Consacrazione battesimale

e i voti

Carlo Molari 

Può sembrare una cosa strana, ma anche la forma di consacrazione, così come si è strutturata all’interno della Chiesa, di per sé non è stata decisa da un concilio o da decreti di Vescovi. È sorta spontaneamente molto presto, quasi all’inizio della Chiesa, forse anche sull'esempio delle comunità degli Esseni, perché corrisponde alle indicazioni offerte da Gesù e alle sue scelte. Fin dall’inizio alcuni si sono impegnati ad una forma di vita consacrata, cioè riservata al Vangelo e riservata a Dio.
Non è una forma di consacrazione "speciale" come a volte si dice, perché tutti i battezzati sono consacrati, messi cioè a disposizione per Dio, appartenenti a Lui. Nel battesimo essi sono "unti" (christoi), consacrati. Gesù era stato battezzato dallo Spirito Santo dopo il battesimo di Giovanni (conversione e purificazione). La chiesa ha presto ampliato il comando di Gesù di battezzare aggiungendo l'unzione come segno di consacrazione a Dio per vivere per lui. E' questo senso della parola di Paolo ai Romani “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Rm 12,1-2). Paolo dice che la consacrazione a Dio dei cristiani consiste nel farsi spazio all'azione di Dio che vuole aiutarli a diventare persone spirituali, figli di Dio guidati dallo Spirito (Rm 8,14).
La consacrazione è un processo e diventa una modalità concreta per vivere la vita teologale. La consacrazione si è espressa in scelte radicali, che riguardano la povertà, la vita celibataria, il particolare impegno di ascolto della Parola o di ubbidienza. In seguito ha assunto forme canoniche, regolate dalle leggi della chiesa. C’erano delle componenti contingenti, però c’è una scelta di fondo che ha un significato, ed è precisamente la fedeltà alla vita teologale/trinitaria, espressa in modo comunitario.
Vorrei mostrare il collegamento che esiste tra la triade teologale che abbiamo visto essere collegato con la modulazione trinitaria - e la triade dei voti come espressione ecclesiale della consacrazione. Essa ha una sua forma iniziale che non è stabilita dalla legge, una forma che lo stesso figlio di Dio aveva vissuto ("essere eunuco per il Regno di Dio"). Era la conseguenza della fedeltà alla vita teologale.

L’obbedienza della fede

La fede richiede un impegno di ascolto della Parola, che quando viene assunta in modo radicale, diventa l’atteggiamento costante che è un atteggiamento di obbedienza. Obbedienza vuol dire ascolto. La fede ci chiede di metterci continuamente in ascolto della Parola. L’impegno dell’obbedienza è quello di ascoltare la chiamata di Dio in tutte le situazioni in cui ci si viene a trovare, di compiere il volere di Dio in tutte le situazioni, di esprimere la volontà di Dio in tutte le circostanze della nostra esistenza. L’obbedienza è l’atteggiamento di fede vissuto radicalmente, con impegno continuo, non solo in determinate circostanze. La fede, giunta a maturità, si esprime come fede teologale, cioè, fede in Dio e quindi supera i diversi riferimenti. La fede teologale vissuta coerentemente e in continuità, diventa obbedienza.
In S. Paolo l’identificazione è chiara: ai Romani scrive: “La fama della vostra fede si espande in tutto il mondo” (1,8). Nel capitolo 16 riprende la stessa idea, ma dice: “ La fama della vostra obbedienza è giunta ovunque” (16,19). L’obbedienza è mettersi in ascolto della Parola, è vivere la fede costantemente, in tutte le situazioni. Obbedienza vuol dire impegnarsi in tutte le situazioni ad ascoltare una Parola che chiama e compierla; scoprendo che, in tutte le situazioni, al fondo, c’è la forza creatrice di Dio e la sua presenza, c’è l’espressione di una sua Parola, ci impegniamo ad ascoltare.
E questo anche quando la situazione è negativa, contraria al volere di Dio, perché gli uomini possono inquinare, possono distorcere, stravolgere l’azione di Dio, ma non possono annullarla. Certo, in situazioni difficili, l’ascolto deve essere attento, molto più silenzioso perché deve arrivare al fondo. Ma nessuno può imbrigliare la Parola di Dio al punto da annullarla. La domanda giusta da porsi in questo cammino non è "E' questa la volontà di Dio per me?", ma: "Come posso in questa situazione compiere la volontà di Dio?".
La croce di Gesù è l’esempio tipico dell’obbedienza in una situazione negativa, quindi contraria al volere di Dio. Gesù è riuscito ad ascoltare la chiamata di Dio anche nel silenzio estremo dell’abbandono. Ma anche li ha compiuto la volontà di Dio: ha rivelato l’amore, ha espresso misericordia, ha tradotto in gesti di perdono il suo atteggiamento di fede in Dio. Anche li ha compiuto la volontà di Dio pur essendo in una situazione negativa, contraria al volere di Dio, ingiusta, peccaminosa. Questo è l’impegno dell’obbedienza.
Chi fa i voti in una struttura religiosa non si impegna a ritenere che ciò che hanno deciso i superiori, l’ha voluto Dio, bensì a compiere in tutte le circostanze - anche in quelle in cui non sembra che ci sia giustizia - il volere di Dio. Ci possono essere situazioni che non corrispondono al volere di Dio, in cui la decisione presa dai superiori è influenzata da contingenze storiche, da compromessi, a volte da ragioni sbagliate, per esempio da una calunnia. Anche nelle situazioni negative c’è una chiamata a rivelare l’amore di Dio, a tradurre la sua misericordia, ad esprimere forza di vita. Questo è l’impegno dell’obbedienza.
Chi si consacra, sì impegna a diventare testimone di questa possibilità, di questa chiamata per tutti. La consacrazione non è essere cristiani più qualcosa. È essere testimoni pieni, autentici di che cosa significhi essere cristiani. È compiere la missione di rivelare Dio, di esprimere la sua misericordia, di comunicare vita, cioè, condurre a salvezza.
L’obbedienza è l’esercizio della fede in tutte le situazioni; è vivere tutte le situazioni esercitando la fede nell’ascolto pieno della Parola. A questo ci si aliena raffinando la propria capacità di ascolto, di riconoscimento dell’azione di Dio all’interno delle diverse situazioni. Imparare l’ascolto della Parola che risuona nel silenzio è essenziale per imparare ad obbedire. Tutte le parole disturbano, introducono inquinamento. La domanda fondamentale non è: che cosa vuole Dio da me? Bensì: in questa situazione, come posso compiere il volere di Dio?
La vocazione non è una chiamata che sta davanti a me, formulata nel suo progetto, già determinata in tutto il suo cammino. Dio non è davanti. Dio è dentro. L’azione di Dio è nel fondo. Per cui la chiamata è configurata dalla mia risposta che la rende concreta, la esprime. Se la mia risposta è pigra, inquinata da egoismo, allora è chiaro che la chiamata non si esprime completamente. Non è sufficiente rispondere una volta. Ogni giorno rispondiamo alla chiamata, fino alla risposta alla morte. Dobbiamo essere coscienti dell’inadeguatezza della nostra risposta. Per cui ogni giorno possiamo scoprire in modo nuovo, più ricco, più profondo, la chiamata è rispondere.
Il fine dell’obbedienza è quello di raffinare costantemente la propria risposta per far risuonare nel suo stato puro la chiamata. La chiamata risponderà in stato puro quando non ci sarà più la nostra risposta, quando la risposta non sarà più nostra, quando l’azione di Dio diventerà in noi risposta, quando noi non aggiungeremo nulla. Ogni volta che troviamo difficoltà nell’obbedienza, nelle sue espressioni concrete, nell’attività che svolgiamo, è inutile che ci soffermiamo ad analizzare i motivi di superficie se il superiore è stato influenzato, se quell’altro ha detto o fatto questi motivi ci saranno sempre.
Ogni volta che sentiamo resistenza dobbiamo interrogarci: come esercitare la fede in questa situazione? La difficoltà nell’obbedienza sta sempre nell’insufficienza di fede, nella mancanza di ascolto della Parola. Quando ci fermiamo alla superficie troviamo sempre delle ragioni per non obbedire. Non c’è nessuna decisione dei superiori che non possa essere criticata.

La povertà della speranza

La speranza è attesa di Dio che viene, della venuta dello Spirito ogni giorno con i suoi doni (i doni del Dono). Ciò che abbiamo già accolto non è che una parte della promessa che ci è stata fatta da Dio. E allora noi attendiamo la pienezza della venuta di Dio. Ma noi attendiamo solo se siamo staccati da noi stessi. La speranza richiede il distacco da tutto per poter accogliere il dono di Dio.
Quello che di solito noi attendiamo e cerchiamo sono delle cose precarie e provvisorie ancorché buone, ma che non possono essere la ragione ultima delle mie azioni e della mia vita: i riconoscimenti degli altri, la ricompensa, il successo, benessere economico e salute. Ma il vero bene da attendere è il dono di Dio che viene, il dono per cui cresciamo come figli. Se viviamo la speranza, non possiamo che distaccarci da tutto. Non c’è niente che costituisce la ragione sufficiente della nostra azione, solo Dio che viene. Ma questo sarà molto difficile.
Abitualmente abbiamo sempre altre ragioni: la nostra realizzazione, il nostro successo, essere conosciuti dagli altri, poter esplicitare le nostre capacità operative... Non sono cose cattive, ma non è la speranza teologale. Ogni attaccamento è la impedimento all’attesa di Dio. Incominciamo la vita attaccati alle cose; Dio lo scopriamo dopo. Necessariamente deve avvenire una conversione; deve arrivare il momento in cui si realizzano questi distacchi.
Chi si consacra si impegna a mostrare questa esigenza per tutti. A vivere il distacco, a mostrarne il valore per far verificare la verità del Vangelo. Chi vive il distacco mostra che realmente Dio viene per chi lo attende.

Il celibato, la castità per l’agape

Il celibato, la verginità, la castità celibataria per il regno è l’esercizio, la gestione della sessualità per giungere all’agape. Il voto è in funzione dell’agape, cioè della rivelazione di quell’amore interiorizzante e oblativo che esprime l’azione di Dio. L'agape è il massimo della manifestazione dell'azione di Dio, l'amore supremo, il perdono dei nemici, il dono della vita sulla croce.
“Come il Padre ha amato me, così ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Amatevi gli uni gli altri” (Gv 15 9, 10, 17). Secondo l’indicazione di Gesù il consacrato si abbandona così all’amore di Dio da saperlo esprimere nella sua forma creativa e oblativa.
Per fare questo, per vivere i rapporti in questo modo, è necessario imparare a gestire la propria sessualità in modo da pervenire a quella forma di amore a cui tutti gli uomini debbono pervenire, perché è l’unico modo per saper morire: a quel tipo di amore interiorizzante e oblativo che consegna tutto e si consegna interamente. La comunità religiosa mostra la capacità di amare non per simpatia o interesse personale, ma solo gratuitamente, per amore. Come Dio.

Dimensione escatologica della vita consacrata

La dimensione escatologica non mostra come sarà la vita dopo la morte, ma quali sono le condizioni necessarie per arrivare alla morte in modo tale da affrontarla positivamente. Chi si consacra si impegna a mostrare nella propria vita e ad anticipare quegli atteggiamenti di vita, quelle forme di umanità che la morte chiederà a tutti di saper vivere. Questo è l’aspetto escatologico della vita religiosa. È la qualità di vita che tutti debbono aver acquisita per essere all’altezza della propria morte. Devono aver imparato ad ascoltare il silenzio, a distaccarsi da tutto, a giungere all’amore ablativo.
Questa è la funzione dei consacrati all’interno della Chiesa, perché la Chiesa svolga la sua missione di testimone del Vangelo. E una funzione ben concreta, ben precisa che è fondamentale che può essere esercitata solo se è vissuta realmente. Essere consapevoli di riservare la propria vita perché Dio si riveli compia la sua missione, perché la Parola di Dio risuoni come chiamata per l’uomo, perché Egli appaia come il tutto che risponde alla tensione dell’uomo, come bene supremo, come induzione dell’amore maturo dell’uomo. Non perché sia una forma superiore del Vangelo. Non si tratta di parlare della superiorità, ma si tratta di parlare della specificità della vita consacrata. Anche il matrimonio ha una sua specificità che richiede, però, la testimonianza dei consacrati per giungere poi al suo aspetto ultimo.

(Carlo Molari, Per una spiritualità adulta, Cittadella 2007, pp. 239-247)