La spiritualità

del «Da mihi animas»

Carlo Maria Zanotti

Indice

 

Introduzione  -  Riferimenti Salesiani

Cosa è la spiritualità e cosa è la spiritualità salesiana

Punti saldi della spiritualità del Da mihi Animas

  • Il primato dell’Amor di Dio
  • Valore inestimabile per le anime
  • Importanza della formazione costante
  • La carità pastorale al centro del nostro spirito

Spiritualità come movimento di ricerca e di testimonianza

Passaggi fondamentali per vivere la spiritualità del DmA

  • Don Rua. Rinnovato amore per le Costituzioni
  • Don Albera. Cura della vita spirituale
  • Don Rinaldi. Sostenere una coraggiosa e audace interiorità apostolica
  • Don Viganò. Diventare padri
  • Don Vecchi. Equilibrio  e armonia tra evangelizzazione ed educazione
  • Don Chåvez. Diventare uomini di Dio, coltivando una costante e profonda famigliarità con Dio

Conclusione

  • Unità e armonia
  • Finalità della Congregazione
  • Primato di Dio
  • Articolo 21: don Bosco nostro modello

Scheda di lavoro per il laboratorio

 

Introduzione

Un grazie sincero per l’invito a partecipare a questa programmazione ispettoriale di inizio anno, un grazie per la fiducia e la stima.  Mi inserisco volentieri nella vostra riflessione, molto interessante, sulla carità pastorale come movimento verso la prima generazione incredula, con la relazione sulla spiritualità del «Da mihi animas».  Non ho la pretesa di illustrare in modo compiuto la spiritualità del DmA, ma solo quella di presentare alcune linee di lettura della nostra ricchezza carismatica, utili per la condivisione e sulle quali poi ragionare e sostenere il nostro stile di vita. Non è possibile essere completi perché essendo, quella del DmA, una spiritualità, cioè vita nello Spirito, sfugge alle definizioni precise, è sempre in movimento, in costruzione.  Infatti come dice il titolo del vostro convegno, «la carità pastorale ci muove … », è un moto verso, è l’urgenza di un movimento dettato dalla passione del cuore per qualcuno, dalla condivisione di una fede vissuta e testimoniata. Questa idea del movimento è molto interessante e la riprenderemo in seguito per concretizzare il nostro tema in suggerimenti di trasfigurazione. Diremo infatti che la carità pastorale del DmA ci muove verso la prima generazione incredula, ma affinché sia un muoversi fecondo verso di loro, occorre non essere increduli, ma uomini e donne di fede, uomini e donne di Dio, così come lo è stato don Bosco. Anche se siamo religiosi, e molti di noi sacerdoti, tutti battezzati e ‘credenti’, non possiamo dare per scontato l’essere uomini e donne di fede! Il male della mediocrità e della superficialità è sempre in agguato. Papa Benedetto XVI l’ha capito molto bene e per questo ci ha regalato un Anno della Fede! 

Riferimenti salesiani

Il tema della spiritualità del DmA non è nuovo e certamente non aspettatevi nulla di nuovo! Occorre però ridestare e rispolverare i fondamenti del nostro carisma, quelle colonne che sostengono tutto il nostro essere e il nostro agire. Per questo i punti di riferimento di questa riflessione e delle valutazioni/programmazioni che voi farete, saranno quelli salesiani.

Don Bosco innanzitutto. Il Rettor Maggiore in questo terzo anno di preparazione al bicentenario della nascita del nostro Fondatore,  ci chiede di leggere e meditare lo stile spirituale di don Bosco e per questo l’antologia di testi spirituali che ci viene proposta, è un esempio della ricchezza che abbiamo e che molte volte non utilizziamo.

Le Costituzioni sono un altro punto di riferimento straordinario per comprendere lo ‘spirito’ del movimento caritativo pastorale di don Bosco e del salesiano oggi.  

Infine il vasto e straordinario magistero salesiano  rappresenta una lettura e una interpretazione della spiritualità salesiana, dunque del DmA, molto interessante e valida per conoscere e alimentare una qualità alta di vita spirituale, che ha come conseguenza una qualità alta e feconda di vita apostolica.

Cosa è la spiritualità  e cosa è la spiritualità salesiana

Quando parliamo di spiritualità dobbiamo ricordarci che la spiritualità cristiana coltiva nel credente la vita divina ricevuta in dono dallo Spirito Santo e aiuta a sviluppare un modo nuovo di vedere, di sentire, di agire (Rm 5,5 «La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato»), per vivere conforme al Signore Gesù.

Il processo, il cammino, che il cristiano affronta per maturare nella santità, è chiamato comunemente «vita spirituale» o anche «spiritualità».

Si tratta di espressioni che dicono molto di più di ciò che sembrerebbero dire. Come la vita del cristiano non è la vita solamente biologica, ma la vita stessa divina, che fa del cristiano un figlio di Dio, così pure la vita spirituale non è solo la vita che «interiormente» il cristiano vive per colmare in sé la misura della santità. La vita spirituale coincide solo in parte con la cosiddetta «vita interiore» del cristiano. Vita spirituale significa sì vita  interiore, nel senso che costituisce un movimento vitale spesso non manifesto, ma soprattutto un movimento «interiore» che alimenta anche l'attività «esteriore» del cristiano, un rapporto «privato» e «confidenziale» con Dio, che sostiene e motiva la testimonianza «pubblica» che il credente rende, nella Chiesa e nella società, al suo Cristo. Tuttavia, la vita spirituale propriamente detta, non si riduce a «vita interiore ed esteriore» del cristiano.  La vita spirituale, cioè, è la vita dello Spirito di Dio, che si riversa nel cristiano, per informarne i gesti e i desideri dell'animo, ma anche le scelte operative e le azioni quotidiane. La vita spirituale, cioè, non è solo la vita dello spirito del cristiano, ma è anche e soprattutto la vita dello Spirito Santo, che irrompe - mistericamente - nel cuore del cristiano e che lo inserisce - misticamente - nel cuore di Dio.   In questo senso, è chiaro che il vero protagonista della vita spirituale è lo Spirito Santo. Si tratta di riconoscere a Dio il primato assoluto nella nostra esistenza: da Lui proviene la vita nuova che Cristo ci ha guadagnato con la sua Pasqua, da Lui procede lo Spirito di Vita che ci santifica, è  Lui che prende l'iniziativa di chiamarci alla santità. 

Capite che è importante ricordarci di questo spirituale «movimento» in noi, per far sì che la nostra vita nello spirito sia sempre accordata a questo primato. Smarrito questo primato, o ridotto ai minimi termini, si perde quella disponibilità e quella docilità allo Spirito Santo che è vitale per un cristiano. Tutto questo ha conseguenze molto importanti sul nostro agire.

L’uomo spirituale è, quindi, un tipo di uomo che non vive secondo la carne. Come sappiamo qui carne non significa corpo, ma indica una maniera totale e globale non solo di essere uomo, ma di vivere. Quindi, un modo di ragionare, di scegliere, di decidere, di comportarsi. Questo spirito non è uno spirito indeterminato, è lo Spirito di Gesù. Lo Spirito di Gesù Cristo, dunque, determina l’uomo: un prolungamento, una memoria, un richiamo a Gesù Cristo (VC 22).

Si vede così che il rapporto tra cristiano e spirituale è un rapporto molto stretto, non alternativo. Se rileggiamo la Lettera di Paolo ai Galati abbiamo chiaro cosa significa essere uomini spirituali oppure uomini carnali. Dire uomo spirituale significa dire un tipo di uomo e una fenomenologia: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza,  benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22-23).

È una fisionomia ben precisa. La spiritualità dice questa figura di uomo e questa esperienza.

Che cosa vuol dire, pertanto, parlare di spiritualità salesiana? Vuol dire che quel tipo di uomo che è l’uomo spirituale, in quanto vissuto da don Bosco e divenuto sua esperienza  (quindi una prospettiva, un modo di guardare e di assimilare il cristianesimo), diventa punto di riferimento per coloro che si ritrovano in questa esperienza e la vogliono condividere. In un secondo momento diventa anche formulazione e si passa ad una sua ‘teoria’. L’esperienza diventa una proposta, una configurazione concreta di vita.

Ma sarebbe un errore partire dai salesiani come istituzione per parlare della spiritualità salesiana. Bisogna partire dall’uomo spirituale che fu don Bosco, da quel modo di essere che fu lui, per capirne il valore permanente nel quale ognuno di noi può ritrovarsi e a partire dal quale ognuno di noi può reinterpretare il proprio cammino spirituale.

L’istituzione, i salesiani di don Bosco, la famiglia salesiana, è viva in quanto è legata a quell’uomo spirituale che fu don Bosco e alla sua esperienza.

Ecco perché la preoccupazione di questo nuovo anno dovrebbe essere un ritornare in verità all’«uomo di Dio» che è stato il nostro fondatore. Don Chavez dice nella sua strenna: «Alla base di tutto, quale sorgente della fecondità della sua azione e della sua attualità, c’è qualche cosa che spesso sfugge anche a noi suoi figli e figlie: la profonda vita interiore, quella che si potrebbe chiamare la sua famigliarità con Dio. Chissà che non sia proprio questo il meglio che di lui abbiamo per poterlo invocare, imitare, seguire per incontrare il Cristo e farlo incontrare ai giovani». Risuonano allora in modo molto più chiaro le parole che, sempre don Chavez, già alcuni anni fa indirizzava ai salesiani(ACG 387): 

«La passione educativa del ‘Da mihi animas’ è frutto di una vita totalmente consacrata a Dio e interamente votata ai giovani, e va coltivata con dedizione, sistematicità e generosità alla scuola di don Bosco». È la richiesta di fedeltà. Non solo innamorati e in cammino, ma fedeli sempre e ad ogni costo!».

Poi più avanti ricordando a tutti che siamo segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani e quindi presenza visibile, leggibile e efficace del Dio Amore dice:

«Mi domando se potrebbe esserci un compito più entusiasmante! E questo non dipende tanto dal numero e dalle attività realizzate, quanto dalla fedeltà a Dio e dal fuoco che ognuno porta nel cuore per irradiare e diventare luce».

Proprio questa fedeltà a Dio diventa fecondità pastorale e vocazionale. Proprio questa serietà nel «mantenersi in forma»  -  come dice il RM  -  garantisce un contagio capace di attirare e orientare a Cristo che «è prima di tutte le cose».

Una vita religiosa, insomma, che «offra al mondo la sua santità, cioè che giovi a ‘cercare e contemplare Dio’. Ecco il primo e miglior servizio della vita religiosa a favore dell’uomo contemporaneo».

Sentite poi il RM come è concreto: «La famiglia religiosa che non sia scuola e proposta di spiritualità non ha molto da dire in questa società. Ma la profondità spirituale non ci è concessa in modo automatico. È frutto della grazia e dello sforzo personale. È necessario badare con amorosa fedeltà alle semplici pratiche di ogni giorno: la meditazione, la lettura, i ritiri, la pratica del Sacramento della riconciliazione. Il primo contenuto della missione è di rivelare ai giovani la nostra vita: come viviamo la nostra alleanza con il Signore, come ci amiamo, come il vissuto radicale dell’obbedienza, della povertà e della castità ci rende più liberi e disponibili per la generosa dedizione alla missione tra loro» (ACG 387). 

Sono parole forti, ma anche indicazioni concrete per comprendere la spiritualità salesiana del DmA, che è un modo di guardare a Gesù, privilegiando alcuni aspetti della sua vita. Questo produce un modo di camminare verso di Lui e di vivere per Lui e come Lui. Infatti l’articolo 11 delle nostre Costituzioni definisce così la nostra spiritualità: 

Il Cristo del Vangelo sorgente del nostro spirito

Lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre. Nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini; la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l' urgenza del Regno che viene; l' atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé; il desiderio di radunare i discepoli nell' unità della comunione fraterna. 

Ovviamente sono affermazioni che descrivono la vita di don Bosco, il suo rapporto personale con Dio, e sono affermazioni che diventano concretamente indicazioni fondamentali per vivere la dimensione spirituale nella nostra esistenza e nella nostra azione.  Se lo spirito salesiano trova il suo modello e la sua sorgente nel cuore stesso di Cristo, ciò significa che il salesiano, che vuole vivere lo spirito salesiano (la spiritualità del DmA), deve conoscere questo modello, deve sostare in questa sorgente. Qui c’è poco da capire, c’è molto da cambiare nelle nostre abitudini, con coraggio e determinazione. Un richiamo che ormai è forte da decenni. 

Punti saldi della spiritualità del DmA

Una spiritualità propone un cammino per andare a Dio. In questo senso, è anche una pedagogia. È una consapevolezza personale di una vita vissuta nello Spirito. Guardare a don Bosco, uomo di Dio, ci porta a mettere in luce la sua vita plasmata dallo Spirito Santo. In questa sua vita spirituale, pertanto, mi sembra che emergano tre elementi fondamentali della spiritualità del DmA: il primato dell’amor di Dio,  il valore inestimabile delle anime, l’importanza della formazione costante. 

Il primato dell’Amor di Dio

Per don Bosco è chiaro il concetto e la realtà del primato assoluto di Dio. È il frutto della sua formazione sacerdotale che, come sappiamo, si è costruita specialmente negli anni del Convitto ecclesiastico a Torino. Qui don Bosco ha occasione di approfondire il modello pastorale salesiano e di appropriarsene in quanto don Cafasso si riferiva spesso a San Francesco di Sales. L’orizzonte nel quale il Cafasso colloca il suo modello di pastore d’anime è quello del primato assoluto dell’amor di Dio, un amore che giunge a plasmare personalità ardenti.

Si esprimeva così don Cafasso:

«Se vi è l’amore vi è tutto perché l’amore non solo è la fonte e la radice di tutti i nostri meriti, ma ne forma anche la misura; se volete sapere quanto meriti un ecclesiastico e che corona si vada guadagnando, non cercate solamente quello che fa, ma piuttosto con che cuore, con che amore ci lavori. Di più, l’amore non solo dà il merito alle nostre azioni e fa grandi le cose piccole, ma d’ordinario è quello che ancora da cui dipende il frutto delle nostre fatiche verso il prossimo. Signori miei, se ci sta a cuore di far frutto nei nostri ministeri, di guadagnare qualche anima, procuriamo che il nostro cuore sia come una fornace di amore, allora ci sarà facile con parole, con sospiri, con preghiere infuocate, infiammare anche gli altri. Con fuoco alla mano si può dar fiamma anche a una selva la più frondosa e verde, così se il nostro cuore, se la nostra lingua manderà fiamme di fuoco e di amore vinceremo, e daremo fuoco, per così dire, ai più ostinati e fermi»  (Esercizi spirituali al clero. I: Meditazioni, 641-642).

Il vero prete è, quindi, un innamorato di Dio che non esita a offrire la propria vita.

«Se pensa, se opera, se lavora, se studia, se soffre tutto è per Lui. Il suo onore, la sua gloria, il suo gusto: ecco la sola norma, la meta, la cima di tutti i suoi sforzi, pensieri, occupazioni. Niente di troppo, niente di difficile, niente di amaro quando sia per Dio. se Dio lo vuole, Dio lo desidera, Dio ne guadagna, questo basta per me, non cerco altro. La morte piuttosto che rifiutarmi ad una cosarella per Dio. ecco il vero sacerdote, il vero amante, il vero generoso per Dio»  (ibidem, p. 681).

Don Bosco vive la spiritualità del DmA mantenendo vivo e fermo in ogni attività o relazione, il primato di Dio. Le sue parole lo dimostrano  (vedi: S. Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita spirituale, Las, Roma 2013, p. 168 e s. ). 

Valore inestimabile per le anime

Il secondo elemento fondamentale della spiritualità del DmA, è la passione per la salvezza delle anime. Il pastore è chiamato a collaborare all’azione redentiva del Divin Salvatore perché nessuno vada perduto. Così è per  don Bosco: Salvare anime! Questa è la sua unica ragion d’essere. Per i suoi giovani non desidera altro che tutto il bene possibile, guadagnandoli con la carità e portandoli alla salvezza integrale della loro vita. Egli aveva fatto sue le parole del Cafasso: «Salvare anime. Sia che tu studi, sia che lavori, questa deve essere la sua unica mira, il suo oggetto: anime e non altro, niente importa, datemi solo un’anima, o Signore, il resto niente mi interessa» (ivi, 716).

Insomma, il desiderio totalizzante che anima don Bosco è questo guadagnare anime a tutti i costi. «Anime, fratelli, anime per  il cielo. Lasciamo stare le follie e le stoltezze di questo mondo; il nostro tempo è destinato a popolare, a far gente per il cielo, deh! Non perdiamolo a radunare fango in questa terra» (ivi 716). 

Abbiamo letto l’anno scorso le biografie di don Bosco. In quella di Domenico Savio, quando descrive il momento in cui Domenico entra nella sua stanza e legge il cartello «Da mihi animas cetera tolle», la scena è molto efficace e chiara per comprendere l’animo e la spiritualità di don Bosco, le sue vere motivazioni (Vita di san Domenico Savio, 38). Nel nostro fondatore è forte il desiderio di portare i giovani a vivere una vita senza peccato, per salvarsi l’anima e abitare il cielo. Lavoro, fatiche, rinunce e sofferenze, tutto è indirizzato a far sì che il giovane si salvi nella sua pienezza e integrità, tutto è orientato a fare in modo che ogni giovane entri in un movimento d’amore gratuito per Dio e per i fratelli (per questo anche a Domenico Savio, come ai tanti giovani, viene proposto, come cammino verso la santità, il guadagnare anime a Dio. ivi 53).

Studiando con attenzione le Memorie dell’Oratorio, che sono un capolavoro di spiritualità oltre che di pedagogia, troviamo la stessa dinamica e la stessa tensione spirituale nel vivere il DmA. Il motto della nostra Congregazione è una preghiera, un progetto, ma è soprattutto una offerta di vita, una disponibilità a vivere una missione all’interno della Chiesa, quella di salvare anime. E proprio per questo diventa preghiera per ottenere gli atteggiamenti e i requisiti necessari: l’umiltà, la fortezza, il coraggio, lo zelo, l’equilibrio affettivo, la purezza d’intenzione, la prudenza, l’efficacia della parola, la fiducia, la disponibilità, l’amore e il disinteresse. Una vita offerta, donata, sacrificata per la salvezza delle anime, di tutte le anime.  (vedi: S. Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita spirituale, Las, Roma 2013, p. 172 e s.). 

Importanza della formazione costante

Un altro elemento, che dà spessore e contenuto alla spiritualità del DmA, è quello legato alla serietà di una formazione continua. Il Rettor Maggiore ha denunciato come la spiritualità di don Bosco risulta ancora oggi la questione meno approfondita.  Dobbiamo riconoscere però che i primi salesiani non hanno mai taciuto questo elemento, basta pensare a don Caviglia, a don Ceria e poi ai nostri studiosi più recenti come Braido, Stella, Desramaut, Giraudo, Buccellato.

Vorrei segnalarvi un ottimo studio di don Giuseppe Buccellato che va alle radici della spiritualità di san Giovanni Bosco (G. Buccellato, Alle radici della Spiritualità di san Giovanni Bosco, LEV 2013). Una ricerca che mette in evidenza come la formazione di don Bosco si sia nutrita delle grandi spiritualità, di come siano evidenti alcune dipendenze e relazioni spirituali (S. Ignazio di Loyola, S. Filippo Neri, S. Francesco di Sales, S. Vincenzo de’ Paoli, S. Alfonso Maria de’ Liguori, S. Giuseppe Cafasso),  e di come don Bosco sia riuscito a fare una sintesi originale e personalissima nella esperienza carismatica che conosciamo. Un esempio che ci convince della importanza formativa per don Bosco e che ci incoraggia nella serietà del nostro personale cammino di formazione e di aggiornamento.

Il testo di don Buccellato è interessante perché riporta anche una buona documentazione di testi che don Bosco stesso ha utilizzato e che ha voluto consegnare ai primi salesiani. 

Per cui è significativo, per esempio, ricordare e non dimenticare come fin dall’inizio della sua missione tra i giovani, sull’esempio di San Ignazio,  volle dare agli esercizi spirituali una particolare attenzione e importanza, che continuò ad avere costantemente in tutto il suo ministero apostolico.

E questa è spiritualità del DmA.

Come il riferimento allo zelo pastorale di Filippo Neri descritto da don Bosco in un famoso panegirico su di lui, sia per noi oggi un testo prezioso che anticipa e interpreta il motto salesiano del Da mihi animas cetera tolle.

E questa è spiritualità del DmA.

Come la passione per le anime e il vivere alla presenza di Dio si sia modellata nella conoscenza e nell’imitazione di san Francesco di Sales.

E questa è spiritualità del DmA.

Come l’influenza di san Vincenzo de’ Paoli lo portò ad essere considerato il novello san Vincenzo nella Torino dell’800, educando i suoi giovani alla solidarietà. E qui è interessante il fatto che don Bosco metta in evidenza come il motore dell’agire di questo santo, l’urgenza apostolica era motivata dall’unione con Dio, e quindi è bello   conoscere come don Bosco nel primo testo delle Costituzioni abbia voluto inserire una lettera di questo modello apostolico, non sulle capacità apostoliche, ma sulla meditazione.  Questa scelta di don Bosco è certamente sorprendente  e aumenta il valore oggettivo delle indicazioni che la lettera contiene.

E questa è spiritualità del DmA.

Come l’incontro sui banchi di studio con sant’Alfonso lo convinse per una formazione seria di salesiani pastori d’anime caratterizzati da una forte capacità di misericordia, capaci di una proposta chiara dell’oltre: «buoni cittadini in terra per essere poi un giorno fortunati abitatori del cielo» (Giovane provveduto). Anche qui è importante sapere che alle prime costituzioni furono annesse, per volere di don Bosco, sei lettere di sant’Alfonso indirizzate ai suoi religiosi. Don Bosco le ritenne utili per educare i suoi giovani religiosi alla fedeltà vocazionale, all’obbedienza.

E questa è spiritualità del DmA.

Come la dipendenza dal Cafasso e la sua influenza fu molto profonda per formare salesiani appassionati del confessionale, della direzione spirituale, della predicazione.

E questa è spiritualità del DmA.

Una spiritualità, dunque, vissuta e testimoniata perché alimentata costantemente dallo studio, dalla lettura e dalla formazione continua. (vedi: S. Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita spirituale, Las, Roma 2013, p. 141 e s.).  

La Carità Pastorale al centro del nostro spirito

Il testo fondamentale che meglio sintetizza e ci fa comprendere la spiritualità del DmA, è  l’articolo 10 delle nostre Costituzioni. 

La carità pastorale al centro del nostro spirito

Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l' ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano. Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio. 

In questo articolo ritorna l’idea del movimento. Che cos’è lo spirito salesiano?

È  uno slancio apostolico: un movimento, un impeto, uno sprint …. Come dire che il sdb non può mai sedersi, mai rassegnarsi. Il suo essere segno e portatore dell’Amore di Dio ai giovani lo fa essere costantemente in cammino, mai chiuso in se stesso, ma sempre aperto al dono totale di sé. La carità tipica dell’apostolo salesiano è un ardore, un fervore, un fuoco, uno zelo che non si può contenere: è una carità fervida, generosa, gioiosa, dinamica. 

Carità pastorale. Lo slancio apostolico ha come motivazione dinamica la carità pastorale. Dio stesso è il centro, il modello, perché la carità pastorale è partecipazione alla missione stessa di Gesù Buon Pastore.

Comprendiamo quindi perché la mediocrità e la fiacchezza sono incompatibili con questo spirito. Si tratta di dare a tutta l’esistenza uno slancio gioioso, perché «Dio ama chi dona con gioia». 

Spiritualità come movimento di ricerca e di testimonianza

La spiritualità del DmA, dunque, è una spiritualità in movimento. Un  movimento caritativo, come abbiamo detto. Un movimento d’amore. Un movimento dello spirito. Cioè un mantenersi ‘vivi’ a livello spirituale, perché «il programma del cristiano è un cuore che vede» (Deus caristas est 31) e solo «l’incontro con Dio permette di non vedere nell’altro sempre soltanto l’altro, ma di riconoscere in lui l’immagine divina» (Caritas in Veritate 11). Per dirla con le parole delle nostre Costituzioni, la vitalità spirituale, il primato di Dio nella nostra vita, la spiritualità del DmA, ci abilita ad essere «contemplativi nell’azione» (12), capaci di  «collaborare con i giovani per sviluppare le loro capacità e attitudini fino alla piena maturità» (32), convinti che «come don Bosco siamo chiamati tutti e in ogni occasione a essere educatori  alla fede» (34), per questo «educhiamo i giovani a sviluppare la loro vocazione umana e battesimale con una vita quotidiana progressivamente ispirata e unificata dal Vangelo» (37). È questo movimento spirituale che ci permette di «attuare la carità salvifica di Cristo, organizzando attività e opere a scopo educativo pastorale» (41). 

La testimonianza di don Bosco, come abbiamo già ricordato, è eloquente. La testimonianza di questa esperienza di preghiera continua, di movimento spirituale,  è stata raccolta nel famoso testo di don Eugenio Ceria, Don Bosco con Dio. Giustamente don Giraudo scrive che «ad attrarre non è certo l’aspetto letterario o la sua consistenza storiografica. Ma ciò che continua ad affascinare è la dimensione interiore e profonda di don Bosco che il testo fa risaltare» (A. Girando, Don Bosco ci insegna a pregare, Quaderni di spiritualità salesiana 1 nuova serie). 

Per questo diventa utile sapersi accostare ai testi di don Bosco per rintracciare questa dimensione interiore e profonda di movimento e di slancio apostolico. È un  invito alla lettura non solo di questa efficace antologia, per altro molto interessante e  utile, ma anche di tanti altri scritti che ci fanno capire a fondo l’intensità orante del Da mihi Animas, che è il respiro della preghiera di don Bosco.  Non mancano le testimonianze per rafforzare questa idea della preghiera incessante in don Bosco. Uno sguardo costante di attenzione a Dio, uno sguardo sicuro della sua presenza operante. 

Passaggi fondamentali per vivere la spiritualità del DmA

Se le cose stanno così, l’impegno per una vita spirituale seria e convinta, necessita di molta responsabilità. Aiutati dal magistero dei RM,  proviamo ad elencare alcuni atteggiamenti irrinunciabili della spiritualità del DmA, così da fare una sintesi che ci aiuti ad essere coraggiosi nella verifica personale e comunitaria, e ad individuare più facilmente le mosse coraggiose da realizzare per fare un salto di qualità nella nostra vita salesiana. 

 

Don Michele Rua

La spiritualità del DmA chiede un rinnovato amore per le Costituzioni. In particolare uno studio, una meditazione e una assimilazione del capitolo II, che ci consegna i fondamenti  della Spiritualità salesiana.  

Il Rettorato e la spiritualità di don Rua segnano uno sviluppo notevole della Congregazione. Uno sviluppo all’insegna della fedeltà a don Bosco. Così don Rua trovò la sua strada spirituale nella contemplazione di don Bosco, che gli ispirò l’amore alla Regola, il tipo di ascesi e la devozione a Cristo e alla Madre sua. Per don Rua l’osservanza della Regola è fondamentale come via di santificazione.  Scrive:

«Perché la lettura delle nostre Costituzioni ci torni veramente vantaggiosa, dovrebbe essere accompagnata d’uno sguardo sopra la nostra condotta; dovremmo stabilire un coscienzioso confronto fra i nostri doveri e la nostra vita; la nostra Regola dovrebbe essere, per così dire, posta sulla nostra persona come misura per conoscere il grado di virtù a cui siamo arrivati. Più noi saremo costanti nell’esaminarci su questo punto, e maggiore sarà il bene che faremo all’anima nostra e a coloro che siamo chiamati a dirigere».[1] 

 

Don Paolo Albera

La spiritualità del DmA ci obbliga ad una cura seria della vita spirituale 

Don Albera fu Rettor Maggiore dal 1910 al 1921, in un periodo non facile per i sacrifici tremendi che si dovettero affrontare con la prima guerra mondiale (1914-1918). Leggiamo negli Annali della Congregazione che «sebbene non l’abbia mai dichiarato espressamente, don Albera dovette considerare come mandato precipuo del suo rettorato fare dei Salesiani uomini di pietà e di preghiera. Il suo passaggio all’alto posto di secondo successore di don Bosco sarà, finché durerà la Congregazione Salesiana, un ammonimento alla suprema importanza della vita di pietà».[2] 

Può essere utile, per il confronto, questa affermazione di don Paolo Albera sullo spirito di pietà. Riassume bene l’atteggiamento e lo stile della spiritualità del DmA.

«Ma sventuratamente la grande malattia di molti addetti al servizio di Dio è l’agitazione e il troppo ardore con cui si occupano delle cose esteriori. Quanto è difficile trattenere nei giusti limiti la nostra attività! Se non ci mettiamo in guardia, corriamo rischio di seguir) l’andazzo del mondo, che si lascia involgere nel turbinio degli affari, e cade vittima di quel morbo che già S. Bernardo chiamava sventramento dell’anima: evisceratio mentis. Essa esaurisce nello studio e nelle opere esteriori tutte le sue facoltà, la sua intelligenza, la sua memoria, la sua immaginazione, come già diceva il Savio, di chi tutto e assorto dalle occupazioni, projecit in vita intima sua. Mai un momento per raccogliersi, per rientrare in se stesso, per sapere dove vada. Il mondo crede che questi tali camminino a gran passi nella via del bene, ma S. Agostino ci assicura che camminano fuori del retto sentiero: magni passus, sed extra viam. Essi lavorano molto, ma i loro lavori non servono ad aeternitatem.  Oh! continuino i Salesiani a dar l’esempio di spirito d’iniziativa, di grande attività, ma sia essa sempre e in ogni cosa l’espansione d’uno zelo vero, prudente, costante e sostenuto da soda pietà».  (Lettera Circolare sullo «spirito di pietà» del 15 maggio 1911) 

 

Don Filippo Rinaldi

La spiritualità del DmA ci chiede di sostenere una coraggiosa e audace interiorità apostolica 

Don Rinaldi fu Rettor Maggiore dal 1922 al 1931. Sotto l’apparenza di estrema semplicità nascondeva grandi qualità naturali e virtù straordinarie. Ereditò, come i suoi predecessori, lo spirito apostolico di don Bosco. Con lui la Congregazione ebbe un notevole sviluppo e un grande slancio missionario. Fu un uomo pratico, dotato di grande buon senso e di temperamento calmo.

L’apice del suo rettorato fu indubbiamente la beatificazione di don Bosco (1929). Don Egidio Viganò, settimo successore di don Bosco lo ha definito autorevole interprete della nostra «interiorità apostolica», dedicandogli una interessante Lettera Circolare in occasione della sua beatificazione il 29 aprile 1990.

Il respiro per le anime è un’espressione «rinaldiana» dell’ardore pastorale che procede dall’unione con Dio. Ecco alcune sue espressioni interessanti. 

«La vita interiore - diceva - può sembrare in qualche modo estranea a noi, in quanto, come Salesiani, siamo sempre attivi e occupati. Tuttavia è proprio la cosa, la sola cosa che fa di noi dei religiosi».

 

«- Da mihi animas cetera tolle - dammi le anime e prendi tutto il resto. Ecco il segreto del suo cuore, la forza, l’ardore della sua carità: l’amore per le anime, l’amore vero, perché era il riflesso dell’amore verso N. S. Gesù Cristo e perché le anime stesse egli vedeva nel pensiero, nel cuore, nel sangue prezioso di nostro Signore; cosicché non v’era sacrificio o impresa che non osasse affrontare per guadagnare le anime così intensamente amate.

Come è bello, sublime e attraente tutto questo! Come allarga gli orizzonti del nostro apostolato e della nostra vita religiosa! Don Bosco era riuscito a perdersi tutto in Dio, in N. S. Gesù Cristo, e di là, da quella mirabile unione, si lanciò dietro le anime con gli ardori della carità medesima del Redentore divino in modo da non più vivere, né più respirare che per le anime. Oh! noi che abbiamo vissuto accanto a lui e goduto della sua familiarità veramente unica, possiamo attestare di aver ascoltato più volte, quasi in modo sensibile, questo suo respiro per le anime che erano tutta la sua vita! Qui, o miei cari, sta tutto il segreto dell’eccelsa santità e delle meravigliose opere di Don Bosco: e qui noi pure dobbiamo ora convergere tutti i nostri sforzi: dobbiamo cioè, accrescere in noi giorno per giorno, minuto per minuto, la carità verso Dio, verso N. S. Gesù Cristo, fino ad arrivare a quella beata unione che Gesù medesimo ci ha impetrata dal suo eterno Padre nella sua sacerdotale preghiera: “ut sint unum”!».

 

«Per arrivare ad essere una sol cosa con le anime, occorre prima stabilire la nostra vita in Dio di guisa che siano divini i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre opere. Allora per noi le anime non saranno altro che Gesù, e noi saremo una cosa sola per le anime, sull’esempio del nostro Padre».

 

«Per me Don Bosco è una delle più splendide personificazioni della carità ai nostri tempi. La sua vita non è altro che ardore di carità divina nella completa immolazione per il bene della gioventù e per la salvezza delle anime. “Chi ama è nato da Dio e conosce Dio”: il suo Sistema Preventivo non è altro che la carità!».

 

«Come il S. Vangelo ci presenta Gesù, fin dal suo primo ingresso nel mondo, unicamente intento a fare la volontà del suo Eterno Padre, che non era altro che la salvezza delle anime; così la vita di Don Bosco ce lo presenta in un ininterrotto apostolato per la salvezza delle anime. Provatevi a sopprimere questo filo d’oro della sua vita ed essa non avrà più consistenza alcuna: analizzatela in tutti i suoi più minuti particolari e vi balzerà sempre fuori la sintesi radiosa del “da mihi animas” e del “cetera tolle”! Riassumetela in un piccolo volume, contenente più solo i punti essenziali, e avrete tra le mani un Vangelo salesiano. Questo «filo d’oro» supponeva in lui un continuo esercizio di ascolto nella fede, ossia di amore contemplativo coltivato quotidianamente con vari mezzi di riferimento vivo al Signore». 

 

«Il lavoro non può sostituire la preghiera, ma bensì trasformarsi in preghiera esso pure, se si possiede la vita interiore di unione con Dio non ad intervalli, di tempo in tempo, quasi la vita interiore sia un vestito da usare solo nelle feste e durante gli esercizi di pietà, per metterlo poi accuratamente da parte prima di intraprendere le altre occupazioni. L’unione con Dio è la vera causa creatrice del lavoro santificato».

 

Un giorno a Valdocco, impressionato per l’agitarsi di certi confratelli, don Rinaldi esclamò: «È troppo! È troppo! Non possono poi pregare con calma e trarre tutto il frutto delle pratiche di pietà». E al Capitolo Generale XII (1922), dopo la trattazione del tema della preghiera, disse: «Non dimentichiamo che lo spirito è superiore alle norme e alle regole e che i faccendieri battagliano molto, ma concludono poco. Con una soda pietà si fanno miracoli».

 

«Don Bosco non è conosciuto come dovrebbe esserlo neanche da noi Salesiani. Facilmente se ne travisa la figura. Don Bosco è tutto di Dio e con Dio. Se lavorava, se si metteva in azione, era unicamente per le anime: egli non vedeva che anime». 

 

Don Egidio Viganò

La spiritualità del DmA ci chiede di diventare «Padri», maturando in una paternità feconda ed equilibrata 

Quello di don Viganò è un rettorato (1977-1995) fondamentale per la Congregazione nel dopo Concilio. La formazione come teologo e l’esperienza di docente unita a quella pastorale conferivano ai suoi interventi un tono magisteriale che ricordava quello di don Albera o di don Ricaldone. Le sue Lettere Circolari sono veri trattati sui temi salesiani.

Un rettorato particolarmente ricco non solo per la durata ma per l’universalità degli interventi apostolici: partecipazione ai grandi eventi ecclesiali, il Progetto Africa, il rinnovo del testo Costituzionale, l’impegno per la cultura e la formazione, l’attenzione ai giovani come apostoli dei giovani stessi. Non manca dunque, tra i vari interventi, la riflessione particolareggiata sul tema della spiritualità del DmA che in Viganò assume un nome particolare: «grazia di unità» e l’interiorità apostolica.

Don Egidio Viganò ci ha lasciato questo commento al DmA: «Si tratta di una profondità spirituale che contempla Dio come innamorato dell’uomo: Padre delle misericordie, Figlio che s’incarna per salvare l’umanità, Spirito Santificatore vivente tra noi per trasformare la storia. Appena la preghiera e la contemplazione di un cuore salesiano si concentrano sul Mistero, muovono immediatamente il cuore, dall’interno stesso della sua unione con Dio, a rendersi pienamente disponibile per l’attività apostolica. Un simile sguardo fisso sul volto di Dio suscita nell’orante una sorgente incontenibile di carità pastorale. (...)  Questo vale per i consacrati, e anche per gli altri membri della Famiglia, in modo particolare per i Laici, che dovrebbero capire e assimilare sempre meglio l’originalità e la ricchezza di simile interiorità. (...) Dunque, dedizione alla profondità spirituale, maggiore sensibilità al Mistero e più intensa cura della carità pastorale» (Commento alla Strenna del 1987). In sintesi il Da mihi animas e il Sistema Preventivo esprimono i tratti dello spirito di Don Bosco e della spiritualità salesiana: passione pastorale e senso educativo. 

Non comprenderà mai Don Bosco chi non sa sommergersi nel mistero trinitario per ammirare l’infinito amore del Padre che crea il mondo e dona tutto all’uomo e gli perdona; l’infinito amore del Figlio che si fa uomo per essere uno di noi, solidale in tutto (anche nel dolore e nella morte) e così liberare l’uomo peccatore partendo dai piccoli e dai poveri; infine, l’infinito amore dello Spirito Santo che si inserisce nella storia bussando al cuore di ogni persona e guidando la Chiesa per trasformare l’uomo, la società e il mondo, e offrire così al Padre un Regno di giustizia, di pace e di gioia  (Viganò ACG322). 

Don Bosco è stato tra i giovani un profeta della bontà; a ragione il Papa lo ha chiamato più volte «genio del cuore». La bontà è un atteggiamento costante della persona; si traduce quotidianamente in una contemplazione delle continue manifestazioni dell’amore di Dio e in una conseguente metodologia di amorevolezza che contrassegna tutte le attività apostoliche.

In questo intimo atteggiamento viene inserito anche il suo ruolo ecclesiale di Fondatore, in quanto padre fecondo che lascia in eredità un patrimonio evangelico a tanti figli e figlie che ne prolungano la missione tra i giovani.

C'è da aggiungere, in una profondità ancora maggiore, che per Don Bosco il termine «padre» non significa solo «buono e amorevole come un padre», né solo «padre-fondatore» di una Famiglia spirituale, ma che viene a indicare, più vitalmente, l’atto apostolico di generare a nuova vita, la coscienza evangelica e la prassi di una responsabilità che cura, educa e fa crescere i giovani fino alla maturità cristiana della filiazione adottiva. Egli è «padre della gioventù» perché si è sentito chiamato da Dio a «fare da padre sul serio» a tanti giovani bisognosi e a generarli alla grazia di «figli di Dio».

Possiamo aggiungere che il momento principale da cui procedeva quotidianamente la fecondità della sua paternità spirituale era l’esercizio del suo ministero sacerdotale nel sacramento della Penitenza.

Urge pertanto ricuperare e approfondire il senso di questa paternità tipicamente «oratoriana» nei molteplici risvolti umani e divini che la compongono. È compito ineludibile di ogni discepolo di Don Bosco (Viganò ACG 329) . 

Questa qualità procede dal vigore del «da mihi animas» (il motto di San Francesco di Sales e di Don Bosco «pastori»!), si preoccupa dell’educazione alla fede, si premura di analizzare la realtà dei contesti, si avvale dei migliori mezzi umani per conoscerli e discernerli, e stimola a stare attenti a non lasciarsi mai asservire da altri interessi che non siano genuinamente ecclesiali.

Il secondo aspetto da considerare è quello della spiritualità salesiana come interiorità dinamica che procede dalla «carità pastorale».

Abbiamo già visto che il nostro carisma è sgorgato dal cuore di Don Bosco prete. La sua è una spiritualità radicalmente «sacerdotale», che si ispira a Pietro, a Paolo, ai santi Pastori e ai loro collaboratori. È una spiritualità che fa pensare a quanto afferma Sant’Agostino commentando il Vangelo di Giovanni circa il mandato pastorale dato a Pietro; egli si sente interpellato dalle «parole che Cristo gli ripete con insistenza: “Mi ami? Pasci le mie pecore!”, che significano: se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, e pascile come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo; il mio guadagno, non il tuo; se non vuoi essere del numero di coloro che appartengono ai “tempi difficili”, di quelli cioè che amano se stessi con tutto quello che deriva da questo amore di sé, sorgente di ogni male».  È, come si vede, la spiritualità salesiana del «da mihi animas»  (Viganò ACG  335).      

Giunti a questo punto, possiamo fare ancora un passo avanti per capire a fondo l’intensità orante del da mihi animas, che è il respiro della preghiera di Don Bosco. Ci riferiamo alla profonda testimonianza e illuminazione di S. Francesco di Sales. La sua preghiera lo portava a una «unione con Dio» tradotta in una vita instancabilmente apostolica, mentre ne approfondiva la natura con acute riflessioni dottrinali.  L’unione con Dio è, dunque, la vera meta della preghiera; ha molti gradi e cresce sempre; incomincia piccola e con carenze, cresce a poco a poco; è «una luce che aumenta come l’alba del giorno» (Viganò ACG 338).

Don Juan Edmundo Vecchi

La spiritualità del DmA è vivere l’equilibrio e l’armonia tra evangelizzazione ed educazione 

Un Rettorato breve ma intenso. Le lettere Circolari di don Juan Edmundo Vecchi sono caratterizzate e orientate dalla formazione tipicamente pedagogica e antropologica che l’ottavo successore di don Bosco ha ricevuto. Con lui la congregazione salesiana ha avuto, ancor prima che fosse superiore, un contributo notevole per lo sviluppo e l’impostazione della pastorale giovanile. Tutta la sua azione di governo è stata caratterizzata dall’impegno per rendere più autentica l’unità tra la spiritualità e la pastorale. A questo binomio don Vecchi ha sempre aggiunto la testimonianza di vita religiosa e comunitaria salesiana. Infatti le sue lettere, anche se sono solo 21 per la brevità del suo rettorato, toccano tutti i temi centrali della vita consacrata, in modo tale che possiamo affermare di avere con esse un trattato aggiornato di vita consacrata salesiana. La sua formazione pedagogica gli ha consentito di tradurre i suoi interventi spirituali in fruttuosi suggerimenti metodologici e formativi, che hanno reso più concrete le sue intuizioni e i passi formativi conseguenti. La sua spiccata sensibilità pedagogica era, in ogni caso, radicata in una esigenza prioritaria: la spiritualità. Ha scritto infatti nella sua prima lettera Circolare presentando l’Esortazione apostolica Vita Consecrata: «Dallo Spirito, come dono sorgivo e germinale, prendono forma la particolare configurazione della consacrazione, lo stile della missione, la vita comunitaria, la pratica originale dei voti. La spiritualità è dunque come il principio di individuazione, dal quale si sviluppa l’identità. La Vita Consacrata infatti non nasce da un progetto generale, pensato da qualcuno a tavolino, ma da esperienze singolari di vita nello Spirito, secondo cui si accoglie, si sente, si matura e si esprime l’amore a Dio e al prossimo, rivelatosi nella sua pienezza in Cristo»[3].

Ecco  alcuni esempi e affermazioni che possono aiutarci nel discernimento. 

ACG 361 Io per voi studio

A volte lo stile di vita che assumiamo e il ritmo di movimento possono logorare la nostra esperienza spirituale, sfuocare la nostra immagine di fronte a giovani e adulti, minare la nostra capacità di influire, a causa della dispersione e molteplicità. Nel nostro Fondatore ammiriamo l’armonia costante tra dedizione e profondità, tra iniziativa molteplice e unità di vita. Don Bosco si è logorato fisicamente, ma ha coltivato quello sguardo di sapienza, quella intelligenza delle cose alla luce dello Spirito, quell’unione con Dio che hanno dato un profilo originale - la chiamiamo santità salesiana - alla sua esperienza personale.

Pensando alla diversità di situazioni e condizioni di vita di ciascuno ed evocando alcune affermazioni di Vita Consecrata riguardo al significato e al valore della nostra vocazione, oso rivolgere ad ognuno alcune domande di riflessione: Ci diamo il tempo per riprendere con sempre maggiore profondità la nostra vita nello Spirito? Alimentiamo il gusto di una più ampia conoscenza di quanto riguarda il mistero cristiano e le questioni che si riferiscono all’uomo? Quanto all’arricchimento culturale, nel senso dato in queste pagine, qual è il nostro programma in termini di aree, obiettivi e tempo? Come si compie in noi l’io per voi studio di Don Bosco?

Ma c’è bisogno anche di un impegno quotidiano personale. La mentalità comune, i giornali, i modelli della pubblicità costituiscono quasi una scuola che ci comunica una cultura estranea e spesso contraria alla nostra «cultura di riferimento». Se non frequentiamo una scuola alternativa (meditazione, revisione di vita, letture, informazioni, studio, condivisione, discernimento, ecc.) saremo insensibilmente orientati verso una visione della vita, verso un progetto di esistenza che non combaciano più con ciò che abbiamo professato.

C’è sempre da domandarsi quali sono i canali che nutrono il nostro pensiero e la nostra sensibilità, come costruiamo e illuminiamo in noi il rapporto fede-cultura, senso pastorale-domande emergenti.

Diamoci tempo per coltivare il nostro progetto di vita, per gustare la nostra esperienza di consacrati, verificare il nostro cammino di crescita, prevenire il logorio e padroneggiare l’affanno, testimoniare e condividere la sorgente profonda del nostro agire. Diamoci tempo per «abilitarci a svolgere con maggior competenza il nostro lavoro», lavoro di educatori, di animatori, di pastori. Accompagnare le persone, orientare le comunità è un compito esigente e non facile. Vi sono alcuni ambiti che nel contesto attuale culturale e religioso rivestono una particolare difficoltà e importanza, come ad esempio: il campo etico morale, i problemi della vita, la pedagogia spirituale e sacramentale, i temi relativi al rapporto fede-cultura, la dimensione sociale e della solidarietà.

Questo «darsi tempo», costituirà un messaggio per i laici e uno stimolo per i giovani che si sentono chiamati alla vita salesiana. Oggi all’immagine del religioso lavoratore e intraprendente, socialmente utile, bisogna unire quella profetica di chi fa una esperienza personale portatrice di senso, guidata dalla sapienza del Vangelo. 

ACG 363 esperti, Testimoni e artefici di comunione

Noi non siamo una società di beneficenza o una organizzazione educativa che abbia come fine ultimo determinate realizzazioni materiali o culturali; siamo dei carismatici. Ciò comporta di dare vita ad una presenza che sollevi interrogativi, dia ragioni di speranza, convochi persone, susciti collaborazione, attivi una comunione sempre più feconda, per realizzare insieme un progetto di vita e di azione secondo il vangelo. La nostra è una collaborazione con lo Spirito. Egli anima la Chiesa e il mondo. Li apre alla Parola, suscita il desiderio di unità e volontà di concordia, dà efficacia agli sforzi e impegni per la trasformazione del mondo secondo il disegno di Dio; distribuisce carismi e sparge nell’umanità semi di bene perché si rafforzino in essi gli elementi di pace e di comunione.

Costituiti dallo Spirito in comunità consacrata, diventiamo mediatori della sua azione animatrice: aiutiamo le persone ad accogliere le sue mozioni, creiamo condizioni perché le sue ispirazioni e i suoi doni prendano corpo nella realtà, per realizzare in maniera più piena ed ampia la missione a cui Egli ci ha chiamati. 

ACG 365 Il Padre ci consacra e ci invia

Abbiamo concentrato su di Lui attese e speranze. Lo cerchiamo «dall’aurora», cioè continuamente, come fonte di senso, come interlocutore, come compagnia.

Da ciò proviene un legame che ci va riempiendo di luce e di pace, anche psicologicamente, e ci caratterizza di fronte al mondo. Il consacrato è colui che ha messo Dio e il valore religioso, la fede e quello che essa offre, al centro della sua esistenza. «Il Signore è la parte della mia eredità».

Questo diventa non soltanto desiderio vago, ma proposito. Lo sforzo è di giungere a vivere il mistero di Dio non come una breve pausa settimanale o giornaliera, per esempio nella messa o nella preghiera, ma come un rapporto permanente, capace di ispirare decisioni e modalità di vita. 

ACG 366 Un amore senza limiti a Dio e ai giovani

Occorre un ragionevole dosaggio di tempi di lavoro e tempi di recupero, di spazi di azione e di formazione, di immersione tra la gente e di emersione spirituale alla ricerca di noi stessi e delle motivazioni più profonde del nostro vivere e del nostro operare. Va superato l’attivismo e il disordine della vita e riconquistata la padronanza sul tempo, sulle attività e su se stessi. Per questo, occorre dare il rilievo necessario agli esercizi spirituali annuali, al ritiro mensile, al giorno del Signore settimanale, ai momenti di comunità e di preghiera quotidiani (ivi compresa la meditazione!). Il raccoglimento personale deve, di nuovo, trovare spazio nella programmazione della nostra giornata. 

ACG 371 Questo è il mio corpo offerto per voi

La figura del salesiano contemplativo in azione, è fondata nella logica eucaristica, la logica del dono totale di sé. «Collocato sullo sfondo dell’Eucaristia, il “Da mihi animas” ci appare, prima che un motto, una preghiera, eco della preghiera sacerdotale di Gesù nell’Ultima Cena … Il “Da mihi animas” è prima di tutto riconoscimento che il protagonista o l’attore principale della missione è Dio. In questo modo l’Eucaristia illumina un altro aspetto del “Da mihi animas”. Quando Don Bosco interpreta il suo motto attraverso le parole “studia di farti amare”, non propone ai suoi collaboratori soltanto lo sviluppo delle doti naturali di simpatia, così importanti nell’ambito educativo, ma più profondamente chiede di condividere l’itinerario con cui Cristo ha “studiato di farsi amare”, ovvero l’itinerario del quotidiano dono di sé». 

ACG 373 Ecco il tempo favorevole

È la famosa lettera sulle vocazioni. Don Vecchi è preoccupato sulla scarsa capacità attrattiva delle comunità. Risuona in questo scritto l’appello a vivere meglio la spiritualità del DmA, espresso nelle parole: «È necessario offrirsi come luogo di esperienza del Vangelo». Questa è un’altra bella definizione della spiritualità del DmA. 

I giovani hanno bisogno di testimoni, di persone e ambienti che mostrino, per via di esempi, le possibilità di impostare la vita secondo il Vangelo nella nostra società. Questa testimonianza evangelica costituisce il primo servizio educativo da offrire loro, la prima parola di annuncio del Vangelo. 

Può capitare che, presi da una moltitudine di attività, preoccupati delle strutture e indaffarati nell’organizzazione, corriamo il rischio di perdere di vista l’orizzonte della nostra azione, e apparire come attivisti o “movimentisti” pastorali, gestori di opere o strutture, ammirevoli benefattori, ma poco come testimoni espliciti di Cristo, mediatori della sua azione salvifica, formatori di anime, guide nella vita di grazia.

Urge oggi che in ogni nostra presenza si dia il primato all’evangelizzazione, mediante una manifestazione chiara ed esplicita delle motivazioni evangeliche della nostra azione, l’annuncio significativo della persona di Gesù, il contatto diretto e pedagogicamente curato con la Parola di Dio, i momenti di celebrazione e di preghiera personale e comunitaria, incontri e comunicazioni significative con credenti e comunità cristiane o di coloro che sono in ricerca. 

La proposta vocazionale salesiana, dunque, richiede oggi più che nel passato di vivere e presentare, nella fedeltà al progetto di Don Bosco, una figura di consacrato che sia significativa per i giovani e che faccia emergere gli aspetti fondamentali della vita consacrata, piuttosto che quelli ministeriali o funzionali. Non è sufficiente parlare di Don Bosco e della missione salesiana, ma si deve anche presentare l’importanza e il valore che nel progetto di Don Bosco ha la vita in Dio, come punto di riferimento preciso del carisma. «Don Bosco ha voluto persone consacrate al centro della sua opera, orientata alla salvezza dei giovani e alla loro santità. … Con la loro dedizione totale essi avrebbero dato solidità e slancio apostolico per la continuità e per l’espansione mondiale della missione». 

ACG 374 Quando pregate dite … Padre Nostro…

Tra i nostri condizionamenti tipici bisogna invece annoverare una certa connaturale esposizione alla molteplicità di impegni che per alcuni, con “agenda aperta” ad imprevisti, può diventare agitazione. L’agitazione non provoca soltanto l’eliminazione della partecipazione ai momenti comunitari, ma anche la soppressione dei momenti di studio, di lettura, di cosciente preparazione ad un ministero o a un compito educativo, che diventa sempre più complesso anche dal punto di vista dell’interpretazione evangelica della vita, nonché della metodologia nell’orientamento dei giovani. Colui che sa perdere il suo tempo con il Signore, impara a donare ai fratelli la propria vita con generosità gratuita, dimentico di sé. 

Per diventare contemplativo nell’azione occorre un clima interiore, fatto di fede aperta e vigilante, di umiltà e pazienza, di fedeltà a Dio a agli uomini, di dominio di sé e di apertura agli orizzonti di eternità. 

Comunicare l’avvenimento di Cristo è la nostra professione e la finalità della nostra vocazione. Dobbiamo esserne specialisti, perché lo avviciniamo con calma e tempo, ne ricaviamo luce per la nostra vita personale, lo confrontiamo comunitariamente con quello che osserviamo nel nostro ambiente: questo si chiama interiorità. Non è un’operazione tecnica, ma l’effetto di una passione: «Io vi ho generato a Cristo». Lo possiamo dire anche a riguardo dell’educazione cristiana. Viene al caso un’espressione di Don Bosco: «Ora vedo nella Congregazione un bisogno, quello di metterla al riparo dalla freddezza col promuovere lo spirito di pietà e di religiosa osservanza» (MB XIV, p. 551).  I nostri ambienti hanno la vocazione di far trasparire la presenza di Dio: questo sopra ogni altra finalità, il resto viene come conseguenza.

 

Don  Pascual Chavez

La spiritualità del DmA ci chiede di diventare uomini di Dio, di coltivare una costante profondità con Dio 

Quello di don Chavez è un Rettorato ancora in atto, quindi non possiamo fare bilanci o interpretazioni. Mi limito a segnalare alcune espressioni che trovo di forte impatto per il nostro tema e rappresentano orientamenti per scelte diverse, per un lavoro organizzato in modo diverso. 

Da: «Cari salesiani siate santi!» ACG 379

«Dio deve essere la nostra prima occupazione. Non si tratta di intraprendere nuove attività e iniziative, quanto piuttosto di vivere e testimoniare il Vangelo, senza compromessi, sì da stimolare alla santità i giovani»

«La nostra santificazione è il “compito essenziale” della nostra vita. Raggiunto questo, tutto è raggiunto; fallito questo, tutto è perduto. Contro la tendenza alla  mediocrità spirituale, abbiamo bisogno di ribadire ogni giorno la priorità di questa meta: la nostra santificazione».

«Non è la mediocrità l’attrattiva e il desiderio del cuore umano, ma la “qualità alta” della vita. Non possiamo tacere ai nostri giovani il fatto che puntare sulla santità soddisfa le loro più profonde aspirazioni e colma il loro desiderio di felicità». 

Da «Sei tu il mio Dio, fuori di te non ho altro bene» ACG 382

«Il dono della vocazione salesiana è un dono del Signore talmente prezioso che va coltivato accuratamente e va proposto decisamente ai giovani perché vogliamo che essi siano felici come noi».

«Non di rado mi è capitato di trovare confratelli strapieni di energie e coraggio apostolico, che lavorano in opere stupende a favore dei ragazzi, che non sembrano però sorretti ed animati da una pari passione per Dio. La missione salesiana e la Congregazione sono nate da Dio e in Dio rinascono. Dio è all’origine, come fonte e fondamento della nostra missione salesiana; e così deve rimanere».

«Alla radice di ogni vita religiosa autentica troviamo come motivazione prima e onnicomprensiva non un “per” ma un “a causa di”. E l’oggetto di questo “a causa di “ altro non è che Gesù Cristo. Non ci si fa religiosi “per” qualche cosa, ma “a causa di” qualcuno: di Gesù Cristo e del fascino che egli esercita. Non c’è spazio per indugiare su questo punto. La vera sfida attuale della vita consacrata è quella di restituire Cristo alla vita religiosa e la vita religiosa a Cristo, senza darlo per assicurato».

«C’è bisogno che diamo veramente a Dio il primato che gli corrisponde, come valore assoluto della nostra vita, personale e comunitaria, intima e istituzionale. Fare esperienza di Dio non è per noi saltuaria occupazione né compito secondario, ma nostra ragione d’essere nella Chiesa e nostra prima missione».

«Vivere consacrati a Dio è la nostra prima missione apostolica. Come spiegare che per un salesiano ci siano occupazioni più importanti di Dio?». 

Da «Contemplare Cristo con lo sguardo di don Bosco» ACG 384

«Non si può riconoscere adeguatamente l’identità di Colui che ci ha chiamati  e al cui seguito ci siamo posti, se non viviamo una forte esperienza di fede e se non ci sentiamo da Lui ben voluti».

«Vi invito a realizzare il bellissimo compito di contemplare l’amato per eccellenza, Colui che ci ha affascinato e continua ad affascinarci, con uno sguardo salesiano, con gli occhi stessi di don Bosco. Contemplare Cristo, significa conoscerlo più profondamente, amarlo più fedelmente, seguirlo più radicalmente. Infatti non Lo si può amare, se non lo si conosce; e non Lo si conosce, se non Lo si segue; e non Lo si segue, se non si è talmente innamorati di Lui così da lasciare tutto pur di “essere con Lui”. Conoscenza, amore e sequela di Cristo sono realtà inseparabili, che si richiamano a vicenda».

«Contemplare Cristo non è divertimento estetico, né libero passatempo e nemmeno curiosità intellettuale; è invece passione mai soddisfatta e necessità urgente di conoscenza, amore, sequela».

«Non seguiamo una virtù (obbedienza, povertà, castità) o una attività (l’educazione, la missione, ecc.), ma seguiamo una Persona che vogliamo imitare nella sua pienezza e un Vangelo che vogliamo vivere nella sua globalità». 

Da: «Sarete miei testimoni...fino agli estremi confini della terra» ACG 385

«Non va dimenticata la qualità cristiana della proposta pastorale. Occorre re-impostare il progetto di pastorale vocazionale, con speciale attenzione ad una evangelizzazione, che sia profonda abbastanza da fare incontrare davvero il Signore Gesù, e da nutrire una motivazione robusta di “rischiare la vita” per Lui».

«Ripensare la nostra proposta educativa pastorale. È questo un impegno inteso a riqualificare la nostra proposta educativa ed evangelizzatrice. Si tratta di andare oltre le soglie della timidezza apostolica, che rischia di chiuderci in una pastorale delle attività o del trattenimento, e offrire una pastorale veramente missionaria, capace di coinvolgere i giovani, di farli crescere pieni di vita e orientarli, in un’esperienza di fede, verso un rapporto personale con Gesù Cristo».

«Valorizzazione dei luoghi salesiani. Sono i “luoghi santi” della nostra spiritualità e del nostro carisma. Questi luoghi vanno custoditi e curati con amore, non solo dal punto di vista materiale, ma anche per quanto concerne le proposte di pellegrinaggio, di animazione, di formazione. Essi sono infatti “scuola di spiritualità e cenacolo di preghiera”». 

Da: «Parola di Dio e vita salesiana oggi». ACG 386

«Oggi come ieri, i veri discepoli restano con Gesù, nonostante la durezza del suo discorso, perché non c’è nessun altro che davvero meriti la loro fede e perché solo le sue parole danno speranza alle attese e assicurano vita senza fine».

«Bramerei tanto che tutti noi dedicassimo un po’ del nostro tempo ad accogliere Gesù e a sentire la sua parola, “l’unica cosa necessaria” (Lc 10,42), perché abbiamo finalmente capito che nessuno fuori di Lui ha quelle parole che ci danno speranza e ci fanno vivere oggi e sempre».

«Cari confratelli, ritorniamo a Dio, “avendo quotidianamente in mano la Sacra Scrittura” e la missione salesiana tornerà ad essere per noi gioia e ragione della nostra vita consacrata».

«Per vivere oggi da credenti, si deve poter convivere col silenzio; riempire la vita di parole e frastuono è prendere la strada dell’incredulità».

«Mi sento obbligato a ravvivare continuamente ed esprimere il primato di Dio nella comunità, orientando la Congregazione a centrare la vita personale e quella comunitaria sulla Parola di Dio, in primo luogo mediante la lectio divina».

«È urgente che l’educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale. Le nostre comunità, devono diventare autentiche scuole di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprime soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero ‘invaghimento’ del cuore». 

Da: «Ringrazio il mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi»    ACG 387

«Quando don Bosco inviò in America i primi salesiani nel 1875, diede loro venti ricordi che sono un vero breviario di pastorale pratica e che conservano tuttora piena validità:

Cercate le anime, non il denaro, né onori, né dignità…

Amatevi mutuamente, aiutatevi e correggetevi…

Inculcate la devozione al Santissimo Sacramento e a Maria Ausiliatrice…

Il bene di uno sia il bene di tutti…

Nelle fatiche e nel lavoro, non dimenticatevi che una grande ricompensa vi aspetta in cielo...».

«Abbiamo bisogno di docilità al suo Spirito, che ci curi e ci rigeneri. Chissà se non sia questo il tempo in cui lo Spirito ci spinge al deserto, alla purificazione e all’attesa».

«Si devono rendere tutte le nostre opere luoghi e piattaforme d’evangelizzazione, e si deve garantire, ancora meglio, l’accompagnamento delle persone nel loro processo di crescita e nel loro discernimento vocazionale».

«La passione educativa del “Da mihi animas” è frutto di una vita totalmente consacrata a Dio e interamente votata ai giovani, e va coltivata con dedizione, sistematicità e generosità alla scuola di don Bosco».

«Il luogo e il tempo privilegiato per la formazione permanente sono la Comunità e la vita quotidiana, per cui si deve impostare un ritmo che favorisca la qualità della preghiera, della convivenza, della programmazione, del lavoro, dello studio, della riflessione, della verifica. Dobbiamo considerare la vita quotidiana come piattaforma privilegiata di formazione. Si tratta di “mantenersi in forma” professionalmente, pedagogicamente e spiritualmente».

«I giovani europei ci obbligano ad approfondire il cuore della nostra identità carismatica: bisogna convincerli che Dio li ama, che Dio li ha riempiti di energie di bene da liberare e di potenzialità da sviluppare … “essere segni e portatori dell’amore di Dio”, vale a dire essere presenza visibile, leggibile ed efficace del Dio amore fra loro. Senza questa sacramentalità la presenza salesiana tra i giovani perde il suo carattere di missione e diventa lavoro, mestiere, filantropia».

«La vita religiosa non dipende dal numero e dalle attività realizzate quanto dalla fedeltà a Dio e dal fuoco che ognuno porta nel cuore per irradiare e diventare luce».

«La famiglia religiosa che non sia scuola e proposta di spiritualità non ha molto da dire in questa società. Il primo contenuto della missione è di rivelare ai giovani la nostra vita: come viviamo la nostra alleanza con il Signore, come ci amiamo, come il vissuto radicale dell’obbedienza, della povertà e della castità ci rende più liberi e disponibili per la generosa dedizione alla missione tra loro».

«...oltrepassare i ruoli gestionali e godere le ricchezze della vita religiosa, salesiana e comunitaria».

«Dobbiamo rivendicare l’evangelizzazione dei giovani come l’obiettivo prioritario dei Salesiani. La nuova evangelizzazione è la sfida per la Chiesa e per i Salesiani in Europa. Né la riuscita accademica, né la promozione sociale in se stessa, giustificano oggi una presenza salesiana in Europa, se non ha, allo stesso tempo, la possibilità pratica e la volontà ben determinata di proporre la fede ai giovani».

«I giovani ci domandano accompagnamento personale e vocazionale. Si tratta, dunque, di ravvivare nei nostri cuori la fiamma del “Da mihi animas” del nostro amato Don Bosco, che non è altro che la passione per Dio e la passione per i giovani». 

Da: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei»  ACG 388

«Siamo consapevoli che la testimonianza della comunità ha una forza notevole di credibilità e di sostegno; si educa alla fede con ciò che si è e si vive, più che con ciò che si dice e si insegna. Il cammino di educazione dei giovani alla Chiesa comincia con un impegno sincero della comunità ecclesiale ad approfondire le sue opzioni fondamentali, cioè la passione per Dio che la raduna per mezzo di Cristo nello Spirito, la fraternità tra tutti i battezzati, la preoccupazione evangelizzatrice, la volontà di servizio alla società, la priorità verso i più poveri».

«In questo sforzo di conversione la nostra identità ecclesiale deve essere sempre più trasparente, per divenire significativi, per rendere visibile e credibile quanto annunciamo. Perciò le nostre opere di qualsiasi tipo, scuole, centri di formazione professionale, università, case di accoglienza, parrocchie, oratori, centri giovanili, città dei ragazzi, devono avere come primo scopo l’evangelizzazione, l’annuncio della buona novella della salvezza che Dio vuole dare a tutti nel suo Figlio Gesù». 

Da: «Passa in Macedonia e aiutaci»  ACG 389

«Questa nuova evangelizzazione dell’Europa ha bisogno di nuovi evangelizzatori. Perciò i Salesiani devono attrezzarsi per questo bellissimo compito di contribuire a ridare anima all’Europa, mettendo Gesù Cristo e il suo Vangelo al centro della vita personale e comunitaria, rafforzando l’amore e la fede nel proprio carisma, acquistando una conoscenza e una stima sempre più grande del “polmone” orientale della Chiesa e della Congregazione, puntando sul lavoro a favore dei più poveri, bisognosi, abbandonati e percolanti, imparando ad essere dialoganti e tolleranti in un contesto sempre più multiculturale e multireligioso».

«Poiché il futuro dipenderà da persone ricolme di fuoco, che vivano sospinte dalla passione educativa ed evangelizzatrice di Don Bosco, siamo chiamati a riscoprire le radici del nostro carisma, la gioia e la fiducia “degli inizi”, anche della propria Ispettoria; a fare dell’evangelizzazione, con senso oratoriano, una priorità, offrendo ai giovani cammini di fede, accompagnamento personale e scuole di preghiera».

«Poiché l’educazione e l’evangelizzazione dei giovani oggi in Europa richiede dei Salesiani segnati da una intensa vita nello Spirito, che possano dire e dare Dio ai giovani, c’è bisogno di mettere al centro della vita personale e comunitaria il Cristo, la vita di preghiera e la vita sacramentale; organizzare la vita comunitaria in funzione della centralità di questo aspetto fondamentale; sfruttare le indicazioni che ci danno le Costituzioni in questo ambito, vivendo con serenità l’obbedienza, la castità e la povertà; consolidare o intensificare i momenti di preghiera per le vocazioni in tutte le comunità».

«Il nostro compito è dire e dare Dio ai giovani, così come ci è stato rivelato in Cristo Gesù, manifestazione suprema del mistero di Dio e dell’Uomo, attraverso l’evangelizzazione». 

Da: «Con il coraggio di don Bosco nelle nuove frontiere della comunicazione sociale»  ACG 390

«Non c’è comunità salesiana o comunità educativo-pastorale salesiana più comunicativa di quella che testimonia la sequela di Cristo nel servizio dei giovani poveri. Dunque, la testimonianza di Cristo e del suo Vangelo è il messaggio fondamentale di ogni comunicazione. Se questa manca, non c’è teoria, né tecnica o mezzo di comunicazione che possa sostituirla».

Da: «Voi che cercate il Signore, guardate la roccia da cui siete stati tagliate»  ACG 393

«La complessità del tempo presente richiede il ritorno continuo all’origine della nostra vita apostolica: Dio».

«Il criterio che può correttamente guidare tale discernimento sarà la riscoperta di Don Bosco, uomo mistico e profetico, e l’assunzione vitale delle sue grandi convinzioni». 

Da «Da mihi animas cetera tolle» ACG 394

«Il  Da mihi animas” porta il confratello e la comunità alla sorgente dell’essere consacrati, in particolare al cuore della missione, che altro non è che l’essere totalmente presi da Dio così da diventare sua presenza trasfigurante tra i giovani».

«Il “Da mihi animas” pone al centro della vita del consacrato salesiano il senso della paternità di Dio, le ricchezze della morte e della risurrezione di Cristo e la potenza dello Spirito Santo, che sono donate ad ogni giovane».

«La passione del Da mihi animas significa il fuoco della carità. Essa non si esprime solo nell’instancabile laboriosità educativa pastorale, ma si manifesta pure nella pazienza e nella sofferenza, che nella croce di Cristo assumono valenza salvifica». 

Da «Questo è il mio corpo, che è per voi. Fate questo in memoria di me. Fare l’Eucaristia per farsi eucaristia»   ACG 398

«I consacrati vivono eucaristicamente non tanto se celebrano spesso l’Eucaristia, ma perché spendono la vita per gli altri».

«Tra mistero dell’Eucaristia e vita consacrata c’è una così intima relazione che l’una non trova spiegazione né fondamento senza l’altra. Il consacrato, se vuole essere e rimanere tale, deve diventare uomo dell’Eucaristia; la consacrazione religiosa, infatti, ha “una struttura eucaristica: è totale oblazione di sé” e, proprio perciò, resta “strettamente associata al sacrificio eucaristico”».

«Adorare Dio “non è vedere il mondo che ci circonda come la materia grezza con cui noi possiamo fare qualcosa”, ma “scoprire in esso la ‘calligrafia del Creatore’, la ragione creatrice e l’amore da cui è nato il mondo e di cui ci parla l’universo […]. Prima di ogni attività e di ogni mutamento del mondo deve esserci l’adorazione. Solo essa ci rende veramente liberi; essa soltanto ci dà i criteri per il nostro agire». 

«Vorrei invitare tutti a diventare sempre più discepoli innamorati e apostoli entusiasti di Gesù»  (ACG 406)

Conclusione 

«I salesiani hanno smarrito il senso della propria identità e missione? Vivono una fede ‘debole’, circoscritta in orizzonti intramondani? Sono divenuti incapaci di trasfondere nel cuore dei giovani l’amore di Dio e il desiderio di perfezione? Hanno ceduto alle logiche del mondo e ai dettami del mercato? … Forse è suonata, anche per i salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice, l’ora della riforma, come avvenne nel passato per i Carmelitani, i Francescani e altre famiglie religiose?  …  Credo non si debba essere così pessimisti … ma è giunto il momento di prendere  un po’ di distanza dai ritmi incalzanti e riflettere»  (Quaderni di spiritualità, nuova serie, 7).

Sono le parole di don Giraudo Aldo, una provocazione, ma anche una indicazione che possiamo condividere per attuare una riflessione che ci aiuti a compiere scelte buone e coerenti. Senza paura perché siamo convinti, come afferma Papa Francesco che: « I giovani hanno il desiderio di una vita grande. L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità»  (Lumen Fidei 53).

Suggerisco tre indicazioni conclusive e sintetiche per avviare la riflessione. 

La prima in riferimento al nostro Fondatore. La grandezza di don Bosco sta nella sua capacità di fare unità e armonia nella dimensione spirituale e umana, nella preghiera e nel lavoro, nell’azione e nella contemplazione. È questo che noi ricordiamo di lui, «uno splendido accordo di natura e di grazia», che significa una perfetta unità e un preciso equilibrio di ogni dimensione umana e spirituale. Questo è l’esempio per noi. Trovare armonia ed equilibrio, vivere con più verità quella che don Viganò chiamava la «grazia di unità», oppure della «interiorità apostolica».

Se vivremo così, certamente in noi non ci saranno sbilanciamenti verso una o l’altra dimensione, ma vivremo l’unità della nostra vocazione e della nostra spiritualità. Al contrario, se manifesteremo delle confusioni tra i livelli, cadremo all’interno di instabilità spirituali o educative che creeranno soltanto conflitti e daranno vita a uno stile di lavoro diverso da quello di don Bosco. 

In secondo luogo, altro elemento importante per la spiritualità del DmA è in riferimento alla nostra Congregazione: non possiamo dimenticare la varietà e la ricchezza del nostro lavoro con i giovani che è tutto importante. Ricordare, quindi,   che l’obiettivo della nostra Congregazione, che i destinatari della nostra carità pastorale, e quindi del nostro movimento «verso»,  ha diverse sfumature: mondo del lavoro (art. 27), le vocazioni (art. 28), giovani degli ambienti popolari (art. 29), missioni (art. 30). Questo dovrebbe favorire la valorizzazione di ogni lavoro all’interno di una ispettoria. Non esiste, quando si tratta di giovani, una discriminazione; i nostri destinatari sono ben definiti nelle costituzioni e il lavoro per la generazione giovanile attuale è tutto a loro favore. Questo sguardo globale ci aiuta a collaborare con più sinergia tra di noi e ad avere più fiducia nel lavoro degli altri. Penso che questa consapevolezza  ci aiuti ad entrare con più convinzione nella spiritualità del DmA, che è un consegnare ai giovani, sempre e in ogni occasione, la certezza dell’Amore di Dio. 

Infine, il primato di Dio nella nostra vita, rimane la grande sfida per essere concretamente testimoni dell’Amore di Dio nei confronti della generazione incredula. È questo il contenuto della spiritualità del DmA,  è questa l’urgenza del rinnovamento, è questo «il dono più grande che possiamo offrire ai giovani» (art. 25) così come ha fatto don Bosco.

Benedetto XVI, in una delle sue ultime catechesi, affermava:

«Non dobbiamo perderci nell'attivismo puro, ma sempre lasciarci anche penetrare nella nostra attività dalla luce della Parola di Dio e così imparare la vera carità, il vero servizio per l'altro, che non ha bisogno di tante cose - ha bisogno certamente delle cose necessarie - ma ha bisogno soprattutto dell'affetto del nostro cuore, della luce di Dio. I Santi, quindi, hanno sperimentato una profonda unità di vita tra preghiera e azione, tra l’amore totale a Dio e l’amore ai fratelli. San Bernando, che è un modello di armonia tra contemplazione ed operosità, insiste proprio sull’importanza del raccoglimento interiore, della preghiera per difendersi dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione in cui ci si trova e il compito che si sta svolgendo. San Bernardo afferma che le troppe occupazioni, una vita frenetica, spesso finiscono per indurire il cuore e far soffrire lo spirito (cfr II, 3)». 

È un prezioso richiamo per noi oggi, abituati a valutare tutto con il criterio della produttività e dell’efficienza. Senza la preghiera quotidiana vissuta con fedeltà, il nostro fare si svuota, perde l’anima profonda, si riduce ad un semplice attivismo che, alla fine, lascia insoddisfatti.

Quando la preghiera è alimentata dalla Parola di Dio, possiamo vedere la realtà con occhi nuovi, con gli occhi della fede e il Signore, che parla alla mente e al cuore, dona nuova luce al cammino in ogni momento e in ogni situazione. Noi crediamo nella forza della Parola di Dio e della preghiera  (Nella LF 18 si afferma: «La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere»).

Se i polmoni della preghiera e della Parola di Dio non alimentano il respiro della nostra vita spirituale, così come è stato per don Bosco, rischiamo di soffocare in mezzo alle mille cose di ogni giorno. 

Per concludere questa condivisione, potrebbe anche essere utile rileggere e rimeditare l’articolo 21 delle nostre Costituzioni, che ci consegna l’armonia, la qualità di vita equilibrata e la passione per Dio e per gli uomini del nostro Fondatore. 

Don Bosco nostro modello

Il Signore ci ha donato Don Bosco come padre e maestro.

Lo studiamo e lo imitiamo, ammirando in lui uno splendido accordo di natura e di grazia. Profondamente uomo, ricco delle virtù della sua gente, egli era aperto alle realtà terrestri; profondamente uomo di Dio, ricolmo dei doni dello Spirito Santo, viveva «come se vedesse l' invisibile» (Eb 11,27).

Questi due aspetti si sono fusi in un progetto di vita fortemente unitario: il servizio dei giovani. Lo realizzò con fermezza e costanza fra ostacoli e fatiche, con la sensibilità di un cuore generoso. «Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù... Realmente non ebbe a cuore altro che le anime» (Don Rua L 24.8.1894). 

Sono convinto che l’impegno per lo studio e l’imitazione del nostro Santo, è il modo migliore per far crescere in noi la spiritualità del Da mihi animas.

Grazie.

Scheda per il lavoro di laboratorio

 1.A livello generale, quale impressione ricevi dal discorso fatto sul ritornare al fondamento della spiritualità del Da mihi animas?

  1. 2.Rivedendo i tre punti saldi della spiritualità del DmA: primato di Dio, valore inestimabile per le anime e importanza della formazione, quali considerazioni ti senti di fare, tenendo presente il tenore di vita delle comunità educative di oggi?
  2. 3.Quali passaggi fondamentali per vivere la spiritualità del DmA, suggeriti dai Rettori Maggiori, ti senti di consigliare, proporre o raccomandare con più urgenza, per vivere bene questo terzo anno di preparazione al bicentenario della nascita di don Bosco?
  3. 4.Leggete il testo dell’antologia degli insegnamenti spirituali di don Bosco, riportato qui sotto: «Gesù Cristo, modello di ogni cristiano». Provate a interiorizzarlo e a trasformarlo in un itinerario formativo per vivere la spiritualità del DmA.
  4. 5.A partire dai diversi testi o citazioni, provate a individuare alcune mosse coraggiose a livello personale e ispettoriale da suggerire per un reale rinnovamento. 

 

 

 Gesù Cristo, modello di ogni cristiano[4]

Disse un giorno Iddio a Mosè: “Ricordati bene di eseguire gli ordini miei, e fa’ ogni cosa secondo il modello che ti ho mostrato sopra la montagna”. Lo stesso dice Iddio ai cristiani. Il modello che ogni cristiano deve copiare è Gesù Cristo. Niuno può vantarsi di appartenere a Gesù Cristo se non si adopera per imitarlo. Perciò nella vita e nelle azioni di un cristiano devonsi trovare la vita e le azioni di Gesù Cristo medesimo. Il cristiano deve pregare, siccome pregò Gesù Cristo sopra la montagna con raccoglimento, con umiltà, con confidenza. Il cristiano deve essere accessibile, come lo era Gesù Cristo, ai poveri, agli ignoranti, ai fanciulli. Egli non deve essere orgoglioso, non aver pretenzione, non arroganza. Egli si fa tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù Cristo.

Il cristiano deve trattare col suo prossimo, siccome trattava Gesù Cristo coi suoi seguaci: perciò i suoi trattenimenti devono essere edificanti, caritatevoli, pieni di gravità, di dolcezza e di semplicità. Il cristiano deve essere umile, siccome fu Gesù Cristo, il quale ginocchioni lavò i piedi ai suoi apostoli e li lavò anche a Giuda, quantunque conoscesse che quel perfido doveva tradirlo. Il vero cristiano si considera come il minore degli altri e come servo di tutti.

Il cristiano deve ubbidire come ubbidì Gesù Cristo, il quale fu sottomesso a Maria e a S. Giuseppe, ed ubbidì al suo celeste Padre fino alla morte e alla morte di croce. Il vero cristiano obbedisce ai suoi genitori, ai suoi padroni, ai suoi superiori, perché egli non riconosce in quelli se non Dio medesimo, di cui quelli fanno le veci.

Il vero cristiano nel mangiare e nel bere deve essere come era Gesù Cristo alle nozze di Cana di Galilea e di Betania, cioè sobrio, temperante, attento ai bisogni altrui e più occupato del nutrimento spirituale che delle pietanze di cui nutrisce il suo corpo.

Il buon cristiano deve essere coi suoi amici siccome era Gesù Cristo con S. Giovanni e S. Lazzaro. Egli li deve amare nel Signore e per amor di Dio; loro confida cordialmente i segreti del suo cuore; e se essi cadono nel male, egli mette in opera ogni sollecitudine per farli ritornare nello stato di grazia.

Il vero cristiano deve soffrire con rassegnazione le privazioni e la povertà come le soffrì Gesù Cristo, il quale non aveva nemmeno un luogo ove appoggiare il suo capo. Egli sa tollerare le contraddizioni e le calunnie, come Gesù Cristo tollerò quelle degli scribi e dei farisei, lasciando a Dio la cura di giustificarlo. Egli sa tollerare gli affronti e gli oltraggi, siccome fece Gesù Cristo allorché gli diedero uno schiaffo, gli sputarono in faccia e lo insultarono in mille guise nel pretorio.

Il vero cristiano deve essere pronto a tollerare le pene di spirito, siccome Gesù Cristo quando fu tradito da uno dei suoi discepoli, rinnegato da un altro ed abbandonato da tutti.

Il buon cristiano deve essere disposto ad accogliere con pazienza ogni persecuzione, ogni malattia ed anche la morte, siccome fece Gesù Cristo, il quale colla testa coronata di pungenti spine, col corpo lacero per le battiture, coi piedi e colle mani trafitte da chiodi, rimise in pace l’anima sua nelle mani del suo celeste Padre.

Di maniera che il vero cristiano deve dire coll’apostolo S. Paolo: Non sono io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me. Chi seguirà Gesù Cristo, secondo il modello quivi descritto, egli è certo di essere un giorno glorificato con Gesù Cristo in cielo e regnare con lui in eterno.

 

 Convegno di Pastorale Giovanile IME    -  Pacognano 30 agosto/1 settembre

 La Carità pastorale del «Da mihi animas»

ci muove verso «la prima generazione incredula»

 



[1] M. RUA, Lettere circolari ai Salesiani, Torino, Direzione Generale delle Opere Salesiane 1965, p. 499.

[2]E. CERIA, Annali della Società Salesiana, Volume Quarto 1910-1921, p. 462.

[3] Vecchi J.E., Educatori appassionati esperti e consacrati per i giovani, Lettere Circolari di don Juan Edmundo Vecchi ai Salesiani,  Las, Roma 2013, p. 114.

[4] G. Bosco, La chiave del paradiso in mano al cattolico che pratica i doveri di buon cristiano, Torino, Tip. Paravia e Comp. 1856, pp. 20-23 (OE VIII, 20-23).