Il fascino

della vocazione

vissuto nel carisma

educativo salesiano

Riccardo Tonelli  

Sono contento e onorato di poter condividere alcune riflessioni che stimo impegnative e urgenti. La proposta ha l’unica preoccupazione di sollecitare il confronto. Sono infatti consapevole che molte indicazioni restano discutibili e superabili, anche perché le mie riflessioni sono organizzate nel limite della mia sensibilità. Ma aldilà di ogni reazione personale, il problema resta e va risolto con urgenza.

1. Una fedeltà in prospettiva ermeneutica

Siamo depositari e testimoni di un progetto di esistenza che altri hanno maturato. Ce l’hanno consegnato come un dono prezioso, esprimendo, almeno in modo implicito, un gesto di fiducia e una chiamata alla responsabilità.
Di quale dono in concreto si tratta? Come possiamo metterlo a frutto, per riconsegnarlo arricchito del nostro contributo? Possiamo chiamare il processo in modi diversi. Mi piace constatare che tutto questo comprende la nostra “vocazione”, umana cristiana salesiana. La parabola dei talenti (Lc. 19, 11-27) ci fa pensare e mette in crisi le soluzioni facili e affrettate.
Il confronto con il contesto sociale e culturale in cui viviamo ci aiuta a comprendere questo progetto, proprio mentre ci restituisce la consapevolezza dell’urgenza e dell’attualità.
Tre considerazioni considero qualificanti.

1.1. Superare una fedeltà ripetitiva
Una scelta di fondo mi pare urgente e qualificante.
Non credo che la nostra responsabilità rispetto al progetto vocazionale stia nella semplice riscoperta del passato e nella relativa riconsegna a chi verrà dopo di noi: la fedeltà ripetitiva, quella che si preoccupa di conservare intatto il capitale consegnato per poterlo riconsegnare con sicurezza, risulta fallimentare.
L’affermazione non è solo una presa di posizione emotiva. Abbiamo maturato ragioni che la giustificano: nella riconsegna ripetitiva c’è il rischio grave di assicurare e consolidare, sotto il segno della fedeltà, l’evento e le sue espressioni culturali, in un unico pacchetto, che non riesce a discernere ciò che è permanente e ciò che invece è caduco, perché attraversato dal mutare dei tempi e delle sensibilità.

1.2. Una fedeltà per l’oggi
Preferisco una “fedeltà in chiave ermeneutica”.
L’atteggiamento ermeneutico nasce da una constatazione, ormai diffusa e consolidata: lo stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che si intende comunicare e le formule linguistiche utilizzate per farlo. Il primo elemento proviene dall’intimo di ogni persona, rappresenta il suo mondo interiore e il frutto del suo vissuto. Il secondo invece viene dai modelli culturali che riempiono l’ambiente della nostra esistenza.
Ogni proposta (parole, gesti, interventi generali…) è sempre una sintesi di questi due elementi. L’atteggiamento ermeneutico richiede, per attivarsi quando è necessario, un'abitudine al “sospetto ermeneutico”. La formula dichiara la consapevolezza dello stretto legame esistente tra i due elementi.
Faccio un esempio, attingendo ad un patrimonio di esperienza comune.
Spesso qualifichiamo il rapporto di un adulto verso un giovane con l’aggettivo “paterno”. Serve a richiamare un sostantivo di utilizzazione frequentissima: padre.
Chi dice “padre” o qualifica come “paterno” un modello di relazione, mette in gioco due istanze: la sua esperienza personale di figlio e di padre e i modelli culturali che, in una determinata stagione, definiscono quest'esperienza e questo rapporto. Il modo di essere padre e figlio varia, infatti, moltissimo nello sviluppo della storia e nelle diverse culture presenti oggi nel frammento in cui viviamo. Una persona esprime l’intensità dell’affetto verso un’altra, mettendo tutto il suo impegno per essere un “buon” padre: per essere padre secondo il modello culturale in cui si riconosce, che assume dalla cultura in cui vive. Lo stesso gesto, riportato in un’altra cultura, potrebbe significare un modo di fare davvero poco da “buon” padre. Padre… è sempre un dato comune. Varia però continuamente sulla misura della sensibilità personale e della cultura dominante.Questa consapevolezza rende più impegnativa la fatica del discernimento, perché siamo sempre pronti a rivedere le espressioni culturali e linguistiche, ma, per fortuna, abbiamo un rispetto, quasi devozionale, nei confronti dei vissuti di tante persone di cui riconosciamo l’autorevolezza e la forza testimoniale.
L’enfasi sul “sospetto” sottolinea la necessità di un fiuto speciale che abiliti alla capacità di discernimento. I due elementi (vissuto personale e cultura ambientale) non sono facilmente identificabili, come se il secondo fosse solo esterno e funzionasse da involucro del primo. Essi sono invece profondamente embricati l’uno nell’altro, in un intreccio che rende appunto difficile l’opera di discernimento. Qui si colloca la terza considerazione.
Il progetto che ci è stato consegnato e che dobbiamo riconsegnare, in una catena non interrotta di narratori dell’evento, è costituito da un intreccio di vissuti personali, che hanno interpretato e formalizzato l’evento, e delle sue formulazioni progressive.

2. La sfida attuale

L’atteggiamento ermeneutico propone la prospettiva critica con cui ripensare la fedeltà e, nello stesso tempo, consegna uno strumento di lettura e comprensione – indispensabile nel pluralismo degli approcci – con cui guardarsi d’attorno per raccogliere le sfide che vengono lanciate.
In questa logica provo ad offrire una rilettura dell’esistente dalla prospettiva del carisma salesiano per poi formulare una proposta di intervento, capace di raccogliere le sfide del contesto, come risposta carismatica.

2.1.Per intenderci sul termine “sfida”
Per interpretare il contesto attuale utilizzo la categoria “sfida”.
Tanti fanno così. E mi sento in buona compagnia. Ci tengo però a precisare che parlo di sfida con una doppia accezione complementare.
Sfida significa almeno due cose. Prima di tutto chiamo sfida ciò che ci mette in crisi perché siamo costretti a confrontarci con modelli di esistenza diversi da quelli in cui siamo cresciuti. Sfida è però anche un contributo originale, una specie di dono prezioso, di quelli da prendere o lasciare senza eccessivi rimpianti e senza rimandare verso tempi più tranquilli e situazioni stemperate.
Mi guardo d’attorno, alla ricerca di “sfide”: preoccupato cioè di cogliere i segni di novità che emergono con abbondanza, anche se sono frammisti pericolosamente con le molte ragioni di incertezza e di preoccupazione; e di interpretare, con amore lucido e critico, quello che sta minacciando un modo autentico di vivere la grazia della propria umanità.

2.2.La situazione: emergenza educativa
Uno degli esiti più drammatici del profondo cambio culturale, tipico di questo nostro tempo, è costituito da quel fenomeno, ormai sulla bocca di tutti, che in genere chiamiamo “emergenza educativa”. Qualche battuta aiuta a cogliere meglio la sfida.
Noi accogliamo abitualmente le ragioni di senso e di speranza, le prospettive di futuro e gli inviti alla responsabilità nel presente, attraverso quella relazione che mette in accoglienza reciproca le persone, soprattutto assicura il dialogo tra i giovani e le generazioni che li hanno preceduti (genitori, anziani, educatori). Siamo in emergenza quando si rompe questa relazione e non sappiamo più dove andare a ritrovare le ragioni per vivere e per sperare. Ciascuno si trova da solo, come un orfano sperduto nel deserto della vita quotidiana.
Questa situazione attraversa la stagione culturale che stiamo vivendo. Produce “emergenza” perché è terribilmente generalizzata. Si tratta di emergenza “educativa” perché riguarda la vita e il suo senso e i processi attraverso cui lo si scambiava normalmente tra le generazioni. La cosa ci preoccupa perché riguarda condizioni stimate indispensabili per vivere una esistenza a misura d’uomo maturo. Tra le diverse ragioni, quella di fondo la riscontriamo nelle parole del Papa quando avverte che “anima dell’educazione , come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di diventare anche noi, come gli antichi pagani, ‘uomini senza speranza e senza Dio in questo mondo’, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita” (Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21.1.2008).
La crisi investe tutti.
Investe gli adulti (che dovrebbero funzionare come “educatori”). Essi stanno vivendo una stagione di crisi di rilevanza e credibilità. E ne cercano il recupero attraverso strane soluzioni: vengono rilanciati i modelli autoritari o ci si rassegna ai modelli rinunciatari, inventando persino giustificazioni formali.
Investe i giovani che, a causa della rottura di relazione intergenerazionale, vivono in situazione di orfanità: mancano di figure di riferimento o ne hanno troppe e sono costretti a scegliere sul fascino o sulla sola soggettivizzazione. L’esperienza di orfanità, più o meno consapevole, sollecita verso soluzioni che addormentino almeno il problema. Così molti giovani sono spinti dalla crisi verso quelle situazioni che tanto ci inquietano: disperazione, disponibilità alla seduzione, disimpegno.

2.3. La provocazione: la scommessa dell’educazione
Sono convinto che molti dei problemi attuali siano, in qualche modo, connessi con una cattiva figura di educazione. La relazione educativa si è infranta perché era… una cattiva relazione. Per questo, considero l’emergenza educativa una “sfida”: provoca e offre contributi, positivi e preziosi perché sollecita ad inventare qualcosa di nuovo. Ci costringe a pensare e a inventare alternative mentre ci fa scoppiare tra le mani tante prospettive consolidate.
Alla scommessa sulla educazione non c’è alternativa. La sua crisi non ci spinge a cercare altre soluzioni… che, secondo me, potrebbero peggiorare il problema. Ci sida a rivisitarla, per restituire ad essa quella forza per la vita e la speranza che è stata giocata, un tempo, su altre frontiere, con esiti soddisfacenti.
Ecco allora la mia proposta: riaffermare tutta la fiducia sulla forza trasformatrice dell’educazione, proprio nel momento in cui ci si impegna ad immaginare una figura rinnovata di educazione. Sono convinto, in altre parole, che la soluzione praticabile all’emergenza educativa non stia nel semplice rilancio dell’educazione, ma in uno sforzo, impegnato e solidale, per sperimentare una nuova figura di educazione, a cui affidare tutta la nostra fiducia.

2.4. L’esito: educare alla “vita buona”?
Una terza questione risulta oggi in emergenza e ci propone una sfida: verso quale esito orientare la riscoperta dell’educazione?
Immagino la riscoperta dell’educazione come l’impegno bilaterale (e quindi intergenerazionale) per istituire una relazione tra soggetti diversi (felici… di essere differenti), attraverso cui essi si scambiano frammenti riflessi e motivati di vissuto, per restituirsi reciprocamente quella gioia di vivere, quella libertà di sperare, quella capacità e responsabilità di essere protagonisti della propria e altrui storia, di cui purtroppo siamo continuamente deprivati.
Sull’esito (gioia di vivere, libertà di sperare, responsabilità) in una stagione di pluralismo come è l’attuale, si riaprono le difficoltà.
Abbiamo certamente apprezzato tutti il titolo scelto dai Vescovi italiani per il documento in cui indicano gli impegni pastorali per il nuovo decennio: “Educare alla vita buona del Vangelo”. In questa formula felice viene suggerita un’alternativa alla soggettivizzazione incontrollata e ai modelli forti che vorrebbero ripristinare la sicurezza del già sperimentato.
Tre riferimenti entrano, infatti, nel titolo, tutti e tre di grande respiro: l’impegno di educare, l’esito del processo, la funzione orientativa del Vangelo.
I primi due (educare – alla vita buona) rappresentano un compito su cui le sensibilità e le preoccupazioni oggi sono diffuse e consolidate. Il richiamo al “Vangelo” propone un criterio di verifica impegnativo e qualificante. Proprio su esso oggi le posizioni si dividono. Rappresenta davvero un terreno di sfida, attraversato da un pluralismo di prospettive che sembra persino minacciare la compagnia sulla fiducia nei confronti dell’educazione e dell’esito.
L’educazione, scelta come risorsa privilegiata, è tutta orientata a costruire una “vita buona”. Quello che sta a cuore è decisamente la restituzione ad ogni persona di una qualità “buona” di esistenza quotidiana. Non sta a cuore direttamente l’integrazione, più o meno rassegnata, nei quadri culturali e istituzionali esistenti. E nemmeno il consolidamento di quel senso di appartenenza, anche ecclesiale, che mille fattori stanno oggi mettendo in crisi. Ci si preoccupa di me, di te, di tutti, chiamati quasi per nome, per sostenere il nostro desiderio di senso e di speranza: di quella qualità di vita che sogniamo e la cui privazione sta conducendo troppe persone alla disperazione, al disincanto, alla rassegnazione consumistica.
Colloco la questione nel paragrafo della emergenza educativa, perché il richiamo al Vangelo nella logica dell’educazione non allontana dalla compagnia, ma la qualifica e la concretizza, nella necessità di superare le convergenze rassegnate.

3. Ripensare il carisma in fedeltà ermeneutica

Consegnare “la vita buona del Vangelo” come obiettivo ed esito del processo di educazione, in una stagione di emergenza educativa, richiede oggi una fatica ulteriore, non piccola: immaginare dimensioni e frammenti di questa “vita buona”.
La tradizione educativa religiosa sapeva molto bene quale vita era buona. Ha diffuso modelli e raccomandazioni a tutti i livelli. I santi, per esempio, sono i vissuti di questa vita buona.
Oggi molto di questa ricchezza è entrata in crisi, attraversata inesorabilmente dai sospetti antropologici e teologici. Non basta di certo la “pars destruens”. Ne abbiamo realizzata tanta, forse troppa… senza ricostruire adeguatamente nel confronto tra i modelli antropologici dominanti e le esigenze irrinunciabili del Vangelo.
La sfida si trasforma in un compito, da realizzare ancora in compagnia, in quel circolo interdisciplinare che è oggi condizione irrinunciabile per ottenere buoni risultati.
Proprio a questo livello si colloca la riscoperta del carisma, il dono di cui siamo debitori a tutti: ci è stato consegnato da chi è vissuto prima di noi, in modo che possa continuare ad essere dono prezioso nel tempo e nello spazio concreto dell’oggi.
Lo dico proponendo tre movimenti complementari.

3.1.Riscoprire nella trama delle relazioni quotidiane l’integrazione tra educazione e evangelizzazione
La tradizione salesiana ha centrato la qualità di una presenza che sa farsi servizio attorno a due riferimenti fondamentali: l’educazione e l’evangelizzazione. L’esperienza e la riflessione hanno offerto, nella vivacità dei vissuti concreti, contenuto a questi due momenti.
Ripensando al cammino percorso, con uno sguardo anche ai contesti antropologici e teologici che ne hanno influenzato la comprensione, mi piace sottolineare due punti di non ritorno (nonostante qualche nostalgia) e una prospettiva di futuro, capace di offrire una sintesi nuova e impegnativa.

3.1.1. La stagione della comprensione approfondita
Gli anni del rinnovamento conciliare sono stati caratterizzati dall’urgenza di comprendere bene i due riferimenti fondamentali, attraverso approcci che ne sapessero riconoscere autonomia e specificità.
Si trattava di superare soprattutto quei modelli di reciproca strumentalizzazione, legati a teologie e antropologie riduttive.
Questo valeva sia per l’educazione che per l’evangelizzazione, in modo speciale in rapporto alle modalità e agli strumenti di realizzazione.
L’evangelizzazione rappresentava molto spesso il completamento necessario di momenti e processi educativi, progettati quasi in modo solo funzionale. Basta pensare alle prassi frequenti dello sport, della scuola, degli interessi giovanili.
Un poco alla volta, è andata maturando la consapevolezza della specificità e della autonomia, da accogliere e rispettare gelosamente.
L’educazione riguarda l’ambito del­la produzione e del­la comunicazione del­la cultura, attraverso l’esercizio progressivo di una razionalità critica, in vi­sta del­la personale crescita in umanità. Ha come preoccupazione sostanziale e specifica la maturazione del­la persona nel­la società, attraverso la pro­posta di valori, il confronto con model­li e scelte di vita, la gestione equilibrata degli interessi personali e dei rapporti intersoggettivi.
L’evangelizzazione invece ha come oggetto la proposta, esplicita e tematica, del Vangelo del Signore, per sol­lecitare al­la sua accoglienza, come unico e fondamentale evento di salvezza. La comunità ecclesiale assolve questo compito utilizzando una struttura comunicativa tutta speciale. La testimonianza del­la fede vissuta e confessata è l’unico strumento linguistico adatto per esprimere il mistero di Dio. Infatti, l’annuncio di salvezza si fa parola umana per essere parola per l’uomo (DV 13); essa però non è mai in grado di obiettivare l’evento misterioso di cui è manifestazione. Per questo nel­la parola umana l’evento è presente ed assente nel­lo stesso tempo, presente nel­la povertà del segno e assente perché la potenza del­l’evento non è riducibile al­la mediazione del suo segno.

3.1.2. Le esigenze di reciproca integrazione
È facile oggi trovarsi d’accordo sul­la necessità di rispettare la discontinuità tra i due momenti, proprio mentre viene affermata e riconosciuta una certa intensa continuità.
Il problema teorico da cui scaturisce quel­lo pratico può essere espresso con un interrogativo: che rapporto esiste tra atto pastorale e atto educativo? Immagino il primo legato all’impegno e alla riscoperta dell’urgenza di evangelizzare, e il secondo affidato alle attività tipiche del ritmo ordinario di una comunità educativa o di una struttura formativa.
L’esperienza di questi anni ha sostenuto e incoraggiato la maturazione di una risposta seria a questo interrogativo. Le affermazioni a slogan (“educare evangelizzando e evangelizzare educando”, per offrire un esempio classico) hanno aiutato l’approfondimento della questione. Richiedono oggi però una consapevolezza più approfondita.
Prima di tutto viene affermato ripetutamente che una buona educazione è condizione indispensabile per ogni esperienza cristiana matura. Non solo l’intervento educativo può aprire all’incontro personale con Gesù il Signore, ma ne assicura, normalmente, la possibilità e la qualità.
Non si tratta evidentemente di reintrodurre quei processi di strumentalizzazione che l’avventura conciliare ha ormai decisamente bandito dalla prassi pastorale. E’ chiara e coraggiosa la convinzione che compito irrinunciabile della comunità ecclesiale, in situazione di emergenza educativa, è la ricostruzione di un tessuto di comunicazione di senso e di speranza attraverso lo scambio educativo tra le generazioni.
Nello stesso tempo siamo tutti consapevoli che la pienezza di senso e il consolidamento di una speranza che sa guardare al futuro, richiedono l’incontro personale e l’affidamento al mistero dell’esistenza e di Dio, in Gesù. E’ irrinunciabile la responsabilità di andare “oltre” l’educazione. Ma è possibile procedere oltre solo quando è stato consolidato sul piano della qualità della vita quella capacità di spalancare l’esistenza verso il mistero di un oltre che ha ormai un nome e una precisa e concreta realizzazione.
La fiducia nell’educazione e l’invito ad assumerne tutta la responsabilità sono servizio all’umanità di ogni uomo ed sono, nello stesso tempo e con la stessa intensità, condizione preziosa per un annuncio del Vangelo che sappia rispondere alle attese più autentiche e le sappia suscitare in ogni persona distratta e disincantata.

3.1.3. Il guadagno reciproco dal confronto e dalla integrazione
Oggi abbiamo conquistato, sulla nostra sofferenza quotidiana, la constatazione che il livello più alto di integrazione tra il mondo dell’educazione e quello della evangelizzazione (nella cui relazione viviamo il nostro carisma) è costituito dalla consapevolezza del guadagno reciproco che può risultare proprio dalla integrazione. Una evangelizzazione che confida nell’educazione si autocomprende e si esprime, lontano dagli schemi sicuri dei processi deduttivi e autoritari. L’educazione che sa misurarsi con il mistero testimoniato nell’annuncio evangelico, delinea un limite ai suoi processi, riconoscendo che proprio oltre questo confine essa potrebbe giocare il livello più alto del suo servizio.
Per non restare nel vago, tento di ritagliare un modello concreto di questa integrazione a reciproco guadagno dalla parte del servizio alla vita quotidiana.
L’annuncio del Vangelo è un gesto di amore, totalmente gratuito e radicalmente decentrato verso gli altri. Non può mai diventare un processo di proselitismo e nemmeno qualcosa che assomigli al bisogno di esternare i pregi della squadra per cui facciamo tifo.
Voler bene ad una persona significa volere profondamente il suo bene, permettere ad una persona di scoprire che la profonda attesa di speranza e di senso che percorre la sua esistenza, ha bisogno di trovare risposte. Non possiamo continuare a spostare il tempo dell'incontro con queste risposte e non possiamo, per nessuna ragione, mandare deluse queste attese. Per questo, proprio a partire dall'amore che ognuno di noi porta ai fratelli che ha la gioia di incontrare, scopriamo che non possiamo rassegnarci a non parlare di Gesù. Il silenzio, in questo caso, diventerebbe una scelta che tradisce l'amore.
L'amore chiede di aiutare ogni persona a diventare sempre di più signore della propria vita. Ma siamo signori della nostra vita, solo quando riusciamo a sperimentarne il suo senso anche nel momento in cui eventi tragici sembrano consegnarci al nonsenso. Siamo signori della nostra vita se siamo capaci di collocarla dentro un progetto più grande che riguarda anche il futuro della nostra esistenza: riusciamo a ritrovare una ragione gioiosa anche di fronte al dolore e alla morte, scopriamo che siamo pienamente noi stessi solo quando riusciamo a morire, come il chicco di grano, perché tutti abbiano la gioia di raccogliere il pane cresciuto nel terreno del mio piccolo servizio.
Per questo l'annuncio di Gesù è sempre e comunque un gesto di amore concreto nei confronti delle persone che abbiamo la fortuna di incontrare.
Parliamo di Gesù non solo perché lo consideriamo un amico importante di cui sentiamo la gioia di regalare a tutti la stessa amicizia... parliamo di Gesù e vorremmo che tutti lo potessero incontrare nel cuore della loro esistenza, perché solo in lui possiamo scoprire che, nonostante tutto, siamo e restiamo signori della nostra vita. Davvero il nome di Gesù è il regalo più grande che possiamo fare a tutti, per restituire a tutti la gioia di vivere e la libertà di sperare.
L'annuncio di Gesù diventa così il più grande gesto d'amore alle persone con cui condividiamo la vita quotidiana. La comunità ecclesiale non si rassegna se ad esse il suo nome non interessa. Non si rassegna se davanti all'annuncio esse restano indifferenti, preoccupate di molte altre cose. Sta ad esse vicino, l'inquieta e li interpella, perché solo quando esse hanno incontrato Gesù, possono veramente restare in quella gioia e in quella speranza che vanno cercando, purtroppo tante volte come l'assetato che cerca un sorso d'acqua tra le pietre e il fango dei pozzi aridi.

3.2. Consolidare luoghi dove far sperimentare senso e speranza
Ormai tutti – i giovani soprattutto – non crediamo più alle parole né tanto meno alle promesse. Ne abbiamo già viste troppe per lasciarci ancora sedurre.
Abbiamo bisogno di sperimentare: toccare con mano, attraverso il contatto con fatti, persone, luoghi.
Un processo educativo al servizio della vita e della speranza passa necessariamente attraverso il contatto con fatti, persone, luoghi che permettano di credere a quello che viene promesso. Le parole interpretano i fatti… e non viceversa.
Nel piccolo e nel concreto, dobbiamo produrre luoghi dove poter dire “vieni, vedi, poi decidi”: i luoghi istituzionali sono quelli primari in questa direzione.
Lo devono diventare: dal piccolo verso il grande.
Possono diventarlo anche quando non lo sono pienamente, se ci si carica tutti di responsabilità e se riusciamo ad attivare un forte processo di discernimento, capace di demistificare i modelli proposti e di rilanciare quelli su cui invece regna tristemente il silenzio.

3.3. Persone significative, “minoranze profetiche”
La figura di educazione che ho appena suggerito, cerca di rilanciare un modello nuovo di “adulto”. In questa prospettiva l’adulto diventa capace di fare proposte – per non lasciare il campo solo ai venditori di morte – attraverso un sincero e fraterno “accompagnamento”.
L’adulto è chiamato a rappresentare presso i giovani un principio impegnativo di realismo. Oggi questa responsabilità è particolarmente urgente. Mette in gioco un modo di essere educatore.
Viviamo infatti in una stagione di onnipotenza diffusa e pervasiva. Pretendiamo di conoscere i rimedi a tutti i mali. E se ancora non li abbiamo disponibili… ci manca poco: basta attendere e sperimentare.
Molti, sedotti dalla promessa di una felicità costruita sul possesso delle cose, si affannano disperatamente. Ma non è affatto vero che le cose sono disponibili a tutti. Al contrario, sembra che non bastino per tutti, anche perché ce le spartiamo in una logica di sopraffazione e di egoismo. E così, chi resta a mani vuote si sprofonda in una disperazione tanto nera che porta, non poche volte, al suicidio.
Anche coloro che se ne sono accaparrate in misura sufficiente, si accorgono presto che le cose non ci bastano davvero a risolvere i problemi dell'esistenza. Ogni tanto infatti il meccanismo si inceppa. Riaffiorano i problemi di sempre. Ci scontriamo con limiti imprevisti e imprevedibili. E così riaffiora una disperazione molto più profonda, perché radicata sulla incapacità di convivere sinceramente con quella esperienza di limite che le cose non sono in grado di risolvere.
La disperazione è una soluzione. Non è l'unica, però: la coscienza riconquistata del limite può restituirci al coraggio della verità sulla nostra vita.
A questo livello vedo una funzione urgente dell’educatore cristiano. L’educatore si propone come “coscienza del limite”. L’educatore cristiano non si accontenta però di restituire ai giovani una matura coscienza del limite. Si impegna verso un salto di qualità: diventa “testimone di speranza”, per colui che ha scoperto il proprio limite e sa conviverci gioiosamente.
Ritorna così, nel tessuto della relazione interpersonale, l’esigenza di integrare educazione e evangelizzazione nel concreto di un servizio d’amore operoso.

4. Quale “fascino”?

Il titolo della mia riflessione mette in primo piano una espressione… che è davvero una “sfida”, nel senso in cui ho cercato di chiarire il termine poco sopra: il “fascino” della vocazione. Mi è stato consegnato: lo accetto volentieri con alcune condizioni…
Certo, senza fascino è difficile immaginare che possano esistere persone disposte ad inserirsi nella catena dei narratori del servizio alla vita e alla speranza nel nome di Gesù, l’unico Signore. Anche perché i gestori di progetti alternativi sono ricchi di fascino e di mezzi adatti a farlo crescere…
Quale fascino, dunque?
Sottopongo una mia ipotesi. La evoco dal negativo prima, e dal sognato poi.
E’ facile diventare propositivi, soprattutto in una stagione di diffusa orfanità, giocando la risorsa della pressione di conformità, a livello della relazione interpersonale o di quella gruppale.
La pressione di conformità assicura consenso sulla forza dell’appartenenza, consolidata attraverso l’uso sapiente di promozioni o emarginazioni. La dipendenza relazionale assicura la forza persuasiva delle proposte, perché è bandito ogni tentativo di verifica o di criticità.
Il mio sogno è tutto diverso.
Il fascino è assicurato dalla consapevolezza crescente che davvero il progetto che prende l’esistenza è capace di funzionare come la perla preziosa del vangelo, che vale la spesa conquistare a scapito di tutto il resto. Esso fa unità nell’esistenza. Giustifica sulla causa grande responsabilità, fatica e passione. Risponde a qualcosa che scopro progressivamente come irrinunciabile per la vita e la speranza di tutti, fuori da ogni schema di autoreferenzialità.
Esso ha il volto concreto di tante persone: una proposta affascinante nella ricchezza della differenza. Non sono modelli da imitare, inventati per mettere in crisi la nostra debolezza, ma compagni di cammino, cui appoggiarsi per essere un poco più sicuri dell’esito.