L’eterno in noi

Il coraggio dell’aurora /7

Un percorso di spiritualità per i giovani sulle tracce di Etty Hillesum

Fabiola Falappa

(NPG 2013-08-47)

Salvando Dio dentro di noi,
salviamo la nostra umanità,
conserviamo un senso alla nostra vita e in definitiva
salviamo noi stessi.
(…) Dio, che in definitiva
è un Mistero
inconoscibile,
ci offre la possibilità di raggiungerlo
nel profondo di noi stessi,
dove lui abita.
(A. Barban e A. C. Dall’Acqua)[1]

Il rischio del vuoto e la pienezza del desiderio

Giunti a questo punto del nostro percorso, ascoltando la testimonianza appassionante e feconda di Etty Hillesum, vi propongo di rafforzare le energie e la relazione attenta con ciascun altro a partire dalla cura della vostra persona. Intendo dire che coltivare la propria spiritualità ci permette di vedere veramente noi stessi e di coltivare in noi le forze migliori, di prenderci ossia autenticamente cura di noi. Scoprire che chi ci ama vuole il nostro bene non dovrebbe essere una sorpresa sconcertante, perché sono state e sono le esperienze «buone» che ci hanno permesso di crescere; ogniqualvolta qualcuno si è preso cura di noi ha fatto sì che ci sentissimo protetti, sorretti, accolti, ascoltati, aiutati, amati. Etty scopre, pian piano, nella sua esistenza, che lasciar entrare Dio nella sua vita, o meglio accoglierlo con tutta se stessa, senza soppesare la convenienza o meno di una così radicale scelta, equivale a sperimentare che Qualcuno si prende cura di lei e nel contempo ad impegnarsi affinché, attraverso il suo pensare e agire, ogni altro senta su di sé la cura di Dio Padre.
«Il sentimento che ho della vita è così intenso e grande, sereno e riconoscente, che non voglio neppur provare a esprimerlo in una parola sola. In me c’è una felicità così perfetta e piena, mio Dio. (…) io riposo in me stessa. E questo «me stessa», la parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo «Dio». Nel diario di Tide ho trovato spesso questa frase: Padre, prendilo dolcemente tra le Tue braccia. È così che mi sento, sempre e ininterrottamente: come se stessi fra le tue braccia, mio Dio, così protetta e sicura e impregnata d’eternità. Come se ogni mio respiro fosse eterno, e la più piccola azione o parola avesse un vasto sfondo e un profondo significato».[2]
Vorrei allora sviluppare questo tema portando l’attenzione sulla consapevolezza di se stessi e sul desiderio come forza che ci unifica, togliendoci dalla scissione. Nella mentalità più normale e consolidata la massima importanza viene data ai criteri della prestazione e della competizione; così il tipo di soggetto che scaturisce da questa strutturazione sociale dello spazio dell’io è alla fine un essere umano precario e rigido, costretto ad affrontare la vita quotidiana con poca consapevolezza di sé e delle dinamiche interiori che fondano tutte le altre. Spesso ci si adatta a vivere in uno stato di povertà interiore: ci riferiamo ai «valori estrinseci» (quelli imposti dall’ambiente, ai quali ci conformiamo per essere accettati) anziché a quelli davvero intimi, nostri, che sono in armonia con la nostra umanità di persone originali (la fiducia, la creatività, la gratuità, la solidarietà, la responsabilità, il servizio, la gentilezza, l’umorismo).
Il rischio maggiore è l’instaurarsi in noi del vuoto, il cui polo opposto non è tanto ciò che è «pieno» quanto il senso, sentire il senso della nostra vita e sentirsi armonici con esso. Allora, senza accorgercene, lo manteniamo attivamente, lo assumiamo come alloggio interiore, senza vedere relazioni e persone che invece potrebbero essere fonte di risveglio, di senso, di gioia. Finché siamo adattati a questo vuoto e, per così dire, ci prendiamo casa, eludiamo le presenze vive nella nostra esistenza, sprecando tempo, occasioni, relazioni.
L’indizio che conferma questa situazione di vuoto interiore è dato dal fatto che ci si trova a vivere scissi: molti individui sono una persona a scuola o a lavoro, un’altra in famiglia, un’altra ancora con gli amici. Quello che sentiamo e pensiamo è una cosa, un’altra quello che diciamo, un’altra ancora ciò che facciamo. La scissione comporta la perdita di libertà, di autocoscienza, di capacità di aiutare gli altri, di lavorare con tutta la forza della nostra personalità.
Seguendo la via intrapresa da Etty scopriamo allora che cura di sé significa arrivare a un certo momento a fare la scelta di specchiarsi, di vedere a che punto mi trovo. Potrò scoprire allora che la condizione in cui mi trovo è lontana dai miei desideri. È il primo passo: rendersi conto della scissione e capire che non è quello che vogliamo.
Il secondo passo è tornare a sentire i propri desideri autentici: da quelli più semplici (per esempio farsi un bagno al mare, camminare in un bosco, vedere un bel film, ecc.) a quelli più grandi (per esempio vivere un vero rapporto d’amore, avere armonia in famiglia, sapere felici le persone che amiamo). Non è detto che questo secondo passo debba essere fatto esclusivamente da soli; in parte è un cammino personale, in parte riguarda anche gli altri con i quali viviamo. Se cerco un dialogo non banale con i miei genitori, con i miei figli, con un’amica o amico caro, in questo dialogo posso far emergere, grazie al confronto, i miei veri desideri, desideri che probabilmente riguardano anche queste persone a me vicine.
C’è poi un terzo passaggio. Quando ho ritrovato nei miei desideri più veri l’espressione della mia personalità, allora posso risalire al mio desiderio fondamentale, passo cioè dai desideri al desiderio di fondo. Troverò che il desiderio più profondo che vive in me ha qualcosa a che fare con l’essere amato e l’amare, il partecipare a una comunione grande, a un’armonia che mi supera e mi ospita. È il desiderio di una vita buona condivisa. Se nel vedere questo desiderio non solo lo penso con la ragione, ma lo sento con il cuore, allora è come se avessi trovato il mio centro interiore, la mia prima forza motrice e motivazionale. Ecco che avrò una coscienza di me stessa/o più fedele a chi sono veramente e avrò nel contempo un’energia orientata, qualitativa, che mi rende capace di affrontare le situazioni della vita e mi fa essere positivo nelle relazioni interpersonali.

L’eterno e l’adesione alla vita solidale

Eccoci allora dinanzi alla caratteristica che, maggiormente tra tante altre, umanizza il nostro vivere quotidiano: la solidarietà. Elemento distintivo del modo d’essere di Etty Hillesum fin al suo giorno ultimo. Il termine «solidarietà» evoca ciò che è solido, saldo, stabile, amico. In questo concetto sono, a mio avviso, compresenti due versanti: quello del legame intersoggettivo reciproco e quello dell’aiuto verso chi si trova in posizione di debolezza. La solidarietà comporta, in primo piano per lei, sia l’essere insieme, il sentire e l’agire di concerto, sia il fermarsi ad aiutare chi si trova in difficoltà senza abbandonarlo.
È importante che i due versanti si richiamino l’un l’altro indissolubilmente: non c’è comunanza o reciprocità se non si è disposti all’aiuto, non c’è vero aiuto se non in una prospettiva di possibile reciprocità e di pari dignità. In particolare, per cogliere lo specifico della solidarietà, è opportuno riprendere un’intuizione di Aldo Capitini, il grande filosofo della nonviolenza e della vita comune coltivata con gentilezza e dedizione, la cui vicinanza al pensiero di Etty Hillesum è a tratti sorprendente. Egli riconosce che ciò che scontatamente chiamiamo «realtà», e identifichiamo con i fatti e gli eventi intorno a noi, in verità possiede dimensioni e gradi differenti.[3] In primo luogo sperimentiamo la realtà insufficiente, ossia una vita segnata dai limiti, dalla malattia, dalle incomprensioni, dai fallimenti, dalla cattiveria, dal male e dalla morte. La nostra comprensione della vita stessa, però, può approfondirsi, dilatarsi, e ciò accade nel momento in cui ci rendiamo conto di partecipare alla realtà di tutti. Scopriamo allora che siamo legati da un vincolo di fraternità, che nessuno è destinato a restare solo e a essere cancellato dalla morte. Non si tratta tuttavia soltanto di una futura meta di redenzione e di felicità comune.
Bisogna imparare a vedere, al di là della pressione dei colpi che si ricevono nella realtà insufficiente, la crescita della realtà liberata. Con tale espressione Capitini intende riferirsi a quel nucleo di esperienze e di dinamiche del bene che giorno per giorno già rinnovano l’intera realtà e impediscono al male di conseguire la sua vittoria sull’umanità. La realtà liberata è come un seme che cresce, e nella misura in cui si diffonde riscatta la realtà insufficiente, illuminando la realtà di tutti. Ebbene, ciò che chiamiamo solidarietà è proprio la cosciente risposta che sorge in quanti scoprono la realtà di tutti e scelgono di aderirvi con fedeltà. Sull’esempio della giovane Etty, non bisogna pensare al vivere solidale come ad un atteggiamento o ad un gesto occasionale di un individuo che per il resto continua normalmente a sentirsi un’entità a sé stante. La solidarietà è un modo di vivere, anzi di convivere, assumendo la propria quota di responsabilità per lo svolgersi della realtà di tutti.
Perché sia autenticamente vissuta, sino a divenire un tratto tipico di un intero stile di esistenza, la solidarietà deve avere profonde sorgenti interiori nelle persone e, su questa base, deve anche potersi sviluppare come una qualità fondamentale della convivenza sociale. Qui ogni dualismo tra interiorità e situazioni esterne è sbagliato. Perciò l’attenzione che rivolgo al vissuto della solidarietà non va affatto collocata in una prospettiva intimista, che vive solo dentro di me. Più volte ho avuto occasione, in questo percorso, di porre in risalto quanto la scoperta di Dio rappresenti per Etty un incipit vita nova che stravolge ogni suo modo di esistere, pensare, relazionarsi e agire.
«Se tu vivi interiormente, forse non c’è neanche tanta differenza tra essere dentro o fuori di un campo. Sarò capace di assumere la responsabilità di queste parole di fronte a me stessa, sarò capace di viverle? Non possiamo farci molte illusioni. La vita diventerà molto dura e saremo di nuovo separati, tutti noi che ci vogliamo bene. Credo che quel tempo non sia più molto lontano. È sempre più necessario prepararci interiormente».[4]
Atteggiamento solidale e azione solidale crescono di pari passo e si alimentano a vicenda. Perché, allora, dedicarsi specialmente ad un percorso spirituale, ai vissuti interiori? Perché, a mio avviso, le dinamiche emotive e affettive permettono di maturare uno stile solidale di esistenza anzitutto efficace per evidenziare che esso può giungere a essere non l’effetto di sforzi morali e sacrifici, ma l’espressione della nostra libertà. Proprio come Etty incontrò la fatica, le rinunce, le difficoltà, le incomprensioni e la violenza disumana, ma con il suo modo di pensare e agire fu più forte di ogni circostanza negativa.
Alle radici dell’antica e diffusa resistenza a vivere la solidarietà c’è lo sviamento sia delle dinamiche familiari influenti sulla formazione della personalità di ognuno sia la miopia particolarista della mentalità egoista. Ma seppure questo complica le cose, perché si tratta di superare la logica elementare che contrappone socialità a individualità, rifacendoci alle pagine scritte da Etty Hillesum scopriamo un modello per imparare a tenere insieme prossimità e solitudine, andata verso gli altri e ritorno a sé, solidarietà e unicità personale, in un equilibrio armonico tra intimità e relazione con il mondo esterno, ma non per questo estraneo. La scoperta di Dio nella parte più profonda di sé non la lascia immutata, o solo arricchita interiormente, ma la spinge ad irradiare tale luce tutt’attorno.
Seguendo il suo paradigma esistenziale è possibile infatti sostenere che, per un verso, ciascuno è sì persona in virtù della sua originaria dignità e dei suoi costitutivi tratti di umanità, ma del resto diventa veramente persona nella misura in cui con libertà assume, affina, rielabora ed esprime le proprie facoltà umane. Sottolineo questa struttura dinamica ed evolutiva della condizione di persona per evidenziare in particolare che la solidarietà come atteggiamento permanente, spirito e modo d’essere, non è tanto qualcosa di immediato, quanto il frutto di un delicato cammino di maturazione che richiede il superamento delle tendenze legate all’egoismo e lo sviluppo della capacità di decentrarsi per fare spazio agli altri.
Per altro verso, la solidarietà va oltre i confini della singola persona. Essa rispecchia la realtà del legame tra tutti i membri della famiglia umana e anche, per certi aspetti, tra tutti i viventi. Siamo oggettivamente legati gli uni agli altri: la solidarietà è la risposta di libera conferma data a questa condizione universale. In sintesi, dobbiamo allora pensare nel contempo a un modo d’essere personale e anche a un modo d’essere collettivo, per cui l’uno e l’altro incidono sulla qualità del divenire persone e sulla qualità della convivenza sociale.
Di fatto la solidarietà è rimasta per lo più un riferimento relegato all’auspicio, all’esortazione, alla rappresentazione di ciò che dovrebbe essere. Di conseguenza, quando si giunge a sperimentarla si realizza una vera e propria scoperta, ha luogo un evento di svolta e di conversione. Questo è quanto emerge dalla testimonianza di Etty, questo è anche quanto ciascuno di noi è chiamato a realizzare, sperimentando così un’uscita dal mondo noto sino a quel momento e un conseguente ritorno in esso con un cuore e uno sguardo radicalmente rinnovati. Rinnovamento che è frutto del risveglio tipico di chi scopre in sé una grandezza inaspettata e quasi indicibile: la dignità di essere figli di Dio.


NOTE

[1] A. Barban e A. C. Dall’Acqua, Etty Hillesum. Osare Dio, Cittadella editrice, Assisi 2012, p. 271.
[2] E. Hillesum, Diario 1941-1942. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2013 (II ed.), p. 756.
[3] Cf A. Capitini, Religione aperta, Bari, Laterza, 2012.
[4] E. Hillesum, Diario 1941-1942. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2013 (II ed.), p. 413.