5. Evangelizzare il mistero della Croce

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999 

 

Capitolo 5
EVANGELIZZARE IL MISTERO DELLA CROCE
“Chi sono io, secondo la gente”? (Mc 8,27-38)

“Anche noi vinceremo i nostri nemici tenendoci alla croce,
ma non basta prenderla solamente in mano e baciarla;
bisogna portarla” (Don Bosco)

Un Messia inatteso

C’è nel Vangelo di Marco (8,22-26) un singolare miracolo “in due fasi”, quello della guarigione del cieco di Betsaida. In una prima fase di risanamento, il cieco riesce a vedere le persone “come alberi che camminano”; nella seconda invece egli “era guarito e vedeva bene ogni cosa”. La storia pare collocata lì apposta per preludere:
- alla rivelazione verbale del Cristo (8,27-30) e a quella teofanica, attraverso la Trasfigurazione (9,1-9);
- alla duplice rivelazione di Gesù come Cristo (8,27-30) e come Cristo Crocifisso (8,31-33);
- alla duplice dimensione del discepolo, chiamato non solo a seguire Gesù, ma a seguirlo fino alla croce (8,34-38).
Appena ricevuta la confessione messianica di Pietro, Gesù si preoccupa di chiarirne i contenuti, che sono quelli della croce. “Parlava di queste cose molto chiaramente. Allora Pietro prese da parte Gesù e si mise a rimproverarlo. Ma Gesù si voltò, guardò i discepoli e rimproverò Pietro: Va' via, lontano da me, Satana! Perché tu ragioni come gli uomini, ma non pensi come Dio» (8,31-33).
Questa sezione è considerata lo “spartiacque” fra la prima e la seconda parte del vangelo di Marco.
La prima parte è dominata dallo spessore carismatico di Cristo, che esorcizza i demoni, guarisce le malattie, placa le tempeste, moltiplica i pani… Ciò genera sorpresa, interrogativi, ricerca dell’identità di Cristo. La seconda parte è segnata dal progressivo svelarsi del “segreto messianico”, che obbliga i discepoli a prendere posizione verso Gesù, attraverso una progressiva conversione.
Un primo cambiamento di posizione si opera nei confronti delle folle. Dal “si dice” occorre passare alla decisione. Dalla pubblica opinione si approda all’intima convinzione. Dalla timidezza di fede si passa al coraggio della professione e della evangelizzazione.
Ne deriva un cambiamento di posizione nei confronti della storia della salvezza. Occorre cogliere la impensabile novità di Dio. Ricercare nell’oggi la realizzazione delle promesse di ieri.
Cristo è la nuova “chiave” per interpretare la storia. Non è il ripetersi di un modello di ieri, ma il vigoreggiare di una pianta nuova, non riconoscibile nei semi del passato. L’opinione pubblica si ripiega sulla ripetitività storica, ma il discepolo scopre l’inedita novità di Cristo. Tutti i santi e i profeti dell’Antico Testamento puntano a Cristo e ne sono profezia. Tutti i santi e profeti del Nuovo Testamento fanno memoria di Lui.
C’è, quindi, un cambiamento di posizione nei confronti di Cristo: Egli sta al centro e il discepolo si misura con Lui.
Dopo il tempo dell’interrogare, viene il tempo dell’essere interrogati e chiamati a dichiararsi. Si passa dall’indagine su di Lui all’indagine su di sé. Dall’interrogare al prendere posizione. Dal prendere Lui nella propria sfera di vita e di pensiero all’essere assorbiti totalmente nella vita e nel progetto Suo. Dal chiedere informazioni su una fidanzata possibile (per riprendere un linguaggio caro alla Bibbia) all’innamorarsi veracemente di lei. Dal vivere da spettatori al professarsi discepoli.
Si annuncia l’urgenza di cambiare posizione nei confronti della natura del Messia, passando dal Cristo taumaturgo della prima parte al Christus patiens della seconda, riconosciuto come Figlio di Dio, proprio nel culmine della sua passione (15,39). Da Colui che ci colma dei suoi “doni” (liberazioni, salute, pani, quiete nella tempesta...) a Colui che ci dona se stesso.
Si tratta di una rivelazione-scoperta in due fasi, simile alla guarigione del cieco. Pietro prima scopre il Cristo dei miracoli, poi quello della croce.
Così può succedere ai discepoli: prima identificano in Cristo il personaggio dei loro molti sogni (di autorealizzazione, di pienezza umana, di liberazione...), poi, lentamente, si accorgono di essere chiamati ad accogliere Quello che li vuole identificati con Lui, fino alla croce. Prima, la croce resta, velata, sullo sfondo; poi, svelata rudemente, viene posta fra le braccia del discepolo.
La posizione appare rovesciata soprattutto nei confronti dello scandalo della croce - sapienza di Dio e fortezza di Dio, come in 1Cor 1,18-25 - che viene scandito dalle tre profezie e diventa il tema dominante della seconda parte del Vangelo.
Gesù parlava di queste cose con parresia, con grande chiarezza (v.32). Gesù “scopre le sue carte” sullo spinoso tema delle croce. Così è chiamato a fare ogni discepolo nei confronti di Gesù.
Pietro vuol insegnare a Gesù il mestiere di Messia. Gesù lo ricolloca al suo posto: “Stai dietro di me” (v. 33), non davanti; e da discepolo (cf v. 34), non da Maestro. Satana, il “ladro della Parola” - che in quel momento si è insinuato nel cuore di Pietro - (cf 4,15) tende il tranello che gli sta più a cuore, per rubare la parola più preziosa. Gesù lo smaschera e lo esorcizza.

Don Bosco e la sapienza della croce

È noto con quale tenerezza Don Bosco amasse sua madre Margherita. E come tale amore fosse più che ricambiato da una donna che aveva rinunciato a tutto, per venire a vivere una vita davvero difficile accanto al figlio e in mezzo ai suoi imprevedibili monelli. Ma il troppo è troppo. Un bel giorno del 1851 Margherita non ne può proprio più. E confida al figlio il suo desiderio di tornare nella casetta dei Becchi a chiudere in pace i suoi giorni. “Don Bosco fissò in volto sua mamma, e, commosso, senza parlare, le accennò il crocifisso che pendeva dalla parete. Margherita guardò;. i suoi occhi si riempirono di lacrime: ‘Hai ragione, hai ragione!’, esclamò; e senz’altro ritornò alle sue faccende. Da quell’istante più non sfuggì dal suo labbro una parola di malcontento” (MB IV,233). Anche per questo mamma Margherita è incamminata alla gloria degli altari.
A Maddalena - giovane postulante delle Figlie di Maria Ausiliatrice, spaventata dalle sofferenze legate alla sua scelta vocazionale - il santo scriveva: “La via della croce è quella che vi conduce a Dio”, e le ricordava che “non si va alla gloria, se non con grande fatica”, suggerendole garbatamente: “Quando avete delle spine, mettetele con quelle della corona di Gesù” (XI,363)
Era il Natale del 1876 e don Bosco aveva ricevuto alcune professioni religiose. Ai nuovi salesiani, il santo offerse un “tour” di Valdocco, per spiegare “visivamente” che cos’era quel “pane, lavoro e Paradiso” che egli offriva loro. E concludeva dicendo: “Vi capiterà fors’anche, come agli Ebrei nel deserto, d’incontrare acque amare, cioè disgusti, malattie, prove difficili, tentazioni; ebbene, ricorrete al rimedio indicato da Mosè: mettete nelle acque amare il legno che ha la proprietà di addolcirle, voglio dire il legno della croce, ossia la memoria della passione di Gesù e del suo divino Sacrifizio, che si rinnova quotidianamente sui nostri altari”. Nella successiva conferenza riprendeva il tema dicendo: “Anche noi vinceremo i nostri nemici tenendoci alla croce, ma non basta prenderla solamente in mano e baciarla; bisogna portarla”(MB XII, 600-601).
Ciò che insegnava, don Bosco faceva per primo, eroicamente. E insisteva per la riscoperta di una virtù cristiana, forse troppo dimenticata: la pazienza. Don Bosco ammonisce: “Bisogna avere la pazienza come compagna indivisibile” (MBXII, 455), e ne dava l’esempio, come nota il biografo (MB XVIII, 262): “ Tra i miracoli di don Bosco bisognerà mettere anche l’eroica fortezza con cui sostenne fiere e lunghe contraddizioni e la pazienza invitta nel sopportare diuturne e penose infermità. “Bisogna che prenda alle buone Santa Pazienza”, ripeteva don Bosco, riferendosi a situazioni incresciose, simili a quelle che anche noi incontriamo.


La Croce: forza del cristiano

Croce spina dorsale del cristiano
È quanto Gesù esprime, indicando le condizioni del discepolato (Mc 8,34 ss). Maneggiando la croce ci attacchiamo a Gesù. Appoggiandoci alla croce ci trasformiamo in dono (v.35). Montando sulla croce congiungiamo cielo e terra, in una certezza di vita eterna (v.36.37). Dal pulpito della croce siamo pronti a predicare la Parola che ci viene affidata (v.38). La croce è il codice su cui saremo giudicati nel giorno del giudizio (v.38).
“Ragionare secondo gli uomini” è la causa della durissima parola di Gesù a Pietro. Il cui intervento equivaleva ad una porta sbattuta in faccia al Redentore, magari in nome della “dea ragione” o dell’ “idolo del buonsenso”. Ci sono dei mali mostruosi che si denunciano da sé. Ma altri ve ne sono, puliti per così dire, e perciò accolti dai benpensanti, accarezzati o tollerati dalla pubblica opinione, che hanno bisogno di essere “smascherati” - come fa Gesù con Pietro - per essere riconosciuti nella loro pericolosità mortale. La scomunica della croce, forse l’unica costantemente pronunciata dal mondo moderno, è uno di essi, forse il più grave di tutti... Quali le maschere o i nomi carichi di buonsenso sotto cui essa si nasconde nella nostra vita?

Croce e cammini educativi
Scrivendo, fra le lacrime, ai suoi cari Filippesi, Paolo lamentava che non pochi fra loro vivessero da nemici della croce di Cristo (cf Fil 3,1).
Il confronto con la croce fa parte dell’itinerario spirituale dell’educatore, chiamato a comunicare ai giovani, vitalmente, anche questo valore.
C’è una cultura giovanile, che si traduce nei noti fenomeni del presentismo (i giovani dell’attimo fuggente); del “piccolo cabotaggio” progettuale; della ricerca della gratificazione immediata… Essa è accompagnata dalla paura della sofferenza e della croce, che si traduce in terrore del fallimento, e in cronica incapacità di superare le crisi. Alle difficoltà si reagisce allora con pericolose evasioni (droga, violenza, ricerca del rischio, sesso facile, suicidio, ecc.)…

Resilienza: una nuova virtù per i giovani?
In campo educativo, oggi si sottolinea con forza il bisogno di curare metodicamente, negli itinerari educativi,“la résilienza”, cioè la “capacità di resistenza del giovane”.Si tratta di una virtù umana, ma anche del nome nuovo dato ad un grappolo di grandi virtù cristiane, di cui fanno parte la pazienza, la fortezza, la perseveranza…
Essa risponde all’interrogativo fondamentale: “come dare forza ai giovani?”, in modo che essi sappiano affrontare i rischi della scelta, e restare fedeli alle loro scelte fondamentali, e reggere, senza scandalo, le difficoltà della vita?
Una relazione educativa è essenzialmente una relazione di fiducia e di speranza, che permette all’uomo di espandersi come persona. Essa mette a profitto il fatto che i giovani hanno in sé una forza straordinaria, che li rende capaci di resistere alle più difficili situazioni, pressioni, ferite trasformandole - a certe condizioni - addirittura in occasioni di crescita.
Questo tende a diventare un “approccio pedagogico globale”, del quale fa parte l’accoglienza radicale del giovane come persona, l’elaborazione di un significato vitale, lo sviluppo della capacità di assumere se stessi responsabilmente, il rispetto di se stessi, il senso dello humour...
Non è questo “realismo della speranza” un bisogno anche del primo mondo? I nostri giovani rispondono di sì.

Pazienza educativa: una virtù urgente per gli educatori
La pazienza pedagogica è atteggiamento proprio dell’educatore, che si è messo al servizio dei giovani a lui affidati. Essa deriva dal rispetto profondo della libertà del giovane; dalla convinzione che, alla fine, il fascino del bene sarà vittorioso; dalla coscienza dei “tempi lunghi”, entro cui si gioca l’esito dei cammini educativi; dalla esperienza di “inganno” e “disinganno”, attraverso cui passano i giovani; dalla viva coscienza che “Dio è paziente”, e i suoi tempi non sono i nostri...
La pazienza è la terapia contro forme di impazienza pedagogica, che danneggiano l’azione educativa. Ne sono espressione: il “tutto e subito”, che allontana i giovani, oppure li rende tendenzialmente falsi o troppo dipendenti da educatori iperprotettivi; il dare la precedenza all’esecuzione di compiti o di pratiche, senza prestare sufficiente attenzione ai processi interiori, che le motivano; il lasciarsi sopraffare dal criterio dell’efficienza, che riduce i tempi di dialogo e di formazione delle persone; il “tagliare fuori” coloro che non ci seguono, dimenticando l’elementare principio cristiano e pedagogico del perdono e della riconciliazione.

Villaggio globale, sofferenza globale
Mai come oggi, nella storia dell’umanità, le singole persone hanno dovuto fare i conti con una tale massa concentrata di dolore e con una così vasta conoscenza delle sofferenze del mondo.
La notizia arriva in diretta, dura fino ad essere shoccante. TV e internet sono imbuti che raccolgono le tragedie più spaventose da ogni parte del mondo e, in una manciata di secondi, le riversano in casa. Riviste e giornali partecipano in prima fila a questa expo della miseria e della invincibile fragilità dell’uomo.
Tutto ciò comporta una seria difficoltà nel far fronte in modo maturo a tanto male. C’è il rischio dell’indifferenza, se non del cinismo, di trasformare il dolore in “spettacolo del dolore”, di imboccare i sentieri del pessimismo e della depressione, perdendo ogni vera capacità di esprimere dolore e solidarietà.
Più urgente si fa - in un tale contesto - ricomprendere il mistero della croce del Signore e della sua risurrezione, che crea nuove coordinate di valutazione, apre alla speranza, muove alla condivisione, stimola la solidarietà, provoca l’intercessione. Ciò consentirà - specialmente ai giovani, che restano i più vulnerabili - di mantenere quel delicato equilibrio interiore che sa accogliere la sofferenza, senza trasformarla in disperazione.
Anche oggi occorre ricollocare la croce e il suo mistero di salvezza nel cuore della vita cristiana, a partire dalla nostra, e di tutti i cammini educativi ad essa ispirati.

Preghiera

Anch’io, Signore,
lo devo confessare,
mi porto in cuore
magari travestita
l’illusione sottile
di poter vivere da nemico
della Croce di Cristo.

È un’illusione che viene
dalla carne, che io sono,
e dall’aria che respiro.
La coltivano ogni giorno
con tenace assiduità
i media e i giornali
e gli spot pubblicitari
che inducono a vergogna
chi non assume con prontezza
mode e consumi raffinati.

Eppure
contemplo Giovanni Paolo
che vita e vecchiaia
appoggia alla sua croce
quasi additando
un’urgenza al mondo
e ai giovani un sostegno.

Percorro le storie dei tuoi martiri
che, in ogni tempo,
più visibilmente
han fatto memoria
della Tua Passione.
Ripenso ai santi
che, per essere felici,
ti hanno domandato
di condividere in tutto
la tua Croce

E, con angoscia, registro
ogni giornata,
il sangue delle guerre,
il lutto delle madri,
il massacro dei popoli,
il carcere degli innocenti,
la violenza dei protervi,
la dilapidazione dei giovani,
l’abuso dei minori…
Che dolorosa e sterminata
distesa di croci!
Quale mortale
foresta di patiboli!

Se non ci fosse la Tua croce
questa tragedia insopportabile
ucciderebbe il cuore.
Ma tu hai condiviso,
nel mistero della nostra
e della Tua libertà,
ogni grido di dolore,
ogni ombra della notte,
e ogni lancinante
spasimo del mondo.

Anche a me Tu chiedi
di condividere la Croce:
portando quella dei fratelli,
rimuovendo gli scandali
del mondo,
aprendo la sorgente
dell’Amore.