4. Evangelizzare confessando Cristo

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999 

 

Capitolo 4
EVANGELIZZARE CONFESSANDO CRISTO

“La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo sia sempre con voi”
(Saluto spesso usato da don Bosco nelle sue lettere)

Allora saprete che “Io sono”

L'Io sono nell'Antico Testamento è spesso legato ad una teofania. Anche in Mc 13,6 ("Molti verranno in mio nome dicendo: Sono io"; cf anche Lc 21,8) - esso ha un significato messianico.
Molte volte con quella formula Dio si presenta all'uomo, perché lo vuole rassicurare: "Non temere", Gn 26,24). Altre volte, Dio vuole dare un fondamento per l'accettazione della sua Parola (Es 6,6; 20,1.5; Lv 18,6).
Nel tardo giudaismo Io sono era considerato un Nome divino. "È perfettamente possibile che Giovanni pensi a Io sono, come il nome divino dato a Gesu" (Brown).
Se poi teniamo presente il gusto di Giovanni di dare significati nuovi alle parole antiche, allora il significato teofanico appare ancor più probabile. L'uso “assoluto” ("Io sono") "è il più importante per comprendere questa formula nell’evangelista" (Brown)
Nel Vangelo di Giovanni, la formula è talmente ricorrente che, certo, non può essere casuale. “Sono Io, che ti parlo”, dice alla Samaritana (4,26). “Sono Io, non temete” dice per incoraggiare i discepoli, mentre mentre cammina sul lago (6,20): "Ve lo dico ora, prima che accada, perché quando sarà accaduto, voi crediate che io sono" (13,19).
E anche ai suoi nemici Gesù esprime con forza la sua identità: "Se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati" (8,24); "Quando avrete innalzato il figlio dell'uomo, allora saprete che io sono" (8,28); "Prima che Abramo fosse, io sono" (8,58).
Solennità ancora maggiore acquista l’espressione nel contesto della passione (18,5.6.8). La reazione dei soldati che, loro malgrado, cadono per così dire in adorazione davanti a Cristo, sottolinea il carattere teofanico dell'episodio, che corrisponde alla Maestà con cui il Gesù di Giovanni, incede verso la passione. Sotto la parola greca, che indica il cadere per terra, c'è il significato della sconfitta, per dire, che, già lì, Gesù è il Vincitore.
"Giovanni richiama l'attenzione sulle implicazioni di divinità nell'uso di Io sono da parte di Gesù. Dopo l'uso in 8,58, i giudei cercano di lapidare Gesù; dopo l'uso in 18,15, quelli che lo sentono cadono a terra".
Di fronte al coraggioso Io sono di Cristo, risuona - o meglio cade nel vuoto da esso stesso generato - il triplice rinnegamento di Pietro: “Non sono io”. La frase assume un significato drammatico all’interno del tradimento dell’apostolo che, rinnegando Cristo, rinnega la sua identità più profonda: Io non sono (Gv18,17.25).

Don Bosco “confessore di Cristo”

Non c’è dubbio che chi avvicina don Bosco si imbatte in un uomo dalla identità forte, che si riassume in una parola: prete. Da sempre don Bosco volle, non senza divina ispirazione, essere prete. E prete educatore. Che equivale a dire: DB volle essere “uomo di Cristo”, per portare i giovani a Lui. Come tutti noi, anche don Bosco si era avvicinato progressivamente a Cristo, attraverso tappe successive, scandite da avvenimenti più ricchi di grazia.
Singolare è quanto avviene all’età di nove anni, nel famoso sogno in cui vede “un uomo venerando in virile età, nobilmente vestito”, che lo chiama per nome e gli ordina di porsi “alla testa di quei fanciulli”, insegnandogli l’arte del Buon Pastore. Egli si presenta come “il figlio di colei, che tua madre ti ammaestrò di salutar tre volte al giorno”. Quel sogno fa nascere, o almeno esprime compiutamente, quell’inscindibile intreccio che accompagnerà tutta la vita di don Bosco. In esso Cristo, Maria, i giovani, la carità pastorale si congiungono e si richiamano mutuamente.
In un'altra sezione delle Memorie dell’Oratorio, don Bosco scrive: “Intorno agli studi fui dominato da un errore che in me avrebbe prodotto funeste conseguenze, se un fatto provvidenziale non me lo avesse tolto”. E prosegue narrando del tempo speso nella lettura dei classici, da cui era rimasto affascinato, e ai quali dedicava un tempo spropositato, durante il giorno e anche durante parte notevole della notte. Riflettendo, in un’età ormai matura, su questa fase della sua giovinezza, disapprova sia l’intemperanza del modo, sia il rischio di una “full immersion” in quel mondo classico, pagano e seducente, anche se non privo di grandezza. Egli denuncia di essere stato “dominato da un errore”, per cui, sedotto dai classici, “non trovava gusto per le cose ascetiche”. Ma ricorda pure che, all’inizio del secondo anno di filosofia - aveva allora 22 anni - si era imbattuto casualmente nella Imitazione di Cristo, e nei capitoli del libro concernenti il mistero dell’eucaristia. Si era innamorato di quell’”aurea operetta”, ci era tornato sopra di frequente, e si era convinto “che un solo versicolo di essa conteneva tanta dottrina e moralità, quanta non avrei trovato nei grossi volumi dei classici antichi”. Egli abbandona allora i classici profani e si dedica a più esplicite letture religiose. Èuna specie di “seconda conversione” nella quale le cose dello spirito conquistano un deciso primato nella sua coscienza, legato - non a caso - ad un rinnovato incontro con Cristo-Eucaristia.
La sua ordinazione sacerdotale del 5 giugno 1841 è seguita da una specie di settimana santa - racchiusa fra la festa della SS.Trinità e quella del Corpus Domini - che conclude una stagione della vita di Giovanni: “Quando fui vicino a casa e mirai il luogo del sogno fatto all’età di circa nove anni non potei frenare le lacrime e dire: Quanto sono meravigliosi i disegni della Divina Provvidenza!” È un momento che evidenzia, con definitiva chiarezza, la felicità di don Bosco nell’essere prete, la decisione di esserlo santamente, gustando in modo speciale la “delizia” di “fare catechismo ai fanciulli, trattenermi con loro, parlare con loro”.
Gesù, che don Bosco confessa con tutta la sua vita è Colui che lo chiama per nome, e lo manda a salvare i giovani con lo stile del Buon Pastore, e sta accanto ogni giorno - a lui e a loro - con l’umile e potente presenza eucaristica. Essa è per don Bosco - basta leggere i profili di Luigi Comollo e quelli dei suoi “magnifici tre” ragazzi per restarne convinti - il luogo della “fede viva” e della “carità infiammata”.
L’Eucaristia è per don Bosco “un posto di vedetta” (P. Stella), da cui - attraverso il rinnovato incontro personale con Gesù - si scopre l’intero orizzonte della fede, il mistero consolante di Gesù Salvatore, l’Uomo perfetto, offerto alla operosa contemplazione del cristiano.


Un tesoro prezioso in vasi di creta

Le radici della "sconfessione"
- Pietro cade vittima della sua paura. La paura, quella che, all'improvviso, ci prende davanti a situazioni inattese. Ma anche la paura della croce, che Pietro aveva sotto gli occhi, considerando la sorte del suo Signore.La paura della solitudine e della emarginazione dal gruppo, con cui si gusta il "calore", attorno al fuoco.
- La paura di “perdere pezzi di vita” (sicurezza, bellezza, affettività, libertà, autorealizzazione...). La parola di Gesù “Io sono la vita” è stata udita con le orecchie, ma non ancora davvero interiorizzata col cuore. Cercare la vita fuori di Gesù, o senza di Lui, è cominciare a morire, magari senza saperlo e, all’inizio, senza accorgerci.
- La ristrettezza della "gamma degli atteggiamenti" (fra la "spada" del Getsemani, rapidamente sguainata da Pietro, e il rinnegamento del Palazzo, con la resa incondizionata davanti ad una ragazzina, manca tutto lo spazio intermedio). E’ solo l'ascesi quotidiana che innesta la complessa articolazione del "rendere ragione"... del nostro essere discepoli. Si tratta di creare l’equilibrio, che rifugge da ogni forma di massimalismo, e sa sposare insieme la ragionevolezza e la fede.
- La presunzione dell’"andare fin lì", cacciandosi nel cuore della tentazione. È vero che, in qualche modo, Pietro si sentiva protetto dal discepolo che lo aveva introdotto. È anche vero che lì si trovava per amore di Gesù. Ma, dall'insieme, risulta una scarsa conoscenza della propria debolezza e una mancata valutazione e fuga (della "occasione prossima", si potrebbe dire), visto che Pietro si caccia proprio nel bel mezzo dei nemici di Gesù.
- Il cedimento nelle "occasioni più piccole" ci porta a cedere nelle più grandi.
* cede davanti alla paidiske (serva ragazzina, Gv 18,17);
* poi davanti al gruppo, attorno al fuoco (Gv 18,25);
* poi davanti al servo del Sommo Sacerdote, parente di Malco, probabilmente presente con lui nel Getsemani (Gv 18,27).
Pare di leggere un "crescendo" nella tentazione di Pietro, che non riesce più a chiudere la "falla" aperta col primo rinnegamento. Un atto mancato di generosità e di coraggio trascina con sé - in una inesorabile consequenzialità - tutti gli altri.
- La illusione di "salvarci la vita da soli", coi nostri piccoli trucchi, senza Gesù. Se Pietro si fosse tenuto ben stretto al “discepolo che Gesù amava” e che la aveva condotto fin lì, probabilmente avrebbe reagito più positivamente a quella tentazione inattesa, ma non imprevedibile.

Le radici della "confessione"
- Accoglienza del mistero della croce.
La prima lettera di Pietro - che viene normalmente ritenuta autentica - ci aiuta in qualche modo a cogliere il frutto delle riflessioni di Pietro sul suo tradimento: "E se anche doveste soffrire per la giustizia, Beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, nè vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza, che è in voi" (1 Pt 3,13-15).
Lo “scandalo della Croce” si vince trasformandola in beatitudine. E tornando a ricentrarci continuamente su Cristo, accogliendo ogni provocazione come una domanda, che ci chiede di esprimerci sulla nostra speranza.
- "Far fronte", senza presunzione e senza compromessi, sull'esempio del Signore Gesù.
La struttura della pericope giovannea intreccia insieme un duplice tessuto dialogico: quello di Pietro, che lo porta al rinnegamento, e quello di Gesù, che lo avvia alla sua passione, ed esprime una straordinaria forza d'animo, in cui non c'è traccia di paura... È totale la consonanza col dialogo dell’Io sono, nel giardino del Getsemani.
Continua la dinamica di Lui, nella notte in cui veniva tradito... L'uomo fugge e Gesù continua a donarsi per questo perpetuo fuggiasco.
Pietro poi, ormai maturo e pronto ad imitare totalmente Gesù, tira di nuovo la sua conclusione in 1 Pt 4,16: "Se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca: glorifichi, anzi, Dio per questo nome".
- Una identità da accogliere.
Meditando sul brano di Giovanni, Agostino si domanda: “Forse che si può seguire il Maestro, quando si nega di essere suoi discepoli? Dobbiamo essere coscienti che Cristo non è negato solo da coloro che non lo riconoscono come Cristo, ma anche da colui che, pur essendolo, nega di essere cristiano!”
"Pietro nega la propria identità di discepolo e rimane senza identità alcuna" (Barreto). Invece, il cieco nato, guarito da Gesù, dopo essersi lavato a Siloe, è fiero di dire "Sono io" (cf Gv 9,9), così come con la stessa fierezza afferma: “Io credo, Signore” (Gv 9,38).
Se al cristiano togliamo discepolato e sequela, non resta più nulla. Anzi, resta una contraddizione invivibile che non si può sopportare a lungo.
- Appoggiarsi ad una comunità di sostegno.
Pietro si è trovato, all'improvviso, spiazzato, su territorio ostile. Ed è caduto. Assai più fiero e resistente sarebbe stato dentro il gruppo dei suoi amici, i discepoli di Gesù.
Tutti abbiamo bisogno di un gruppo di sostegno e di riferimento.
Esso sarà, in primo luogo, la Chiesa, vissuta come nostra casa, non come istituzione estranea.
E la comunità, costruita come luogo della reciproca testimonianza cristiana.
E anche amici, coi i quali parlare di fede e di vocazione e di Cristo Amore non sia un "tabù", ma piuttosto una gioia condivisa.
- "Essere", amando.
L'opposto del "non sono io" (triplice rinnegamento) sarà la triplice protestazione di Amore.
L'uomo dice "io sono" quando dice "io amo". E quando non ama è come se dicesse: Io non sono: né discepolo, né uomo.
Quando poi i giovani “conoscono di essere amati” allora essi scoprono che la loro esistenza ha un valore e che anche noi esistiamo davvero, per cui è tutt’uno esistere ed essere segni e oggetto d’amore e realizzare la nostra vocazione.
- Amore in azione.
Col triplice rinnegamento del suo Signore, Pietro entra nella solitudine.
Con la triplice professione d’amore - preceduta dal pentimento - Pietro si ricongiunge a Gesù e ai fratelli, diventando capace del compito pastorale: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”.
Amare Cristo significa “sentirsi pastore” dei propri fratelli e accettarne totalmente la responsabilità.

Preghiera

Son, forse, troppo abituato
O mio Signore,
a pensare al male
e al “peccato”:
come a qualcosa
che mi accade.

Successe anche a Pietro,
lì per lì, di vedere
nella sua risposta
soltanto una bugia,
e neanche
tanto grande.

Ebbe bisogno di tempo,
e di vederti soffrire
atrocemente,
e con amore,
per incominciare a capire
d’avere rinnegato Te
d’aver colpito Qualcuno.

Troppo poco,
anch’io riconosco
che il peccato
è un pugno brutale
sul Tuo volto santo
e un amaro tradimento
fra amici.

Mi vergogno di Te, Signore,
più di quanto sia disposto
a vergognarmi di me.

Basta un amico
petulante,
o la “serva di turno”,
curiosa del mio strano
nome cristiano…

Basta, a volte, perfino
una semplice, normale occasione
di quelle che “fanno l’uomo ladro”
perché io dimentichi,
all’improvviso smemorato,
propositi e promesse.

Aiutami a piangere,
in risposta al Tuo sguardo
profondo,
il doloroso pianto di Pietro,
e a sapere prima,
non dopo, o mio Signore,
che non le cose Tue
oltraggio,
ma Te.

E fa’ che, dopo il pianto,
sia ogni lacrima
un seme fecondo
di nuovi atteggiamenti
e nuova vita.