7. Evangelizzare la speranza

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999

 

 

Capitolo 7
EVANGELIZZARE LA SPERANZA

“Un pezzo di Paradiso aggiusta tutto” (Don Bosco).

Una grande scoperta biblica

Nel mondo greco è sconosciuta la speranza come atteggiamento religioso, e il pio babilonese non si sogna nemmeno di invocare i suoi dei chiamandoli, come farà il salmista, “mia speranza”.
Uno dei grandi testimoni della dignità morale del mondo classico-romano, Seneca, arriva solo a suggerire che “speranza è il nome che si dà ad un bene che non è sicuro”.
Speranza è parola e atteggiamento spirituale, che irrompe con la rivelazione biblica.

Antico Testamento
Nella Sacra Scrittura la parola speranza assume progressivamente un senso assoluto. Essa è decisamente buona, perché collocata dentro l’orizzonte della grande e fedele paternità di Dio.
L’asse portante di tutto l’Antico Testamento è il binomio promessa-speranza, che rappresenta una autentica rivoluzione culturale. I LXX traducono così atteggiamenti come confidare, aspettare, sperare, cercare rifugio, ecc. Israele dice: “Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla giovinezza” (Sal 71,5); “O Speranza d’Israele” (cf Ger 14,8; 17,13).
È talmente grande il bisogno dell’uomo di avere una speranza, che - mancando una speranza solida e vera - egli se ne fabbrica altre, case sulla sabbia, in cui non si può abitare. Compito dei profeti è, allora, quello di denunciare ogni falsa speranza: “Voi aspettate la luce, ma Egli la ridurrà in tenebre” (Ger 13,16); “Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza, ed ecco il terrore” (Ger 14,19).
Ogni speranza vera ha nel Signore la sua radice: Solo in Dio riposa l’anima mia, da Lui la mia speranza (Sal 62,6). E mostra nell’uomo la sua forza:
“Quanti sperano nel Signore
riacquistano forza
Mettono ali come aquile
Corrono senza affannarsi
Camminano senza stancarsi” (Is 40,31).
Eppure, anche il pio israelita sperimenta le notti senza speranza.
“E dico: è sparita la mia gloria, la speranza, che mi veniva dal Signore” (Lam 3,18).
“Le nostra ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti” (Ez 37,11).
I cieli sembrano chiusi. Il futuro bloccato. L’uomo si sente abbandonato da Dio, come Cristo nel momento più drammatico della croce. Ci sono momenti in cui la speranza pare inghiottita dalla notte, mentre al suo posto si apre una voragine oscura, che porta a gridare “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Nessuna notte, tuttavia, neanche la più oscura riesce a soffocare definitivamente il divino raggio della speranza (cf Osea, 2).
Verrà data un’alleanza nuova (Ger 31,31), un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 36,24); apro i vostri sepolcri e vi risuscito dalle vostre tombe (Ez 37,12).
La meditazione sulla storia della salvezza si traduce in certezza che Dio è Colui che crea il mio futuro (Is 8,17; Mi 7,7; Sal.42,6).
La speranza è fede in Colui che “fa nuove tutte le cose” (Apoc 21,5)

Nuovo Testamento
Nuova alleanza, cielo e terra nuova è il Signore Gesù.
Giovanni sente con tale forza la presenza di Gesù (escatologia presenziale), che dal suo Vangelo è praticamente sparito addirittura il vocabolo stesso.
Paolo diventa il primo, audace teologo della speranza, che viene strettamente congiunta con la presenza operosa del Cristo incontrato sulla via di Damasco.
Per lui lasperanza non può essere “egocentrica” ma solo teo-cristo-centrica: “Paolo, apostolo di C.Gesù, nostra speranza” (1 Tim 1,1); “Cristo in voi, speranza della gloria” (Col 1,27).
In 1 Ts 5,8, Paolo invita i cristiani a vestire la corazza della fede e della carità, “e avendo come elmo la speranza della salvezza”.
S.Giovanni della Croce (Notte oscura, II, 21,7-9) commenta tale immagine paolina: “L’elmo è un’arma che difende la testa e la ricopre tanto che le rimane scoperta solo una parte del volto per vedere. Lo stesso fa la speranza che copre tutti i sensi dell’anima, perché non si ingolfino in cose del mondo (…). Le lascia soltanto una visiera, affinché l’occhio possa guardare in alto…”.
Pietro (1 Pt 3,15) e Paolo (2 Cor 3,12) esprimono uno stretto collegamento fra la speranza e l’audacia evangelizzatrice. O, a rovescio, fra l’affievolimento della speranza e il rallentamento del cammino di evangelizzazione.
L’autore della lettera agli Ebrei introduce la famosa immagine dell’ancora (Ebr. 6,18), che avrà una immensa fortuna: “Per la fedeltà di Dio noi abbiamo un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza, che ci è posta davanti. In essa, infatti, noi abbiamo come un’àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore” (Ebr 6,18).
Essa ci viene lanciata dal cielo, come un salvagente. È virtù teologale.
Essa dà stabilità alla vita, ormeggiandola, non nel profondo del mare, ma nell’alto del Cielo.
Ci congiunge a Cristo, nostro precursore, battistrada, capocordata giunto oramai alla meta, in forza del mistero pasquale.

Don Bosco: un uomo fatto speranza

Nota il biografo (MB I,201) che, ancor ragazzo, don Bosco sbalordiva la gente per “la sua speranza contro ogni umana speranza”: ne fu chiaro esempio la sua “impossibile” aspirazione al sacerdozio. E di don Bosco maturo si è scritto che “viveva come se vedesse l’invisibile”.
Pochi uomini sono stati ­- come don Bosco - figli dei propri sogni e della propria speranza. Una speranza nutrita faccia a faccia con la morte, ma soprattutto con la risurrezione.
Essa si esprime con alcuni atteggiamenti caratteristici (cf MB II, 155-157).
- grande fiducia nella paternità di Dio, per cui il cielo è “casa del proprio Padre”. Se qualcuno gli avesse all’improvviso domandato: “Don Bosco, dov’è incamminato?”. Egli avrebbe risposto: “Andiamo in Paradiso”;
- quando la paternità di Dio incontra la fragilità dell’uomo, essa diventa misericordia: annunciata, sperimentata, donata nel sacramento della Penitenza: “per lui speranza, misericordia e confessione erano sinonimi”;
- Questa speranza gli dava una grande confidenza nella salvezza sua e dei suoi ragazzi: “Se qualcuno gli domandava: e io mi salverò? Rispondeva: vorrei vedere che tu andassi all’inferno. Fa’ quello che puoi e confida nella misericordia di Dio, che è infinita. Tenetevi pur sicuri dell’eterna salute, purchè corrispondiate alle grazie che Dio vi fa continuamente”.
San Francesco di Sales suggeriva: “Bisogna morire fra due guanciali: l’uno, quello della umile confessione che noi meritiamo solo l’inferno; l’altro, di una intera e perfetta confidenza nella misericordia di Dio, che ci donerà il Paradiso”.
Così don Bosco diventa un uomo che educa con speranza e, per contagio, quasi senza avvedersene, insegna e diffonde una pedagogia della speranza. Egli non solo vede nei giovani la speranza della Chiesa e del mondo, ma, intuendo che essi respirano speranza, gliela dona a piene mani.
Crede nella loro capacità di crescita e nella possibilità che ha ogni buon educatore di scoprire l’homo absconditus, che fa capolino dal groviglio effervescente dell’adolescenza.
Scommette nella capacità dei giovani di dare speranza ai giovani, e li trasforma in missionari gli uni degli altri e in fondatori di cose più grandi di loro (a partire dalla sua congregazione).
Corre verso i “senza speranza” - perché è pieno di fiducia nella loro capacità di recupero - e scommette nella intima affinità che c’è fra i giovani e i valori evangelici. Lo sottolineava bene Giovanni Paolo II, quando - nel suo discorso di Chieri del 1988 - notava che “non occorre davvero dimenticare il Vangelo, per essere giovani, né spegnere la giovinezza per essere cristiani”. È la speranza che fa vivere il primo e mantiene accesa la seconda.
Don Bosco mette in guardia anche dal rischio di una corruzione della speranza. Nel “sogno dei diamanti”, sotto il buco della speranza perduta sta scritto “risus et scurrilitas”, che indica lo scadimento, per cui si passa dalla gioia al piacere, dal cuore alla pelle, dalla contemplazione del cielo all’immersione nella terra…
Forse, il chiasso del nostro mondo, le velocità mortali, le discoteche sovraffollate, le ricerche di ecstasy in pillole diventano un tacito invito ad evangelizzare, con più grande audacia, la speranza, che Gesù ci ha donato.

Educare: diakonia della speranza

Evangelii Nuntiandi (n.28) ricorda che la predicazione della speranza è essenziale alla evangelizzazione, tanto che i pagani vengono definiti ripetutamente dal Nuovo Testamento “quelli che non hanno speranza”. E il Messia è definito in diretta correlazione con la speranza: “Nel suo nome spereranno le nazioni”.
Per S. Agostino, la speranza è elemento essenziale del nostro cammino umano: permette di camminare coi piedi per terra, senza restare incollati alla sua melma.
Forse, non è un caso che uno dei documenti più luminosi del Concilio cominci con le parole “Gaudium et spes”. Chi si rivolge ai giovani - che invocano e respirano il futuro - deve avere una speciale relazione con la virtù della speranza
“La fede che preferisco - dice Dio - è la speranza”. In un mondo così tormentato, diffidente, e di corto respiro, l’atto di carità più atteso è forse la testimonianza della speranza e quindi della gioia e della festa.
Non a caso è nata nel nostro secolo una teologia della speranza.
Il mistero trinitario è fonte della nostra speranza: “La Chiesa pone la sua speranza totalmente (penitus) nella preghiera di Cristo per la chiesa, nell’amore del Padre verso di noi, nella forza dello Spirito Santo” (UR, 24).
La speranza cristiana è bifronte: essa è retrospettiva: nella Pasqua del Signore è la sua sorgente perenne; essa è prospettica: la Pasqua è il primo atto e la sicura promessa di un compimento ulteriore.
Essa ha fatto i conti con la Croce, che è il segno della caduta e del superamento della pura speranza umana e ne ricava alcune dimensioni:
- è speranza allegra (cf LG 41, Rom 12,2);
- è speranza forte e paziente (cf LG 65), sostenuta dall’energia e dalla consolazione, che viene dalla Parola di Dio; capace di coniugare insieme vera serenità e reale sofferenza;
- è speranza militante: nell’impegno di trasformazione strutturale. “Esprimano questa speranza anche attraverso le strutture della vita secolare” (LG 35);
- è speranza plurale: un attento osservatore dell’uomo d’oggi, Gabriel Marcel, notava che come la sazietà è elemento di corruzione spirituale, al contrario la speranza è energia che crea continuamente l’uomo, ed è energia comunionale: “Io spero in te, per noi”, è la formula della speranza del grande filosofo;
- è speranza rasserenante: “Ciò che piace al buon Dio è di vedermi amare la mia piccolezza e povertà, è la speranza cieca che io ho nella sua misericordia” (S. Teresina, Lettera 17.09.1896);
- è speranza che accende lo sguardo, rendendolo capace di scoprire i fermenti positivi di ogni tempo, e i “punti accessibili al bene” in ogni giovane, e la carica di risorse che c’è in ogni sfida, approdando a soluzioni migliori di quella di “gemere sul proprio tempo”…
Maria è segno di sicura speranza (LG 68): “All’uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l’angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell’animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall’enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, la Beata Vergine Maria (…) offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull’angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte” (Paolo VI, Marialis Cultus 57)

Preghiera

Apri il tuo Cielo
e scendi a me, Signore,
sull’onda di speranza,
che placa la mia sete.

Aiutami ad attingere
là, donde veniva
quel grande fiume,
che passando dal cuore
dei tuoi santi
rincuorava il mondo.

E portava un resistente
raggio della Tua luce
anche laddove
la tenebra fitta
pareva regina.

E dietro i nembi oscuri
con l’occhio acuto
aiutava a scorgere
un Volto e Cuore di Padre
su Cui puntare
perdutamente.

E propiziava l’affidamento
d’ogni ora e d’ogni spina
al cuore della Madre,
ch’era con Cristo
e rimane con noi.

E reggeva l’attesa
della Casa paterna,
ove è asciugata
ogni lacrima,
e ogni stella
accesa, e, consolato,
ama ogni cuore.

Su quell’onda naviga
verso il nuovo Millennio
l’ arca santa della Chiesa
sospesa a un’ancora,
annodata fra le stelle,
e l’altro capo
nel cuore dei credenti.