solidarietà e condivisione con gli ultimi, pensando che da loro riceviamo più di quello che doniamo.
D’altra parte la gente rimane stupefatta quando incontra chi sa realizzare tutto ciò. Ha trovato uno che ci crede!».
(DIREDIO, pp. 39-43)

2. Lieti nella speranza

Speranza e gioia sono intimamente collegate tra loro, e costituiscono, secondo don Vecchi, un binomio fondamentale di una spiritualità apostolica. In un tempo in cui facilmente la speranza può venir meno per tanti motivi, siamo sollecitati a vivere e a testimoniare questa virtù teologale, soprattutto nell’impegno educativo, che esige di essere sostenuto da ottimismo e fiducia.
«La speranza non è una virtù facile. La vita, nel mondo attuale, la mette a dura prova. Ne dice qualche cosa il moltiplicarsi dei suicidi giovanili. L’esito negativo può essere non solo la rinuncia alla vita, ma anche le “speranza corte”.
In una inchiesta sulle prospettive di un possibile cambiamento in meglio, le risposte positive dei giovani scendevano a mano a mano che le domande riguardavano contesti più larghi. Sulla possibilità di comportamenti migliori nelle persone singole, la risposta era in generale positiva; sul cambiamento in meglio della propria città o nazione, le risposte erano di perplessità diffusa; alle domande sulla possibilità di trasformazione del mondo e dei grandi sistemi, le risposte erano scettiche o decisamente negative. Sono troppo gli elementi da cambiare, le volontà da convogliare.
La mancanza di speranza rende buia la vita, ma soprattutto taglia le ali all’azione solidale ed ai progetti di vasto respiro. Si capisce allora perché don Bosco, uomo di azione, ribadisse, con mille gesti ed espressioni, una sua raccomandazione: “lavorate con speranza”. L’ufficiatura liturgica l’ha caratterizzato come un uomo che “sperò contro ogni speranza”. Difatti la speranza diede alla sua santità tratti tipici.
Uno di questi tratti è la costanza nelle imprese di bene e nelle prove, qualità necessaria all’uomo di azione. Egli stesso diceva di non mollare più, quando aveva messo mano ad un’opera che era per la gloria di Dio e il bene dei giovani. Non si trattava però di un tratto del suo temperamento “piemontese”, anche se ciò aveva la sua parte. Qualche altra energia superiore lo sosteneva, come lasciano intravedere le sue parole: “Coraggio! La speranza ci sorregga quando la pazienza vorrebbe mancare”.
San Paolo aveva già fatto un collegamento tra speranza e gioia. “Siate lieti nella speranza” (Rm 12,12), “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace” (Rm 15,13). Per questo la speranza ispira una costanza non faticosa (si può essere perseveranti senza molto sforzo), un lavoro che non risulta inviso,; una vita che non è pesante anche se con prove e difficoltà.
La gioia è rimasta come un tratto, non secondario, dello spirito salesiano. Viene comunicata ai giovani come un aspetto indispensabile della “buona educazione”. Si manifesta nelle “feste” (dove esprime un elemento caratteristico dell’ambiente e della pedagogia salesiana) che sono autentiche “esperienze” cristiane di ringraziamento per i beni attuali e per quelli che si possono attendere come esito della vita. È un capitolo di santità per salesiani e giovani: allegria, studio e pietà.
Il segreto della costanza e della gioia sta nella certezza del “premio” che la bontà di Dio ci garantisce. È uno dei temi più simpatici della vita di don Bosco. Il Paradiso, e coloro che si trovano in esso, li sogna, ne parla ai giovani fino a farlo desiderare. Lo ricorda in massime brevissime ma veramente espressive perché sorte dalla vita: “Un pezzo di paradiso aggiusta tutto”. Per sé e per i suoi seguaci adulti fa uso frequente dell’espressione di San Paolo: “Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili con la gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18).
La Famiglia Salesiana è chiamata oggi a portare speranza ed a darne ragione con la propria esperienza. La offre ai singoli, la diffonde nell’ambiente, la getta sui grandi progetti. Dove appaiono segni di una cultura di morte, rinuciataria delle gioie e delle responsabilità della vita, testimonia la verità della Parola di Gesù: “La vostra gioia nessuno ve la toglierà” (Gv 16,23)».
(BS, Marzo 200)

3. Operosi nella carità

Rileggendo l’esperienza di don Bosco, don Vecchi ci invita a testimoniare la carità in quei tratti tipici che sono la bontà, l’affabilità, l’amicizia, l’affetto, la compassione. Una sottolineatura particolare poi per la “carità pastorale”, che esprime il tratto caratteristico della carità educativa, impegnata a promuovere le persone e ad accompagnarle nel loro itinerario di crescita umana e cristiana.

3.1. Segni e portatori dell’amore di Dio

«Chi ha fatto qualche esperienza sa che ad amare s’impara: più che un sussulto del cuore, è una meta che si raggiunge col lavoro. Anche ad essere amato s’impara: bisogna saper ricevere, essere grato, ricambiare. Per questo dell’amore abbondano i “falsi”, le contraffazioni: l’egoismo possessivo, il godimento fugace, il gioco erotico, lo sfruttamento della fiducia, la seduzione.
Le parole delle nostre lingue distinguono i diversi tipi di amore: l’eros riguarda il desiderio e il piacere; il suffisso “filia”, l’affetto e la preferenza. Adoperiamo anche agape per incontro, amicizia e condivisione. A complicare e perfezionare la visione delle cose viene il linguaggio “cristiano” con la parola carità: un amore completo che vuole il bene dell’altro e si estende oltre il visibile, una grazia che ha la sua sorgente in Dio e che ci rende capaci di sentire il suo amore, di ricambiarlo e di amare tutte le persone e le cose col suo stesso amore.
Don Bosco, nella sua prima Messa, fece un proposito: “La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa”. Accanto alla carità mise la dolcezza. Non è trascurabile questo dettaglio. La bontà sarà la manifestazione più spiccata della sua carità, elevata a principio pedagogico. Questo proposito plasmò la sua personalità di santo. Per parlare della carità di don Bosco bisogna fare una passeggiata attraverso la sua vita e le sue opere, i suoi rapporto con Dio e con i giovani, le sue fondazioni e contatti con persone di ogni tipo.
Non solo tutto ciò scaturiva da un amore potente, ma tutto veniva realizzato secondo le modalità che la carità suggerisce. Anche per Lui risultò vero l’inno di San Paolo: “Se parlassi tutte le lingue… se facessi dei miracoli… se dessi tutte le mie sostanze, ma non avessi carità non sono nulla” (cf 1Cor 13).
La pratica della bontà come manifestazione della carità tracciò in lui lineamenti caratteristici. Il primo fu la capacità di avvicinamento, accoglienza e comprensione delle persone. Ciò affascinava i ragazzi, perché sovente vengono trascurati dagli adulti. Per ascoltare uno di loro, don Bosco una volta perse il treno. Ma lo si scorge ugualmente dalle sue udienze e persino nei viaggi, per strada. L’affetto intenso e personale diventa la sua forma abituale di rapporto; mai formale, burocratico, amministrativo; sempre vicino e avvolgente la persona in un’atmosfera di stima.
Legato a questo c’era la capacità di amicizia. Quante e diverse ne ebbe sin dai primi anni della vita, nella giovinezza e nell’età matura! La gioia di condividere, di stare e lavorare assieme, è una caratteristica del suo comportamento. Amico del fratello Giuseppe, con il quale spartì trattenimenti e confidenze, amico dei ragazzi della borgata, per i quali raccontava storie e preparava trattenimenti; amico dei compagni di scuola con i quali fondò la società dell’allegria, amico del collega Comollo, con cui stabilì un patto oltre la morte; amico di ragazzi ebrei discriminati; e, più tardi, di ecclesiastici, scrittori, politici al potere, destituiti o perseguitati. Quanto badasse all’amicizia lo lascerà documentato in una serie di raccomandazioni di questo tenore: “Tutti quelli con cui parli diventino tuoi amici”.
Aggiungiamo la compassione o la tenerezza: quel sentimento che il Vangelo attribuisce a Gesù che si commuove di fronte alle folle affamate, a una madre che piange: un cuore incapace di passare indifferente di fronte alle sofferenze. Egli stesso racconta le reazioni che provava di fronte ai ragazzi del carcere, della strada, dei cantieri.
Abbiamo condannato la violenza dei sistemi totalitari. Vogliamo portare davanti ai tribunali i criminali di guerra. Nel frattempo tutti rivelano l’estendersi della violenza spicciola, privata. Il fenomeno investe i giovani: i forti, i bulli, i “nonni” dilagano nelle scuole. Bontà, riguardo, accoglienza, stima sono indispensabili per rendere più umane le nostre società e i nostri quartieri. Don Bosco convoca la sua famiglia ad intraprendere coraggiosamente opere; ma anche ad essere, nel quotidiano, segno di quella umanità che si è manifestata in Cristo».
(BS, Aprile 2000)

3.2. La carità pastorale

«La carità ha molte manifestazioni: l’amore materno, l’amore coniugale, la beneficenza, la compassione. Nella storia della santità le espressioni coprono tutti gli ambiti della vita umana.
Nella tradizione salesiana c’è un’espressione ricorrente, per indicare una forma particolare di carità: “carità pastorale”. La parola rimanda mentalmente all figura di Gesù Buon Pastore (cf Gv 10). Non soltanto però alle modalità del suo operare: bontà, ricerca di chi si è perso, dialogo, perdono. Ma anche e soprattutto quanto alla sostanza del suo ministero: rivelare Dio a ciascun uomo e a ciascuna donna.
L’elemento tipico della carità pastorale è l’annuncio del Vangelo, l’educazione alla fede, la formazione della comunità cristiana, la lievitazione evangelica dell’ambiente. Chiede dunque disponibilità piena e donazione per la salvezza dell’uomo, come viene prospettata da Gesù: di tutti gli uomini, di ogni uomo, anche di uno solo.
Don Bosco esprime questa carità con una frase: “Da mihi animas, coetera tolle”. È la massima che impressionò Domenico Savio nell’ufficio di don Bosco ancora giovane sacerdote e lo mosse ad un commento rimasto famoso: “Ho capito che qui non si fa negozio di denaro, ma di anime. Ho capito: spero che l’anima mia farà anche parte di questo commercio”. Per questo ragazzo fu chiaro dunque che don Bosco non gli offriva solo istruzione e casa, ma soprattutto un’opportunità di crescita spirituale.
La carità pastorale prende in considerazione la persona e si rivolge ad essa: a tutta la persona; prima e soprattutto le interessa la persona, sviluppare le sue risorse. Dare “cose” viene dopo; il fare un servizio è in funzione della crescita della coscienza e del senso della propria dignità. La persona non vive di solo pane; ha bisogni immediati, ma anche aspirazioni infinite. Desidera beni materiali, ma anche valori spirituali. Perciò la salvezza che la carità pastorale cerca e offre è quella piena e definitiva. Tutto il resto viene ordinato ad essa: la beneficenza all’educazione; questa all’iniziazione religiosa; l’iniziazione religiosa alla vita di grazia e alla comunione con Dio».
(SS, pp. 57-63)

4. Con temperanza e sobrietà

In un tempo di abbondanza e di spreco, la nostra spiritualità deve coniugarsi con la temperanza e la sobrietà. È quello che ci invita a fare don Vecchi, mediante l’approfondimento di questa virtù, quanto mai necessaria oggi per gestire la vita quotidiana, evitando eccessi e squilibri di ogni tipo e per accrescere il nostro senso di responsabilità verso le cose e le persone.
«Nei paesi ricchi, tra la gente che dispone, i beni avanzano e si sprecano. Si accumula il superfluo, si butta l’ancora utile, si spende nel non necessario. Si mangia molto, si sperpera per dimagrire e si mandano al macero quantità ingenti di cibo, vestiti e apparecchi. Uno degli aspetti catastrofici della crescita umana è la devastazione della natura “senza finalità”, soltanto per alimentare l’industria.
Qualche cosa di simile capita con le energie umane e col tempo. Aumentano disagi da stress, insonnie, stati depressivi, alterazioni psichiche. Gli ansiolitici sono all’ordine del giorno per uomini e donne. Si vive nella tensione e nel disordine e la persona ne soffre. La temperanza è l’atteggiamento e la virtù cristiana che modera, ordina e orienta i movimenti interni e l’agire dell’uomo secondo la ragionevolezza e il Vangelo. È “cardine” perché attorno ad essa si muovono e si costruiscono molte abitudini utili e sagge. Ha meno da vedere con i fini da ottenere e molto con la qualità della vita delle persone. Regola gli istinti, per esempio quello di possesso o di godimento; modera anche i costumi disordinati, per esempio l’agitazione, la dipendenza, l’eccesso. Ci mantiene pure pronti, svegli e resistenti per impegni a breve e lunga scadenza: il lavoro intellettuale, fisico, lo sforzo spirituale della preghiera, il sacrificio per gli altri.
Non a caso in una cultura dell’abbondanza, dello spreco e dell’inutile, proliferano anche l’incapacità di impegni a lungo termine, la fragilità psichica, il cedere a stimoli fino alla criminalità. La temperanza è quella vigilanza evangelica alla quale si riferisce Gesù nella parabola delle vergini che cedettero alla leggerezza e in quella del servo infingardo che, mentre aspettava il padrone, si dà a “percuotere i compagni, a bere e a mangiare”. San Paolo la avvicina e la paragona al comportamento degli atleti: “L’atleta, dice, è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece incorruttibile”.
La temperanza consente il lavoro e la preghiera e a sua volta viene da essi richiesta e mantenuta. Don Bosco l’ha scelta come terza parola del suo programma e la applica a tutte le situazioni.
In educazione, temperanza vuol dire dominare l’impazienza, essere “ragionevole” nelle esigenze, padroneggiare i sentimenti per dispensare l’affetto a tutti in maniera sensibile e disinteressata, attendere con calma i risultati.
Nel lavoro vuol dire preparazione, progettazione attenta e senso dei fini, misura in modo da non lasciarsi dominare dall’agitazione, padronanza dell’ansia e del desiderio di protagonismo, capacità di collaborazione, dominio dell’individualismo.
Nella vita personale, temperanza vuol dire ordine e laboriosità, uso tranquillo del necessario e utile, distacco dal superfluo, impiegare scrupolosamente il tempo.
Persino nella preghiera ci vuole temperanza, cioè fede per cui si domina il desiderio immoderato di consolazioni, visioni e sentimenti.
Sembra un codice scritto per il nostro tempo in balia del consumismo, dell’individualismo, delle emozioni forti, del libertarismo e del sentimentalismo religioso; tempo nel quale però appaiono segni di stanchezza degli eccessi e voglie di “temperanza”, come le famiglie che s’impegnano pubblicamente a spendere solo il necessario, la banca alimentare e simili.
Proprio in questo tempo di abbondanza, spreco e ripensamento, sentiamoci interpellati a disporre con ragionevolezza e amore dei beni del corpo e dello spirito».
(BS, Ottobre 2000)

5. Impegnati nella costruzione del Regno di Dio

La spiritualità cristiana ci impegna nella costruzione del regno di Dio, inaugurato da Gesù. Don Vecchi ci ricorda le caratteristiche del Regno di Dio che Gesù è venuto ad annunciare e a rivelare, sconvolgendo le attese messianiche del suo tempo. Liberazione da ogni forma di male e impegno per la salvezza totale e definitiva dell’uomo: questo è il Regno di Dio che Gesù ha rivelato con le sue parole chiare e con i tanti segni di salvezza. Si tratta di un dono e di un compito ora affidato a noi, perché quell’espressione del Padre Nostro “venga il tuo Regno”, si realizzi e si compia nella storia e nel mondo, in ogni tempo e in ogni luogo.

5.1. L’annuncio del Regno da parte di Gesù

«Nel Padre Nostro Gesù ci fa chiedere: “Venga il tuo Regno” (Mt 6, 10; Lc 11, 2). Del Regno Gesù parlò molto. Anzi fu il tema della sua predicazione e l’obiettivo del suo operare. Lo spiegò, lo annunciò e si diede a costruirlo e diffonderlo. Lo chiamò sempre Regno di Dio. A volte anche “regno dei cieli”. Non intendeva con questo dire che era campato per aria, in mondi invisibili; ma seguiva l’abitudine del suo popolo di non utilizzare, per rispetto, il nome di Dio. Che il suo Regno fosse, per dono, anche nostro, lo disse ai suoi discepoli: “È piaciuto al Padre darvi il suo Regno” (Lc 12, 32).
Che cosa fosse il Regno gli apostoli non lo capivano molto. Pensavano infatti a lottizzarne tra di loro posti e cariche. L’espressione l’avevano sentito molte volte perché era familiare alla loro tradizione. Sapevano che si trattava di un grande intervento di Dio in favore del suo popolo: liberazione da tutti i mali e salvezza totale e per sempre. Ciò doveva avvenire perché singoli e popolo accoglievano Dio, riconoscendone la signoria su tutto.
Gli apostoli se ne aspettavano un’inaugurazione solenne e folgorante. Gesù lo paragonò ad un lievito, a un seme, a un tesoro nascosto in terra. Lo cercavano fuori, e Gesù disse che guardassero anche e principalmente dentro se stessi. Il cuore dell’uomo infatti è il primo spazio dove si fa sentire. Lo pensavano come qualche cosa che Gesù doveva organizzare o conquistare. Egli invece afferma che il Regno di Dio si fa presente nella sua persona. Con lui si rivela, irrompe nella storia, ci raggiunge e ci include. Lo credevano una selezione dei buoni, anzi dei migliori. Gesù invece lo descrisse come un campo in cui ci stanno tutti, quelli che somigliano al buon grano e quelli che ci sembrano o sono veramente erba cattiva; come una rete che prende ogni pesce, quelli commestibili e quelli velenosi. Pensavano che era già preparato; domandavano dunque quando si sarebbe instaurato. Invece Gesù disse che era come una semina da fare, un terreno da coltivare, un vigna da far fruttificare. Pensavano che in esso si poteva vivere tranquilli; e invece Gesù spiegò che in esso c’era bisogno di perdono, di comprensione; che non tutti erano prodigi per genio o santità, ma ognuno “rendeva” secondo le proprie possibilità e il suo tempo. Il Padrone, però, alla fine dava a tutti il massimo salario per pura generosità. Anzi ci voleva addirittura decisione e sforzo per instaurarlo e appartenervi: “Il Regno soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). Andava dunque guadagnato senza che, per questo, perdesse il suo carattere di dono».

5.2. I segni del Regno posti da Gesù

«Non solo ne parlò e diede le spiegazioni necessarie a far luce sulla natura e caratteristiche del Regno, ma ne mise le fondamenta, ne diede dei segni, mostrò quali beni comprendeva e come lo si doveva costruire. All’insegna del Regno di Dio egli ignorò la discriminazione tra credenti e non credenti, e tutti considerò chiamati e invitati al banchetto. Nel nome del Regno eliminò la distinzione sociale, senza sminuire la responsabilità personale, tra “giusti” e “peccatori”, e tutti considerò amati dal Padre, bisognosi della sua misericordia. Chiamò Matteo, collaboratore dei dominatori, ad essere apostolo; andò a mangiare a casa di Zaccheo, accettò il profumo della donna peccatrice e disse parole di incoraggiamento all’adultera. Nel nome del Regno ignorò la situazione di inferiorità delle donne chiamandole pubblicamente al suo servizio e seguito, le ammise come discepole e permise loro di “sedersi ai suoi piedi” (cf Lc 10,39); le inviò come prime annunciatrici della Risurrezione.
I segni del Regno che egli pose furono quelli di liberare dai demoni, accogliere e guarire i malati, restituire la vita ai morti, moltiplicare il pane così che ce ne fosse per tutti, illuminare la coscienza con la parola, perdonare i peccati, donarsi totalmente nella predicazione, nella passione e nella morte.
Nemmeno oggi per molti il Regno di Dio è comprensibile. Qualcuno pensa che si tratti di un’espressione simbolica senza riferimento prossimo alle cose con cui abbiamo a che fare nella vita quotidiana; che influisce sì nei buoni sentimenti e nel comportamento “religioso”, ma che non ha peso sulle azioni con cui gli uomini costruiscono il mondo, né trasforma le condizioni di vita. Ciò apparterrebbe alle organizzazioni che contano, quelle che dispongono di potere, denaro, conoscenze scientifiche, strumenti tecnologici.
La dizione “dei cieli” viene preso dunque proprio nel senso in cui non lo intendeva Gesù. Secondo lui il Regno è in questo mondo, sebbene non solo. Non è un territorio fisico, ma una “rete” formata da tutti coloro che desiderano alcuni beni, cercano di realizzarli nella misura del possibile e ne sperano da Dio il compimento».

5.3. Dono e compito per tutti coloro che si sentono figli di Dio

«Chi faccia parte di questo Regno e quali siano i beni che lo caratterizzano è detto nel discorso più famoso di Gesù: quello della montagna. Nelle Beatitudini, dopo aver presentato alcune “categorie” di persone, egli ripete: di essi è il Regno dei cieli o, direttamente, saranno chiamati figli di Dio. Chi sono questi che portano i segni dei “figli di Dio”, ai quali è affidato l’eredità e il lavoro del Regno? Sono i poveri di spirito, cioè coloro che non si soddisfano con i beni materiali, e quindi non li accumulano; desiderano altri beni, in particolare la conoscenza e l'amore di Dio. Perciò non si attaccano al possessso di nulla, ma mettono ogni cosa a disposizione dei fratelli. Sono gli uomini e le donne pacifici: quelli che non lasciano entrare in se stessi sentimenti di odio o distanza e non cedono all’istinto di eccessiva difesa di fronte alle offese, ma cercano invece di costruire rapporti di accoglienza e solidarietà, favoriscono la concordia e si fanno mediatori di riconciliazione.
Cittadini del Regno sono i puri o retti di cuore: coloro che non collocano egoisticamente se stessi, il proprio piacere al centro di tutto, non cedono all’inganno e mettono la sincerità e l’onestà a fondamento del lavoro e dei rapporti. Sono i misericordiosi, cioè coloro che sentono compassione di fronte ai dolori e alle miserie altrui e si danno da fare per alleviarli con spirito generoso, gratuitamente. Sono coloro che si battono serenamente per la giustizia anche a costo di persecuzioni e cattive interpretazioni, e restituiscono bene per male; i pazienti che perseverano nelle opere e imprese di bene anche di fronte alle difficoltà.
Così i figli a cui Dio Padre ha dato in eredità il Regno estendono lo spazio dove se ne applicano le leggi e se ne diffondono i beni: la speranza, la pace, la misericordia, la giustizia, la rettitudine, l’accoglienza di Dio, l’amore. Tutto ciò è mescolato con l’opposto, coabita gomito a gomito, con la violenza, la prepotenza, il menefreghismo, il disinteresse, il disprezzo della persona. Eppure non si confonde con tutto questo, non viene sommerso o neutralizzato dalla presenza anche capillare del male: ne è più forte. Ha un suo tessuto o collegamento misterioso capace di creare uno spazio umano visibile, nel quale si può abitare, perché crea nuovi rapporti sociali e propone traguardi anche temporali. Il Padre vi dimora come nella sua casa. Si può persino vedere il suo volto paterno riflesso nella realtà che i beni del Regno presentano.
Chi può dire che le categorie elencate sopra non esistano oggi o che il loro operato non influisca sulla nostra esistenza nel mondo? E chi può negare che i beni del Regno sarebbero più estesi se molti altri lavorassero con la medesima intenzione e determinazione?
Il Regno è la sintesi di tutti i beni che possono rendere vivibile questo mondo. È dono e compito, eredità e terreno di conquista di coloro che si sentono figli di Dio. Convoca e collega dunque ogni seme di buona volontà diffusa sulla terra. Si estende oltre i confini visibili della Chiesa, che è però il suo segno e strumento principale. Uno degli interrogativi più cruciali e fecondi che questo fine secolo pone ai cristiani è per quale ragione molti di coloro che volevano costruire una società più giusta hanno visto nel cristianesimo una remora, “oppio” per coloro che dovevano riscattarsi, una “difesa” ad oltranza di quanto si era consolidato a svantaggio dei più. Forse la dimensione storica del Regno, relativa eppure indispensabile, non unica eppure realissima, è stata dimenticata o ridotta a dimensioni individuali o solo formalmente “religiose”».
(DIREDIO, pp. 108-112)

6. Responsabili della vita sociale e politica

L’impegno per fare del bene sempre e comunque è un’altra espressione concreta della spiritualità cristiana. Don Vecchi ci indica la strada per compiere continue opere di bene, nelle piccole e nelle grandi occasioni della vita. Ci ricorda poi la dimensione sociale della carità, che domanda al cristiano di non sottrarsi alle proprie responsabilità sociali e politiche, trovando le forme più opportune per essere cittadini attivi e solidali.

6.1. Fare del bene

«C’è un’indicazione di spiritualità, semplice e popolare, quasi ingenua: fare del bene appena si può, ogni volta che si presenta l’occasione, senza aspettare né migliori condizioni né miglior tempo. “Non mandate a domani il bene che potete fare oggi, perché forse domani non avrete più tempo… Non dobbiamo mai lasciarci sfuggire un’occasione che il Signore ci offre di fare del bene… Siamo in tempi in cui bisogna lavorare…” (don Bosco).
La biografia di don Bosco viene imbastita proprio su “quello che egli fece” per i giovani, per la cultura popolare, per gli emigranti, per le vocazioni. Appena gli capita sott’occhio la situazione di un giovane, prende un’iniziativa pratica che sul momento raggiunge il giovane e in seguito un gruppo. Da cosa nasce cosa. L’amore deve essere sollecito e tempestivo. Questo divenne quasi un principio nel suo stile di amare: dimostrare l’amore subito e con il gesto più efficace possibile al momento, aggiungendo anche la parola che raggiunge il cuore. Fu tipico di lui prima realizzare e poi raccontare, prima portare a maturità le iniziative e poi descriverne una possibile teoria. Per questo la sua è una spiritualità attiva. Fu chiamato un “imprenditore di Dio”. Secondo don Bosco è meglio accendere un fiammifero che maledire le tenebre o farne un trattato.
Noi saremo sempre alle prese con i grandi problemi, le piccole soluzioni, la fugacità del tempo e la scarsità dei mezzi. Non possiamo eliminare la povertà, ma possiamo risollevare qualche povero, amarli tutti nel Signore, appoggiare le persone che si battono per loro. Non possiamo creare un’opportunità per tutti i giovani. Ma possiamo aiutare qualcuno che è accanto a noi, incoraggiarlo con la simpatia e la vicinanza, pregare per coloro che li seguono. E così via. Il tempo e il mondo sono pieni di opportunità di bene e l’amore ha l’occhio pronto per scorgerle.
Tre convinzioni sostengono questo proposito. Il bene è estremamente fecondo: buttato in piccoli semi cresce giorno e notte. Il bene si collega misteriosamente a rete: le soluzioni che sembrano insufficienti diventano efficaci quando molti contributi convergono e si raccolgono quasi in un canale collettore. Il bene che noi facciamo è lo strumento con cui Dio parla e muove altre energie: noi siamo le sue mani».
(BS, Febbraio 2000)

6.2. La dimensione sociale della carità

«Il vocabolario per denunciare le tare della politica è inesauribile: abuso di potere, tornaconto personale, discriminazione, clientelismo, collusione, privilegi, tangenti e così via. Per questo Gesù disse ai suoi discepoli di non agire, quando avessero autorità, come i potenti di questo mondo. Non è nemmeno abbondante però l’elenco dei pregi: attenzione alla gente, sforzo per adeguare legislazioni e strutture a nuove situazioni, cura della sicurezza, prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti, servizi vari relativi alla vita, pace sociale, cura dell’ambiente.
Oggi poi si diffonde una voglia di fare politica in forme nuove: cresce l’iniziativa di persone e gruppi, si affermano il volontariato e le ONG, si ripensa il profilo delle fonazioni politiche, si vuole stabilire un rapporto più chiaro tra etica ed economia. Si può verificare quello che afferma san Paolo: “Ogni potere viene da Dio”. Dio ci ha creato “sociali” ed è Provvidenza che ci siano uomini con volontà e possibilità di governare la società. Una cosa è indubitabile: i fatti politici, positivi e negativi, ci riguardano. Particolari responsabilità vanno attribuite a persone e a gruppi; ma su di loro influiscono la partecipazione e l’iniziativa di tutti noi. Anzi, alcune situazioni non possono essere modificate se non attraverso l’influsso o la pressione che singoli e gruppi esercitano sulle strutture, sui rapporto sociali e sull’assetto politico.
La carità che si esplica nell’ambito individuale, lascia inalterate tali situazioni. Perciò il riferimento alla dimensione sociale della carità è diventato prima ricorrente e oggi quasi centrale nella riflessione sull’agire cristiano.
Oggi il campo politico si presenta ampio e articolato. È possibile a tutti impegnarsi in esso. C’è l’ambito della città che bisogna rendere vivibile e sicuro; c’è quello della nazione e quello del mondo. C’è l’intervento politico, quello largamente sociale, quello personale. Ci sono partiti, ma anche movimenti di opinione e iniziative per sostenere valori o categorie deboli; la pace, l’ambiente, la fame, i poveri, gli emigranti, i bambini, gli anziani. Tutti in politica, quindi, ciascuno secondo il dono che Dio gli ha dato».
(BS, Luglio/Agosto 2000)

7. Con un forte slancio missionario

Don Vecchi ha espresso più volte nei suoi interventi la necessità di operare con un forte slancio missionario: «Nell’attuale momento di nuova evangelizzazione c’è da raccomandare lo spirito missionario. Esso deve spingere là dove bisogni, domande o soggetti giovanili non sono ancora curati, piuttosto che concentrarsi sui giovani che hanno già un riferimento educativo e religioso sufficiente. È stato proprio questo spirito che ha provocato la nascita e la crescita della Famiglia Salesiana» (dalla Lettera “La Famiglia salesiana compie venticinque anni”, 1 gennaio 1997).
Ai giovani poi ha indicato questa prospettiva di missionarietà all’inizio dell’Anno giubilare, attraverso il Messaggio al MGS del 31 gennaio dell’anno 2000, di cui riportiamo la parte centrale.
«Con la fiducia posta in Dio e interpretando la consegna del nostro padre e maestro Don Bosco, alle soglie di questo nuovo millennio, faccio un appello e do una consegna a voi giovani del Movimento Giovanile Salesiano: andate oltre.
Scoprite in profondità, oltre la superficie del quotidiano, nelle sue pieghe e nel suo tessuto, il progetto che Dio Padre ha pensato per voi dall’eternità.
Andate oltre l’interesse individuale aprendovi all’ascolto dei molti appelli che risuonano intorno a voi: offrite una parola sincera, uno sguardo amichevole, una mano generosa.
Andate oltre la vostra nazione e la vostra cultura coltivando i semi di quella fraternità universale che sa riconoscere il valore del diverso, perché nasce dal Padre di tutti gli uomini.
Andate oltre la pacifica e talvolta noiosa soddisfazione delle abitudini consumistiche e costruite senza stancarvi una solidarietà utile e visibile.
Andate oltre la visione individuale, la competenza anche faticosamente conquistata, la ricchezza legittimamente guadagnata e condividete con amore i vostri beni con chi ne ha bisogno.
Andate oltre le certezze della ragione e della scienza e intuite il mistero che cova nella realtà, riconoscendo con gioia filiale le tracce di Dio Creatore, l'energia di Cristo Risorto e la presenza dello Spirito che vivifica.
Anche nella vostra esperienza religiosa andate oltre gli obblighi, i ritualismi e la ricerca di un'immediata emozione e ancoratevi nella fede della grande comunione ecclesiale: celebrate la Pasqua del Signore della vita e con essa la vittoria del bene sul male.
Andare oltre non è altro che credere ed assumere la logica evangelica di generosità e creatività che suggeriscono le beatitudini “perché di noi sia il regno dei cieli... perché possiamo possedere la terra, perché siamo chiamati figli di Dio, perché grande sia la nostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,10.12).
È l’appello che si sente potente in questo luogo natio di don Bosco chiamato appunto il Colle delle Beatitudini giovanili perché evoca la sua grande passione: “Voglio che siate felici nel tempo e nell’eternità”.
Andare oltre è anche superare le frontiere geografiche. Il Regno di Dio ha bisogno oggi più che mai di menti aperte e di cuori generosi che sentano ed operino a dimensioni mondiali. In un famoso sogno Don Bosco immagina di essere proprio qui, al Colle, e di vedere il vastissimo campo della sua missione: tutto il mondo! Questo slancio missionario, tratto caratteristico di ogni seguace di don Bosco, giovane o adulto, sarà da noi particolarmente sottolineato, in quest’anno giubilare, l’11 novembre con una “spedizione missionaria straordinaria” per il numero e la destinazione.
Come il primo gruppo di missionari inviati da don Bosco stesso 125 anni or sono, composto da giovani audaci e generosi, cresciuti nella esperienza oratoriana e dei gruppi giovanili, anche questo partirà dall’Altare di Maria Ausiliatrice verso tutte le direzioni del mondo.
Anche voi siete convocati. Alcuni volontari vi rappresenteranno. Ma tutto il MGS deve avere l’anima missionaria. Fatevi ovunque promotori di gioia e lievito di speranza. Sentitevi inviati ad essere segni e portatori dell’amore di Dio, dando un’anima alla convivenza umana nei quartieri e città diventando annunciatori della Parola presso gli altri giovani.
Così l'amore di Dio incarnato continuerà in voi ed attraverso di voi. Sapete che nell’Incarnazione trova la sua ispirazione fondamentale la spiritualità salesiana. Essa è infatti la modalità prima per essere “segni e portatori dell’amore di Dio”. Da essa viene l’esempio del primo passo verso il fratello, della condivisione del cammino dell’uomo nella storia, dell’incontro immediato e personale con chi ci sta di fronte.
È l’Incarnazione che rivela il valore della vita quotidiana, fatta di tanti frammenti che si ricompongono in unità e divengono capaci di svelare la presenza di Dio, così come nel succedersi dei giorni, dalla nascita alla risurrezione, in avvenimenti domestici e straordinari si sprigionò la luce della divinità di Cristo».
(M2000, brani scelti)