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    I grandi missionari


    GMG 2013 – «Andate e fate» /7

    Giuseppe De Virgilio

    (NPG 2013-08-42)


    L’invio del Risorto dalla Galilea a tutti i popoli implica un approfondimento della «dimensione testimoniale» della missione ecclesiale. Un’importante dinamica per cogliere il valore della testimonianza consiste nel fare sintesi dell’esperienza missionaria variamente attestata nei racconti della Bibbia. La missione si origina dalla stessa volontà di Dio. Lungo la storia di Israele egli invia al popolo i suoi messaggeri in vista della salvezza. La missione si compie con la decisione di inviare il suo unigenito Figlio (cf Eb 1,1-4; Mc 12,1-12). Allo stesso modo è il Risorto ad affidare la responsabilità di tale missione alla Chiesa nascente. La prospettiva missionaria è connaturale alla rivelazione di Dio e alla sua interpretazione per l’oggi. In tale prospettiva la rilettura biblica dei profili dei «grandi missionari» qualifica e attualizza il senso del Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù.

    Dio «invia» in missione

    Il primo aspetto consiste nel rileggere il mandato missionario di Gesù (Mt 28,19-20) nel contesto più ampio della missione nella Sacra Scrittura. Ripercorrendo i racconti biblici si conferma l’idea che Dio invia in missione uomini e donne al fine di realizzare la salvezza e donare la vita. Il processo dinamico della missione, che si esplica mediante parole (predicazione) e segni (atti di liberazione) è connotato dalla positività del mandato missionario e della sua finalità.
    Un secondo aspetto concerne lo stile dell’iniziativa divina. La missione, che ha Dio come sorgente e protagonista, si realizza mediante il concorso degli uomini, sia a livello personale sia con il coinvolgimento del popolo. In tale senso possiamo considerare la missione nell’Antico e nel Nuovo Testamento come «opera di Dio» affidata alla responsabilità dei credenti. È questa la convinzione che accompagna i personaggi biblici, chiamati e inviati da Dio al fine di predicare e guidare il popolo alla verità e alla pace.
    Un ultimo aspetto della «missione» consiste nella connotazione «testimoniale» dei missionari. Essi non sono unicamente dei messaggeri, né ripetitori asettici di un codice di comportamento, ma sono accolti, ascoltati e seguiti come «modelli» di vita e rappresentanti della volontà divina. In definitiva Dio «invia» in missione uomini e donne che hanno realizzato in se stessi l’incontro profondo e trasformante del suo amore. Nei racconti biblici si mostra come la missione avviene attraverso mediazioni umane libere, che implicano l’esperienza della vocazione e il cammino di conversione e di fede. In forma sintetica fermiamo la nostra attenzione su alcune figure-simbolo della missione; per l’Antico Testamento Mosè: un esodo dentro l’esodo; Geremia: un giovane dal cuore appassionato; Giuditta: l’estremo coraggio di una donna; per il Nuovo Testamento Giovanni Battista: l’amico dello sposo; Maria Maddalena, discepola della speranza; Paolo di Tarso: servo del vangelo.

    Mosè: un esodo dentro l’esodo

    A differenza di Abramo, che obbedì a Dio in modo incondizionato (Gen 12,1-4; 22,15-19), la figura di Mosè è caratterizzata da un processo di maturazione lento e ambivalente, contrassegnato da debolezze, da ribellioni e da confessioni di fede. Mosè vive un «esodo dentro l’esodo» e la sua condizione di perseguitato lo accompagnerà lungo l’intero arco della sua esistenza. Considerando il filo narrativo dell’intera epopea della liberazione di Israele, spicca l’ambivalenza dell’esperienza esistenziale del leader-liberatore (l’identità ebraica e egiziana, l’alternanza di fiducia e dubbio, la incostanza nell’esercitare la volontà divina).
    Mosè è il liberatore, lo strumento mediante cui Jhwh realizza l’evento fondamentale dell’esodo, che fonda la nascita d’Israele. Egli si staglia in tutta la sua potenza nel prodigioso passaggio del Mare dei Giunchi (Es 14,13.31). La tradizione biblica attribuisce all’eroe dell’esodo la funzione di «legislatore e di giudice». Mosè è il legislatore, perché al Sinai egli comunica e «trascrive» le leggi che Dio stesso ha scritto e ordinato (Es 24,4.12; 31,18; 32,16: 34,1) ed è la sua autorità a garantire l’intera legislazione e la sua legittima interpretazione (Dt 4,2; 13,1), fonte di vita per Israele (Sir 45,1-5). Tale funzione si combina a quella di giudice nelle questioni concernenti la vita del popolo (cf Es 18; Nm 27; Nm 36). Un terzo aspetto della sua missione è il ruolo d’intercessione. Con la forza della preghiera (Es 17,8-15) Mosè può vincere ogni ostilità insormontabile e donare speranza ai figli d’Israele che vagano nel deserto. Egli è l’intercessore che sostiene sia i diritti di Dio, sia le suppliche del popolo.

    Geremia: un giovane dal cuore appassionato

    Alla luce del movimento profetico, nel quale si evidenzia in modo pieno il dinamismo della missione, la complessa missione del giovane Geremia risulta di notevole importanza per il messaggio affidato ai giovani. La testimonianza biografica del profeta fa emergere la ricchezza umana e spirituale della sua personalità, segnata da passioni e ribellioni. Cosciente della propria debolezza e delle sue resistenze a obbedire alla Parola divina, nello sviluppo della missione il profeta matura il suo rapporto con Dio. Geremia impara ad affidarsi a Dio, come un bambino si affida alla madre. Egli rimane fedele e fermo, persuaso che il Signore è sempre con lui (cf Ger 1,8.19; 11,20; 18,19). Nonostante il fallimento dei suoi sforzi, egli si ostina a predicare e a ricominciare sempre da capo un’opera che gli procura solamente delusione e tristezza. Il profeta sopravvive alla sua predicazione su Gerusalemme «fino alla fine», quando sperimenterà il disastro nazionale e vivrà la tragica morte in terra straniera.
    Attraverso le resistenze vissute interiormente ed esteriormente, egli matura una fede eroica, viscerale, che costituirà il baluardo spirituale di fronte alla tragedia dell’esilio. Il segno della sua maturità consiste nel passaggio da una fede intimistica e volontaristica a un’apertura universalistica, che fa di Geremia il «profeta delle nazioni», che contempla la salvezza in un quadro comunitario universale. Egli passa dalla resistenza alla «consolazione», quando comprende che è Dio il solo a «scrivere» la storia della salvezza e della liberazione (cf Ger 30-34). Nella misericordia di Jhwh (Ger 31,3) il popolo sperimenterà l’alleanza nuova, mediante una legge scritta nel cuore (Ger 31,31-34).

    Giuditta: il coraggio di una donna

    Toccante testimonianza di un giudaismo perseguitato, la missione di Giuditta esprime insieme l’orgoglio dell’identità nazionale e l’ansia per la libertà che pervade la comunità ebraica, sottomessa all’autorità straniera (Gdt 1,7-15). Il quadro narrativo e teologico del libro presenta il motivo della minaccia dell’identità ebraica e ne canta la lotta attraverso l’astuzia e il coraggio della «donna giudea», che realizza una rinnovata maternità nei riguardi della comunità giudaica. Sono soprattutto tre i motivi collegati alla missione coraggiosa di Giuditta.
    Il primo motivo è rappresentato dalla scoperta della propria identità a partire dal «rovesciamento della sorte». L’idea che domina il racconto presenta Dio che solleva i piccoli e i poveri e abbassa i potenti che confidano nella loro forza. Israele potrà comprendere la propria identità e la propria missione solo se accoglie e «fa memoria» della logica provvidenziale di Dio che cambia le sorti (cf Sal 44,18). La domanda che pervade la narrazione degli avvenimenti in Gdt 1-7 riguarda il mistero che accompagna l’azione divina: Dio interverrà a favore del suo popolo che lo invoca?
    Un secondo motivo connesso alla missione è rappresentato dal discorso di Achior, il capo degli Ammoniti che riconosce la grandezza dei Giudei e la potenza del loro Dio (Gdt 5,5-21). Si tratta di un’importante figura di straniero che racconta a Oloferne le origini e la singolarità di Israele. Va sottolineato come il capo ammonita riconosce la presenza di un «progetto di salvezza» che ha come protagonista il Signore (Gdt 5,20). Di conseguenza chi si mette contro i Giudei si pone contro Dio stesso (cf l’esempio di Balaam in Nm 22,22-24,25).
    Il terzo motivo è la presentazione di Giuditta, figura-simbolo che incarna l’anima ebraica e la sua fede in Dio che alla fine trionferà (cf Gdt 14). A differenza delle logiche politiche utilizzate dagli anziani e dai capi del popolo, Giuditta dimostra come solo la fede nella provvidenza divina ottiene il trionfo sui nemici (cf Gdt 16, 18-20).

    Giovanni Battista: l’amico dello sposo

    I racconti evangelici si aprono con lo straordinario ministero di Giovanni Battista. Nella sua missione si sintetizzano le attese messianiche condensate nella predicazione del profeta escatologico «che prepara la via» (Is 40,3) rimanendo «voce» che prepara l’arrivo della Parola. Nella sua figura si coglie la forza e insieme la credibilità della predicazione che si trasforma in «testimonianza» estrema, fedelmente vissuta fino al dono di sé (cf Mc 6,14-29). Giovanni è il segno della fecondità della fede radicata nella tradizione dei padri. Uomo dell’essenziale, predicatore della conversione, profeta del deserto. Di lui Gesù affermerà: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con morbide vesti? Ma quelli che portano ricchi abiti e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e anzi uno che è più grande di un profeta» (Mt 11,7-10). La sua missione raggiunge il cuore dei destinatari producendo frutti di conversione. Di fronte alla presentazione di Cristo, il Battista si riconosce umile servitore (Gv 1,27-28) e «amico dello sposo» (Gv 3,25-30).

    Maria di Magdala: discepola della speranza

    Maria di Magdala appare accanto alla Vergine «sotto la croce», associata al gruppo dei parenti di Gesù (cf Gv 19,25). Secondo i vangeli sinottici, dopo aver assistito alla sepoltura (cf Mc 15,47; Mt 27,62; Lc 23,55-56), il gruppo delle discepole si raccoglie attorno alla Maddalena. All’alba del primo giorno dopo il sabato le donne si recano al sepolcro (Lc 24,1-10; Mt 28,1; Mc 16,1-2). La connotazione missionaria e testimoniale di Maria è posta in rilievo nel racconto giovanneo del mattino di Pasqua (Gv 20,11-18). Rappresentata come colei che cerca, si muove, si preoccupa e piange davanti al sepolcro. L’amore e il dolore che l’avevano spinta al sepolcro già all’alba del primo giorno dopo il sabato ora le fanno desiderare di incontrare Colui che desidera: Gesù. Nella descrizione giovannea Maria si volta e vede Gesù, ma senza riconoscerlo (Gv 20,14). La fatica di «riconoscere» evidenzia la fatica di credere nel mistero pasquale di Cristo. Solo quando Gesù pronuncia il suo nome, allora la ricerca si trasforma in incontro. Nel rivolgersi al Risorto con l’entusiasmo Maria esprime l’intimo processo di conversione e l‘atto di fede: «Rabbunì». La parola di Gesù rappresenta la «prima missione» affidata alla donna, che diventa «discepola di speranza»: «andare dagli apostoli e annunciare la risurrezione di Gesù, fratello e Figlio» (v. 17). La missione diventa testimonianza e l’episodio pasquale si arricchisce di ulteriori elementi per comprendere la vocazione cristiana: essa è risposta interiore e confessante alla domanda del maestro: «Chi cerchi?»; relazione intima, richiamo inconfondibile, come la voce del pastore per le pecore: «le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce» (10,4); conoscenza personale, che mi fa sapere conosciuto e chiamato per nome; esperienza di liberazione dalle schiavitù; esigenza di annuncio gioioso e incontenibile.

    Paolo di Tarso: servo del vangelo

    Tra le figure di «grandi missionari» spicca la personalità di Paolo di Tarso, presentata nel racconto degli Atti degli Apostoli e nell’epistolario. In un primo momento persecutore accanito della comunità cristiana, coinvolto nella lapidazione di Stefano (At 7,58; 22,20; 26,10), l’esistenza paolina è segnata dall’incontro folgorante che ha cambiato l’orientamento della sua vita, sulla via di Damasco (At 9,1-6). Egli decide di accogliere la fede cristiana e riceve da Cristo la missione di evangelizzare le genti. Da questo momento dedicherà tutte le sue energie a Cristo che lo ha conquistato (cf Gal 1,13-24; Fil 3,12). L’inatteso evento cristologico ha spinto Paolo a riflettere sul ruolo della Legge mosaica e ad aprirsi a un diverso processo di evangelizzare aperto a tutti i popoli (i gentili). È importante sottolineare come la sua nuova identità sia contrassegnata dalla missione. Nelle sue lettere egli si dice scelto per vocazione, apostolo delle genti, maestro e araldo del Vangelo (2Tm 2,11-12), apostolo di Gesù Cristo (1Cor 1,2; 1Tm 1,1a; 2Tm 1,1a), «servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo» (Rm 1,1; Tt 1,1). Il significato profondo della sua azione missionaria sta nel dinamismo della predicazione del Vangelo. In 1Cor 9 si riassumono i termini di tale connotazione ministeriale: pur essendo libero da ogni vincolo o pressione, egli ha scelto di servire Cristo, qualificando il suo impegno nella donazione totale di se stesso a tutti (1Cor 9,19-23). Da uomo di divisione, Paolo diventa apostolo di «comunione». Convinto che la fede si propaga mediante la predicazione (Rm 10,18) e che la missione è impegno necessario per i credenti (1Cor 9,17), egli percorre le principali vie dell’impero romano suscitando conversioni, impiantando comunità cristiane e sostenendo il processo di maturazione dei credenti. Non privo di fatiche e di sofferenze, l’Apostolo con la sua opera condivisa da numerosi collaboratori, contrassegna profondamente il cristianesimo nascente e ne definisce la dimensione universale.

    Conclusione

    Dalla rassegna proposta emerge lo stile della missione che i giovani sono chiamati a compiere, accogliendo la Parola di salvezza. «Andare in tutto il mondo… evangelizzare i popoli» significa per i giovani di oggi «vivere la fede come un esodo, con un cuore appassionato, testimoniando il coraggio delle proprie scelte, diventando amici dello Sposo, portatori di speranza e servi del vangelo». Nata dalla missione la Chiesa vive e si rinnova nella missione. Sperimentiamo quanto siano attuali le affermazioni conciliari, ribadite nel Messaggio della Giornata Mondiale: «La Chiesa fa sue le parole dell’apostolo: “Guai a me se non predicassi il vangelo!” (1Cor 9,16) e perciò continua a mandare ininterrottamente missionari, fino a che le nuove chiese siano pienamente costituite e anch’esse continuino l’opera di evangelizzazione. È spinta infatti dallo Spirito santo a cooperare perché sia mandato ad effetto il piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per il mondo intero» (Lumen Gentium, 17).


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