1. Nuovi evangelizzatori» per un mondo nuovo

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999 

 

Parte prima - ATTEGGIAMENTI TEOLOGALI


Capitolo 1

NUOVI EVANGELIZZATORI PER UN MONDO NUOVO

«L’opera di don Bosco è il Vangelo in pratica» (Card. Alimonda)


Emmaus: un'icona per la nuova evangelizzazione

Dopo mesi, o forse anni, di convivenza col Signore Gesù, due discepoli abbandonano Gerusalemme, frastornati dalla settimana di passione e atrocemente delusi nelle loro aspettative. Dal contesto evangelico risulta che i due discepoli di Emmaus erano già stati evangelizzati una volta da Gesù, ne avevano condiviso la grande speranza, avevano puntato su di Lui tutte le carte della propria esistenza, ma, sul più bello, tutto era svanito come un bel sogno. Chi aveva barato?
Ora, se ne vanno tristi, come gente spaesata e nata nell’epoca sbagliata. Si trovano a fare i conti con una crisi inattesa. Si sentono ricacciati brutalmente, come esiliati condannati al deserto, in un mondo che aveva combattuto Cristo e - almeno all’apparenza - l’aveva vinto. La cecità degli altri ha preso possesso del loro sguardo, rendendolo incapace di riconoscere il Cristo.
Abbandonano Gerusalemme, ormai senza speranza. Appaiono incatenati al loro passato, delusi per il fallimento del "loro" progetto, scandalizzati dalla Croce del Signore. Sono ripiegati su di sé e incapaci di "leggere» i segni della speranza (le donne... la tomba vuota... sono, per essi, piuttosto segni di una "assenza" che di una "presenza").
Nel quadro finale, invece, tutto appare diverso, come quando si passa, all’improvviso, dalla notte al giorno. Si ritorna a Gerusalemme, luogo dove verrà lo Spirito. Gli occhi ormai sono spalancati, capaci di riconoscere il presente. Ardono i cuori. Rinasce il coraggio e il desiderio di "evangelizzare".
Che cosa è successo?
Gesù si è impegnato con loro in una nuova evangelizzazione. Si è unito ad essi come un compagno di strada. Si è posto in ascolto del loro dramma, con spirito di condivisione. Ha fatto «parlare» la Sacra Scrittura, come uno straordinario poema di amore. Ha inquadrato nel piano di Dio il difficile mistero della Croce. Lungo il cammino, cresce nei tre viandanti la gioia di essere insieme e la voglia di restare uniti.
Si cerca un luogo, abbastanza capace di salvaguardare l’intimità. Nella quiete del tramonto, ci si intrattiene ancora: dubbi, perplessità, domande, un interrogativo che germina in fondo al cuore... Poi Gesù prende l’iniziativa, e si presenta Eucaristico e Risorto. Tutto si spiega.
Il cuore è in fiamme.
I piedi prendono le ali. Si ritorna a Gerusalemme, luogo dove è atteso lo Spirito.
I due discepoli si ricongiungono con gli undici, timido embrione della Chiesa, dove i fratelli si fanno coraggio a vicenda, accompagnati dalla presenza della Madre di Gesù.
La lingua si scioglie, e alle parole della paura succede il più efficace discorso evangelizzatore.
Nuovamente evangelizzati dal Signore Gesù, diventano nuovi evangelizzatori dei fratelli (cf Lc 24, 13-35).

Don Bosco nuovo evangelizzatore

I tempi di don Bosco non avevano granché da invidiare ai nostri, per quanto riguarda trasformazioni sociali e rivoluzioni culturali. Si passava allora - sotto lo stimolo del pensiero liberale e della rivoluzione francese e industriale - dal clima compatto di cristianità al nuovo clima del pluralismo, dalla presenza dominante della chiesa cattolica alla presenza attiva anche delle chiese protestanti, dal «pane nostro quotidiano» alla brama disordinata di una possibile ricchezza, da un’etica ispirata cristianamente a modelli di vita e di comportamento inediti. Il tutto con la complicazione della questione romana, che presentava il Papa (e la chiesa) più come «nemico da battere, per far l’Italia», che non come Padre della cristianità e prezioso collaboratore nella costruzione di un’identità nazionale, così largamente radicata nella fede.
Al «nuovo corso», don Bosco reagisce con lo stile che ormai conosciamo: anziché stracciarsi le vesti, studia di mettere a punto il suo cammino di «nuovo evangelizzatore» dei «nuovi giovani».
Il suo primo passo è quello di formarsi, evangelizzando se stesso. I bisogni urgono, i giovani attendono, il mondo sembra fuggire in avanti. E, tuttavia, il giovane prete frena l’impazienza apostolica e segue il consiglio di S. Giuseppe Cafasso, sua «guida nelle cose spirituali e temporali», che gli dice: «Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione. Rinunciate per ora ad ogni proposta e venite al Convitto». Don Bosco accetta quel «complemento allo studio teologico», perché è convinto che «qui si impara ad essere preti»: un’arte, che una vita intera non basta ad insegnare. 
Il passo successivo lo porta a costruire relazioni coi giovani. Cercatore d’anime, setaccia le vie di Torino, fruga nei dormitori improvvisati, si arrampica sulle impalcature. Costruisce amicizia. Si mostra felice (perché lo è) di ogni nuova conoscenza, che cerca di rendere stabile. Cammina con loro, con lo stile dell’amorevolezza. Crea un ambiente che traspira comunione. Vive l’arte dell’ascolto, che si esprime nel dialogo. È convinto che il braccio del seminatore è l’amicizia e che il Vangelo lo si predica con efficacia soprattutto a coloro che abbiamo trasformato in amici.
Nonostante la difficoltà dei tempi, don Bosco non rinuncia alla chiarezza di impostazione religiosa, pur all’interno dei connotati culturali della sua epoca. La grande sensibilità storica propria del romanticismo e dell’Ottocento suggeriscono a don Bosco lo stile narrativo, nell’educazione religiosa dei suoi ragazzi. Per questo scrive la Storia Sacra, la Storia ecclesiastica, la Storia d’Italia e parla al popolo attraverso le molte storie delle Letture cattoliche.
Egli individua, al tempo stesso, nei sacramenti i “segni” davvero “efficaci” con cui Dio si unisce alla storia dell’uomo, per renderla luogo di crescita, di solidarietà e di salvezza. Eucaristia e Riconciliazione diventano «le colonne» del suo edificio educativo e il fermento con cui Cristo - Evangelizzatore sempre Nuovo - anima ogni cultura, ogni epoca storica, ogni persona.
Anche Maria Ausiliatrice, nella interpretazione propria di don Bosco, è la Madonna che fa storia - specie nei tempi difficili - e che marcia in intima unione con la Chiesa.
Al tempo stesso, il Santo dei giovani coltiva la vastità degli orizzonti ed educa i suoi giovani a sentirsi responsabili della Chiesa e del mondo. Accende una corrente di carità, che tende ad una dilatazione senza limiti. Educa vocazioni di evangelizzatori, che si sentono mandati «fino agli estremi confini della terra». È straordinario vedere come, dalla sua piccola casa in Valdocco, don Bosco sapesse tracciare immensi orizzonti, sotto gli occhi e dentro il cuore dei suoi giovani: la diffusione europea delle sue case a macchia d’olio, i contatti stretti e personali col successore di Pietro, le spedizioni missionarie nei paesi più lontani, il forte senso di cattolicità ne erano alcuni degli elementi significativi.
Pur impegnato a tutto campo, don Bosco non perde di vista la concretezza dell’azione e della collocazione, rispondendo alle urgenze dell’ora. Accanto al don Bosco educatore, prende piede un Don Bosco comunicatore, mosso dall’urgenza di far giungere a tutti il messaggio della salvezza, utilizzando i mezzi della nascente società industriale. Avvertendo nel popolo e nei cattolici il rischio di scissione fra la coscienza civile e la coscienza religiosa, don Bosco si fa mediatore e conciliatore, mettendo le sue grandi doti umane al servizio di uno sforzo generoso di pace civile e religiosa. Per dare consistenza alla sua opera e per giungere anche laddove i suoi figli non possono essere presenti, don Bosco si fa mobilitatore di forze laicali, diffondendo la coscienza della responsabilità del popolo cristiano, nei confronti di ogni opera di solidarietà e di bene.


Evangelizzati, per essere evangelizzatori

Non è la nuova evangelizzazione lo stato di vita di tutti i credenti? Quante volte siamo stati evangelizzati? E non sentiamo - sempre di nuovo! - il bisogno di meglio comprendere la nostra stessa fede?
Lo sforzo di essere cristiani libera la nostra intelligenza per meglio comprendere il Mistero che ci ha coinvolti. Il trascorrere della vita ci introduce con maggiore efficacia alla sapienza del Vangelo. L’essere stati mille volte perdonati, da un Dio infaticabile - che conosce l’impasto di sincerità e fragilità di cui siamo fatti - ci aiuta a meglio comprendere che cosa è concretamente quell’Amore del quale tanto parliamo, ma di cui così poco ci fidiamo. Tutto indica che «nuova evangelizzazione» significa imboccare la via dell’umile esame di coscienza e della rilettura gaudiosa della nostra propria storia di salvezza. Solo dopo, è possibile levare lo sguardo verso le messi, che attendono i mietitori.
La si dice «nuova», perché essa si colloca in un nuovo contesto, per cui la NE vuole rispondere ai "tempi nuovi". Questo cercò di fare il Concilio Vaticano II, che segna l'avvio ufficiale della nuova evangelizzazione, i cui obiettivi "si riassumono, in definitiva, in uno solo: rendere la chiesa del XX secolo sempre più idonea ad annunziare il Vangelo all'umanità del XX secolo" (EN 2).
È nuova perché è frutto di una nuova consapevolezza, per quanto riguarda metodi, contenuti, approcci, limiti della "vecchia evangelizzazione", che ha avuto i suoi meriti, ma che ora rivela anche la sua inadeguatezza.
Ma la grande novità - per cui essa è più nuova - è che vi torna a campeggiare la "buona notizia evangelica" della Rivelazione dell'amore del Padre in Cristo, effuso attraverso lo Spirito, che si esprime in una autentica, incredibile "teologia della speranza».
Il volto rinnovato della nuova evangelizzazione ha alcuni lineamenti caratteristici.
Suo asse portante è un robusto cristocentrismo, che corregge i vari teocentrismi "anonimi" e antropocentrismi "secolari (cf RM), poiché si tratta di "Gesù medesimo, Vangelo di Dio" (EN 7), attraverso il quale scopriamo il Padre (cf EN 26), "e il mistero della misericordia, rivelato in sommo grado in Gesù Cristo" (DM 14) e incontriamo lo Spirito.
Sua meta resta la predicazione della conversione, ritradotta come un "credere all'amore" (RM 13,26). Poiché "solo l'amore è credibile", deve diventare "il pedale", il basso continuo, che regge tutte le variazioni sulla tastiera della vita” (H.U. von Balthasar).
Sua motivazione è un appassionato amore per il mondo ("Dio ha tanto amato il mondo...”, Gv 3,16), oggetto dell'invito del Signore Gesù: "Andate anche voi nella mia vigna" (cf ChL 2), anche se in essa non manca la zizzania, seminata dal nemico. È, certo, un mondo con cui è necessario "fare i conti”: alla luce del Vangelo significa anzitutto compiere un atto di discernimento e poi un atto di perdono (Giovanni Paolo II, in apertura del Sinodo 1991). Un amore per il mondo che sia segnato dalla parola di Cristo si distingue per la sua decisione "di ripartire dagli ultimi, che sono il segno drammatico della crisi attuale", come notano i Vescovi italiani.
Suo stile è un rinnovato ardore missionario che spinge ognuno di noi e ogni nostra comunità ad "uscire dal tempio”, scoprendo che il "profano" è più importante del "sacro". Ad aprire "stazioni missionarie" verso i lontani, che non sono più in contatto con la Chiesa. Ad "inculturarsi" davvero - senza darlo per scontato - poiché "la rottura fra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca" (EN 20): dedicandosi "all'animazione cristiana dell'ordine temporale", al servizio della persona e della vita, della coscienza e della famiglia, della solidarietà, della politica, della cultura (ChL 37-44); ad entrare negli "areopaghi moderni" (RM 37) della comunicazione e della pace, della ecologia e dei diritti umani, della promozione della donna e del bambino...
È lo stile di una chiesa che - consapevole di crescere servendo sull’esempio del suo Signore e Mastro - si riconosce "serva" del mondo (non "padrona", che ne misconosce i valori e la legittima autonomia), poiché «la fede si rafforza donandola” (RM 2), in un infaticabile ministero che non conosce sosta.
È una Chiesa, che annuncia, convertendosi ogni giorno, "segno insieme opaco e luminoso" (EN 15), che mai rinuncia a "dare della propria povertà" (RM 64).
Una Chiesa. che sa di dover "non solo dare, ma anche ricevere" (RM 85), di essere chiamata ad annunciare con l'entusiasmo ("parresia") di chi risponde alle attese profonde del mondo (RM 45).
Sua forma è quella di una "estetica teologica", che si lascia stupire ed entusiasmare dalla Bellezza del creato e della storia di salvezza: "Tardi ti ho amato, Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato" (S. Agostino). Essa sente il fascino e la seduzione del Vangelo che "rappresenta la Bellezza della Rivelazione" (EN 5) e di "Cristo, Insperata Bellezza" (S. Gregorio di Nissa). Non potremo mai comprendere appieno S. Paolo, né il fuoco che promana dalle sue lettere e dal suo linguaggio cristologico, se non vedendolo soggiogato, in modo irresistibile e definitivo, dalla Bellezza di Cristo, incontrato sulla via di Damasco. L’uomo moderno ha bisogno di essere educato, sempre di nuovo, dalla bellezza della Chiesa, della sua liturgia, del suo canto. Valori da riscoprire, per meglio evangelizzare.

Preghiera

Chi ascoltava Te, Signore,
restava frastornato
per l’incredibile novità
del Tuo Vangelo.
Chi ascolta me, invece,
rischia la noia,
per l’ovvietà di ciò che dico
e il pullulare
dei luoghi comuni.

Erano, certo, nuove
le Tue parole,
ma, soprattutto, nuovo
eri Tu, o mio Signore.
Nuova è la Grazia
ma vecchio, troppo vecchio,
il mio peccato,
specie quello, che,
quasi nascosto,
fiacca il mio slancio alla santità.

Ma quando vede
Don Bosco a Torino,
Madre Teresa a Calcutta,
e l’erede di Pietro,
che, consumandosi, va -
zingaro del mondo,
e zingaro di Dio -
la gente sente brividi
di evangelizzazione nuova.

Convertimi, Signore,
trasformami col Fuoco
dello Spirito Tuo,
brucia l’ingombrante
paglia del mio peccato.

Allora chi mi accosta
potrà, forse, udire
rinnovati echi di vangelo,
quelli che si odono
ogniqualvolta
un cristiano vero
viene nel mondo.