11. Evangelizzare a misura d’uomo

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO  STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999

 

 

Capitolo 11
EVANGELIZZARE A MISURA D’UOMO

“Camminate coi piedi per terra,
e col cuore abitate in cielo” (Don Bosco).

"Se vuoi essere perfetto... seguimi"

La lettera enciclica del Papa Veritatis Splendor si apre con una lunga meditazione su uno degli incontri più caratteristici di Gesù: quello col giovane ricco (Mt 19, 16-22; cf VS 6-27). In esso, Gesù “con delicata attenzione pedagogica, risponde conducendo il giovane quasi per mano, passo dopo passo, verso la verità piena (n.8).
Gesù si lascia avvicinare e - come è suo costume - accetta il dialogo e cerca di condurlo ad una profondità ignota a quello stesso che lo aveva cominciato. Il giovane esprime al Signore Gesù il suo immenso desiderio di bontà e di vita: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”
La prima domanda è sul buono e sul bene, temi radicali per la ricerca umana e per il senso della nostra esistenza. La posta in giuoco è la vita e la vita eterna, come possibile meta dell’uomo, che accetta di impegnarsi per realizzare il bene.
La prima parte del dialogo dimostra che il giovanotto sa il fatto suo. La sua sembra quasi, per così dire, una domanda retorica fatta più per confermare a se stesso la bontà delle sue scelte di vita, che per approfondire, sotto la guida di Gesù, un itinerario spirituale. Ma Gesù, interrogato su ciò che è buono, lo indirizza, con un colpo d’ala, immediatamente a Dio e alla pratica dei suoi comandamenti. A cui il giovane - con sincerità, ma, forse, con compiacenza eccessiva - può rispondere: “Ho sempre osservato tutte queste cose. Che mi manca ancora?”
A questo punto, l’interlocutore si attendeva, forse, qualche cosa del genere: “Bravo! Questo ti fa onore. Non ti resta altro da fare che di continuare così!” . Ma sente, al contrario, una parola dura e inattesa, che lo spiazza completamente: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo: poi, vieni e seguimi”.
Era un onest’uomo, che aveva fatto dei comandamenti i suoi guanciali. Quasi quasi ci dormiva sopra. Forse, non aveva ben compreso che i comandamenti sono il trampolino di lancio verso un amore più pieno. E che la via per tale amore, passando attraverso Gesù, mai si può dire conclusa. “Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi come un limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l’amore” (n. 15).
Alla prima domanda, Gesù aveva risposto proponendo la bontà di Dio (“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli”). Alla seconda, Gesù ripropone un brusco salto di piani e invita l’uomo a seguirlo.
È troppo. L’uomo non ce la fa, “poiché aveva molte ricchezze”. Era, si direbbe, impastato col principio dell’avere: aveva tanti beni, voleva avere la vita eterna, forse, voleva avere anche Gesù fra i suoi ammiratori, o fra i “guru” di palazzo che accarezzano l’orecchio con discorsi spirituali, che non diventano mai una sfida. Si sente provocato da Gesù, che gli propone di lasciarsi possedere tutto da Lui, abbandonando ogni altra cosa, sposando la sua causa, mettendosi alla sua sequela.
È davvero troppo. Batte in ritirata e se ne va triste, oppresso dalla sua ricchezza. Poiché “non c’è che una tristezza: quella di non essere santi” (Léon Bloy).
Questo era lo stile di evangelizzazione di Gesù: invitava a guardare all’oltre, a lasciare barche e reti, famiglia e garzoni, il fico domestico e il banco imbottito di soldi, per imbarcarsi in una avventura, che ha Lui come garanzia, compagno di strada, approdo finale. Egli discendeva al livello dell’uomo, ne accoglieva e discerneva le brucianti invocazioni, lo spingeva ad ascendere coraggiosamente verso la sua dignità di figlio di Dio.
Se Francesco di Sales poteva ripetere che “la misura di amare Dio è di amarlo senza misura”, possiamo pensare - alla luce del brano che abbiamo meditato - che “evangelizzare a misura d’uomo” significhi invitare l’uomo a crescere ben oltre la sua misura, con quell’aiuto che solo Dio può dare. Poiché non vi è altra misura dell’uomo che Cristo Gesù, figlio dell’uomo, Figlio di Dio.

Lo stile evangelizzatore di don Bosco

Incontrando un giovane appena accettato all’Oratorio, la prima parola che don Bosco gli diceva riguardava il tema della salvezza e della vita eterna. E condiva il tutto con quel garbo e quel sorriso, che facevano ben comprendere come egli parlasse non solo di una cosa molto importante, ma anche molto bella. Come se egli facesse un dono, anziché esigere un dovere.
In una Buona notte del 1875, parlando dei ragazzi santi passati all’Oratorio, il santo osservava: “Uomini come noi, ma vivevano in questa casa in cui vivete voi, passeggiavano sotto questi portici, pregavano in questa chiesa… Essi si fecero santi” (MB XI, 460-461).
Il testo sottolinea il duplice movimento, che il grande educatore imprimeva alla sua pedagogia spirituale: quello dell’avvicinamento alla concreta situazione dell’uomo, quello dell’innalzamento coraggioso verso l’accoglienza dell’incredibile proposta di Dio. Viveva per così dire, d’istinto, il Mistero dell’Incarnazione, che rappresenta il supremo sforzo di avvicinamento di Dio; viveva il Mistero della Risurrezione, che realizza la vittoria finale dell’innalzamento dell’uomo.
“Era sua politica quella di ‘assalire’ i giovani, immediatamente, su temi riguardanti l’anima e l’eternità” (Braido). Poiché don Bosco era convinto che “il giovane ama più che altri non creda che si entri a parlargli dei suoi interessi eterni e capisce da ciò chi gli vuole e chi non gli vuole veramente bene. Fatevi dunque vedere interessati per la sua salute eterna” (MB VI, 385-386)
In tutto questo, dunque, quel grande amico dei giovani amava lo stile diretto, esplicito, senza timidezza nel professare, ad un tempo, la propria fede e la sincera preoccupazione per la salvezza dei giovani. “Chi ha vergogna di esortare alla pietà è indegno d’essere maestro; e i giovani lo disprezzano…”, avvisa don Bosco (MB X, 1018-1019).
Lo stesso stile diretto il Fondatore usava coi suoi salesiani, ai quali era ben chiaro il fine e il fondamento soprannaturale della loro appartenenza alla congregazione. Se ne ha l’esempio in una famosa lettera del 14 agosto 1885, che il santo scriveva a don Tomatis, membro della prima spedizione missionaria: “Siccome la mia vita corre a grandi passi al suo termine, così le cose che voglio scriverti in questa lettera sono quelle che ti raccomanderei negli ultimi giorni di esilio: mio testamento per te. Caro don Tomatis: tieni fisso nella mente che ti sei fatto salesiano per salvarti; predica e raccomanda a tutti i nostri confratelli la medesima verità. Ricordati che non basta sapere le cose, ma bisogna praticarle”.
Lo stile di una concretezza abitualmente aperta al trascendente fa parte della sua sana struttura contadina e della soda educazione cristiana ricevuta in famiglia - ad opera dell’impareggiabile Mamma Margherita - ed è espresso da una battuta che gli era cara e sulla quale egli amava intrattenere i suoi giovani: “Camminate coi piedi per terra e col cuore abitate in cielo” (MB VIII, 751-752).
La prontezza di don Bosco a correre incontro ai giovani e ai loro bisogni era il primo annuncio dell’amore di Dio. Che veniva poi approfondito e meglio scoperto attraverso la catechesi e la storia della chiesa. Le quali maturavano la spontanea accoglienza e pratica di quella spiritualità, che è il naturale approdo dell’educazione salesiana.
La semplicità dei trinomi, che don Bosco seminava nella prassi e negli scritti, (allegria-studio-pietà, sanità-salute-santità), delle sue massime spirituali ("noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri", "lavoro e temperanza"), delle sue indicazioni pratiche (confessione, comunione, visita a Gesù, apostolato giovanile...) non devono nasconderci la loro serietà: dove il "vissuto" era così intenso, il "parlato" poteva essere addirittura elementare.


Evangelizzatori degli uomini d’oggi

"L'uomo e la donna: via della chiesa"
È la formulazione felice fatta da Giovanni Paolo II, in varie occasioni. È dall’ascolto dell’uomo che deve partire la proclamazione del Mistero di Dio.
È necessario cogliere un principio di correlazione fra la Parola di Dio e l’esperienza dell'uomo, fra la risposta di Dio e la domanda dell'uomo, fra la fede e la vita, fra evangelizzazione e promozione umana. È "il reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta" (EN 29). Si tratta di cogliere nella storia della salvezza - e di esprimere in tutto il cammino di evangelizzazione - la dimensione responsoriale della Parola di Dio, nelle diverse epoche della storia della chiesa e del mondo. Il punto debole che ci viene rimproverato, è che rischiamo di fornire un mucchio di risposte a domande che nessuno ha posto. Suscitare, educare la domanda significa dedicare molta più attenzione alla condizione concreta dell’uomo e della donna d’oggi.
Ad esso si accompagna un principio di partecipazione: non si tratta di "pacchetti da consegnare", ma di un "capolavoro da suonare a quattro mani". L’obiettivo non è quello di riempire teste, ma di trasformare i cuori, per investire la vita.
Ne consegue un generale principio di "concretezza vitale", particolarmnete nei confronti del giovane, della cui vita - come educatori - ci mettiamo in ascolto e in servizio.

Andare all'essenziale, scendere in profondità
"Anzitutto pensa alle fondamenta!", invita S. Agostino. La perizia dello strutturista è oggi più urgente del pennello del decoratore. Ma noi abbiamo colto l'essenziale della nostra fede? Poiché è importante - ci ricorda EN 25 - saper discernere "il contenuto essenziale, la sostanza viva" dai "molti elementi secondari". L’introduzione al "Giovane Provveduto", il libro di preghiera che don Bosco allestì per i suoi giovani, ci presenta lo sforzo di don Bosco per andare all'essenziale. L’immane lavoro fatto recentemente dalle chiese sui catechismi mette a fuoco a sufficienza l’urgenza di questa attenzione. Gli Atti degli apostoli ci aiutano a riconoscere la struttura dell’annuncio e la gerarchia delle Verità dentro il Mistero di salvezza.
Quarant'anni fa, il premio Nobel Albert Camus notava duramente che i posteri avrebbero detto dell'uomo moderno soltanto: "fornicava e leggeva giornali", volendo indicare come egli corra seriamente il rischio di abitare la superficie dell'amore e della cultura, incapace di condurli in profondità.
Dalla "cristianità" (che implica un credere per costume, per tradizione, per consuetudine, per cultura, per pressione sociale, per gusto estetico...), occorre passare alla"interiorità" (che equivale ad "avere Gesù in cuore", come amava dire Madre Teresa). Occorre scavare profondo - con lo studio, la preghiera, la ricerca continua - per trovare la roccia su cui poggia la fede cristiana, ricavandone gusto interiore, solidità psicologica, entusiasmo evangelizzatore.

Nuova spiritualità
Lo strumento per "scendere in profondità" e per "passare alla interiorità" è la spiritualità. Essa ha il compito di dare "copertura spirituale" a tutta la nostra attività e dottrina, immergendola nella "grazia di unità", poiché lo Spirito della santificazione è anche lo Spirito della missione. Toccata dalla spiritualità, ogni storia "profana" si trasforma in storia "sacra". Sarà essa a dare efficacia ai nostri sforzi di essere "missionari dei giovani.

Preghiera

Esito, Signore, anch’io
ad interrogarti
su ciò che è buono.
Ho quasi paura
di udire la tua risposta.

Non posso nemmeno dire,
come quel giovane ricco,
d’aver sempre osservato
i tuoi comandamenti.

Non ho proprio
il coraggio di levare lo sguardo
e di chiederti:
“Che mi manca ancora?”

Lo so, fin troppo bene,
né ho bisogno di un lungo
esame di coscienza
per scoprire i buchi neri
della mia vita.

Certo, non mi manca
uno struggente bisogno di Te,
un profondo desiderio
di salvezza,
e la voglia sempre accesa
e di fare un tuffo ristoratore
nel mare del Tuo perdono.

Salvami!
Sempre di nuovo!
Salvami!
sempre di più!