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    La passione per la vita di tutti (RGC 7)


    cf "Ritratto di un giovane cristiano"

    L'incontro con Dio non è prima di tutto un rapporto affettivo; e neppure è solo la consegna totale di sé a lui. È soprattutto la condivisione di una causa. La fede si fa obbedienza al progetto di Dio, manifestato nella vita di Gesù.

    La passione per il Regno di Dio

    Del suo progetto Gesù ha parlato spesso con toni diversi. Quando voleva esprimerlo in modo concreto e lapidario, utilizzava la formula originale di "Regno di Dio". Il Regno di Dio è la causa di Gesù. L'incontro con Dio è misurato quindi sulla condivisione appassionata del Regno di Dio.
    Regno di Dio è riconoscimento della sovranità di Dio su ogni uomo e su tutta la storia, fino a confessare che solo in Dio è possibile possedere vita e felicità. Questo Dio, però, di cui proclamiamo la signoria assoluta, è tutto per l'uomo. Egli vuole un futuro significativo per l'uomo. Fa della vita e della felicità dell'uomo la sua "gloria".
    L'uomo lo riconosce Signore quando si impegna a promuovere la vita e la speranza: in questo egli assicura la "gloria" del suo Dio.
    Questa è la prospettiva nuova e originale su cui si esprime la qualità dell'esistenza cristiana.
    Vivere nella sequela è prima di tutto condividere appassionatamente la causa di Gesù.
    L'amore alla vita, così come è l'ho appena descritto, ci aiuta a vivere l'avventura cristiana, nella gioia di consegnarci al mistero di Dio, quando si esprime nella sua verità.
    In compagnia con Gesù di Nazareth il cristiano si ritrova con una sensibilità raffinatissima verso la vita e le sue manifestazioni. Possiede una spontanea reattività nei confronti della morte e delle sue quotidiane espressioni. Ne decifra la presenza inquietante, anche quando tutto gli sembra tranquillo. Avverte il grido che sale da tanti uomini, abbandonati, oppressi, rattristati dalla ricerca inevasa di ragioni per vivere e per sperare. Lo sente chiaro e distinto, anche quando risuona solo soffocato e disturbato.
    La sua passione per la vita diventa "compassione" per la vita di tutti: impegno, paziente e premuroso, perché tutti abbiano la vita, e ne abbiano in abbondanza.

    L'amore alla vita diventa "compassione"

    La compassione l'ha appresa alla scuola di Gesù.
    Il Vangelo ci rivela la profonda compassione di Gesù di fronte al dolore, alla sofferenza, all'oppressione, alla morte.
    Continuamente Gesù dice alla gente: "Non piangete", "Non preoccupatevi", "Non abbiate timore" (cf Mc 5, 36; 6, 50; Mt 6, 25-34). Non lo toccava il senso di grandezza degli edifici solenni che costituivano il Tempio di Gerusalemme (Mc 13, 1-2). L'ha invece colpito profondamente il gesto della povera vedova che offre al Tempio l'ultimo centesimo che le restava (Mc 12, 41-44). Si trova vicino al buon samaritano e lo riconosce diverso da tutti gli altri personaggi, proprio perché ha mostrato compassione per l'uomo morente (Lc 10, 33). Come il padre, pieno di compassione per il figlio tornato finalmente a casa (Lc 15, 20), Gesù ha una compassione smisurata per i poveri e per gli oppressi.
    Lo inquietano le sofferenze fisiche. Ed è scosso ancora più profondamente dalle sofferenze interiori: quelle che lasciano l'uomo senza ragioni per vivere e senza capacità di sperare.
    Gesù si commuove fino alle lacrime. Ma le lacrime non bastano a distruggere la morte. Si richiede un'azione incisiva ed efficace. Gesù fa la sua proposta, senza mezzi termini: la compassione diventa "spartire" la propria vita perché tutti siano restituiti alla vita. Anche noi possiamo appartenere al Regno di Dio e condividerne la passione, solo se siamo disposti a dare via tutto ciò che si possiede (Mt 6, 19-21), persino la vita fisica (Mt 10, 32-39).
    Hanno fatto così i discepoli. Condividendo i pochi pani e i cinque pesci che qualcuno, più previdente degli altri, si era portato con sé, tutti si sono sfamati fino alla sazietà (Mc 6, 35-44).
    Alla scuola di Gesù, la passione per la vita diventa veramente compassione per la vita di tutti e vocazione perché tutti abbiano la vita.
    Per un credente la compassione per la vita degli uomini nasce come personale e continuo rendimento di grazie a Dio, che Gesù rivela il Padre buono e accogliente, pieno di compassione per tutti.
    Dio è impegnato direttamente e fontalmente per la vita dell'uomo, lungo lo sviluppo della storia della salvezza. Il credente riconosce questa presenza operosa e vive il suo impegno nella festa.
    Alla radice della vita cristiana non sta quindi l'affanno, un po' presuntuoso, di chi si sente circondato da grida di terrore e di morte e si consuma nel tentativo disperato di farci qualcosa. Questo atteggiamento conduce alla frenesia dell'azione ed è sempre minacciato dal rischio di finire tristemente nello sconforto. In fondo, risulta persino un poco ateo.
    La vocazione cristiana, orientata verso il consolidamento della vita per tutti, ha come orizzonte di fede e di speranza il riconoscimento festoso della presenza potente di Dio: ha già vinto la morte nella croce di Gesù e attesta la vittoria progressiva della vita per chi accetta di consegnare ogni passione operosa al suo mistero.



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