Riccardo Tonelli, L'AVVENTURA DI DIVENTARE CRISTIANI ADULTI, Elledici 1994

 

Seconda parte

IL CAMMINO PER DIVENTARE «CRISTIANI ADULTI»

Il processo che ci fa diventare «cristiani adulti» è come un lungo e impegnativo viaggio. Coinvolge tutta la vita. Sappiamo quando ha preso il via e non sappiamo dove sta il suo traguardo.
Chi si imbarca per un viaggio così deve conoscere, con una certa precisione, qual è la meta del suo pellegrinare. Ma non basta. Si richiede un minimo di previsione anche circa le condizioni e gli interventi che ci permettono di crescere.
Nella prima parte ho sognato la meta. Ora suggerisco qualcosa a proposito del cammino.
Sono costretto a dividere un poco i temi, anche se ho spesso indicato la necessità di pensare in modo unitario. Fa così chiunque si mette in viaggio verso una meta: ci arriva passo dopo passo. Solo ponendo mattone su mattone riusciamo a costruirci la casa della nostra vita.

Il processo che fa diventare adulti si chiama, di solito, «formazione».
Se ne parla tanto che sembra quasi la soluzione magica a tutti i problemi. Questo, però, è uno dei casi, frequenti in questo nostro tempo, in cui la stessa parola si porta dentro significati diversissimi. Da molte parti sale infatti l'invito a una maggiore attenzione alla formazione, a esigenze di formazione permanente e alla necessità di riqualificarsi continuamente, acquisendo competenze nuove. Eppure è davvero difficile dare per scontato che tutti coloro che si appellano alla formazione pensino esattamente alle stesse cose.
Anche a me piace parlare di formazione per indicare il processo attraverso cui diventiamo, giorno per giorno, cristiani adulti. Non voglio però correre il rischio di usare una parola che non aiuta per nulla a mettersi d'accordo sulle scelte. Per questo, preciso in che senso intendo parlare di formazione e per quale modello mi impegno.

1. NON BASTA IL MODO TRADIZIONALE DI PENSARE ALLA FORMAZIONE

La formazione si svolge in un preciso contesto, che pesa e incide con una proposta continua e pervasiva di modelli di esistenza. Alcune persone poi hanno un compito istituzionale nei confronti della nostra formazione. Altre se ne preoccupano per vocazione e per passione. In ultima analisi, non ci formiamo da soli e non possiamo cercare un'isola, felice e protetta da tutte le interferenze esterne, dove fare i nostri progetti.
Tutto questo pone problemi e richiede delle scelte.
I modelli formativi di cui disponiamo sono stati, in genere, progettati in una stagione in cui le cose erano tranquille e relativamente omogenee e l'impegno delle istituzioni responsabili della formazione era tutto giocato nello sforzo di consolidare la situazione, controllandone le eventuali sbrecciature.
Ora il clima è profondamente cambiato. Ma non tutti sono entusiasti dei cambi. Ci sono adulti e alcune istituzioni educative che cercano di correre ai ripari con tutte le risorse disponibili. Pensano che i nemici della formazione siano quelli di sempre, appena più pericolosi perché hanno cambiato foggia e hanno trasformato lo scontro in un sorriso seducente. Per questo fanno di tutto per ricostruire un ambiente e proposte formative che ripetano i modelli che hanno fatto fortuna in quel passato di cui conservano la nostalgia.
Non voglio di sicuro rinunciare alle esigenze che hanno segnato la formazione di sempre. Ma non me la sento di indicare nei modelli del passato la soluzione anche dei nostri problemi.
Per aiutare a far camminare «a testa dritta» nello stile del «buon samaritano», la formazione è costretta a ripensare il vecchio e il nuovo.

2. LA FORMAZIONE RIGUARDA L'IDENTITÀ

Formazione significa per me stabilizzazione della propria struttura di personalità attorno a un quadro di valori stimati importanti per dire a sé e agli altri la propria identità: per dire cioè chi siamo e come intendiamo collocarci nell'avventura della vita.
Questa specie di definizione di formazione non è di sicuro un esempio di chiarezza e di indicazioni precise e concrete. Riassume, in poche parole, un processo complicato e lungo. Per capirci, riprendo uno dopo l'altro gli elementi più importanti.

2.1. A proposito di identità

Ciò che la formazione è impegnata a stabilizzare è l'identità. Questo è il primo elemento da comprendere bene.
Ci troviamo circondati da mille differenti proposte. Ad esse siamo costretti a reagire: non possiamo di certo restare indifferenti.
Cosa capita quando cerchiamo di prendere decisioni?
La persona saggia confronta gli stimoli con i valori in cui si riconosce e a cui affida il senso della propria vita. Se gli stimoli sono compatibili con questo orizzonte centrale, la risposta è positiva. Quando invece sono contrari, in genere la risposta dovrebbe essere negativa.
All'inizio della nostra esistenza, il processo avviene in modo molto meccanico, anche perché i valori sono quelli legati alla sopravvivenza fisica. Poi, man mano che cresciamo, ci costruiamo un quadro interiore di ideali. E così il confronto avviene sulle cose che contano veramente. Siamo persino disposti a rinunciare ad alcune esigenze primarie per fedeltà ai nostri ideali. Lavoriamo anche quando siamo stanchi morti, se crediamo a quello che stiamo facendo. Riusciamo a controllare gli stimoli della fame, quando stiamo realizzando un'impresa entusiasmante. Qualcuno ha persino dato la sua vita per una causa grande.
Il richiamo a questa esperienza quotidiana ci aiuta a costruire una specie di definizione operativa di identità.
L'identità è un insieme di valori, organizzati in un sistema organico e coerente, attraverso cui ciascuno verifica i diversi stimoli che provengono dall'interno e dall'esterno di noi stessi.
Questi valori non li ricuperiamo da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano, con tutte le tensioni e le difficoltà di cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione.
L'identità funziona come da filtro rispetto a questi stimoli e si costruisce progressivamente attorno ai valori che lasciamo filtrare e che decidiamo di fare nostri, più o meno consapevolmente. Essa è quindi il frutto dello scambio tra la nostra storia personale e i contributi forniti dall'esterno, che scrivono questa stessa storia.
Attraverso l'identità la persona si lega così al suo mondo, interiore ed esteriore, in modo responsabile e critico.
La formazione riguarda la qualità dei valori e soprattutto la consistenza del processo che attiva il confronto tra essi e gli stimoli.

2.2. Quale stabilità in un tempo di complessità?

L'operazione di confronto, filtraggio e nuova formulazione richiede una certa stabilità. Non possiamo accontentarci di essere come una bandiera che il vento trascina da tutte le parti.
Il secondo elemento da verificare è proprio il tipo di stabilità da assicurare nella costruzione dell'identità.
Dobbiamo infatti intenderci bene sul senso da dare a questa esigenza e soprattutto immaginare qualcosa che sia vivibile e praticabile nella stagione culturale in cui siamo chiamati a vivere. Sarebbe infatti strano pensare alla formazione, utilizzando come punti di riferimento modelli che siano eccessivamente legati al passato.
Per chiarire cosa intendo con la formula «stabilizzazione» e per dichiarare quali sono le condizioni necessarie, parto da un esempio.
Se ci sono sbalzi di tensione nella corrente elettrica, per poter lavorare con macchine raffinate è urgente avere uno stabilizzatore, uno strumento che controlla i picchi e rende omogenea la corrente. Una persona è formata quando si porta dentro qualcosa che assomiglia a uno stabilizzatore.
Continuo con l'esempio.
Per acquistare uno stabilizzatore di corrente non basta entrare in un negozio di materiale elettrico e dire: Voglio uno stabilizzatore. Il tecnico ci chiede: Cosa ci vuoi attaccare?
Di stabilizzatori ce ne sono mille modelli. La scelta dell'uno o dell'altro dipende soprattutto dalla macchina che ci va collegata.
Lo stesso vale per l'identità: sono diversi i modi in cui possiamo pensare a una identità stabilizzata.
Il riferimento è dato dalla situazione culturale e strutturale. La costruzione dell'identità non si realizza infatti come in una campana di vetro, isolati dai rumori e dalle tensioni. Al contrario, si costruisce in un preciso ambiente, sociale e culturale, che ci preme addosso e ci condiziona fortemente. Su questa variabile decidiamo il tipo di stabilità da ricercare e consolidare per la formazione.
Nel passato appena trascorso dominava una cultura omogenea e unitaria. In quella situazione la definizione dell'identità era un compito affidato e risolto nelle differenti istituzioni responsabili della trasmissione e del consolidamento dei valori. Tutto spingeva verso la stabilità. Gli inviti alla coerenza (alla stabilità cioè tra progetto personale e azione) risuonavano frequenti; e nessuno li contestava, anche quando i comportamenti giravano su altre logiche.
A pensarci bene, non c'era neppure bisogno di stabilizzatori, perché la spinta alla stabilità era già diffusa nel clima culturale.
L'esito era generalmente una identità sicura e unificata, con poche possibilità di devianza dalle norme a motivo del forte controllo sociale.
La situazione attuale è caratterizzata invece da qualcosa che è nuovo e inedito.
Alcune parole tornano con frequenza per descrivere lo stato della nostra cultura: complessità, pluralismo e la conseguente mancanza di agenzie di riferimento e di controllo. La costruzione dell'identità e la sua stabilizzazione risentono fortemente dell'influsso destabilizzante di questi tratti tipici del nostro tempo.
L'esito lo constatiamo ogni giorno. Sta sorgendo, a livello pratico e con una insistita giustificazione anche teorica, un modo nuovo di comprendere e vivere l'identità. Abbiamo più dubbi che certezze, più punti interrogativi che esclamativi. In genere, non usiamo parole dure e solenni; preferiamo invece esprimerci in termini relativi, incerti e fragili.
Questo modo di fare spaventa coloro che invece sono stati abituati a pensare all'identità secondo i modelli sicuri e forti che dominavano nel passato. Essi hanno nostalgia di un tipo di identità che assomigli a un buon calcolatore, capace di realizzare, senza eccessive difficoltà, tutte le operazioni per cui era stato programmato. Quando il calcolatore s'inceppava, la ragione era sempre la presenza, più o meno avvertita, di qualche guasto. E così, bastava l'intervento di un buon tecnico... e tutto tornava a funzionare a puntino.
Bisogna essere coerenti con i propri progetti e le proprie scelte... non si deve transigere sulle cose importanti... ci sono esigenze che hanno diritti assoluti sulla nostra libertà e responsabilità... Queste e simili espressioni, che fino a poco tempo fa erano pane quotidiano delle raccomandazioni dei buoni educatori, oggi sembrano spuntare da mondi lontani e sconosciuti. L'identità debole sembra quello che ci vuole per un tempo di crisi. Qualcuno dice, giocando con le parole, che questa non è un'identità in crisi, ma l'identità necessaria per sopravvivere in situazione di crisi.
Non so bene chi ha ragione. So che lo scontro tra questi due modelli è spesso tirato fino all'esagerazione.
Non mi piace risolvere i problemi, combattendo chi non la pensa come me. Preferisco snidare i meccanismi che producono queste situazioni e cercare vie di uscita fuori dalle logiche contrapposte.

3. ESIGENZE DI INTERIORITÀ

Quale stabilizzazione dell'identità in un tempo di complessità?
Non basta trovare una soluzione in astratto, scegliendo la migliore tra le tante. Ne cerchiamo una che risulti, nello stesso tempo, corretta e attuale, per vivere da «cristiani adulti» nel tempo presente. Ho maturato, un po' alla volta, una convinzione che lancio come risposta complessiva alla contrapposizione tra l'identità stabile e programmata e quella fragile, che sa adattarsi alle circostanze.

3.1. La via dell'interiorità

La complessità e il pluralismo culturale rendono faticosissima quell'operazione di filtraggio tra il mondo esteriore e quello interiore che caratterizza l'identità. Sono infatti troppe e troppo disomogenee le proposte che ci bombardano. Ognuna di esse si presenta inoltre carica dei colori della seduzione. Sembra sempre la migliore di tutte, anche se, per farsi accreditare, fa finta di lasciar spazio anche alle altre alternative. In questa confusione non riusciamo più ad organizzare una nostra sintesi armonica.
Possiamo cercare di fuggire in un'isola felice, dove vivere fuori dalla mischia della complessità. Ma quest'isola non esiste, anche se qualche educatore pensa e programma come se fosse alla portata della buona volontà di tutti. E poi... è triste dover fuggire per risolvere i problemi. Non mi piace per nulla, però, la scelta, frequentemente praticata, di soccombere alla complessità, infilando una scusa dopo l'altra per giustificare la resa.
Una alternativa esiste: costruire uno spazio di silenzio dentro di noi, dove tutte le voci possano risuonare, ma dove nessuna abbia il diritto di alzare il tono. In questa stanza dalle pareti bianche, senza posters e senza ritratti di riferimento, piena di silenzio e di pace, ognuno se la vede da solo con le differenti proposte. Prende poi le sue decisioni, con il coraggio delle previsioni e nella sofferenza a cui la solitudine costringe.
Il confronto e il dialogo serrato con tutti sono ricercati come dono prezioso che proviene dalla diversità. La decisione e la ricostruzione di personalità nascono però là dove ciascuno resta solo e povero, privo di tutte quelle sicurezze esteriori che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige. In questo spazio di esigente soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, concretizza le scelte e decide i valori che danno senso e unità alla propria esistenza e ne soffre la faticosa coerenza.

3.2. Il ricupero della razionalità

Nel silenzio della propria interiorità scopriamo quanto un poco di capacità di ragionare sia irrinunciabile per sopravvivere da adulti. Troviamo così un rimedio a quella soggettivizzazione scatenata che sta imperversando come un fiume in piena.
Abbiamo perso infatti la virtù di ragionare in modo serio, a contatto con i fatti oggettivi. Siamo rimasti sommersi da una cultura che tutto gioca sul fascino dell'esteriore e sulla seduzione dei modelli. Nessun prodotto entra nel vortice della concorrenza sul peso dei suoi componenti e sulla capacità di risolvere problemi seri. Al contrario, si fa strada sulla promessa di prestigio, sul sorriso seducente di chi lo reclamizza, sulla rincorsa d'immagini a effetto. Le cose non servono se e quando sono utili. Sono utili perché servono a farti riconoscere dagli altri come uno che conta, che ha prestigio e potere.
Certo, la crisi di razionalità non è solo sfascio e rovina. Il suo oscuramento ci ha fatto scoprire il limite di qualche comportamento che la forza dell'abitudine ci aveva spinto a considerare tranquillamente sano e corretto. Nel nome della razionalità fredda siamo riusciti infatti a fare le cose più tristi. Abbiamo giustificato le guerre e le oppressioni; abbiamo diviso gli uomini in classi e gruppi, armati gli uni contro gli altri; abbiamo schiacciato la fantasia e l'amore per ridurre tutto a calcolo e a profitto. Abbiamo per- sino costretto l'avventura della vita cristiana a una fila di nozioni da conoscere a memoria e da ripetere alla lettera; l'abbiamo fatta diventare più simile al codice della strada che alla legge dell'amore.
Non vogliamo ritornare ai livelli che per fortuna abbiamo superato. Dobbiamo però ricuperare presto questa qualità radicale del nostro esistere da adulti responsabili. Attraverso la razionalità possiamo finalmente penetrare il significato della nostra esistenza e del modo in cui essa si attua, per riuscire a collocare la nostra vita in quell'orizzonte ultimo dove ritrova la sua autenticità e il suo senso.
L'interiorità è il luogo del ricupero di una razionalità matura, libera dai legami di quella fredda oggettività che spossessa, e capace di un confronto disponibile con la verità. Solo nel silenzio dell'interiorità la ricerca di un rimedio alla soggettività sfrenata non si riduce a una cura peggiore del male.
La persona, impegnata seriamente a ragionare, diventa un giudice imparziale, anche quando è lui stesso chiamato in causa. Si informa, ascolta, si confronta e guarda agli esiti: per emettere giudizi ponderati. Si libera il più possibile da tutti quei condizionamenti che inficerebbero la sua decisione. Accetta di rischiare, rinunciando alla logica comoda dei piedi in due staffe. Soprattutto si lascia impietosamente misurare dalla vita e dalle sue esigenze, consapevole che la verità verso cui è in cammino è più avanti dei nostri passi più avanzati e, nello stesso tempo, ci avvolge tutti, come l'aria che respiriamo.
Razionalità è tutto questo: informazione, confronto, previsione e soprattutto accoglienza disponibile della forza interpellante della vita e delle sue esigenze.

3.3. La formazione per l'interiorità

La via dell'interiorità è tutta in salita. Costringe alla fatica e al rischio come tutte le proposte che consegnano in modo serio la persona alle sue responsabilità.
La credo l'unica veramente praticabile, per vivere da persona adulta in una stagione di complessità. Per questo sono convinto che tutte le risorse vadano spese in questa direzione: per far nascere l'esigenza dell'interiorità, sostenerne l'esperienza, progettarne la realizzazione. E ce ne vorranno molte in una cultura che fa di tutto per trascinare verso l'esteriore.
Ciascuno se la vede per se stesso. Se ci crede, si rompe la testa per viverci dentro. Non esiste nessun supermercato dove sia possibile acquistarne una dose sufficiente per fare gli esperimenti del caso e non vale davvero la moda del «soddisfatti o rimborsati».
La persona formata non cerca mondi protetti e neppure teme il pluralismo delle proposte. Le sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come determinante nella propria struttura di personalità. La costruzione dell'identità risulta così un fatto personale e sociale nello stesso tempo. Dipende cioè da una fatica che ha nella persona l'unico protagonista ed è legata intensamente al tessuto sociale in cui la persona si esprime e al suo influsso e condizionamento.
La via dell'interiorità è segnata di solitudine, silenzio e sofferenza. Ma è l'unica che ci restituisce alla libertà e alla responsabilità del cristiano adulto.