15. Evangelizzare sulle orme de «il discepolo che Gesù amava»

 

Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO  STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999

 

 

Capitolo 15
SULLE ORME DE "IL DISCEPOLO, CHE GESÙ AMAVA"

“Gettarsi in braccio a Dio e non allontanarsene mai più”, come don Bosco.

Il discepolo che Gesù amava

Il Discepolo Prediletto appare, a partire dal cap. 13 di Giovanni. Egli è colui che posa il capo sul petto di Gesù (13,23-26); entra "dentro" dal sommo Sacerdote e introduce Pietro (18,15-16); sta, con Maria, accanto alla Croce (19,25-27); corre con Pietro, ma più veloce di lui, al sepolcro vuoto (20,2-10); riconosce il Signore Risorto (21,7); incuriosisce Pietro (21,20-23); è la fonte delle cose narrate (21,24).
Agostino vede in Giovanni la "vita futura", altri "la carità". Più tardi, riducendo la intensità del messaggio, lo si applica alla vita monastica.
È il perfetto discepolo cristiano?
È l'allievo "modello" della scuola giovannea?
È la chiesa ellenistica che soppianta la chiesa "giudaica"? Fermo restando il forte carattere "simbolico" del Discepolo Prediletto, egli è anche un protagonista evangelico in carne e ossa (con buona probabilità l’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo).
C'è tuttavia ancora anche chi ama vedere nel Discepolo Prediletto il "carisma", che sta di fronte alla istituzione, rappresentata da Pietro, e dialoga con essa.
Tenendo presente la grande capacità di Gv di "simbolizzare" la realtà, possiamo concludere che il DP non rappresenta tanto una predilezione personale (che potè pur esserci), quanto piuttosto "lo stato di colui che, osservando la parola evangelica, viene a trovarsi nella sfera dell'amore del Padre e del Figlio" (A.Serra), manifestando quel "di più" di amore, che S. Francesco di Sales chiamerebbe "devozione". Essa corre in tre principali direzioni.
* La intimità col Signore Gesù.
Egli posa il capo sul petto di Gesù.
L'intera vita cristiana è presentata come un cammino verso l'intimità.
Il Verbo di Dio riposa nel seno del Padre, da cui attinge le cose che comunica a noi.
Il Disacepolo Prediletto attinge dal seno di Cristo ciò che egli comunica ai fratelli. Il "circolo" di questi segreti - attinti e comunicati - in Giovanni si chiama "testimonianza".
Tale intimità genera capacità di meglio riconoscere i "tradimenti", "cuore a cuore" con Gesù; "fedeltà nell'ora della croce (è proprio in quell'"ora" che appare il Discepolo Prediletto); entusiasmo evangelizzatore (Giovanni corre "più veloce" verso il Risorto); "chiaroveggenza" nel riconoscere i "segni del Risorto" (Gv 21,7); permanenza testimoniante della Chiesa, "finchè io venga" (Gv 21,22). "Questi è il discepolo che testimonia di questi fatti" (Gv 21,24)
* L’intimità con Maria.
Da Cana al Calvario, l'"ora" di Gesù (2,4/19,27). Cana prelude alla croce (e quel vino ha già il sapore del sangue...).
Ai piedi della croce. A partire dal quarto secolo si sottolinea la pregnanza ecclesiale dell'episodio ai piedi della croce.
L'intero fatto va letto sullo sfondo dei "dispersi figli di Israele" che, dall'esilio babilonese, si radunano intorno a Gerusalemme e al tempio; e cadono dunque dentro la "profezia" di Caifa: "Egli profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, ma anche per radunare nella unità i dispersi figli di Dio" (Gv 11,50-52). Realizzano così il "terzo esodo", nel quale il tempio è il Risorto ("Lui parlava del tempio del suo corpo", Gv 2,19-22; "Non vidi nessun tempio in essa, perché il Signore Dio onnipotente è suo tempio e l'Agnello", Ap 21,22); e la "nuova Gerusalemme" , la "Figlia di Sion", è Maria.
"E il discepolo la prese in casa sua...". Prendere Maria in casa significa intraprendere il “terzo esodo”, per entrare nella nuova alleanza, sotto l’impareggiabile guida del “Sacrario dell’Alleanza”, che custodisce e dona Gesù.
* La intimità con Pietro.
Il Disceplo Prediletto ha una forte relazione con Pietro.
Il significato di tale relazione va approfondito nella direzione della "compresenza" armoniosa di amore e disciplina, profezia e amministrazione, carisma e istituzione, che sono chiamati a camminare insieme "finchè io venga"; della "complementarità gerarchica (cf Gv 18,15; 20,1ss e 21,7) e del riconoscimento del primato dell'amore.
Pietro tradisce, ma il Discepolo Prediletto no! Pietro stesso deve passare "l'esame dell'amore", superare il triplice rinnegamento, imparare l'arte di stare presso la croce: "Quando sari vecchio, un altro ti cingerà...".

Don Bosco: un discepolo, che si è sentito amato

In una testimonianza, rimasta famosa, don Paolo Albera, allievo di don Bosco e suo secondo successore, afferma parlando del santo educatore: “Il concetto animatore di tutta la sua vita era di lavorare per le anime fino alla totale immolazione di se medesimo, e così voleva che facessero i suoi figli. Ma questo lavoro egli lo compiva sempre tranquillo, sempre eguale a sé, sempre imperturbabile, vuoi nelle gioie, vuoi nelle pene; perché, fin dal giorno in cui fu chiamato all’apostolato, si era gettato tutto in braccio a Dio. Se lavorare sempre fino alla morte è il primo articolo del codice salesiano da lui scritto più coll’esempio che con la penna, gettarsi in braccio a Dio e non allontanarsene più mai fu l’atto suo più perfetto. Egli lo compì quotidianamente”.
* Tale intimità col Padre si nutre, per don Bosco, attraverso quello speciale incontro con Cristo, che è l’esperienza sacramentale. “Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione - egli scrive nella vita di Francesco Besucco - ma io non trovo alcuna base sicura, se non nella frequenza della confessione e della comunione” . Scrivendo la vita dei suoi ragazzi don Bosco non manca di evidenziare una forte identità fra vita sacramentale e relazione personale con Gesù, specie Eucaristico. L’incontro personale raggiunge lì il suo vertice, che, a volte, si manifesta attraverso momenti estatici, come accadde a S. Domenico Savio.
Evidenziando una naturale conseguenza della dimensione eucaristica, don Bosco sottolinea l’atteggiamento “penitenziale” - nel duplice senso di mortificazione e di confessione - come sua parte integrante. Come non c’è vera relazione con Gesù, al di fuori dei sacramenti, così non c’è vera partecipazione eucaristica, che possa escludere l’arduo e salvifico mistero della croce. Tutto questo don Bosco voleva esprimere, quando - in apertura o chiusura delle sue lettere - spesso scriveva. “La grazia del S.N.G.C. sia sempre con noi”.
* L’incontro personale col Signore Gesù coinvolge quello con Sua Madre.
Don Bosco si sentiva costruito da Maria. Durante la sua vita, egli onorò Maria con tutta la ricchezza dei titoli a lei attribuiti: Immacolata, Addolorata, Vergine del Rosario, Consolatrice… Ma alla fine si sentì chiamato a venerarla col titolo di Ausiliatrice: “La Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice. I tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine santissima ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana”
“Abbiate fede in Maria Ausiliatrice e vedrete che cosa sono i miracoli”, ripeteva don Bosco. Il quale prima vide e poi parlò. Era sua convinzione che le pietre con cui fu costruita la basilica di Torino corrispondessero ad altrettante grazie di Maria.
* Don Bosco vede il Papa come un segno di salvezza, che la paternità di Dio dona alla Chiesa del Figlio, per garantire e rinvigorire il suo cammino attraverso la storia.
Il Papa non era un “ruolo” per don Bosco, né solo una funzione gerarchica, ma una persona viva, cui si scrivevano lettere affettuose e, all’occorrenza, si mandavano segni di solidarietà. Con lui si pregava, si soffriva, si gioiva.
Mentre don Bosco affermava di essere attaccato al Papa più che il polipo allo scoglio, Pio IX, parlando agli intimi, riconosceva di avere solo tre amici disinteressati e che il terzo… era don Bosco.
Al tempo stesso don Bosco faceva apprezzare il Papa anche come un “carisma istituzionale”, che innerva l’intera storia della Chiesa e diventava allora facondo narratore della storia dei Papi. Non aveva tutti i torti quel giornale liberale che concludeva: “In don Bosco l’arte di innamorare al Papato è tutto!”:


Vivere da discepoli prediletti

Vivere la intimità con Cristo
"Cristo dapprima invita, poi si rivela con maggior pienezza, infine manda.
Egli invita, per farsi conoscere da coloro che vuole mandare.
Egli manda coloro che sono riusciti a scoprire il Mistero della sua persona e del suo Regno. Il vangelo infatti deve essere proclamato con la forza della loro testimonianza. E la forza della loro testimonianza dipende dalla conoscenza e dall'amore per Gesù Cristo stesso.
Ogni apostolo deve potersi identificare con ciò che Giovanni dice nella sua prima lettera: "Questo noi vi annunciamo: ciò che era dal principio, ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo visto coi nostri occhi, ciò che abbiamo visto e toccato con mano: il verbo della vita" (Giovanni Paolo II a Denver, omelia del 12 agosto 1993).
Anche la "missione", dunque, nel suo significato più profondo è il frutto della nostra "passione per Cristo". "Si deve poter partire dal Vangelo, dall’essere prima che dal fare; il mondo accoglie i testimoni molto più che i maestri. L'evangelizzazione è dunque anzitutto un configurarsi a Cristo, un essere uomini di Dio: che l'uomo di oggi possa vedere nel nostro volto il volto di Cristo Signore".
Il riferimento a Cristo segna, dagli inizi, ogni azione e passione missionaria. "Prima dell'invio vi è sempre la chiamata alla sequela. L'"andate" è sempre preceduto dal "venite".
"Gesù Cristo, crocifisso e risorto, Signore della vita e della storia - scriveva Giovanni Paolo II, nel 1990, in una lettera ai religiosi/e dell’America Latina - deve essere l'ideale vivo e perenne di tutti i consacrati. Della sua parola si vive, nella sua compagnia si cammina, della sua presenza interiore si gode, della sua missione salvifica si partecipa (...) Non possono esistere solitudini quando Egli riempie il cuore e la vita
Ci muove l'urgenza di essere "segni del Suo amore", e di esserlo in modo "trasparente" (cf ETC 21). Cristo vissuto è radice del Cristo annunciato (cf AA 4).
E il punto di partenza è la scoperta gaudiosa di essere (stati) amati da Lui. Se, nella prima parte della nostra vita, possiamo coltivare la illusione di essere noi ad "afferrare Cristo", quando l'età si fa più matura, comprendiamo meglio che, davvero, è stato ed è ancora Lui ad afferrare noi, a servirsi di noi... Nasce, allora, la coscienza viva e umile della nostra "strumentalità”, con la conseguente preoccupazione di coltivare la nostra "congiunzione" con Cristo, come prima condizione della nostra efficacia apostolica. Questo passaggio dallo "efficientismo" missionario alla "interiorità" feconda è uno degli elementi che segnano la maturità del nostro cammino spirituale.
Ma - diceva Giovanni Paolo II, nel 1980, ai religiosi/e di Kinshasa - "seguire Cristo è qualche cosa di esistenziale. È volerlo imitare al punto da lasciarsi configurare a lui, assimilare a lui, al punto di essergli "un'umanità supplementare”.

Ricercare l’intimità con Maria
La dimensione "mariana" della vita cristiana è elemento essenziale della sua "ecclesialità".
"La presenza della Vergine Maria è spesso all'origine di molte esperienze di vita consacrata e apostolica e all'inizio di molte chiamate vocazionali alla sequela di Cristo".
Noi siamo chiamati ad imbandire il vino di Cristo ai giovani che, come quelli di Cana, guardano alla vita e alla famiglia: "Fate tutto quello che egli vi dirà".

Testimoniare fedeltà al successore di Pietro
La fedeltà a Pietro ci rende "esperti di comunione", testimoni e artefici di quel progetto di unità, che sta al vertice della storia umana, secondo il progetto di Dio.
Questo sforzo di comunione imbocca oggi delle "piste preferenziali" e si esprime:
- nell’impegno per la Nuova Evangelizzazione,
- nel coraggio fiducioso che, sull'esempio di Giovanni Paolo II, regge lo sguardo in avanti, frenando sterili nostalgie retrospettive;
- nello sforzo quotidiano di “crescere nell’amore”, unico modo concreto, alla nostra portata, per amare davvero : "Lo Spirito Santo, col magistero delle tribolazioni, lavora più e più le anime perché si aprano alla soavissima necessità di Gesù. Vien da pensare che, come la saggezza antica culminò in quel "so di non sapere", così la sapienza cristiana si accosti al vertice in questo umile riconoscimento: "So di non sapere amare" (Clemente Rebora).

Preghiera

Lo so, Signore, che Tu vuoi
il mio amore.
E ne resto confuso.

Ma mi conforta il pensiero
Che il Tuo amore
Mi viene donato per primo.
Come la roccia,
su cui si può fabbricare
la casa;
come il Sole
che ravviva i mille colori;
come la fiamma viva,
che accende
il mio stoppino smorto.

È un amore, che,
generato dalla Tua croce,
mi rende capace
di abbracciare la mia.

E smaschera
le sottili
razionalizzazioni
con cui rivesto
i miei tradimenti.

E penetra la crosta
opaca
della quotidianità
scoprendovi i segni
del Risorto.

E si appoggia a Maria,
Donna del soccorso,
e a Pietro,
Uomo della roccia:
in loro compagnia,
si trasforma
la scommessa dell’amore
in sfida vittoriosa.