Riccardo Tonelli, L'AVVENTURA DI DIVENTARE CRISTIANI ADULTI, Elledici 1994


«Drizza il tuo capo...» raccomanda Gesù a chi, come noi, si chiede come diventare «cristiano adulto». Suggerisce così un confine molto netto tra due modi di vivere e di progettarsi. Chi cammina a testa dritta è discepolo di Gesù; chi si rassegna, abbassa il suo capo, non è adulto, e quindi non può essere cristiano.
La proposta è affascinante. Possiamo accoglierla con gioia. Basta poco però per scoprire che non tutto fila liscio come potrebbe sembrare a prima vista.
I discepoli di Gesù pongono la fede in lui e l'incontro personale con lui come condizione pregiudiziale per la vittoria piena della vita sulla morte. Qualche bel tipo avanza invece il sospetto che Dio funzioni quasi da freno e ostacolo alla voglia di realizzazione personale.
Chi ha ragione?
Per saperlo, dobbiamo metterci d'accordo su cosa significhi concretamente «camminare a testa dritta».

1. LA PROVOCAZIONE DI GESÙ: LA STORIA DEL «BUON SAMARITANO»

Ho cercato nel Vangelo suggerimenti per capire cosa significa «camminare a testa dritta» e ho incontrato una pagina piena di provocazioni. È entrata nella mia vita come uno di quei colpi improvvisi di ven to che buttano all'aria tutto quello che avevamo organizzato in bell'ordine.

1.1. Ascoltiamo il racconto del Vangelo

Riascoltiamo prima di tutto la storia del «buon samaritano», raccontata da Gesù. Poi ci mediteremo sopra con calma e disponibilità.
«Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fa' questo e vivrai".
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". Gesù riprese:
"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso"» (Lc 10,25-37).

1.2. Una storia che svela un pezzo di mistero

Al centro della parabola il dottore della legge e Gesù stesso collocano la cosa che conta di più: la verità della propria esistenza secondo il progetto di Dio.
«Cosa devo fare per avere la vita eterna?», chiede il dottore della legge con una espressione classica nelle Scritture ebraiche. Significa tutto quello che un buon ebreo poteva desiderare: la pienezza di vita, la felicità, la sicurezza economica, la gioia di avere sempre la tavola imbandita, una corona di figli e la stalla ricca di buon bestiame, il tutto come segno eloquente della benedizione di Dio (vedi, per esempio, Ez 34,26-31).
Gesù accoglie la domanda e risponde, approvando il richiamo alle due condizioni fondamentali della Legge: l'amore a Dio e l'amore verso il prossimo.
Con questa sottolineatura tutto sembrava risolto. E invece qui si scatena la novità del Vangelo, che trasforma una affermazione conosciuta e ripetuta in qualcosa che sollecita verso una personale scelta di campo.
Il dottore della legge riprende la conversazione sul tema in cui riconosce di avere dei dubbi: chi è il prossimo?
Gesù sta al gioco e risponde. La sua però è una risposta strana. Dichiara che la domanda del dottore della legge è sbagliata. È scorretto infatti tentare di elencare in anticipo chi è prossimo e chi non lo è, quasi bastasse fare un prontuario delle persone che meritano attenzioni e premure. La questione va impostata in modo radicalmente diverso. La domanda sul prossimo non riguarda gli altri, ma l'atteggiamento personale nei confronti di chiunque. Gesù chiede infatti di farsi prossimo. Trasforma la situazione fisica di vicinanza o di lontananza in una vocazione, che interpella la libertà e la responsabilità personale.
L'invito di Gesù è molto impegnativo. L'altro è spesso senza voce: non ha nemmeno la forza di chiedere aiuto. Eppure, in questa sua situazione, egli è sempre un forte imperativo ad ogni persona. Gesù gli dà voce, invitando ad accogliere il grido silenzioso di chi soffre e ha bisogno di sostegno.
Può sentire questa voce solo colui che vive nella compassione. Questo atteggiamento, che rende presente la compassione di Dio verso ogni uomo, permette di interpretare la chiamata dell'altro e sollecita a farsi prossimo nei confronti di ogni persona che attraversa la nostra esistenza.
La risposta di Gesù non risolve solo la questione del prossimo, ma spalanca al dottore della legge e a noi anche qualcosa del mistero di Dio.
Il dottore della legge poteva avere dei dubbi solo nei confronti del prossimo. Su Dio... pensava di sapere tutto: era un dottore della legge, un esperto di teologia con tanto di diploma ufficialmente riconosciuto. Per questo interroga Gesù solo a proposito del prossimo. Gesù invece gli cambia le carte in tavola. Dopo averlo criticato sull'idea di prossimo, gli boccia anche la dottrina su Dio che aveva in testa.
Il Dio invisibile si rende presente nel povero che i ladroni hanno lasciato mezzo morto per strada, come colui che sollecita alla compassione dell'amore. E si rende presente nel samaritano che si piega verso la sofferenza, come colui che comunica l'amore. Noi, come il samaritano, abbiamo la vita eterna, perché nell'atto di amore ci incontriamo con Dio, l'unica ragione della nostra salvezza.
Dio è il fondamento supremo di questa vocazione all'amore che viene dal silenzio dell'altro. Lo manifestiamo, lo conosciamo e lo amiamo nella misura in cui accogliamo, serviamo e amiamo il povero con tutte le nostre risorse.
La storia del «buon samaritano» interpella tutti. «Fa' anche tu la stessa cosa», dice Gesù al dottore della legge e, in lui, a tutti coloro che hanno lo stesso problema suo.
Chi siamo noi? Come possiamo essere felici? Come possiamo possedere la vita eterna? La risposta di Gesù è precisa: mettiamoci alla scuola del «buon samaritano».

2. UN'ESISTENZA IN ESODO VERSO L'ALTRO

Viviamo in una situazione abbastanza strana. Ormai non si vendono più cose, ma significati per la vita. La società dei consumi, infatti, mette in commercio prima di tutto proposte che dicono, con un linguaggio seducente, chi è l'uomo e a quali condizioni possiamo riconoscere di camminare «a testa dritta».
Per questo la sua logica fa spesso a pugni con la proposta di Gesù che riguarda proprio il cuore dell'esistenza, il mistero di Dio e quello dell'uomo.
Proviamo a pensarci un momento.

2.1. L'uomo riuscito secondo la logica corrente

Secondo i modelli culturali con cui siamo a contatto quotidiano, l'uomo riuscito è quello riverito da tutti per il suo fascino e la sua potenza, colui che può presentarsi con il biglietto da visita eloquente delle cose che possiede. Con questa fotografia in mano, qualcuno ci sussurra: se non sei vestito alla moda, in un giro di amici eleganti, ben rasato, pettinato e profumato..., dai fastidio agli altri, sei di peso a loro, li offendi: dunque, devi ritenerti colpevole. Però - continua la voce del nostro tempo - è facile convertirsi e cambiare vita. In fondo, basta spalmarsi il volto di una certa crema, ogni sera prima di coricarsi; e tutto è risolto. Hanno inventato le svendite e le liquidazioni... per permettere anche ai poveretti l'acquisto di abiti firmati.
Così sembra davvero facile essere bravi e importanti. Diventiamo, senza eccessiva fatica, rispettosi degli altri. Solo gli sciocchi non ne sanno approfittare.
Eppure, non è davvero tutto così semplice. Basta un minimo di senso critico per avvertire i rischi di cui sono cariche queste proposte. Si innesta infatti una spirale diabolica. L'uomo si pone al centro di tutto. Si sogna forte e potente. Vuole camminare «a testa dritta»: e per questo cammina sulla testa degli altri. I più poveri del mondo fanno le spese di questa arroganza esistenziale. Una conseguenza, tra le più inquietanti, è quella forte spinta alla violenza che sta riempendo le nostre giornate.
In questa logica, inoltre, è messo fuori gioco quel Dio che Gesù ci ha rivelato essere la ragione fondamentale del nostro diritto di «camminare a testa alta» anche di fronte al dolore e alla morte.
Infatti, la cultura dominante ci ricorda che ce la possiamo cavare da soli. I problemi ci sono, ma sappiamo risolverli da soli. Non abbiamo nessun bisogno di tirare in ballo Dio. Ci bastano le cose e la buona volontà di qualcuno... per permetterci un alto indice di umanità.
La questione non è se Dio esiste o non esiste. L'interrogativo è vecchio come il mondo e ormai conosciamo tutte le vie di soluzione. Ci interessa però poco. Non ci serve constatare la presenza o l'assenza di qualcuno che sta lontano, impassibile, a contemplare le cose fuori dalla mischia dei conflitti, che non ha proprio niente da spartire con i fatti e le esperienze in cui si distende la nostra quotidiana esistenza. Abbiamo bisogno invece di scoprire, in concreto, da che parte sta Dio rispetto alla nostra voglia di vita e di felicità.

2.2. L'uomo riuscito secondo la proposta di Gesù

La meditazione della parabola del «buon samaritano» ci porta in un altro mondo, dove Dio e l'uomo hanno un volto tanto diverso.
Costruiamo la nostra esistenza solo se accettiamo di uscire da noi stessi, decentrandoci verso l'altro. L'esistenza nella concezione evangelica è quindi un esodo verso l'altro che ha il volto concreto di ogni persona incontrata, anche a caso, sulle strade della nostra vita.
Camminiamo «a testa dritta» quando sappiamo piegare tutta la nostra vita a chi ci stende la mano. Diamo volto e parola a Dio, lo riconosciamo presente nella nostra esistenza e lo mettiamo al centro di tut to, quando lo riconosciamo nel fratello che ci stende la mano.
Il cristiano diventa adulto quando sa spostare il centro di attenzione da se stesso agli altri.
Gesù non chiede di perdersi nel nulla, facendo la strana fatica di annullarsi, quasi come l'incenso che brucia e profuma. Ci vuole uomini e donne innamorati della vita. Ci dice però che siamo nella vita solo quando sappiamo farla crescere attorno a noi. La capacità di decentrarsi verso l'altro rappresenta perciò il livello più alto di concentrazione su di sé.
Questa è la logica dell'amore: esistiamo per amore e siamo impegnati a costruire vita attraverso gesti d'amore.

3. CONTINUIAMO A RACCONTARE LA STORIA DEL «BUON SAMARITANO»

Dopo il racconto del «buon samaritano» qualcuno può concludere: adesso è tutto chiaro. Al massimo, scopriamo di non riuscire ad essere fedeli a esigenze tanto impegnative. Ci vergogniamo dei nostri tradimenti. Ci scusiamo con noi stessi e con gli altri. E ricominciamo da capo.
Invece, la faccenda è molto più complicata, ma nello stesso tempo molto più affascinante.
Non si tratta di ripetere alla lettera quello che Gesù ci ha insegnato raccontandoci la storia del «buon samaritano».
Essa contiene le esigenze radicali della nostra esistenza di adulti credenti. È uno squarcio di rivelazione sul mistero di Dio e dell'uomo.
Nel ritmo della nostra esistenza, confrontati con le tensioni e le passioni che l'attraversano, siamo chiamati a rendere presente, comprensibile e provocante oggi quello che Gesù ci ha raccontato.
Le storie non ci sono affidate tutte complete, chiuse e sigillate, da consegnare agli altri senza cambiare neppure una virgola. Al contrario, sono pezzi di vita vissuta, che vanno offerti agli altri nella parola fragile delle nostre esperienze di vita.
Le pagine che seguono sono il tentativo, povero e incerto, di raccontare ancora la storia del «buon samaritano» con le parole e i modelli culturali della nostra vita quotidiana. Gesù l'ha raccontata, accettando di dare una risposta alla domanda scortese di uno che voleva metterlo alla prova, per saggiarne la preparazione e, magari, affibbiargli un brutto voto. Noi ce la raccontiamo perché siamo interessati alla vita e alla felicità.
Lo dico subito, a scanso di equivoci. Il coraggio di scrivere di queste cose mi è venuto dal contatto con tanti amici, giovani e adulti, che hanno provato a disegnare in un certo modo il loro diventare adulti. Ho deciso di dare voce ai miei sogni e ai loro progetti: le esperienze felici, quelle riuscite e quelle sognate, sono il regalo più bello che possiamo scambiarci.
Le proposte suggerite sono molto timide e, a pensarci bene, scontate e ripetute. Resta la provocazione: la storia che Gesù ha raccontato per dirci cosa conta di più nella vita e come possiamo costruirci per «avere la vita eterna».