Riccardo Tonelli, L'AVVENTURA DI DIVENTARE CRISTIANI ADULTI, Elledici 1994



Prima parte

UNA FIGURA IDEALE DI «CRISTIANO ADULTO»


Diventare cristiani adulti non è come interessarsi di calcio e d'informatica, mentre il cuore si accende di un amore improvviso e ardente... Non c'è infatti un capitolo della nostra vita che riguarda il diventare adulti e un altro - magari facoltativo - che riguarda l'essere cristiani.
Chi vuole diventare «cristiano adulto» sono io, tu, Carla, Pasquale, Caterina, Mario... ciascuno di noi, persone che non sono affatto disposte a progettare la propria esistenza a compartimenti separati, anche quando la nostra vita è trascinata verso mille differenti impegni.
Il cristiano adulto è un adulto che s'impegna a qualificare la sua esistenza secondo le esigenze che il Vangelo ci lancia. Non possiamo affermare che sia sufficiente essere «adulti» per essere «cristiani adulti». Ma neppure possiamo immaginare un cristiano disposto a rinunciare a quello stile di vita che caratterizza l'adulto, con la speranza di diventare un po' più cristiano.
In questa prospettiva, la prima parte del libro propone una figura ideale di «cristiano adulto».

 

Si può parlare in tanti modi dell'adulto e dei processi che ne sostengono la crescita. Io lo faccio lasciandomi ispirare dall'esperienza cristiana, come è raccontata dai Vangeli e come è testimoniata dalla comunità ecclesiale.

1. LA STORIA DI GESÙ DI NAZARET

Incominciamo a prendere in mano il Vangelo. Una bellissima pagina ci offre il punto di riferimento da cui verificare ogni ricerca sul «cristiano adulto». È tanto carica di simboli concreti che l'ho evocata nel titolo del capitolo.

1.1. I racconti del Vangelo

Ascoltiamo il racconto di Luca: «Una volta Gesù stava insegnando in una sinagoga ed era di sabato. C'era anche una donna malata: da diciotto anni uno spirito maligno la teneva ricurva e non poteva in nessun modo stare diritta. Quando Gesù la vide, la chiamò e le disse: "Donna, ormai sei guarita dalla tua malattia" . Posò le sue mani su di lei ed essa si raddrizzò e si mise a lodare Dio» (Lc 13,10-13). Di fronte alle proteste del capo della sinagoga, arrabbiato perché Gesù aveva osato guarire la donna nel giorno di sabato (andando contro la legge), Gesù risponde: «Satana la teneva legata da diciotto anni: non doveva dunque essere liberata dalla sua malattia, anche se oggi è sabato?» (Lc 13,16).
Non è l'unico testo di questo tono. Tutto il Vangelo è scritto così.
La voglia di far nascere vita dove ha incontrato i segni di morte, la fatica di rimettere a testa dritta le persone che per differenti ragioni camminavano curve e piegate in due, sembrano il filo rosso che lega tutta l'avventura di Gesù.
Leggiamo qualche altra pagina.
«Giunto all'altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. Cominciarono a gridare: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?".
A qualche distanza da loro c'era una numerosa mandria di porci a pascolare; e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: "Se ci scacci, mandaci in quella mandria". Egli disse loro: "Andate!". Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio» (Mt 8,24-34).
L'episodio va compreso bene. L'ho citato apposta per invitare a pensare.
I due indemoniati avevano perso la gioia della loro umanità. Erano costretti a vivere nei sepolcri, rubando la casa ai morti. Vivevano come bestie selvagge: senza amici, tra i dirupi, privi di libertà. Erano uno spavento per tutti. Per questo erano sfuggiti da tutti. Gesù li restituisce alla pienezza della loro umanità: li riveste, li rimanda a casa, li restituisce all'affetto dei loro amici. Non mettono ormai più paura a nessuno. Sono veramente passati da morte a vita.
La conclusione del racconto non mi sembra importante: i porci in mare e la rabbia dei guardiani... sono l'appendice spettacolare di una storia che è tutta un canto alla vita, rifiorita nelle situazioni più drammatiche.
Aggiungo infine un terzo racconto, anche questo molto bello, perché mostra che la vita vince anche quando siamo morti dentro, condannati impietosamente dalla legge o costretti a condannare senza remissione nel nome della legge.
«Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più"» (Gv 8,1-11).
Quella povera donna, colta in flagrante adulterio, era morta ancor prima di essere uccisa fisicamente a colpi di pietra. Era morta, nonostante le apparenze, perché si trascinava in una vita mortifera. Ed era morta perché ormai condannata senza pietà dalla legge, buttata come un sacco di patate ai piedi di Gesù, per ottenere anche da lui l'avallo a una sentenza già pronunciata.
Erano morti però anche i suoi accusatori: legati all'osservanza rigida della legge (quella legge che serve solo a far toccare con mano il peccato e quindi la morte, come ricorda Paolo in una pagina famosa della Lettera ai Romani), volevano la distruzione fisica della peccatrice, per sentirsi vivi perché osservanti delle prescrizioni.
Gesù contesta la possibilità di rimettere le cose a posto solo attraverso una lettura materiale della legge. Non nasconde il grave peccato della donna né lo copre con un velo di falsa rassegnazione. Questo modo di fare è ancora dalla parte della morte.
Rimette in piedi, a testa dritta, la donna peccatrice, in un gesto di amore che trasforma. In questa situazione nuova nasce l'invito a non peccare più. Chi è vivo, deve impegnarsi a vivere da vivente. Ridà vita anche agli accusatori, liberandoli da un uso spietato della legge.

1.2. La proposta contenuta nei racconti

Nel nome della vita, Gesù rimette «in piedi e a testa alta» tutti coloro che vivono piegati sotto il peso delle sopraffazioni. Restituisce dignità a chi ne era considerato privo. Ridà salute a chi è distrutto dalla malattia. Contrasta fortemente ogni esperienza religiosa in cui Dio viene utilizzato contro la vita e la felicità dell'uomo. Egli è davvero il segno di chi è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: «Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall'Egitto, perché non siate più schiavi. Da quando ho spezzato il giogo del dominio egiziano che pesava su di voi, potete camminare a testa alta» (Lv 26,13).
L'intervento di Gesù restituisce ad una situazione normale di vita: guarisce la donna, rimanda a casa gli indemoniati e i lebbrosi, li fa amici degli altri e non più nemici pericolosi.
La sua azione raggiunge anche le dimensioni culturali e strutturali dell'esistenza, almeno a quel livello in cui si riconosceva la sensibilità corrente più matura. Libera la donna da quella immagine di Dio che altri volevano depositata nella sua esperienza: il Dio che preferisce l'osservanza del sabato alla guarigione è un Dio dei morti, non dei vivi, come incalza Gesù a chi tenta di opporsi nel nome di Dio al suo intervento.
Letti da questa prospettiva, i tre racconti dicono tutti la stessa cosa. Le parole e il tono sono diversi; ma la sostanza è la stessa: di fronte al dolore e alla sofferenza Gesù interviene; restituisce alla vita chi vive in situazione di morte. È il tema di tutto il Vangelo.
Gesù agisce così nel nome di Dio. Per questo, si getta in polemiche infuocate con coloro che gli contestano il suo modo di agire: ci tiene a dichiarare con i fatti da che parte sta Dio. Sembra quasi dire continuamente: vedete questi segni di vita opposti ai fatti di morte... ecco questo è l'unico modo per parlar bene di Dio.

1.3. E la morte?

Questo è importante, ma non è tutto.
La donna guarita, gli indemoniati liberati, la povera donna condannata ormai irrimediabilmente... tutti siamo minacciati continuamente di morte. Non basta la guarigione fisica. La morte ci incombe come l'ultimo nemico, il più aggressivo di tutti.
Abbiamo trovato rimedi a tantissimi mali. Ce ne siamo persino inventati, per scoprire come siamo bravi a guarirli. Ma davanti alla morte non abbiamo rimedi. Siamo degli sconfitti.
La nostra cultura propone la soluzione più facile: basta non pensarci. Non riesce a dire nessuna parola di speranza contro la sua sfida e così rimuove il problema.
In questo modo di fare... non siamo di certo adulti. La morte è una faccenda seria e tragica. Sembra una minaccia insuperabile a quella pretesa di autonomia e di autosufficienza che caratterizza l'adulto. Non siamo di sicuro gente che vive «a testa dritta» se siamo ancora sottomessi alla morte.
Gesù ci vuole gente che cammina a «testa dritta». Ma con la morte, come la mettiamo?

2. UNA STORIA CHE CONTINUA NEI SUOI DISCEPOLI

Per comprendere bene la proposta di Gesù, dobbiamo leggere il seguito della sua storia.
Gesù è una persona molto diversa dagli standard normali. Non ci ha lasciato niente che sia tutto suo. Lo conosciamo in quello che di lui ci raccontano i suoi discepoli.
La storia che essi ci narrano è costituita da fatti e parole. Le parole sono i quattro Vangeli: il racconto di un'avventura che ha trasformato l'esistenza di tante persone, fatto da qualcuno che ha visto Gesù, l'ha toccato, di lui ha condiviso esperienze e progetti (1 Gv 1,1). I fatti sono i frammenti della storia della Chiesa nata sul progetto di Gesù. Li conosciamo attraverso i documenti di questa vita vissuta: il racconto degli Atti degli Apostoli e le riflessioni delle Lettere che molti apostoli hanno scritto alle loro comunità ecclesiali.
In questa storia che continua ci sono pagine che ci aiutano a scoprire come l'invito di Gesù a camminare «a testa dritta» non si ferma davanti alla morte fisica. Nel suo nome, il cristiano vince anche la morte. Non ne ha più nessuna paura: è un nemico pericoloso finché si vuole, ma ormai è incatenato.

2.1. Un Vangelo scritto con i fatti

Leggiamo una di queste pagine.
«Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita, e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta "Bella" a chiedere l'elemosina a coloro che entravano nel tempio. Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l'elemosina. Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: "Guarda verso di noi". Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. Ma Pietro gli disse: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!". E, presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e balzato in piedi camminava; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere l'elemosina alla porta Bella del tempio ed erano meravigliati e stupiti per quello che gli era accaduto» (At 3,1-11).
Letto così, sembra il resoconto di un gesto prodigioso, che finisce tutto lì. E invece è importante continuare la lettura del documento. La riassumo.
Lo zoppo guarito del racconto della storia di Gesù, grida tanto di gioia che lo fermano per schiamazzi nel recinto sacro del tempio. Quando i sommi sacerdoti vengono a sapere che c'è stato di mezzo Pietro, interrogano lui, per andare alla radice del disordine.
Qui viene il bello.
Pietro dice: «Sapete perché questo zoppo cammina dritto e sano? Perché tutti sappiano che non possiamo essere vivi se non in quel Gesù che voi avete crocifisso e ucciso e il Padre ha risuscitato da morte».
C'è un riferimento stretto tra la storia di Gesù, la guarigione fisica dello zoppo e la vita piena (anche contro la morte).
Rispetto a quello che conosciamo della prassi di Gesù per la vita, Pietro aggiunge qualcosa di nuovo e di inedito. Non solo guarisce come ha fatto tante volte Gesù, ma racconta anche la storia di Gesù. Al gesto, per la cui realizzazione Gesù spesso ha chiesto la fede in lui e nella potenza del Padre, Pietro aggiunge il racconto della sua fede appassionata nel Crocifisso risorto. Dice, con forza, che solo in questa fede, impegnata a confessarlo ormai come il vivente, è possibile avere pienamente e definitivamente la vita. Il racconto della storia di Gesù nella confessione di fede dei suoi discepoli, l'entusiasmo e la fede che suscita in coloro a cui viene rivolto, danno la pienezza della vita.
C'è un intreccio profondo tra guarigione e confessione che Gesù è il Signore. La guarigione risolve i problemi fisici. La confessione di fede nel Risorto supera le barriere della morte fisica e assicura una pienezza impensabile di vita, nonostante la morte.
I due momenti non sono però slegati. Si richiamano invece reciprocamente. La guarigione fisica dice la serietà della proposta; la decisione che dà pienamente la vita, offerta come dono misterioso e accolta nella fede, va oltre la guarigione: riguarda un gioco di libertà e di amore, un sì a un mistero di vicinanza. Senza questa decisione di fede nel Signore Gesù non c'è vita piena; nonostante l'eventuale guarigione dalla malattia o la liberazione dall'oppressione resteremo prigionieri della morte, presto o tardi. Il confronto con essa è soltanto spostato in avanti di qualche giorno.

2.2. I discepoli parlano di Gesù, facendo camminare gli zoppi

Per questo, i discepoli di colui che voleva tutti «a testa dritta», perché pieni di vita, si mettono in giro per il mondo a parlare di Gesù e della sua risurrezione.
Non lo fanno solo con belle parole. Parlano con i fatti, ma poi moltiplicano le parole che ripetono il racconto della storia di Gesù.
Lo documenta una pagina del libro degli Atti degli Apostoli: «Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti» (At 5,12-16).
Il confronto con quello che i discepoli di Gesù hanno incominciato a compiere, nel suo nome e in suo ricordo, ci aiuta in una conclusione molto importante: se ci affidiamo a Gesù, possiamo camminare davvero a testa dritta, non solo perché superiamo le malattie fisiche, l'emarginazione e il dolore, ma soprattutto perché in lui possiamo diventare vincitori anche della morte.
La guarigione dello zoppo e tutti gli altri gesti miracolosi che i discepoli compiono, esprimono, in mo do simbolico, che la storia di Gesù, raccontata nella loro fede appassionata, è vera e autentica: non parla solo di vita, ma ne anticipa i segni nel piccolo e nel quotidiano. Quello che conta veramente, quello che il racconto della storia produce più intensamente e misteriosamente (la realtà rispetto al suo segno) è proprio la vittoria della vita sulla morte.

3. A TESTA DRITTA: SEMPRE

Gesù raccomanda uno stile molto preciso di esistenza. L'ho evocato, rilanciando l'invito di Gesù: «Drizza il tuo capo...». Il cristiano adulto è uno che sa camminare sempre a testa dritta.
L'invito di Gesù non si riferisce solo alle parentesi felici della nostra esistenza dove, tutto sommato, è abbastanza facile camminare con la testa dritta. Il suo invito riguarda, stranamente, anche il nostro atteggiamento di fronte al dolore, alla sofferenza e persino alla morte. Anche di fronte a queste dimensioni tristi e imprevedibili della nostra esistenza, Gesù ci sollecita a camminare a testa dritta, anche se ci procurano «sudore di sangue», proprio come è capitato fisicamente a lui, abbandonato da tutti gli amici nell'orto degli ulivi (Lc 22,44).
La condizione è però precisa e perentoria: possiamo camminare a testa dritta solo se ci affidiamo al Dio di Gesù.
Cosa significa affidarsi al Dio di Gesù? Chi è questo Dio a cui siamo invitati a consegnare le ragioni più impegnative della nostra esistenza? Su questi interrogativi, molto seri, la ricerca continua.