9. Evangelizzare in comunione

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999

 

 

Capitolo 9
EVANGELIZZARE IN COMUNIONE


“Divenuti membri del sacratissimo Corpo di Gesù,

dobbiamo tenerci a lui strettamente uniti,
non in astratto, ma in concreto,
nel credere e nell’operare” (MB XII, 641).


"Io sono la vite vera" (Gv 15,1-11)

Fra le molte immagini di comunione (il corpo, il gregge, l’edificio, ecc.) offerte dalla Sacra Scrittura, scegliamo quella della vite, per la forte espressività del radicamento in Cristo, specie attraverso il mistero eucaristico, che viene evocato. Gesù dice "la vera vite": si tratta di un linguaggio ricorrente in Giovanni (cf 4,23: i "veri adoratori"; 6,32: il "pane vero dal Cielo"; 4,10-15: l'"acqua vera", che disseta). Esso vuole significare che la realtà vera è quella "celeste", di cui la terrestre è semplice "segno". È il Cielo che indica il senso della terra. La "vite" di cui continuamente parla la Sacra Scrittura era solo ombra e anticipo di Cristo/vite.
In tal senso "vera vite" significa anche "autentica chiave di lettura" di tutte le immagini dell'Aantico Testamente (cf ad esempio Sal 80,15-20). Si tratta di una delle immagini più care all’Antico Testamento, perché una delle più vive, delle più domestiche, legate al “vino che rallegra il cuore dell’uomo (Sal 104, 5) e alla vigna che, coraggiosa, cresce sul margine del deserto. Per comprendere ben il testo del Nuovo Testamento occorre illuminarlo con l’Antico: Is 5,1-7: il "canto della vigna", immagine di Israele segnato da perpetua infedeltà; Is 27,2-5: la "vigna deliziosa", con cui fa pace; Ger 2,21; 5,10: la vigna "imbastardita"; Osea 10,1: "rigogliosa vite era Israele"; Ez.15,1-6: “Bruceranno come il legno della vite”. Occorre leggere insieme tutti questi testi per comprendere il senso della "vera" vite, che vuol dire "fedele", capace di rispondere totalmente al progetto di Dio.
La Trinità e il Padre sono il riferimento continuo e radicale nel Vangelo di Giovanni: l’agricoltore di cui parla il Vangelo è la Trinità, nota S. Agostino.
Il Figlio incarnato - mandato dal Padre e nato dall’effusione dello Spirito - è ormai la vite nuova e l'uomo nuovo, che non potrà tralignare, e in cui si dovrà innestare chiunque aspiri alla fedeltà. Si legge in uno dei testi più antichi della Chiesa (cf Didachè IX,I): "Ti ringraziamo, Padre nostro, per la santa vite di Davide tuo servo, che a noi rivelasti per mezzo di Gesù, tuo Figlio". È facile cogliere le "risonanze eucaristiche", di cui è densa la immagine della vite (cf Mt 26,29: "non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno...").
Non sfugge il "linguaggio inabitativo" dei discorsi di addio. L’"essere in Cristo" si presenta come condizione assoluta di ogni efficacia: “Senza di me non potete far niente”.
La vigna ha un compito: dare frutto. Per fruttificare è necessario passare attraverso il mistero della Croce-purificazione (cf vv.2-3: "ogni tralcio lo purifica... voi siete già purificati"). È un tema caro a Giovanni: ne fanno fede le idrie di Cana per la purificazione (2,6), il battesimo di Giovanni (3,25), la "lavanda dei piedi" (13,10).
La "nuova purificazione" è l'accoglienza della Parola, che è accoglienza di Cristo. Di qui segue il restare in Lui, il fruttificare, che significa: diventare discepoli (v.8); attivare una circolazione di gioia (v.11), osservare i comandamenti (v.10), cioè “che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12); fino a dare la vita (vv.12-13), costruendo relazioni di amicizia e non di solo servizio (vv. 13-15). Come l’amore del Padre stringe a sé il Figlio e lo Spirito, così l’amore di Gesù stringe a sé e fra loro i suoi discepoli. Da Cristo non si riceve solo il comandamento, ma la coscienza della fraternità e l’energia vivente per farne una regola di vita. La tensione verso l’unità è indicata dal vocabolo usato da Giovanni, che non indica la vigna-vigneto, ma la vigna-vitigno. E intende evidenziare l’unità profonda, caratteristica di una singola pianta vivente, più intensa e decisiva di quella di una coltivazione di molti vitigni (uno dei quali può vivere anche se l’altro muore). Cristo-vite genera nei cristiani-tralci la duplice e contemporanea coscienza dell’io-noi
Il v.6 indica che c'è un rischio vitale implicato in tutto questo. “Aut vitis, aut ignis”, semplifica nervosamente Agostino, o si sta nella vite o si finisce nel fuoco! L’unione con Cristo e coi fratelli è questione di vita o di morte. Non solo dell’individuo, ma anche della sua comunità. Non solo a livello di vita cristiana, ma soprattutto di efficacia evangelizzatrice.
È così rigorosa la consequenzialità delle parole di Cristo, che il nostro disimpegno comunitario deve seriamente essere letto come indizio di disimpegno nei confronti di Cristo.

Don Bosco uomo di comunione

Attraverso l’esperienza dolorosa della vita, il Signore aveva insegnato a don Bosco alcune verità fondamentali. L’essere orfano precocemente aveva acceso in lui il desiderio non solo di “avere un Padre” (che egli trovò nel Padre nostro che è nei cieli), ma anche di “dare un padre” a chi ne era privo. L’aver dovuto - e proprio negli anni più “affettivi” della prima adolescenza - abbandonare la propria casa per trovare rifugio presso la famiglia Moglia gli fece meglio apprezzare l’immensa fortuna di “avere una casa”. Le difficoltà da lui stesso sperimentate con suo fratello Antonio resero più acuta la sua attenzione all’importanza di “costruire famiglia”. Il disagio tremendo dei ragazzi “senza padre”, “senza casa”, “senza famiglia” - che egli andava incontrando - lo confermarono in queste intuizioni e le svilupparono ulteriormente.
Don Bosco chiama “case” le sue opere e non amerebbe certo vederle trasformate né in “collegi”, coi loro rischi di formalismo e di ossequio solo esteriore, né in “caserme”, dove regni una disciplina povera di convinzione e di ragionevolezza, né in “comuni caotiche”, dove ognuno fa quel che gli pare, infischiandosene di ogni altra cosa.
“Familiarità” è parola-chiave del suo sistema educativo: “Familiarità coi giovani specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l’amore, e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama (…). Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani” (Lettera da Roma, 1884).
Come in famiglia, nell’oratorio di don Bosco si tende alla individualizzazione della relazione, che si traduce in “rapporto duale” (Braido), e in una “pedagogia dell’un per uno” (Caviglia). Don Bosco osservava i suoi ragazzi, uno ad uno, e spesso ne traeva appunti scritti. Li accostava personalmente, con un approccio schietto e mirato; ne derivavano metodologie e attenzioni, che gli consentivano di amare a misura di ragazzo, con quello stile di amorevolezza, che rappresenta il dono continuo di un “amore affettivo ed effettivo”.
A tutti i suoi figli, giovani e adulti, don Bosco donò, così operando, una irripetibile e indimenticabile esperienza di paternità. Essa era una vera “generatività”, capace di dedizione totale: “Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento”; “Io vi prometto e vi do tutto. Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, e per voi sono disposto anche a dare la vita”. Né la paternità di don Bosco è soltanto una relazione personale. Essa diventa il “tessuto connettivo” di tutta la casa e il fondamento dello spirito di famiglia.
Ciò che egli sognava - “una famiglia di fratelli intorno al loro padre” (MB VIII, 829) - lo realizzava con la sovrabbondanza della sua carità di pastore e di padre.
Don Bosco rifletteva spesso sulla comunità degli Atti, che era “un cuor solo e un’anima sola” e la indicava tenacemente ai suoi, come modello degli ambienti educativi. Insisteva sull’unità di spirito, di direzione, di finalità delle sue case (MB IX 573-576). “Questa è una cosa essenzialissima alla nostra società: perché se vogliamo fare del bene nel mondo è d’uopo che siamo uniti fra noi e godiamo l’altrui reputazione” (MB IX, 574). Il risultato di tutto era un clima tale che chi visitava l’Oratorio era portato ad esclamare: ”Qui c’è il dito di Dio” (MB XVI,168). Una comunione visibile e felice è già sicura evangelizzazione.

"Comunione" prima "missione"

Ogni chiesa e comunità è chiamata a porsi il problema della propria "credibilità”, fatta di unità, coerenza, gratuità, povertà. Se gli occhi non vedono nella Chiesa "la casa scaldata dall'amore già acceso" (Luis Rosales), gli orecchi non sapranno ascoltare le belle parole che andremo dicendo. Ecco perché don Bosco amava parlare di "case", illuminate dallo "spirito di famiglia".
"La missione non è opera di navigatori solitari. La comunità è la prima forma della missione" (CCM, 15). Così ci hanno insegnato i vescovi italiani. E hanno aggiunto che "una vita di comunità che non si apre alla missione è ambigua; una missione che non sia vivificata dalla comunità è equivoca" (ivi, 18). Queste parole stimolano la nostra riflessione.
È stato detto, non a torto, che ogni evangelizzatore deve essere al contempo un "narratore di esperienze comunitarie". E ciò nel contesto della "ecclesiologia di comunione" (cf LG 9,13), che spinge verso una maggiore profondità e coerenza il nostro vissuto cristiano. Così sarà possibile passare dalla "missione comune" alla "missione in comunione", facendo largo spazio alla progettualità condivisa e alla “sinodalità”, come si ama dire oggi. Potrà allora essere superata una certa impostazione individualistica della missione, che è espressione di un "io inasprito", che si manifesta nel battere ciascuno la propria strada, o nel ritagliarsi delle "riserve di caccia", o nel vivere piuttosto lo spirito di concorrenza che quello di comunione. Potrà nascere allora quella evangelizzazione " per irradiazione e per contagio" (Tillard), che ha segnato i momenti più felici della missione della Chiesa.
Oggi si ripropongono con insistenza le "due radici" neotestamentarie della missione: quella dell'annuncio della Parola, bene espressa dal mattaico: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (Mt 28,19-20); e quella dell'annuncio della comunione, secondo il mandato missionario giovanneo: "Siano in noi una cosa sola, perché il mondo creda" (Gv 17,21); "Siano perfetti nella unità, affinchè il mondo riconosca" (Gv 17,23).
Il problema radicale della vita apostolica è allora quello di lasciarsi raggiungere dallo Spirito - che è sempre Spirito di comunione - e animare da Lui. Superando forme di attivismo, efficientismo pastorale, immediatismo, protagonismo, che tradiscono uno squilibrio tra attività e carità pastorale, fra lavoro apostolico e preghiera, tra fare e essere, e la mancanza di una chiara spiritualità dell’azione. Il nostro impegno apostolico è chiamato a reggersi su una costante struttura "tripolare": spiritualità, apostolato, comunione. Se manca uno di questi elementi, il nostro impegno si trova “azzoppato” e non farà molta strada.
Una comunità-comunione è già una forte parola evangelizzatrice. Vedere una comunità cristiana con gente di tutte le età, segnata da grande diversità di condizione sociale, professare con semplicità una vita di comunione e di riconciliazione, in mezzo alle gioie, ma anche alle sofferenze e agli scontri, capace di ricominciare ogni giorno il suo servizio al popolo e ai giovani, per amore di Gesù Cristo: tutto questo fa problema per gli uomini d’oggi e non li lascia indifferenti. Essi finiscono col dire: "C'è là, in ogni caso, una presenza!". Anche se non nominano Gesù Cristo, essi sono in cammino verso di Lui, e così la comunità è un cammino verso Dio". E il nostro stesso esistere - ma in quel modo squisitamente evangelico - diventa un evangelizzare.
Dall’"essere evangelizzatori in comunione” deriva una testimonianza più viva di "Chiesa", fatta di laici e di consacrati, di consacrati religiosi e di consacrati secolari, di famiglie religiose e di famiglie cristiane; un mutuo e continuo interscambio di valori spirituali e apostolici, in cui i carismi si fecondano mutuamente; una testimonianza più integrale dello spirito apostolico, vissuto come un bene da partecipare agli altri, con contagiosa comunicabilità; un modello più comprensivo delle "vie apostoliche" e delle "opzioni vocazionali" proposte ad ognuno; una maggiore "efficacia" in ordine alla missione comune e alla qualità e quantità dei giovani che si possono raggiungere.
In una parola, si realizza una missione più piena e docile allo Spirito di Dio.
Ciò vale per la famiglia cristiana, la comunità ecclesiale, la comunità religiosa…
Essa è il nostro “piccolo Golgota quotidiano”, sul quale portiamo la croce dell’autotrascendenza, che ci porta, dietro a Gesù, alla nostra maturità cristiana.
Essa è la “palestra relazionale”, in cui mettiamo a punto, anzitutto con le persone vicine, la sfida del “conoscano di essere amati”
Essa è il luogo della nostra capacità di progettare educativamente, dove il personale contributo di ciascuno si coordina con l’impegno di tutti.
Essa - pur ricevuta e vissuta come un dono di Dio - si costruisce con l’impegno di ogni giorno.

Preghiera

Come tralci
uniti alla vite,
come chicchi di grano
fusi in un pane,
come acini d’uva
premuti nel torchio,
così, Signore,
Tu hai voluto
nella Tua Chiesa
i cristiani.

Ma perché ci hai fatto
così diversi, se ci volevi
tanto uniti?
Perché ci hai voluti
così liberi, se ci volevi poi
così compatti?

Perché mai
ci hai dato tanti cuori
se ci volevi, alla fine,
“un cuor solo
e un’anima sola?”

Perché, Signore?
È, forse, un inizio
di risposta
quel che trovo nella Bibbia,
là dove si narra
di quel primo peccato,
che ha trasformato
la comunione in paura,
e la distinzione in distanza
e il sesso, progettato per amare,
in strumento di dominio?

Un altro cenno di risposta
mi par d’intravvederlo
a Pentecoste
quando, al soffio del Tuo Spirito,
la paura si trasforma in coraggio,
le molte lingue in una,
e una massa di sbandati
e peccatori
nell’umile Tua Chiesa.

Vuoi, forse, dirmi
che lo ieri del peccato
è vinto, o mio Signore,
e per sempre,
dall’Oggi
del Tuo Spirito d’Amore?

E che ci vuoi
figli e figlie del Giorno,
di quest’Oggi
pieno del Tuo Sole,
e non del giorno di ieri,
che è passato?