10. Abitare i «segni dei tempi»

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999 

 

Parte seconda - ATTEGGIAMENTI PASTORALI

Capitolo 10
ABITARE I SEGNI DEI TEMPI

Il mio metodo si vuole che io esponga.
Mah!…Non lo so neppur io.
Sono sempre andato avanti come il Signore m’ispirava
e le circostanze esigevano (MB XVIII, 127).

Segni dei tempi (cf Mt 16,3; 12,38-39)

Un giorno, Farisei e Sadducei si avvicinano a Gesù, domandandogli un “segno dal cielo”. Ma Gesù li rimprovera severamente perché non sanno riconoscere “i segni dei tempi”. Il “segno del Cielo” era infatti stato dato, era fra loro, ma non lo sapevano riconoscere. Perché non se lo attendevano “in carne e ossa”, come uno di loro. Cercavano i “segni messianici”, proprio mentre rinnegavano il Messia che avevano davanti. Volevano qualche singolare evento - di natura apocalittica o prodigiosa o politico-messianica - che avesse il “significato” di dire che sì, finalmente, Dio era fra loro, e a modo loro, per inaugurare i tempi messianici, lungamente attesi.
Chiedevano a Gesù un “segno” diverso da Lui, mentre Egli era il Segno: “Io, che ti parlo” (Gv 4,26). Un segno di risurrezione, come nota Matteo; un segno di misericordia, come evidenzia Luca; un segno che chiede obbedienza, come suggerisce la storia di Giona. Egli è il segno annunciato ai pastori (Lc 2,12), il segno di contraddizione vaticinato dal vecchio Simeone (Lc 2,34). Il Segno si chiama Gesù. Gesù suggerisce che c’è un “segno” “nel cuore della terra” (Mt 12,40), che merita di essere riconosciuto.
Il guaio dell’uomo, di ieri e di oggi, è che - anziché ri-conoscere i segni che gli sono dati - egli è sempre tentato di inventarseli, e di pretenderli, confezionati più su misura della propria fantasia e dei propri bisogni, che letti alla luce della storia di salvezza.
Lo stile di Dio è di confezionare segni accessibili, ma non scontati. Segni, per comprendere i quali l’uomo deve uscire da sé, e entrare nell’ottica di Dio. Per entrarvi, l’uomo deve convertirsi, rinunciando alle proprie attese nei confronti di Dio e appropriandosi delle attese di Dio nei confronti dell’uomo. Un “segno” provoca la libertà, impone una crescita, sconcerta le attese, i luoghi comuni, il peso dell’opinione corrente. Nessuna sorpresa, dunque, se istintivamente e inconsciamente, i “segni” di Dio incontrano l’indaffarata disattenzione dell’uomo.
Non a caso , si è potuto parlare - a proposito della Bibbia e poi della Liturgia - di una autentica “pedagogia dei segni”
Sono segni il sabato, la circoncisione, la legge, l’arcobaleno. Ma i segni più forti e normali che il Signore dona non sono i sommovimenti terrestri, né i cataclismi celesti, non sono i diluvi e le piogge di zolfo, ma sono le persone e gli avvenimenti che toccano le persone (come i due esodi: dall’Egitto e da Babilonia), per il misterioso legame, che esse hanno col Signore Gesù, segno dei segni, uomo perfetto e modello di ogni altro uomo. Egli è la meta cui ogni segno tende, Egli la sorgente da cui ogni segno cava il proprio significato. I profeti come Isaia (20,3), Geremia, Ezechiele (4,3; 12,6.11; 24,24.27) e perfino i loro figli (nel caso di Isaia e Osea), Giovanni il Battista-Elia sono trasformati in segni viventi.
I grandi santi dell’Antico e del Nuovo Testamento sanno leggere i segni e accoglierli fino al punto di immedesimarsi in essi. Abramo e Noè diventano segni della fede, Mosè dell’uomo che, liberandosi, libera; Sansone della incontenibile forza di Dio; Davide della sua indefettibile fedeltà.
Anzi, potremmo dire che “santi” sono coloro che, al seguito di Cristo segno del Padre accolto come via verità e vita, sono diventati capaci, in certo modo, di essere segni di Lui e Sua vivente memoria nella storia del mondo. Prima di trasformarsi in “segni” essi stessi, seppero riconoscere i “segni” (cioè le grazie, le chiamate, le missioni, le operazioni dello Spirito) dei tempi loro.
Così’ Benedetto è diventato segno della centralità del dialogo con Dio, Agostino e Tommaso della pienezza, che viene dal testimoniare la verità; Francesco di Assisi della libertà dell’uomo spirituale; Caterina da Siena, Teresa d’Avila, Teresa di Lisieux dell’immensa dignità ed efficacia, cui lo Spirito conduce il genio e il mistero della donna; Don Bosco, i santi educatori, Madre Teresa dell’audace e inesauribile carità di Dio.

Don Bosco scrutatore dei “segni” del suo tempo

Don Bosco - appassionato di Cristo e ricco dei doni dello Spirito Santo - diventa attento lettore di segni. Molta gente incrociava i monelli di don Bosco per le strade di Torino, e manco se ne accorgeva. Ma don Bosco guardava soprattutto a loro.
Molti conoscevano lo sfruttamento minorile, scandalo di quella nascente società industriale, cavandosela con una scrollata di spalle. Ma don Bosco lo visse come una propria responsabilità, come se si trattasse di carne della sua famiglia.
Molti guardavano con preoccupazione al pullulare di stampe di ogni qualità e colore, che facevano scempio del popolo di Dio, ma don Bosco - e non lui solo - si domandò “e io che cosa posso fare?”.
La spiritualità di don Bosco lancia un “ponte” fra la contemplazione di Cristo, che è segno di Dio e il servizio dell’uomo, che è segno di Cristo: “Lo sguardo fisso sul volto del Signore non attenua nell'apostolo l'impegno per l'uomo; al contrario lo potenzia, dotandolo di una nuova capacità di incidere sulla storia, per liberarla da quanto la deturpa. La ricerca della divina bellezza spinge le persone consacrate a prendersi cura dell'immagine divina deformata nei volti di fratelli e sorelle, volti sfigurati dalla fame, volti delusi da promesse politiche, volti umiliati di chi vede disprezzata la propria cultura, volti spaventati dalla violenza quotidiana e indiscriminata, volti angustiati di minorenni, volti di donne offese e umiliate, volti stanchi di migranti senza degna accoglienza, volti di anziani senza le minime condizioni per una vita degna . La vita consacrata mostra così, con l'eloquenza delle opere, che la divina carità è fondamento e stimolo dell'amore gratuito e operoso (VC 75).
Se leggiamo le Memorie dell’Oratorio, le lettere scritte a benefattori e ministri, le chiacchierate fatte coi suoi ragazzi ci accorgiamo che don Bosco viveva ad occhi aperti e aveva ben sviluppata quella “facoltà dell’attenzione”, nella quale Simone Weil vede il frutto più maturo della cultura e della educazione.
“Sono sempre andato avanti come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano” (MB XVIII, 127), rispondeva don Bosco a chi lo interrogava sul suo “sistema”.
Nella narrazione di don Bosco sulle origini del suo oratorio i verbi di percezione si succedono con insistenza: “Vedere turbe di giovanetti, ma vederli là inoperosi”; “mi accorsi che molti di loro uscivano (…), mi accorsi come parecchi erano ricondotti in quel sito”. C’è dunque quella che potremmo chiamare la “grazia di accorgersi”, di aprire sul mondo occhi illuminati dalla fede, comprendendo che laddove risuonano voci di uomini, può esservi Dio che ci chiama. Si tratta, per così dire, di uno sguardo che scende nel cuore suscitando “un amico, che si prendesse cura di loro”, e “abbandonandone il frutto alla grazia del Signore”.
È l’indicazione di uno stile, che don Bosco e don Cafasso adottano insieme, certi di rispondere alla chiamata del Signore. Per don Bosco i “segni dei tempi” hanno il volto dei ragazzi di Torino, sospesi fra la possibilità di essere la speranza del futuro e quella di diventare la calamità del loro tempo.
Da quest’ottica dominante viene considerato tutto il resto: il bisogno di suscitare educatori capaci di ricreare per i giovani una casa e una famiglia, la scuola - umanistica e professionale - come cammino di liberazione umana e vocazionale, l’apertura ai popoli e ai continenti Le nuove possibilità di comunicazione trasformano don Bosco in autore ed editore; l’espansione delle conoscenze geografiche ed etnologiche lo trasformano in pensoso contemplatore del mappamondo e in fondatore di missioni; il bisogno di ricollocazione della Chiesa in una società in fermento e rapida trasformazione ne fanno il prete del dialogo e della mediazione.
Le leggi soppressive, che liquidavano gli ordini contemplativi (rei di non essere abbastanza… attivi) e la crisi degli Istituti religiosi lo spingono a curare il volto civile della nascente Società Salesiana e a fare propri i valori di una società in rapida evoluzione. Il bisogno di impegnarsi cristianamente nel cantiere del mondo lo spinge a proporre con inesausta energia il tema del lavoro. La sua immensa fiducia nell’intima fecondità del bene lo muovono a trasforamarsi in “press agent” delle sue stesse iniziative.
Così don Bosco è diventato “segno e portatore dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri”.


Segni del nostro tempo

Il Concilio (GS 4) ricorda che è preciso dovere della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, con la compagnia e l’aiuto dei laici (PO 9), salutando con gioia i segni favorevoli di questo nostro tempo (DH 15).
Quali sono i segni dei tempi posti dallo Spirito sul nostro cammino, per diventare indicazioni per il nostro domani? E, soprattutto, abbiamo la sufficiente “capacità di attenzione” per coglierli?.
- Durante un recente dibattito educativo, è stata avanzata la proposta di mettere i giovani, come tali, fra i “segni dei tempi”. La sensibilità, l’apertura alle nuove culture, la proiezione verso il futuro, che è il loro capitale, la flessibilità nel sintonizzarsi sul bello e sul buono che germoglia sono una preziosa risorsa per gli educatori, anzi il “libro di testo” più aggiornato e decisivo per la loro formazione permanente. “Se i giovani non avessero la febbre - notava Bernanos - il mondo morirebbe di freddo!” Ma se essi hanno la febbre, occorre misurarla, riconoscerne la radice e tirarne le conclusioni per una opportuna terapia educativa. Fra tutti loro, speciale attenzione va dedicata ai “giovani cristiani”, che meglio coniugano insieme la fedeltà al Signore Gesù e quella al loro tempo.
Ad essi, specialmente, si applica la Parola della 1 Gv 2,12-14: “Scrivo a voi giovani, perché siete forti, e avete vinto il maligno, e la parola di Dio abita in voi”.
- Il “villaggio globale” rappresenta una inedita dimensione del mondo e della storia. Esso approda ad una vera dilatazione della coscienza, chiamata a confrontarsi con processi ed eventi, che - dalle più remote regioni del globo - vengono veicolati fin dentro casa. È il frutto di una formidabile rete di comunicazioni, che crea comunione, e costruisce un embrione di unità della famiglia umana.
È pura tecnologia, o è un dono della Provvidenza di Dio? La quale, progressivamente, conduce l’umanità a riconoscersi “famiglia del Padre” e comunità di fratelli, chiamati alla reciproca solidarietà. Quando Dio sogna l’umanità, la pensa come un solo popolo (LG 13) La Chiesa rappresenta così la prima realizzazione del villaggio globale e il segno-sacramento di ciò che sarà (LG 1). E i primi “internauti” - che hanno navigato, spesso a prezzo di immani sacrifici e della stessa vita, su tutte le vie del mondo - sono i missionari, veri servitori della cattolicità. Ad essi si uniscono oggi volontari, donne e uomini di buona volontà, provenienti da ogni regione, cultura e fede. Fra loro cammina il successore di Pietro, pellegrino del mondo, segno della universale misericordia di Cristo.
- Dono del Padre, segno di Cristo, frutto dello Spirito in lenta ma sicura maturazione è la stima e la gioia e la ricerca della pace. Essa rappresenta il segno e il traguardo di una umanità più matura. Ha la sua radice nel riconoscimento pratico della santità e della dignità della persona e dei suoi inalienabili diritti.
Ha il suo habitat di sviluppo più normale dove la solidarietà viene coltivata e vissuta. Si nutre della gioia per la originalità e la varietà delle culture e dei popoli. Mette a fuoco la carica di fraternità delle grandi religioni, coltivando il dialogo ecumenico e interreligioso. Può enumerare i suoi martiri - sempre più numerosi - caduti nelle più diverse parti del mondo, che, servendo la pace, si sono trovati al servizio del Principe della pace.
- Segno dei segni, garanzia sicura della presenza dello Spirito è il Mistero della Carità. Non potrà mai dirsi abbandonato da Dio un mondo, una nazione, un luogo in cui splende il fuoco della carità. Il campo di concentramento ha il suo Padre Kolbe. Il popolo dei diseredati la sua Madre Teresa. E la periferia degradata di Torino il suo don Bosco. E le torme disperate di clochards e di emarginati i loro Abbè Pierre e Helder Camara. La “charitas” non è solo una splendida struttura ecclesiale, ma il “segno” di quella lingua per la nuova evangelizzazione, che ciascuno può intendere con l’immediata intuizione del cuore. E l’espressione di quella fede, che insegna a riconoscere “Cristo sparpagliato/ per tutta la terra” (Turoldo).
- Oggi più di ieri scopriamo la natura come un dono, che non ci è permesso dilapidare, né con gli inquinamenti industriali, né con le manipolazioni genetiche.
- Ogni convergenza verso l’unità - purchè costruita nella giustizia - deve trovarci aperti alla collaborazione. Senza dimenticare quella grande profezia dell’epoca moderna, che è un più grande rispetto dei diritti umani, a partire dal pieno riconoscimento della donna, alla difesa dei minori (serietà delle campagne contro la pedofilia), alla solidarietà verso i poveri, delle più diverse forme di povertà.
- La stessa rinascita del sacro - per il quale si era vaticinato un’eclissi, che pareva definitiva - invita ad un rinnovamento urgene della proposta cristiana. Solo un Vangelo ben presentato - con la vita e con la parola - può frenare l’esodo verso la New Age. Solo una Chiesa vicina e accogliente potrà competere vittoriosamente con il proliferare delle sette.
E solo la riscoperta gaudiosa del Signore Gesù - dono supremo di Dio all’uomo - potrà abbattere i “nuovi idoli” e gli improbabili eroi cui l’uomo d’oggi, ma specialmente i giovani, rischia di dedicare una attenzione quasi religiosa.
Nel nostro posto di vita e di lavoro, siamo invitati ogni giorno a scoprire i “segni dei tempi”, con cui lo Spirito ci indica le piste di futuro.

Preghiera

Sii benedetto, Signore,
per i “segni dei tempi”
che doni alla chiesa
e al mondo
per indicare il cammino.

Aiutami a leggerli,
come una lettera,
che tu mi scrivi
per avviarmi al futuro.

Aiutami a discernerli
distinguendo, da quelli seminati
dal Maligno,
i segni animati
dal Tuo Spirito di Vita.

Aiutami a crearli
con l’umile docilità
allo Spirito Creatore,
che abita il mio cuore.

Aiutami ad abitarli,
questi segni benedetti,
per diventare io stesso un segno
delle direzioni, che la Tua Provvidenza
dona alla nostra storia.

Aiutami a narrarli,
per comprenderli meglio
e per trovare
compagni di strada e di impegno
nell’annuncio di salvezza.

Aiutami a servirli,
con l’ascolto e l’obbedienza,
della Vergine Madre.
fedele fino all’ora
della croce.