14. Evangelizzare l’accoglienza della vita quotidiana

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999

 

 

Capitolo 14
EVANGELIZZARE L’ACCOGLIENZA DELLA VITA QUOTIDIANA


“Il mio cuore prova il più grande piacere nell’adempimento dei miei doveri, di mano in mano che mi sono indicati”

(Michele Magone, cap. VII della biografia scritta d don Bosco).

Dio, amante della vita

“Non rincorrete la morte, abbandonando la strada che porta alla vita. Non distruggetevi con le vostre mani. Ricordate: Dio non ha creato la morte e non vuole la morte degli uomini. Ha creato le cose perché esistano: le forze presenti nel mondo sono per la vita e non hanno in sé nessun germe di distruzione. Sulla terra non sarà della morte l’ultima parola e chi fa quel che piace a Dio vive per sempre. I cattivi invece aprono alla morte la porta di casa la chiamano e la invitano a venire, la credono amica e spasimano per lei. Arrivano a fare un patto con lei e meritano così di riceverla in sorte” (Sap 1,12-16).
Lo Spirito di Dio sta conducendo il mondo e le chiese ad una maggiore comprensione del dono del creato, ad una più serena accettazione dei suoi valori. Esso esce ogni momento dalle mani di Dio come un incomparabile dono per l’uomo. Per questo, oggi non è possibile parlare all’uomo, ponendosi fuori o contro questo dono di Dio, che egli ha imparato ad apprezzare.
Il Maestro di tutto questo resta Dio che si è “temporalizzato”, incarnato” nel Figlio, assumendo tutti i doni, per i quali è bella la faccia della terra, per accelerarne e purificarne l’orientamento verso il Signore, loro sorgente e loro approdo.
Il sereno approccio di Gesù con il creato è stato fonte di scandalo per i benpensanti dell’epoca sua, scandalizzati - oltre che dalla modestia della sua professione di falegname - dalla libertà con cui stava coi “peccatori”, partecipava ai banchetti, accostava con tenerezza donne di dubbia reputazione.
Le sue parabole sono piene di simpatia per la vita e per il lavoro dell’uomo: contempla il seminatore e l’esito del suo lavoro, i pescatori che selezionano il pesce e rassettano le reti, ammira i gigli del campo, scruta gli uccelli del cielo, osserva la donna che impasta il suo pane. Conosce il dolore e la gioia che segnano la nascita e la morte dell’uomo. Tutto lo interessa. Egli sa che proprio per questo è venuto. Perché nessun iota cada dalla legge e tutto abbia un senso compiuto. Certamente, il Signore Gesù ha avuto momenti di gioia profonda, al pensiero che la sua missione era quella di dare senso ad ogni istante del tempo, ad ogni aspetto della vita, ad ogni grande desiderio, che abita il cuore dell’uomo.
Forse, niente scandalizzò tanto gli avversari di Gesù come il suo incredibile indugio - durato trent’anni - nella semplice e incolore vita dell’uomo qualunque. In un paese sconosciuto, come Nazareth; dedito ad un lavoro modesto come quello del falegname; mescolato alla ampia cerchia dei suoi parenti - che probabilmente non mancavano di qualche tipo originale - secondo il costume delle famiglie orientali; confuso fra la folla, che popolava il mercato od andava alla sinagoga… Come poteva un grand’uomo venire di lì? Forse, da Gerusalemme sarebbe stato possibile… O magari anche da quella conventicola di giudei fervorosi che vivevano a Qumran… Ma da Nazareth può mai venire qualche cosa di buono?
Eppure, proprio così è chiamato a vivere il cristiano. Egli assume con riconoscenza tutto l’umano. Sa che il Signore lo chiama attraverso l’invocazione dell’uomo. Mette a frutto il seme prezioso della quotidianità. Lievita ogni relazione col fermento fecondo della carità.

Don Bosco: un uomo di Dio nella città degli uomini.

Spiritualità della incarnazione
La spiritualità di don Bosco è tesa, fin dal suo nascere, a superare la "rottura fra vangelo e cultura", denunciata da Paolo VI. Cerca di tenere i piedi ben piantati in terra, mentre alza (e fa alzare!) gli occhi al cielo. Fugge il "lusso di starsene accanto alle cose", per paura di sporcarsi le mani. È una spiritualità che nasce dalla vita e vuol parlare alla vita.
Si qualifica, insomma, come una autentica "spiritualità della incarnazione", che non dimentica che ogni "figlio di Dio" è anche "figlio dell'uomo", che abbisogna di un "Padre nei cieli", ma anche di molti amici sulla terra.
E la prima virtù che si deve "incarnare" è, per don Bosco, la carità. "Siamo in tempi in cui bisogna operare", egli amava ripetere. Don Bosco intuisce che l’identità futura della chiesa e degli Istituti religiosi sarebbe stata più strettamente legata al ministero della carità. Non è forse questo che si intende oggi, quando si ripete (certo a proposito!) che occorre "evangelizzare con la carità"?
Contemplando un santo della carità, come don Bosco, incontriamo una scintilla sempre viva dell’incarnazione di Cristo.

Spiritualità responsoriale
Per questo suo orientamento profondo, la spiritualità di don Bosco è plasmata dall'ascolto dei bisogni dei giovani e del popolo di Dio e assume un carattere di spiritualità responsoriale. "Io vedo dinanzi a me - esclamava don Bosco nel 1884 - il progresso che farà la nostra Congregazione... Il nostro istituito è per i bisogni presenti e si propagherà con una rapidità incredibile in tutto il mondo (...). Sol che siamo fedeli alle virtù comuni del cristiano, quale splendido avvenire ci prepara Iddio!"(MB XVII, 30-31).
Chi ha lo spirito di don Bosco condivide "lo sguardo di Cristo" sui bisogni dell'uomo, che orientano la sua carità pastorale, e vive così una spiritualità che "contempla Dio innamorato dell'uomo" (E. Viganò).
L’educatore cristiano sa scrutare le invocazioni, tacite ed espresse, di quelli cui è mandato. Inventare risposte per esse è il suo modo normale di vivere la carità.
L’Oratorio di don Bosco - letto nella sua storia e nella intenzionalità che don Bosco vi pose - è, per definizione, il luogo in cui si porge ascolto ai bisogni dei giovani, commisurandovi la propria risposta. Non è che oggi manchino risposte. Ce n’è fin troppe. Ma, certamente, manca l’ascolto del cuore del giovane, per identificare non ciò che noi gli vogliamo dare, ma quel che lui ha bisogno di ricevere.

Spiritualità del quotidiano
Questa radicale attenzione alla vita dei suoi giovani e della sua gente porta don Bosco a volerla salvata "tutta intera", in modo "plenario": in tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi momenti. Per questo, Don Bosco rifugge da una "spiritualità degli intervalli", che non sa vestire la vita di una "grazia di unità". Ama lo stile "festivo e domenicale", ma non trascura la "umiltà feriale"; è geloso del "riposo festivo", ma non meno diligente nel predicare e praticare il "lavoro quotidiano": poiché "non c'è bisogno di staccarsi dalla vita ordinaria per cercare il Signore". Egli difende appassionatamente le "pratiche di pietà", ma le vuole gemellate con "le pratiche di carità". Chiamiamo oggi un tale atteggiamento, splendido frutto della "incarnazione", "spiritualità del quotidiano": "Assumere con coerenza l'aspetto ordinario dell'esistenza, accettare le sfide, gli interrogativi, le tensioni della crescita; cercare la ricomposizione dei frammenti nell'unità realizzata dallo Spirito del Battesimo, operare per il superamento delle ambiguità presenti nella esperienza giornaliera, fermentare con l'amore ogni scelta: tutto ciò è il passaggio obbligato, per scoprie e amare il quotidano come una realtà nuova, in cui Dio opera da Padre".
Per questa ineliminabile "tensione incarnatoria", la spiritualità di don Bosco venne, volta a volta, indicata come "spiritualità comunitaria", "missionaria", "personalista", "liberatrice", "educatrice", "esperienziale", "del corpo", "della gioia di vivere", "umanistica", ecc.
E’ dunque capace di apprezzare ed educare tutti i doni che l'amore di Dio ha fatto all'uomo.

Spiritualità della relazione
La qualità dell'incontro educativo di don Bosco sta in cima ai suoi pensieri. "Tutti quelli con cui parli diventino tuoi amici", suggerisce (MB X, 1039), ed "essere amico di don Bosco" significa tutto a Valdocco: impegno spirituale, felicità interiore, collaborazione educativa, gioia di famiglia. È sua convinzione che lo spirito salesiano "deve animare e guidare le nostre azioni e ogni nostro discorso". "Il sistema preventivo sia proprio di noi. (...) Carità, pazienza, dolcezza (...). Ciò valga per i salesiani fra loro, fra gli allievi, e altri, esterni od interni". "Studia di farti amare", mormora a don Rua, lasciandogli quasi un testamento e indicandogli il segreto dell'arte del Buon Pastore. Don Bosco consegna, dunque, al termine della vita, come una convinzione profonda e una preziosa eredità, l'intuizione raccolta nel sogno dei 9 anni. E, nel prediligere le "virtù relazionali" - come cardini del dialogo educativo e della collaborazione operativa - don Bosco si dimostra eccellente discepolo di San Francesco di Sales.
La relazione sta al cuore di ogni approccio educativo, di ogni sforzo di collaborazione, della serenità familiare come dell'efficacia di una comunità educativa pastorale. "Bisogna farsi fratelli degli uomini nell'atto stesso che vogliamo essere loro pastori, padri e maestri. Il clima del dialogo è l'amicizia, anzi il servizio." (Paolo VI, Ecclesiam suam).
L'ascolto dei laici e dei giovani ci fa convinti che c'è grande voglia di rapporto.
Essa può anche rischiare di essere degradata a puro strumento tecnico, captativo e manipolatore della personalità dell'altro, sia giovane che adulto. Per questo va riempita di carità fino ad essere trasformata in espressione di autentica spiritualità relazionale. Ne è frutto e segno quella castità serena, così cara a don Bosco, che regge l'equilibrio affettivo e la fedeltà oblativa. Così rinvigorita e purificata, la relazione educativa si esprime nell'incontro personale, costruisce un ambiente formativo stimolante, incoraggia al cammino di gruppo, accompagna la maturazione vocazionale.


Abbracciata da Cristo, la terra diventa porta del Cielo

Peguy rimproverava clero e religiosi per aver "tradito" la terra, trascurandone i valori che essa possiede “per diritto di creazione”. "C'è molta mancanza di fede nella loro ignoranza della temporalità, anche senza dubbio molto orgoglio, molta pigrizia (...) E l'eternità ha subìto un aborto nel tempo perché coloro che sono insigniti di eterno potere hanno dimenticato, misconosciuto, disprezzato il temporale". E proseguiva dicendo: "Noi abbiamo diritto a una cosa: che la terra sia una porta nel tuo cielo. La scala verso la chiesa, se si vuole, è fuori della chiesa, è nella piazza del mercato. Ma essa è anche nella chiesa, perché è l'inizio della chiesa". È necessario riconoscere il "mantello di tenerezza posto intorno alle spalle del mondo".
Il Figlio di Dio è venuto ad avvolgere il mantello sulle spalle del mondo, perché potesse essere salvo. Prima di ogni esodo dell'uomo, sta l'esodo di Dio. Per S. Massimo il Confessore l'Incarnazione ha un primo grado nella creazione, un secondo grado nell'ingresso di Dio nella storia (con la Legge e la Scrittura), un terzo grado nel "caro factum est".
Alla radice della Incarnazione sta un'unica "passione d'amore" condivisa dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito. "Se Egli è disceso sulla terra - scrive Origene - è per compassione del genere umano. Sì, egli ha sofferto il nostro dolore, ancora prima di subire la Croce, ancor prima di prendere un corpo. Perché se Egli non avesse sofferto, non sarebbe venuto a condividere la nostra condizione umana. Prima ha sofferto, dopo è disceso".
L'incarnazione del Figlio evidenzia sempre di nuovo il realismo della fede. L'odierna tentazione della fede è l'attenuazione graduale e complessiva di tutto il mondo della fede, come se "l'occhio della fede" perdesse gradualmente la "vista". E allora la fede viene "tematizzata", "ritualizzata", "predicata" dentro la chiese, per così dire, ma "fuori della vita".
Si è parlato di “conversione alla terra”, non nel senso negativo di “inginocchiamento davanti al mondo”, ma come impegno di scoperta delle immense potenzialità che la venuta di Cristo nella carne ha rivelato nel mondo e nella nostra vita. Dio è il Primo convertito alla terra.
E' l'incarnazione di Cristo che ci permette, oramai, di leggere la biografia come teologia. Che ci insegna a coltivare, sull’esempio di Cristo, la identità fra vita e parola (una vita che è parola e una parola che è vita). Oggi è la parola che chiede di incarnarsi nella nostra vita, approfondendo il solco tracciato da Gesù.
L'incarnazione è il crocevia di due esodi: l"esodo di Dio, che rende possibile l'esodo dell'uomo. E’ questo il quarto grado della creazione - per completare la scala di S.Massimo - per il quale il mondo viene elevato, trasfigurato, redento attraverso il prolungamento dell’incarnazione di Cristo, che, ad opera dello Spirito, ha luogo nella Chiesa e nel cuore degli uomini di buona volontà.
La conversione dello sguardo, che vede il mondo in Cristo (spiritualità dell’incarnazione); il riconoscimento della densità salvifica anche delle esperienze umane più semplici (spiritualità del quotidiano); l’ascolto dell’invocazione del fratello, che mobilita le energie della carità (Mt 25) (spiritualità responsoriale); il cammino verso una società segnata dalla relazione (spiritualità relazionale) sono alcune essenziali componenti della creazione, che matura il suo quarto grado.

Preghiera

Ti sei fatto uomo sul serio,
o Figlio del Padre,
così veracemente uomo
da non sembrar più Dio.

Uomo coi calli
sulle mani,
e lacrime vere
dentro gli occhi,
e la fatica d’ogni giorno
che ti pesava addosso.

Ti sei fatto uomo,
Signore Gesù,
per mostrarci il sentiero,
che conduce a Dio,
scavandolo per trent’anni
nella nuda terra.

La tua vicenda
non ha ancor finito
di scandalizzare i benpensanti
di ogni tempo.

Ti trovavano troppo carnale,
troppo umano,
troppo normale.
Non avevi l’aria del sapientone.
Sembravi quel che eri:
il figlio del falegname.

Anche se altri cercano
la fuga dalla terra,
tu ci insegni a tornarvi,
con passi carichi
d’amore.

Se c’è chi si sente mortificato
dagli spenti colori
della vita quotidiana,
Tu gli insegni a ravvivarli,
con la fiamma interiore,
come sui muri
di una vecchia chiesa
rivive un affresco perduto..

Poiché tutto ciò che esiste
e quel che tormenta
ed esalta
i nostri pochi giorni
è materiale buono
per fabbricare
la città di Dio.

Non è la terra o la carne,
o questo mio corpo Tuo,
che umilia lo spirito.
Tu hai vestito la carne,
ti sei fatto terra,
hai illuminato il corpo:
li hai fatti splendere
più delle stelle
in Cielo.